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Autore: Sveva Marchetti

Moda tra etica, estetica e spiritualità la sfida della fashion industry alla luce degli obiettivi ONU

Lo scorso 26 ottobre si è tenuto l’evento promosso dall’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede “La Moda tra etica, estetica e spiritualità”. Il Cortile dei Gentili a Palazzo Borromeo ha fatto da sfondo alla manifestazione a cui si è potuto assistere anche sui canali digitali e sull’app di Telepace.

Il Movimento Nazionale Giovani UCID rappresentato dalla dott.ssa Simona Mulè, Segretario e Referente Nazionale Giovani Donne del Movimento Nazionale Giovani UCID ha partecipato insieme ad una delegazione dell’Istituto d’Istruzione Superiore Carlo e Nello Rosselli di Aprilia dell’indirizzo “MIT – Industria e artigianato per il Made in Italy – Moda” composta dalle studentesse Maria Grillo ed Elisa Cipriani, dalla prof.ssa Barbara Consolo e dall’ A.T. Letizia Iadanza 

L’evento ha rappresentato un excursus della moda italiana partendo dalla storia per arrivare all’etica ed alla spiritualità; obiettivo quello di riflettere sull’impatto sociale e ambientale di tutta la fashion industry e sui concetti di sostenibilità ed economia circolare, che si nascondono dietro l’etichetta di un marchio. 

 Ad aprire i lavori, S.E. l’Ambasciatore Pietro Sebastiani e S.Em. Car. Gianfranco Ravasi

 “Della moda ci affascina il bello, la cura della perfezione, la ricerca dei dettagli, ma l’aspetto fondamentale è che il sistema della moda si muove tra tradizione e innovazione, tra la diversità ed inclusione. – Dichiara S.E. Pietro Sebastiani – Le nostre maestranze artigianali rappresentano l’eccellenza italiana e sono l’avanguardia nel mondo di tutta l’economia della moda, per questo l’intero indotto del comparto deve avere come obiettivo, la difesa di un sistema etico e di valori anche alla luce degli obiettivi dell’Agenda 2030”.

A testimonianza di questo nuovo modello fondamentali sono state le testimonianze ed esperienze aziendali di Lavinia Biagiotti, Presidente e CEO di Biagiotti Group, Stefano Dominella, Presidente della Maison Gattinoni Coutour e Cinzia Macchi, fondatrice e designer del La Milanesa. Presenti anche Giulia Crivelli, Fashion editor Moda24, Il Sole 24 ore e Maria Cristina Fanucci, architetto artista e Presidente del Garbage Patch State. 

Dal dibattito è emerso come la moda italiana abbia anticipato l’attenzione al sostenibile e al digitale, evidenziandone un ruolo fondamentale nella società anche a causa dell’emergenza sanitaria che ha bloccato per diverso periodo l’intero settore. Il comparto della “moda italiana rappresenta infatti l’industria meritocratica per eccellenza, attenta all’ inclusione e alla diversità”. 

 “Ringrazio S.E. l’Ambasciatore Sebastiani, per aver dato ai nostri studenti l’opportunità di partecipare ad un’iniziativa di indubbia portata – dichiara il Dirigente Scolastico Prof. Ugo Vitti – l’occasione di passare dai libri e dai laboratori, nel vivo di quello che è l’intero indotto del comparto moda, avendo come riferimento le realtà italiane caratterizzate da una forte responsabilità sociale di impresa. Sono certo che da questa esperienza nasceranno, con le aziende presenti, future collaborazioni di cui potranno usufruire i ragazzi del nostro Istituto”. 

 “Siamo felici di aver contribuito ad un processo virtuoso – dichiara Simona Mulè – coinvolgendo gli studenti che hanno avviato il proprio percorso di studi proprio sull’artigianato made in Italy e moda. La fashion Industry è una delle più sviluppate e redditizie al mondo dopo l’industria del cibo, delle costruzioni e dei trasporti; parlare di industria della moda rapportandola ai concetti di etica e sostenibilità, è necessario per il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile, una sfida che ognuno è chiamato a perseguire.” 

In chiusura le studentesse hanno omaggiato l’Ambasciatore con una bandiera italiana con l’intestazione dell’Istituto, cucita appunto nei laboratori di scuola. 

 

POSTALMARKET IN EDICOLA, 180 BRAND ITALIANI PER LA RINASCITA DEL CATALOGO

Il sito è online, dal 23 ottobre in 18.000 edicole torna lo storico catalogo: i fan lo stanno ricevendo a casa in questi giorni. Le scelte: aziende italiane e attenzione alla sostenibilità; il focus è su moda, accessori e intimo. E-commerce, disponibili 25 mila prodotti. Diletta Leotta, volto di copertina: “Un momento di romanticismo editoriale”

È probabilmente l’operazione commerciale più attesa dell’anno. La rinascita di Postalmarket ha infatti coinvolto centinaia di aziende negli ultimi mesi, la maggioranza del settore moda. Lo storico catalogo è tornato in edicola il 23 ottobre, ed già è operativo l’e-commerce sul sito www.postalmarket.it.

I numeri dell’operazione sono importanti: sono stati selezionati 180 brand, distribuiti in sei “mondi” sulle 364 pagine del catalogo: abbigliamento e accessori, intimo, bellezza e cura del corpo, casa, cibo e bevande, tempo libero. Le copie che erano state riservate alla prevendita, ovvero quelle per i fan, sono andate sold out in pochi giorni, per tutti gli altri il catalogo sarà a disposizione e distribuito in 18.000 mila edicole. Online, sull’e-commerce implementato dalla tech company di Treviso Storeden di Francesco D’Avella, sarà possibile acquistare oltre 25.000 prodotti. A seguire il progetto sui social network ci sono già quasi 50.000 fan.

