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Autore: Sveva Marchetti

Roma Jewelry Week – al via la prima edizione

 

Apre ufficialmente il bando per la prima edizione di Roma Jewelry Week. L’evento si propone di valorizzare il gioiello contemporaneo, d’autore, d’artista e realtà orafe storiche con l’intento di offrire al pubblico un alto valore culturale che esalti il grande patrimonio della Città Eterna, mettendo in connessione le realtà più interessanti del settore.

Protagonisti dell’iniziativa sono i designer di gioielli e l’eccellenza degli orafi romani, e di atelier del gioiello, gallerie, accademie e associazioni con sede a Roma. L’esposizione è aperta, su selezione, anche a designer provenienti da altre città italiane e dall’estero.
Una tre giorni romana all’insegna della cultura e della bellezza animata da mostre, presentazioni, premiazioni e talk per far vivere e rivivere la capitale grazie a un progetto inedito per la città, dove inclusione, connessione e gioia sono le parole chiave.
 
La Roma Jewelry Week è stata ideata dall’architetto Monica Cecchini, che è anche il direttore del progetto. La selezione delle realtà coinvolte si avvale della curatela dell’artista orafo Emanuele Leonardi e della storica e critica del gioiello Bianca Cappello, mentre il giornalista Jonathan Giustini animerà uno degli incontri in calendario. Il progetto di marketing e comunicazione è affidato alla consulente Eugenia Gadaleta.

Da sinistra: Bianca Cappello, Monica Cecchini, Glauco Cambi, Eugenia Gadaleta, Emanuele Leonardi – Roma Jewelry Week

È importante fare sistema per dare voce e fare conoscere l’eccellenza in questo settore a livello internazionale”, afferma Monica Cecchini. “Vogliamo creare un evento di riferimento per valorizzare la città di Roma e il suo vasto patrimonio culturale, immateriale e artistico che vada incontro alle esigenze di una nuova generazione di turismo lontano da quello frettoloso e consumista. Soprattutto in questo periodo storico così complesso, la città si deve riappropriare degli spazi deputati all’arte, al design e all’artigianato, e deve tornare ad attrarre non solo per le sue magnifiche vestigia storiche ma anche per l’immenso heritage anche nel campo del gioiello artistico”.

Tutti coloro che volessero presentare un progetto, candidare la loro location o esporre durante l’evento devono mandare l’iscrizione entro il 12 luglio 2021.

L’evento si terrà in concomitanza con la seconda edizione del Premio Incinque Jewels, indetto dall’associazione Incinque Open Art Monti. Il contest intende promuovere la cultura del gioiello contemporaneo sul territorio di Roma e si svolgerà per la prima volta nella location storica dell’Auditorium di Mecenate, che risale al 30 a.C. L’auditorium è un antico ninfeo fatto costruire da Gaio Cilnio Mecenate, consigliere di Augusto e protettore di letterati e poeti. Inoltre è il sito dove Virgilio e Orazio declamavano i loro versi, e dove si promuoveva la condivisione nell’arte. 
 
Convivialità, interdisciplinarità, rigenerazione sociale e gioia sono i temi scelti per la seconda edizione del concorso. Il Premio Incinque Jewels quest’anno vuole favorire una riflessione sul tema del “recuperare i gesti e gli animi di convivialità per una rigenerazione sociale” e creare un dialogo tra chi realizza l’opera e chi la osserva. Si chiede ai partecipanti di pensare e progettare un gioiello che valorizzi le antiche arti e che possa creare un legame con l’arte contemporanea, di interrogarsi sul valore della condivisione di idee, sentimenti, stati d’animo.

(in foto Glauco Cambi, collana “In Touch”, in titanio, argento e acciaio, vincitrice del Premio Incinque Jewels 2019)

I tre vincitori avranno la possibilità di esporre le loro creazioni con una personale per il primo classificato e una bipersonale per il secondo e terzo classificato presso la galleria Incinque Open Art Monti di Roma. Un premio speciale di comunicazione per il gioiello sarà offerto dalla consulente e docente Eugenia Gadaleta che consiste in un press kit professionale e una consulenza di comunicazione. Iscrizioni entro il prossimo 1 luglio.