“Sfogliare il catalogo sarà come vivere contemporaneamente un’esperienza innovativa e vintage”, dichiara il ceo, Stefano Bortolussi (nella proprietà c’è anche H-FARM con Riccardo Donadon). “Sarà un magazine da collezione, una lettura, che confidiamo essere gradevole, con una selezione di prodotti di aziende solo italiane: la storia delle nostre famiglie, della nostra cultura dei consumi raccontata attraverso le aziende di fascia media e premium che l’hanno creata. Il catalogo sarà punto di riferimento per lo stile, ma poi l’esperienza di acquisto evolverà sul nostro e-commerce, programmato con le più innovative tecnologie esistenti”.

 
Postalmarket lancerà infatti anche una app con la realtà aumentata gestita dalla start up veneta No Gravity: sarà possibile vedere dei video inquadrando alcune posizioni contrassegnate del catalogo, dove i brand metteranno in mostra video emozionali, ma saranno disponibili anche immagini del back stage della produzione del catalogo.

Accanto a questa novità, da evidenziare la dimensione editoriale del magazine, diretto da Mauro Pigozzo: le vetrine dei prodotti saranno alternate da reportage giornalistici di autorevoli firme e da pagine con approfondimenti stilistici sui trend di acquisto. L’intervista in esclusiva a Diletta Leotta, volto di copertina (che segue le storiche dive degli anni passati: Ornella Muti, Romina Power, Carla Bruni, Cindy Crawford e Claudia Schiffer), aprirà questa nuova era editoriale per il magazine. “Un momento di romanticismo editoriale”, così Leotta descrive Postalmarket durante l’intervista. “Comprerò un pigiama come faceva mio padre un tempo”.

Ponendo il focus sui marchi della moda, quelli selezionati hanno delle caratteristiche in comune che li rendono reali interpreti dell’italianità. Innanzitutto, perché sono realtà storiche del territorio. Ci sono infatti aziende familiari che da anni tramandano la tradizione dello stile dell’artigianalità, ma anche dell’innovazione di prodotto e processo. Ci sono marchi impegnati dal punto di vista della sostenibilità sia ecologica che etica: controllo della filiera, materie prime rigenerate o riciclate, lavaggi e trattamenti a impatto zero, lavorazioni artigianali affidate a piccole comunità. Ma anche imprenditori under 40 che fanno dell’innovazione il loro mantra e coraggiosi visionari della moda street capaci di arrivare ad un target più giovane, attento e impegnato. Al progetto peraltro hanno aderito anche delle grandi aziende italiane da Golden Lady a Yamamay, da Lormar a Carpisa, ma anche Givova, Womsh e Museum.

Rinasce oggi Postalmarket”, conclude Bortolussi. “Siamo orgogliosi di aver fatto decollare questa nuova avventura italiana”.

 
 
PK COMMUNICATION
press@pkcommunication.it
 

Sergio Cesaratto – Sei lezioni sulla moneta La politica monetaria com’è e come viene raccontata

 

Con rinnovata passione civile e ironia intellettuale l’autore delle Sei lezioni di economia introduce i lettori al ruolo della moneta e della politica monetaria. Avvalendosi del contributo di qualificati studiosi, legati in particolare alle banche centrali, e del pensiero economico eterodosso, le lezioni smontano la visione della politica monetaria dei libri di testo. I

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Tiramisù World Cup – tre giorni all’insegna del dolce veneto per eccellenza

Ieri, domenica 10 ottobre, si è conclusa a Treviso il Tiramisù World Cup, edizione dedicata quest’anno a Treviso e il cinema, svoltasi nelle orangerie in piazza dei Signori.

In tutto 200 i partecipanti, non professionisti, che si sono sfidati a colpi di mascarpone e savoiardi per aggiudicarsi la prestigiosa coppa del Tiramisù.

Due le categorie in gara che prevedevano la ricetta originale e la ricetta creativa che offriva la possibilità aggiungere fino a tre ingredienti con la sostituzione del biscotto. Diversi invece i criteri di valutazione dei giudici: l’esecuzione tecnica (organizzazione del tavolo, pulizia, gestione degli ingredienti e capacità esecutiva, la presentazione estetica, l’intensità gustativa, l’equilibrio del piatto e l’armonia.

I vincitori sono Stefano Serafini, gioielliere originario di Venezia che ha concorso per la ricetta originale ed Elena Bonali, insegnante di nuoto residente ad Anversa, in Belgio ma originaria di Milano, che invece si è cimentata in una curiosa  ricetta creativa a base di prosciutto e melone.

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ROMICS – dopo due anni il festival del fumetto torna alla Fiera di Roma

CON ROMICS RIPARTONO I GRANDI EVENTI CULTURALI: SUCCESSO DI PUBBLICO E TANTE EMOZIONI

 

Romics, il Festival Internazionale del Fumetto, Animazione, Cinema e Games si è svolto in presenza dal 30 settembre al 3 ottobre 2021 nella location di Fiera Roma, segnando ufficialmente la ripartenza dopo quasi due anni.

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Il Garbuglio di Piazza San Pietro Wojtyla vittima di tre congiure # il libro inchiesta di Anna Maria Turi

Il Garbuglio di Piazza San Pietro
 Wojtyla vittima di tre congiure

il libro/inchiesta di Anna Maria Turi
ove si cerca di ricostruire i misteri sull’attentato al Papa avvenuto nel 1981, dopo essere trascorsi ben 40 anni 
 

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Il caffè nel modo – 20 paesi dove berlo

Il caffè è una tra le bevande più popolari al mondo tanto da essersi guadagnato la candidatura tra i beni immateriali del Patrimonio Unesco. Il caffè ha anche la sua giornata dedicata l’International Coffee Day, istituita nel 2015 e celebrata per la prima volta nello stesso anno durante l’Expo svoltasi a Milano.

Si beve ovunque in forme e modi diversi, può essere lungo o corto, zuccherato o amaro, caldo o freddo. Questi sono i 20 paesi rappresentativi dove sperimentarlo.

In Marocco il caffè è speziato reso piccante e profumatissimo grazie ad una miscela di spezie come il cardamomo, pepe nero, cannella, chiodi di garofano e noce moscata. Spesso viene addolcito da panna e zucchero. L’Etiopia è conosciuta come la culla del caffè e vanta di un vero e proprio rituale dove i chicchi tostati sono messi in infusione in una caffettiera di argilla chiamata jebena. Si beve più volte al giorno durante delle cerimonie di circa tre ore. A Touba in Senegal il caffè è speziato e aromatizzato con pepe di Guinea o chiodi di garofano. In Filandia invece il caffè è “solido”. Il Kaffeost è una combinazione particolare in cui il caffè caldo viene versato sulla cagliata di formaggio, leipäjuusto o juustoleipä, che lo assorbe. Più che una bevanda diventa un quasi dolce!

Il caffè greco invece è un frappé fatto con caffè istantaneo, zucchero, acqua e latte, shakerato e versato sul ghiaccio. In Francia abbiamo il Café au lait, caffè e latte caldo, servito in tazza grande per inzuppare facilmente i croissant. Un cappuccino rinforzato è l’austriaco Wiener Mélange con schiuma di latte, latte caldo e spesso panna montata e cacao in polvere. In Germania invece il Pharisäer Kaffee è rinforzato veramente, caffè lungo corretto con rum, e guarnito con panna montata e cacao.

La Spagna ha ben due tipi di caffè: il Carajillo e il Café BombonIl primo è la versione spagnola del caffè corretto proposto con brandy, whisky, rum o cognac caldi e servito con chicchi di caffè e scorza di limone. Il secondo è un caffè molto dolce con latte condensato zuccherato e caramello. Il Mazagran portoghese è letteralmente una limonata al caffè ghiacciato. Nasce in Algeria e viene considerato il primo caffè freddo in assoluto. Famosissimo anche da noi è l’Irish coffee una sorta di cocktail composto da caffè caldo e zucchero, corretto con whisky irlandese e ricoperto da uno strato di panna.
In Turchia il caffè è il Türk Kahvesi. Si prepara scaldando l’acqua in pentole di ottone o rame, le cezves, e poi si mescola con lo zucchero appena prima del bollore. Ne deriva una bevanda dolce con una parte di schiuma e, prima di berlo, bisogna aspettare qualche minuto in modo da far depositare i sedimenti sul fondo della tazzina.
 
 Il Flat white australiano è un incrocio tra cappuccino e caffelatte, un espresso con sopra latte caldo e un sottile strato di schiuma.

Il cafecito, altro nome del café cubano, è un caffè già zuccherato perchè nel prepararlo al filtro della moka si aggiunge la polvere di caffè insieme allo zucchero di canna grezzo. Il caffè messicano, cafe de olla, contiene un mix chiodi di garofano, anice, cannella e zucchero di canna non raffinato chiamato piloncillo. Viene fatto bollire in una pentola di terracotta, la olla, e servito in tazze di argilla che per i locali ne esaltano il sapore. A Hong Kong bevono lo Yuanyang un mix tra caffè e tè al latte servito sia caldo che freddo.

Il Cà phê trứng, Vietman, è un caffè all’uovo che viene preparato sbattendo per 10 minuti un tuorlo con latte condensato, zucchero e caffè, una sorta del nostro zabaione.

Il Cafezinho o “piccolo caffè” è un caffè nero molto dolce che in Brasile viene offerto come un gesto di ospitalità e un invito a sedersi per godersi la bevanda insieme. 

Ultimi due caffè l’Americano, semplicissimo caffè espresso allungato con acqua calda (per noi italiani è un caffè annacquato!) ed infine l’italianissimo Espresso per il quale non serve alcuna descrizione!

 

 

 

 

 

 

fonte 2NIGHT.IT

La Consul Press intervista Edoardo Franza
candidato al Comune di Roma

EDOARDO MARIA FRANZA CANDIDATO A ROMA,
CON LA “LISTA CIVICA MICHETTI SINDACO” 

intervista a cura di Sveva e Giuliano Marchetti

Edoardo Maria Franza è un redattore della Consul Press, dove come pubblicista collabora da più di 5  anni.
In queste competizioni elettorali amministrative, E.M.F. ha deciso di impegnarsi personalmente nella “Lista Civica – Michetti Sindaco”, convinto che la uscente “Sindachessa” – così definita da Vittorio Sgarbi – debba essere rimossa dal suo trono in Campidoglio. 
In questa intervista vengono analizzate alcune tematiche incentrate sul mondo del lavoro. 

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UNITELMA SAPIENZA – La formazione nel settore editoriale: Editoria 4.0.