Roma Jewelry Week

Food Gaming: come cambia il cibo dalla cucina ai videogiochi

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Ambasciata d’Italia in Lussemburgo: “il coro che non c’e'”

 

“Giovani Italiani e Lussemburghesi
insieme per celebrare l’Europa”
 

COMUNICATO STAMPA

In occasione della Giornata dell’Europa 2021, l’Ambasciata d’Italia in Lussemburgo ha voluto celebrare l’importante ricorrenza del 9 maggio, inserita ufficialmente nel calendario delle festività nazionali lussemburghesi dal 2019, organizzando un’esibizione virtuale de “Il Coro che non c’è”, in collaborazione con la Scuola Europea di Lussemburgo che accoglie al suo interno la Sezione italiana frequentata da centinaia di alunni dei cicli dell’infanzia, primaria e secondaria di primo e secondo grado.

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Anthropophage – l’album di musica concettuale di Yona Tukuser

Anthropophage – spaventoso dipinto musicale
sulla soffocante atmosfera del tramonto al sorgere del sole

 

Comunicato stampa – Londra 7 maggio 2021- Yona Tukuser segna il suo debutto nella musica sperimentale il 7 maggio con il concept album «Anthropophage», in cui sono contenute 21 improvvisazioni elettroniche create a Roma tra il 2016 e il 2021. 

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Royal Ascot e la svolta green

La sostenibilità irrompe anche nel tempio della tradizione britannica. Dal 15 al 19 giugno tornerà uno degli eventi più amati dagli appassionati di equitazione, il Royal Ascot. Da oltre 300 anni la manifestazione unisce sport, tradizione e folklore. Oltre alle corse dei cavalli si assiste infatti allo sfoggio di mise attentamente studiate dalle invitate, molte delle quali di sangue blu. Da dieci anni a questa parte, l’organizzazione diffonde una pubblicazione realizzata in collaborazione con il luxury brand Longines; al suo interno si susseguono le regole di stile per partecipare alle giornate di gare, cocktail e mondanità. A sorpresa quest’anno c’è stata un’inaspettata virata green: “Sinonimo di stile individuale e scena delle tendenze sartoriali, la Royal Ascot Style Guide quest’anno celebra anche la sostenibilità e l’arte dello shopping consapevole. Vogliamo dimostrare a tutto il mondo che ad Ascot essere vestiti bene non significa necessariamente comprare qualcosa nuovo di zecca”, si legge nell’opuscolo.

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Biancaneve – scoppia il caso del bacio non consensuale

Dopo gli Aristogatti, Peter Pan e Dumbo scoppia il nuovo caso Disney con il bacio non consensuale di Biancaneve.
 
Disneyland, che ha da pochissimo riaperto le porte al pubblico, adesso deve affrontare una nuova difficolta Infatti andare nel parco giochi a tema non sarà più un momento di svago e gioia ma un grande problema di morale causato proprio dal famoso bacio che il Principe da a Biancaneve per farla svegliare dopo il morso alla mela avvelenata.
La scena poco etica fa parte della nuova animazione presentata nel parco giochi di Anaheim, in California, e riguarda la giostra dedicata a Biancaneve “Snow White’s Scary Adventure” ribattezzata “Snow White’s Enchanted Wish”, il desiderio incantato di Biancaneve e completamente rinnovata con uso di colori sgargianti, luci fosforescenti e effetti speciali.
Ma qual era il desiderio? Il bacio? Ed il problema nasce lì. Mentre i sette nani spuntano dal buio per salutare i visitatori, la musica di Someday my Prince Will Come avvolge le stanze al passaggio del trenino dei turisti e ad un certo punto, su un lato dell’allestimento, appare l’iconica scena del principe che si china su una Biancaneve addormentata. Disneyland, nella nuova versione, ha scelto di adottare come finale della corsa lo stesso epilogo del classico cartone del 1938, ovvero il “bacio dell’eterno amore” del Principe per liberare Biancaneve dall’incantesimo, sostituendo così la morte della matrigna Grimilde con cui si concludeva l’itinerario nella edizione originale del 1955 della giostra.

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Johanna Van Gogh-Bonger – la donna che ha reso famoso Van Gogh

Penso che sarebbe terribile dover dire alla fine della mia vita: “In realtà ho vissuto per niente, non ho ottenuto nulla di grande o nobile”.