Si terrà lunedì 27 settembre 2021 dalle ore 10:00 alle ore 13:00, presso la Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani – Presidenza del Senato della Repubblica, l’evento di presentazione del Corso di Alta formazione “Editoria 4.0” realizzato in collaborazione da Unione Stampa Periodica Italiana USPI, l’Università degli Studi di Roma UnitelmaSapienza e Officine Millennial.

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Un “Romano per Roma”: Francesco Cipolli scende in campo con Fratelli d’Italia

Un “Romano per Roma”, è così che si definisce Francesco Cipolli in corsa con Fratelli d’Italia per la carica di consigliere al II Municipio. 
Laureato in legge, esperto nel settore della logistica dei trasporti nazionali ed internazionali e già ex consigliere qualche “legislatura” fa, lo abbiamo intervistato per sapere quali sono i suoi principali obiettivi.

Rifiuti, mobilità e verde pubblico questi i suoi progetti che ci riassume con molta chiarezza.

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Bonci è il vincitore de Le 50 Migliori Pizze in Viaggio in Italia il re della pizza a taglio di Roma si aggiudica il podio

Uzbekistan e Italia insieme nella moda e nel design

COMUNICATO STAMPA 

RELAZIONI TRA L’UZBEKISTAN E L’ITALIA NELLA MODA E NEL DESIGN 

“L’Uzbekistan instaura importanti collaborazioni con l’Italia per la promozione e lo sviluppo della moda e del design uzbeko”

  

L’Uzbekistan sta attuando un notevole sviluppo nel settore della moda e del design. Oggi in Uzbekistan, sotto la guida del Presidente Shavkat Mirziyoyev, si stanno realizzando enormi riforme, come afferma il Presidente: “Nel periodo attuale, dove il nostro Paese è in pieno cambiamento, si può dire che siamo nell’era del Terzo Rinascimento. Perché oggi la nostra gente non è più la stessa di ieri».Il Governo dell’Uzbekistan ha attuato una serie di riforme in tutti i settori, compresa la cultura, l’arte e il design. In particolare sono stati adottati i decreti presidenziali “Sulla strategia delle iniziative per l’ulteriore sviluppo dell’Uzbekistan”, “Sulle misure per l’ulteriore sviluppo e miglioramento della cultura e delle arti. Sull’approvazione della strategia di sviluppo innovativo dell’Uzbekistan per il 2019-2021”. I suddetti decreti prestano particolare attenzione alle arti e al design.

Al fine di aumentare l’efficacia delle riforme in corso si sta promuovendo la moda e l’arte attraverso gli scambi culturali e didattici con le varie Accademie e Atenei di tutto il Mondo specializzati in questi settori. Queste importanti collaborazioni sono possibili in special modo grazie al prestigioso Istituto Nazionale di Belle Arti e Design “Kamoliddin Bekhzod” (NIFAD), la principale Accademia dell’Uzbekistan di formazione professionale delle arti e del design con i docenti più qualificati nelle discipline della storia dell’arte, del design e della moda.La cooperazione con istituti stranieri è fondamentale per gli studenti per acquisire maggiori competenze, avendo l’opportunità di frequentare Università di tutto il Mondo. La maggior parte degli studenti che hanno studiato al NIFAD si stanno facendo conoscere con il loro lavoro creativo in tutto il mondo: Giappone, Malesia, Paesi Bassi, Germania, Italia, Turchia, Corea del Sud, Russia e molti altri Paesi.

L’Uzbekistan ha una cultura e tradizioni secolari nella moda e nel design. Durante il regno di Amir Temur (noto come Tamerlano in Occidente) e dello stato Temuride, una grande importanza era attribuita alla cultura dell’abbigliamento. L’ambasciatore spagnolo Ruj González de Clavijo, che visse nel palazzo di Amir Temur, scrisse il diario “Viaggio a Samarcanda” dove racconta che durante i suoi viaggi Amir Temur portò nel Paese abili artigiani che crearono splendidi abiti, oltre a tendaggi e altri complementi di arredo.L’abbigliamento è fondamentale nella storia del popolo uzbeko, non rappresenta solo un indumento, ma anche la gloria dello stato, è l’espressione dell’orgoglio nazionale, incarna una storia secolare, antiche tradizioni e cultura popolare.

Negli ultimi anni il design è diventato una delle forme d’arte più popolari in Uzbekistan, ciò è dovuto allo sviluppo delle relazioni di mercato, alla crescita delle piccole e medie imprese, all’intensificazione delle relazioni internazionali e all’informatizzazione della società. Anche in Italia l’Uzbekistan ha voluto portare la sua cultura e le tradizioni secolari nella moda e nel design. In particolare, recentemente, sono stati stabiliti contatti diretti tra la famosa Scuola di Moda Polimoda di Firenze e il NIFAD. I due istituti stanno attualmente elaborando congiuntamente forme di cooperazione accademica nel campo della moda e del design.

Inoltre la scorsa estate è stato firmato un Memorandum of Understanding tra l’Università Europea di Design (UED) di Pescara e il Tashkent Institute of Textile and Light Industry (Uzbekistan). Nel 2019 la delegazione UED ha preso parte alla Tashkent Fashion Week con una sfilata dell’esclusiva collezione donna del giovane designer italiano, laureato all’UED, David Di Iorio.

Oltre a ciò l’Uzbekistan Textile and Garment Industry Association collabora con il Milan Fashion Center e partecipa regolarmente a mostre e sfilate al Mad Mood Milano.

Numerosi sono gli accordi di cooperazione tra Aziende e designer uzbeki e italiani, dove i fashion designer uzbeki hanno la possibilità di far conoscere le proprie creazioni ispirate ai modelli della loro tradizione, ricchi di ricami decorativi, tessuti con stampe floreali, dai colori tipici della nazione. Fonte principale di influenza creativa sono le ricche tradizioni nazionali del Paese, la bellezza della natura, gli antichi monumenti architettonici e la storia della madrepatria.

L’abbigliamento ha un importantissimo ruolo, oltre che economico, rispecchia la società in cui viviamo, cambia, muta, a seconda del periodo storico, e non possiamo ignorarlo, ogni governo ha il dovere di implementare lo sviluppo del settore della moda e del design e delle relative relazioni internazionali.

 

 

 

 

Gisella Peana Ufficio Stampa e Pubbliche relazioni

e-mail: gisella.peana@gmail.com

 

 

 

Pambianco–PwC Wine&Food Summit

fonte https://pambianconews.com

Si svolgerà il prossimo mercoledì 15 settembre, a Palazzo Mezzanotte, che ospita la Borsa Valori di Milano, il primo summit dedicato al Wine&Food firmato Pambianco–PwC.

La rilevanza del momento è chiara. Il settore ha passato, negli ultimi 18 mesi, il momento più difficile di sempre, a causa di una situazione congiunturale caratterizzata dai lockdown globali del Covid. Eppure, oggi, sembra uscire dal tunnel senza aver perso minimamente l’abbrivio che lo ha contraddistinto negli ultimi anni. Nella capacità di crescere, di innovare e, anche, nelle strategie di consolidamento che stanno richiamando gli investitori finanziari.

Dunque, il convegno Pambianco sarà l’occasione per parlare de ‘I settori del wine&food e la sfida della ripresa. La risposta delle aziende, della ristorazione e del retail nel nuovo contesto competitivo’, e per farlo in un momento in cui si guarda al futuro con una consapevolezza più limpida di prima.

All’ordine del giorno ci saranno le interviste a Matteo Lunelli, presidente e CEO Ferrari Trento – CEO Gruppo LunelliAlessandro Mutinelli, presidente e CEO Italian Wine BrandsSergio Dagnino, CEO PrositBeniamino Garofalo, CEO Santa Margherita Gruppo VinicoloStefano Marini, CEO SanpellegrinoValerio Perego, Sector Lead CPG, Pharma, Retail Facebook Italia; Raffaele Boscaini, marketing director Masi AgricolaEttore Nicoletto, presidente e CEO Bertani DomainsEnrico Buonocore, CEO & Founder Gruppo Langosteria.

A queste, si aggiungono inoltre le tavole rotonde con Alessandro Pazienza, CEO Xtrawine, e  Marco Magnocavallo, CEO and co-Founder Tannico; e con Leopoldo Resta, AD Cirfood Retail, e Andrea Valota, general manager and deputy CEO Gruppo La Piadineria; e gli interventi di Omar Cadamuro, director consumer markets PwCAlessio Candi, consulting e M&A director PambiancoSergio Scornavacca, director Industrial Market and Northern Italy Lead Minsait.

L’altra ragione per cui il convegno segna un momento significativo, è perché aggiunge un tassello chiave al progetto, sviluppato in questi anni da Pambianco, di copertura trasversale dell’intero made in Italy. Questa copertura è andata oltre il lavoro delle testate del gruppo che oggi conta, a fianco dello storico magazine dedicato alla Moda, anche i verticali sul Design, sul Beauty, sul Wine&Food e, più di recente, sull’Hotellerie. In parallelo, infatti, sono stati sviluppati i convegni annuali, divenuti un benchmark poiché occasioni cruciali di confronto e conoscenza. All’ormai quasi trentennale esperienza del convegno moda, si è aggiunto il convegno Design nel 2014 e quello Beauty nel 2017. Adesso, è il momento del convegno dedicato al Wine&Food.

Si tratta di un traguardo che completa un percorso avviato con la pubblicazione della prima newsletter nel 2015, ai tempi di Expo. E consolidato nel 2018, in occasione di Vinitaly, con l’avvio delle pubblicazioni cartacee bimestrali. Un percorso che ha consentito a Pambianco Wine & Food di diventare un punto di riferimento per gli operatori del settore (horeca), ma anche per i trend setter che fanno parte dell’utenza di Pambianco.

Proprio per questa capacità di ‘contaminazione’ tra i settori, elemento che evidenzia e moltiplica le sinergie e le opportunità, il convegno non è solo un traguardo, bensì è un punto di partenza. L’obiettivo è quello di valorizzare il Wine&Food mantenendone, sì, heritage e identità, da sempre suo patrimonio incontrastato. Ma di trasportare questo patrimonio su nuove frontiere.

Il summit sarà aperto in presenza a un selezionato pubblico di spettatori e inoltre potrà essere seguito gratuitamente in diretta streaming registrandosi al seguente link: https://summit.pambianconews.com/registrazione-wine

Per qualsiasi informazione, scrivere a summit@pambianco.com

Marketing Heroes – fare impresa tra manga e rock’n’roll

LA VERA STORIA DI VELVET MEDIA, CHE CON LA FEDE NEL MARKETING, HA GENERATO I SUOI HEROES TRA MANGA E ROCK’N’ROLL

Esce la seconda edizione del libro di Bassel Bakdounes, fondatore dell’agenzia capace di passare da 0 a 150 dipendenti in pochi anni grazie ad una scelta valoriale che ne alimenta la crescita. “La nostra non è una partita iva, è una visione: siamo sicuri di poter cambiare il mondo grazie al marketing”

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Cappuccino e cornetto, brioche e latte schiumato o caffè e croissant?