Queste sono alcune delle prime parole che Johanna van Gogh-Bonger ha scritto nel suo diario, e che oggi possiamo osare smentire, affermando che invece ha sicuramente raggiunto il suo obiettivo di vita nell’avere così tanto da condividere verso la fine della sua vita.

Il suo nome è rimasto nell’ombra per troppo tempo. Jo – come era conosciuta all’epoca e come anche Hans Luijten, ricercatore senior del Van Gogh Museum, si riferisce a lei in questo articolo approfondito pubblicato sul New York Times Magazine – era forte, audace e dedita alla sua missione di vita, ossia ottenere il riconoscimento mondiale per le opere di suo cognato, Vincent van Gogh, e ha fatto un ottimo lavoro.

Ma la nostra eroina non ha solo reso famoso van Gogh e la sua opera, ci ha anche tramandato un’eredità artistica, un concetto che ancora oggi vediamo, ammiriamo e celebriamo quando contempliamo opere d’arte di qualsiasi tipo. Come dice Emilie Gordenker, storica dell’arte olandese-americana e direttrice generale del Van Gogh Museum di Amsterdam. Il suo successo dà forma e contenuto all’immagine che abbiamo ancora oggi di ciò che un artista dovrebbe fare: essere un individuo; soffrire per l’arte, se necessario. Quando studiavo storia dell’arte, mi è stato detto di non pensare a quell’idea dell’artista che muore di fame in una soffitta. Non funziona per la prima età moderna, quando c’era qualcuno come Rembrandt, che era un maestro, lavorava con gli apprendisti e aveva molti clienti facoltosi. In un certo senso, Jo ha contribuito a dare forma a quell’immagine che è ancora con noi.

Ma chi era Johanna van Gogh-Bonger e come ha reso famosi i dipinti di Vincent van Gogh quando il mondo intero sembrava essere contro di loro?

Johanna Gezina Bonger nasce il 4 ottobre 1862 ad Amsterdam, nei Paesi Bassi. È la quinta di sette figli, figlia di un broker assicurativo. A differenza delle sue sorelle maggiori, Johanna porta avanti la sua istruzione e studia inglese, conseguendo una laurea. Subito dopo rimane alcuni mesi a Londra, dove lavora presso la biblioteca del British Museum.

All’età di 17 anni inizia il suo minuzioso diario (quello citato in apertura), che è stato nascosto dalla famiglia fino al 2009, e grazie al quale ora possiamo comprendere il ruolo enorme, se non cruciale, che lei ha avuto nella fama mondiale dei dipinti di Vincent van Gogh. Ma è poi a 22 anni che diventa un’insegnante di inglese e che, cosa più importante per quello che stiamo per approfondire, viene presentata al mercante d’arte olandese Theo van Gogh.

All’inizio non è convinta dalla proposta di matrimonio di Theo, ma in seguito sviluppa una grande affezione per lui, che poi si trasforma in un amore profondo. Si sposano felicemente, hanno un figlio – Vincent Willem van Gogh – e passano un certo tempo a godersi la vita tra intellettuali, artisti e mercanti d’arte nella vivace Parigi. Nonostante l’amore per suo fratello Vincent, però, Theo non riesce ad avere grande successo nel vendere i suoi dipinti, che iniziano ad accumularsi nella casa della novella coppia di sposi.

Inoltre, Jo e tutta la famiglia sono tutti preoccupati per la salute mentale del pittore, che molto spesso si ubriaca, finisce a dormire per strada, diventa violento o si fa del male, come quella famosa volta dell’orecchio. Lui gliene parla anche, scrivendo loro lettere sulla sua paura e inquietudine. Nel frattempo, Johanna resta al fianco di Theo, ascoltando e provando empatia per i due fratelli.

Non molto tempo dopo, non uno ma entrambi i fratelli lasciano tragicamente la vita di Johanna, uno dopo l’altro. Vincent muore per un colpo di pistola all’età di 37 anni, nel 1890, e Theo muore di sifilide poco prima di compiere 34 anni, nel 1891. Inutile dire che Johanna, rimasta sola con suo figlio Vincent in una casa brulicante dei dipinti di suo cognato, soffre terribilmente.