Croissant, brioche e cornetto non sono sinonimi e queste sono le  ecco tutte le differenzetra storia e ingredienti, curiosità, croccantezza e forma. 

 

articolo di Chiara Cajelli via Dissapore.com

 

In alcune zone d’Italia ordiniamo la brioche, in altre il cornetto; nelle pasticcerie ci si sente più eleganti e si chiede un croissant. Questi tre termini sono quindi scelti, nella maggior parte dei casi, in base a zona e contesto e non effettivamente perché si conoscono le loro caratteristiche. Ebbene, le differenze tra croissant, brioche e cornettosono parecchie e includono sia tecnica sia fatti storici molto affascinanti.

Vi spiegheremo tutto di queste tre prelibatezze, ben diverse l’una dall’altra: ingredienti, origini, caratteristiche organolettiche, curiosità… per non sbagliare più e poter selezionare meglio ciò che si vuole degustare. Insomma, se ordinate una brioche e vi aspettate che arrivi il croissant, allora dovreste davvero leggere questo articolo!

Le origini

Per quanto riguarda il croissant, sbaglieremmo sia ad affermarne le origini francesi sia ad affermarne le origini austriache. Le due cose sono una la conseguenza dell’altra. Nella seconda metà del 1600 ci fu la Battaglia di Vienna contro l’Impero Ottomano. I Turchi decisero di far crollare la città austriaca scavando di notte le fondamenta. In quelle ore del giorno, solamente i panettieri erano svegli e proprio loro diedero l’allarme ai viennesi. La storia dedicò la vittoria ai panettieri, che pensarono ad un dolce a forma di mezzaluna: il kipferl. Austria e Francia, come sappiamo, sono legate da un indissolubile filo rosso: il kipferl fu adottato in Francia, e diventò presto croissant… chiamato anche viennoiserie.

Per le brioche dobbiamo volare in Normandia, dove nel Medioevo esisteva già una pate a brioche. L’etimologia del nome riprenderebbe il normanno “brier”, che significa impastare tra due rulli di legno.

E il cornetto? Qui la diatriba è un po’ più accesa perché le origini certe al 100% non si sapranno mai. C’è di mezzo la Repubblica di Venezia, che nel Seicento aveva importanti scambi commerciali con Vienna. I pasticcieri italiani svilupparono questa nuova versione di croissant o viennoiserie, ed eccoci qui con il cornetto.

Questione italica del “cappuccio e cornetto”

In Italia si chiama brioche al Nord e cornetto al Centro-sud: retaggio culturale che ha poco a che fare con le caratteristiche di fatto di questi dolci. Soprattutto, l’Italia sembra essere la patria indiscussa del binomio “cappuccio e cornetto/brioche” ma nessuno sa che questa usanza non è merito italiano. Ricordate i panettieri austriaci che diedero l’allarme ai viennesi nel Seicento, e quindi gli ottomani scapparono a gambe levate non aspettandosi un attacco notturno? Ecco, nella zona degli scavi abbandonarono tutto… compreso il loro caffè.

L’ufficiale Jerzy Franciszek Kulczycki lo trovò, se ne innamorò e fu lui ad aprire ufficialmente la prima caffetteria viennese. Caffetteria viennese che andò avanti per anni ad offrire i kipferl insieme al caffè, e poi i croissant. Et voilà.

 

La forma

I kipferl nascono come detto a forma di mezzaluna per ricordare la vittoria sull’Impero Ottomano, di conseguenza è a mezzaluna anche il croissant.

La brioche è completamente diversa, sembra un pandorino rovesciato con una pallina di impasto in superficie. Il cornetto invece può avere diverse forme, tra cui ovviamente quella più classica di mezzaluna arrotolata.

 

 

 

 

Ingredienti e metodo

croissant

Veniamo al dunque, alla sostanza: se su origine, date e influenze possiamo discutere, sugli ingredienti ci sono criteri ben precisi. Il croissant contiene davvero una manciata di ingredienti: farina, acqua, pochissimo zucchero, pochissimo lievito, a volte il tuorlo d’uovo ma solamente per spennellare la superficie prima di infornare le porzioni.

Brioche e cornetto hanno più cose in comune da questo punto di vista: stessi ingredienti ma usati con metodi diversi, in quanto la brioche è lievitata e il cornetto è sfogliato con il burro stratificato. Contengono entrambi farina, molto burro, molto zucchero, lievito, uova e latte. Per la brioche si usa volentieri anche lo strutto al posto del burro.

 

Sapore e croccantezza

La tipica consistenza del croissant deriva dalle basse percentuali di zucchero nell’impasto, che dona appunto molta croccantezza ma anche un sapore piuttosto neutro, che ben si adatta sia al dolce sia al salato.

Brioche e cornetto sono decisamente più saporite del croissant. La brioche è molto soffice e regala tanto sapore di burro, mentre il cornetto è dolce, meno soffice della brioche ma nemmeno croccante quanto il croissant.

 

 

 

Virginia Raggi blocca l’Eurovision

 
L’Eurovision grazie alla vittoria dei Maneskin  si terrà in Italia, ma proprio la Capitale è stata già esclusa dalla selezione delle città italiane che potranno ospitare il festival della musica europea.
Mancano gli spazi adeguati”, la motivazione ufficiale del sindaco Virginia Raggi, la stessa che segnò anche l’esclusione da candidata ad ospitare le Olimpiadi.