Ma, dopo essersi presa del tempo per guarire il suo cuore spezzato, Johanna ritorna in Olanda portando con sé tutti i dipinti che ora ammiriamoI girasoli, La notte stellata o I mangiatori di patate per citarne alcuni -, ed è ormai pronta per la sua missione. Raccoglie quanti più scambi di lettere dei due fratelli riesce a trovare e li studia, per comprendere meglio ed empatizzare con l’eredità artistica di Vincent. Queste, insieme alle opere d’arte, la commuovo e rafforzano i suoi valori personali sulla giustizia sociale:

Mi sentivo così desolata – che per la prima volta ho capito quello che doveva aver provato, in quei tempi in cui tutti si allontanavano da lui.

Quindi, Johanna van Gogh-Bonger inizia la carriera di una vita, diventando quella che oggigiorno sarebbe considerata l’agente di Vincent van Gogh. Il panorama però non è affatto favorevole, tutti sono contrari allo stile dei suoi dipinti, considerati violenti, oltraggiosi e semplicemente inquietanti per via la loro tecnica a impasto: erano troppo lontani da quello che i critici dell’epoca consideravano un’opera d’arte, dalla loro concezione di perfezione della natura, l’uso delle linee al posto dei colori, nonché l’approccio realistico ai soggetti, per non parlare del fatto che una donna stava cercando di entrare nel mondo e nel mercato dell’arte.

A ogni modo, questa donna straordinaria non ha accettato un “no” come risposta: “Non mi fermerò finché non gli piaceranno”. Essendo intelligente e motivata, Johanna si rende conto che, senza le lettere e le descrizioni dell’artista stesso, i dipinti non sarebbero stati compresi. È stata sua l’idea di metterli insieme, come un unico pacchetto, una mossa che ha convinto il critico d’arte Jan Veth, in prima linea nel circolo noto come New Guide.

Johanna ha una laurea e ha studiato lingue, non parla solo inglese e la sua lingua madre olandese, ma sa anche il francese e il tedesco. Così, grazie anche al suo approccio brillante e rapido nell’apprendimento del mestiere, riesce a vendere 192 dipinti di Van Gogh nel corso della sua vita. Viaggia in tutta Europa con più di 100 mostre, si scrive e intrattiene rapporti con persone di tutti i tipi e arriva ovunque, sempre con il figlio al suo fianco. Dimostra una forza inarrestabile e insiste sempre per fare tutto da sola.

Dopo anni passati a far conoscere e riconoscere il talento di Vincent van Gogh, il 1905 è il suo grande anno: decide di organizzare quella che sarebbe diventata la più grande mostra di van Gogh mai realizzata – con 484 dipinti allo Stedelijk Museum, ad Amsterdam. La sua gioia deve aver dato luce all’evento stesso, dato che numerosi personaggi illustri arrivano da ogni parte del continente europeo per ammirare l’arte che ha conquistato tutto il suo cuore e la sua anima.

La sua determinazione e, diciamo pure, l’ossessione di una vita rispetto a far sì che il mondo riconoscesse l’arte di Vincent van Gogh, fa sì che questa donna, sebbene sempre più debole e malata, riesca a continuare la traduzione delle lettere dell’artista in inglese, perché la sua arte conquistasse ammiratori anche negli Stati Uniti. Sfortunatamente, però, Johanna muore all’età di 62 anni, prima che potesse raggiungere il suo ultimo obiettivo.

Johanna è la persona che ha portato La notte stellata nelle nostre vite, ma è stata anche madre, moglie e nonna, insegnante e traduttrice, membro del Partito socialdemocratico olandese dei lavoratori e co-fondatrice di un’organizzazione dedita ai diritti dei lavoratori e delle donne.

Sebbene, come spesso l’ha descritta Hans Luijten, fosse una persona piena di dubbi e insicurezze, la sua vicenda mostra la sua volontà di lottare fermamente per i suoi ideali e le sue convinzioni. Quel che possiamo trarre dalla sua storia di vita è che, quando il mondo sembra andare contro di noi e noi stessi non siamo sicuri delle nostre aspirazioni perché potrebbero risultare sgradite o non venire accolte, l’esempio di donne coraggiose e determinate come Johanna possono darci la forza per andare avanti. Celebriamo e ammiriamo tutte le donne come lei, anche quelle di cui forse non conosceremo mai i nomi, ma sulle cui spalle ci appoggiamo.