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Formentera – dai pirati agli hippie, dai contadini al primo hotel per turisti

 

Un viaggio nella storia di una delle isole delle Baleari più belle e caratteristiche. Tradizione, monumenti, cucina e profumi provengono da un affascinante passato di pirateria che si è fuso “oggi”con la cultura hippie.

articolo di Davide Gervasi via formenteranews.it

 

Non c’è nulla di quanto si può leggere in questo articolo che gli amanti di Formentera non hanno già sentito più volte parlarne. Ma per chi invece non conosce ancora, o conosce poco, la storia dell’ “isla bonita”, allora sicuramente avrà modo di farsi affascinare da alcuni di quei racconti che si celano sull’isola, perché conoscere Formentera significa anche viverla con una maggior consapevolezza.

Ebbene, la vita di questa piccola isola è davvero ricca di storie affascinanti con protagonisti le fortezze dell’antica Roma, gli arabi, i pirati, gli hippie e via via fino al primo albergo per i primissimi turisti.

Foto di “Formentera non esiste”

Ma andiamo con ordine: dai ritrovamenti archeologici scoperti, si può affermare che la storia di Formentera ebbe inizio addirittura nell’Età del bronzo, epoca a cui risale il monumento funerario di Ca Na Costa, scoperto nei pressi di Es Pujiols nel 1974 e datato tra il 1900 ed il 1600 a.C. Dopo questa data, per trovare altre prove di popolazione bisogna fare un salto nel tempo fino all’epoca Punica e a quella Romana. Curiosamente i Fenici, che popolarono per parecchio tempo la vicina Ibiza, non si installarono mai stabilmente a Formentera. Verso il 200 a.C. i Romani fecero costruire un forte nei dintorni di Es Caló, le cui fondamenta sono arrivate ai nostri giorni e sono ancora conservate. In quei periodo Formentera era abitata da famiglie di agricoltori che sopravvivevano coltivando del grano. Il nome che diedero all’isola era Frumentaria (che in latino significa “isola del grano”), da cui deriva il nome attuale.

Dopo le invasioni dei Visigoti, Formentera rimase nuovamente disabitata, fino agli inizi del XI secolo, quando arrivarono gli Arabi e tornò ad avere una popolazione stabile, come dimostrano i resti di case, pozzi e cisterne risalenti a quel periodo, che hanno dato vita al sistema d’irrigazione attuale, e a tanti muretti in pietra (che ancora oggi rappresentano una delle caratteristiche dell’isola) eretti per separare tra loro i terreni adiacenti.

Nel 1235 le isole Pitiuse (come vennero battezzate Ibiza e Formentera dai Greci) vennero conquistate da Giacomo di Aragon e furono aggregate al Regno di Mallorca. Dopo l’espulsione della popolazione musulmana, i governatori tentarono di stabilire una popolazione permanente sull’isola, ma l’asprezza della sua terra, unita all’insicurezza causata dalle incursioni berbere, fecero fallire il progetto. A questo periodo risale la cappella romanica di “Sa Tanca Vella”, a San Francisco Javier, costruita nel 1336.

A partire dalla scoperta dell’America da parte di Colombo il Mediterraneo perse importanza commerciale e, di conseguenza, l’isola fu nuovamente abbandonata. Durante il Medioevo e il Rinascimento fu occupata – ma solo saltuariamente – dagli abitanti delle isole vicine o dai pirati.

Già, i pirati. Tra i soprannomi di Formentera c’è anche quella dell’isola dei pirati. Molto della tradizione, dei monumenti, della cucina e dei profumi proviene infatti da un triste e affascinante passato di pirateria. Formentera e Ibiza furono un obiettivo strategico per i pirati arabi. Sciabecchi turchi e berberi arrivavano improvvisamente, gettavano l’ancora davanti ad una delle numerose cale dell’isola e saccheggiavano senza pietà paesi e fattorie. Per i pirati, attaccare le due isole era un gioco da ragazzi, data la scarsa o nulla capacità difensiva dei nativi, che uscivano dai loro nascondigli solo dopo la partenza degli aggressori. Il bottino che offrivano comunque Formentera e Ibiza era modesto: animali domestici, grano e prodotti agricoli. Il bene di maggior valore che i pirati potevano  quindi portarsi via erano le persone, che poi vendevano come schiavi nei palazzi e nei campi di lavoro del Maghreb.

Una curiosità: all’ingresso del porto di Ibiza si trova un piccolo obelisco che rende omaggio ai corsari: unico monumento al mondo (con la statua di Sir Francis Drake a Plymouth) che commemora le loro avventure.

Nel 1726 furono costruite sia la prima chiesa di Formentera, dedicata a San Francisco Javier e utilizzata come fortezza per rifugiarsi dagli attacchi dei pirati, sia le torri difensive lunga la costa, per garantire agli abitanti più tranquillità e sicurezza.

Verso la fine del XIX secolo l’isola contava quasi duemila abitanti, molti di più rispetto ai quattrocento del secolo precedente.

Nel 1936 arrivò la guerra civile spagnola e anche a Formentera si registrarono violenti scontri tra sostenitori e oppositori di Franco. Venti isolani furono fucilati e altri cinque morirono nei campi di concentramento nazisti. Tra il 1939 e il 1942 un edificio appena fuori dal paese di La Savina fu adibito a campo di reclusione per gli oppositori della dittatura franchista. Normalmente venivano inviati dalla Spagna continentale i dissidenti che erano in attesa di essere giustiziati.

A partire dagli anni ’50, il turismo cambiò irreversibilmente l’economia dell’isola che fino ad allora era fondata esclusivamente sull’agricoltura, la pesca e il sale. In pochi anni i turisti divennero la prima risorsa finanziaria di Formentera. Ma anche sul fronte turismo c’è una curiosità tutta da raccontare e scoperta dalla scrittrice Stefania Cmpanella, autrice tra l’altro del libro “Formentera non esiste”. Già dai primi anni del 1900 “ci fu Antoni Marroig che intuì che l’isla sarebbe potuta essere una meta turistica e non solo una terra da coltivare”. E’ lui che aprì  il primo albergo di Formentera. “Oggi è conosciuto come il Centro de interpretación Parque Natural de Ses Salines (nella foto) ed è un museo dedicato al puffino delle Baleari, una specie endemica di gabbiano molto presente in questo Arcipelago. Il signor Marroig abitativa qui con la sua famiglia alla fine dell’800. Lui iniziò a coltivare la vite ma il suo spirito imprenditoriale lo portò ad aprire la prima attività di  hotel di Formentera, l’IFA Inglaterra Francia Alemania”. Ma quando morì, i figli non credettero nelle potenzialità di un albergo e la casa-hotel venne abbandonata. “Fu intorno alla fine degli Anni ’70 che fu ripopolata dagli hippy. Si formò una fervida comune, con cantanti, pittori, bizzarri individui e famiglia. La padrona di casa era Dana Wright, fotografa americana che visse qui realizzando anche un orto biodinamico a lato della casa. Tra loro c’era il pittore Robert Hawkins (nato a  Boston) che vive ancora a Formentera ed espone spesso i suoi splendidi quadri presso la sala delle esposizioni di Sant Francesc. Il figlio di Dana è Maxwell Wright, anima a batterista cantante del celebre gruppo spagnolo Ojos de brujo”.

Gli hippie comunque non abitarono solo nell’hotel abbandonato del Marroig. Il loro arrivo all’isla iniziò negli anni ’60 e per Formentera fu una vera rivoluzione nella cultura. Erano giovani americani che sfuggivano alla guerra del Vietnam e che si nascondevano in questo angolo di Paradiso. Oppure erano rampolli spagnoli che volevano scrollarsi di dosso l’oppressione della dittatura. Erano perlopiù giovani che non superavano i venticinque anni. A loro si aggiunsero in breve tempo anche hippie provenienti dalla Gran Bretagna, Francia, Olanda e Danimarca. Formentera in breve tempo divenne la meta ideale per la rivoluzione giovanile di quegli anni. E gli hippie vennero accettati dagli isolani: venivano da loro simpaticamente chiamati “peluts”, ovvero capelloni. I primi si installarono a Es Molí, nella mitica comunità hippie di Formentera dove si dice che per un periodo abbia vissuto anche Bob Dylan. Questi giovani scanzonati portarono una ventata di libertà e di allegria che contagiò l’isola intera e la cui eredità – che si respira ancora oggi – è forse uno dei fattori che hanno fatto di Formentera una delle destinazioni preferite dai turisti in cerca di relax e divertimento, in armonia con la natura.

Arrivarono poi gli anni Settanta e Ottanta che videro aumentare sempre di più l’arrivo dei turisti, soprattutto francesi, inglesi e tedeschi (come quelli che alloggiarono 70 anni prima nel primo hotel dell’isla, quello appunto del signor Marroig). Furono loro a comprare per primi, e per pochi soldi, case e terreni dagli isolani. Poi tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta arrivarono gli italiani che aprirono anche parecchi locali.

Da metà degli anni Novanta la comunità italiana a Formentera è diventata sempre più numerosa. Italiani qui residenti e che ci vivono tutto l’anno, non solo nei mesi estivi.

 

 

Da ricordare anche nel 2007 Formentera si è resa politicamente indipendente da Ibiza, ottenendo finalmente un governo locale, con le prime elezioni. Il resto è storia di oggi: una Formentera diversa, cambiata ma che mantiene sempre quel suo fascino. Un po’ hippie. Un po’ pirata.  Un po’ selvaggia. 

L’Italiano si legge davvero come si scrive?

 
Ebbene sì, sembrerà strano anche agli occhi stessi di un italiano che la lingua la parla e la conosce (o almeno pensa di conoscerla) ma non sempre quello che scriviamo si legge nello stesso identico modo. L’ortografia della nostra lingua infatti non riproduce esattamente i suoni dell’italiano: tra una serie di convenzioni grafiche e regole di pronuncia,  c’è qualcosa che resta fuori.
Riporto questo breve articolo di Massimo Birrattari con alcune piccole ma interessanti delucidazioni.
Non si smette mai di imparare!

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Sulla pelle delle donne dal racconto di Zarifa Ghafari alle altre

Aspetto che i talebani mi uccidano, non ho più paura di morire” ha dichiarato Zarifa Ghafari al New York Times.

Zarifa è una politica afghana e sindaco di Maidanshahr dal 2019. È una tra le pochissime donne afgane ad essere state nominate sindaco ed è sempre stata in prima line per l’emancipazione ed i diritti delle donne nel suo paese, cosa che l’ha portata ad essere citata tra le 100 donne stimolanti e influenti di tutto il mondo per il 2019 dalla BBCGhafari ha ricevuto anche il premio International Woman of Courage nel 2020 dal Segretario di Stato Mike Pompeo.

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