Johanna Van Gogh-Bonger, Van Gogh

Gucci e Facebook insieme contro la contraffazione sui social

Facebook e Gucci uniscono le forze e collaborano nella lotta contro la diffusione e la vendita di prodotti contraffatti sui social media. Il gigante americano e la maison italiana del lusso hanno avviato una causa congiunta contro una persona fisica per violazione dei termini di servizio e delle condizioni d’uso di Facebook e Instagram, nonché per violazione dei diritti di proprietà intellettuale di Gucci, contraffazione dei marchi Gucci e concorrenza sleale.

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Chloé Zhao- la prima donna asiatica a vincere l’Oscar come miglior regista

Nel corso di quella che rappresenta di certo la cerimonia degli Oscar più insolita fino a oggi, segnata dalla crisi post-pandemia, realizzata in modo scarno, con poco glamor, meno star e un set che ricordava i primi gala organizzati dall’Academy di Hollywood negli anni ‘30, abbiamo goduto di qualcosa di insolito e decisamente nuovo: una vera rivoluzione in termini di diversità e integrazione razziale, molto in linea con lo spirito del movimento Black Lives Matter.

Tra le altre cose, infatti, dopo aver superato i Golden Globe e i BAFTA, ieri sera Chloé Zhao è diventata la seconda donna nella storia degli Oscar a ricevere il premio per la migliore regia, oltre a essere la prima donna di un’etnia diversa, nello specifico la prima donna asiatica, a raggiungere il traguardo. Il suo terzo film, Nomadland, acclamato road movie con Frances McDormand – che per questa interpretazione ha peraltro vinto l’Oscar come migliore attrice – aveva già assicurato a Zhao un posto nei libri di storia del cinema, come riporta The Guardian, quando era stata nominata per competere in ben quattro categorie (oltre alla miglior regia, anche migliore sceneggiatura non originale, miglior montaggio e miglior film) di questa 93esima edizione degli Academy Awards.

Nata a Pechino nel 1982, la regista, produttrice e sceneggiatrice cinese-americana, Chloé Zhao si è formata tra il Regno Unito – dove ha studiato scienze politiche al Mount Holyoke College – e gli Stati Uniti, dove si è trasferita stabilmente per studiare cinema all’università. Dopo aver debuttato con Songs My Brothers Taught Me nel 2015, presentato in anteprima al Sundance Film Festival dello stesso anno, e aver realizzato The Rider, uscito nel 2017, quest’anno con Nomadland Zhao ha ottenuto il riconoscimento internazionale, e sappiamo già che alla fine del 2021 dirigerà Eternals, un film di supereroi Marvel con Angelina Jolie e Richard Madden.

Fino a oggi, nei quasi 100 anni di storia degli Oscar, solo sette donne erano state nominate per la categoria di miglior regista (Kathryn Bigelow, Lina Wertmüller, Jane Campion, Sofia Coppola e Greta Gerwig) e unicamente Bigelow e Zhao hanno ottenuto il premio, aprendo le porte a molte donne che potevano solo sognare di essere riconosciute per il loro lavoro. Certamente però, il trionfo di Zhao va oltre: questo riconoscimento alla regista asiatica da parte della mecca del cinema arriva in un momento particolarmente fragile per la comunità cinese negli Stati Uniti e in tutto il mondo. La sua vittoria pionieristica agli Academy Awards di quest’anno avrebbe potuto essere un momento di orgoglio per la Cina, una nazione che negli ultimi mesi è stata oggetto di continue critiche e di incitamento all’odio da parte dell’ex-presidente statunitense Donald Trump, retorica – legata alla ricerca di un nemico responsabile per la crisi pandemica e quindi presente anche in altri paesi – che, come abbiamo già riferito, ha avuto un notevole impatto in termini di aumento dei pregiudizi, della xenofobia e del razzismo contro il popolo cinese e, per estensione, contro altri popoli dell’Asia, sia dentro che fuori i nostri confini, e con particolare virulenza negli Stati Uniti.

Tuttavia, poche ore dopo l’annuncio della sua vittoria, la notizia non è stata riportata sul sito web dell’agenzia di stampa statale Xinhua o sull’emittente statale CCTV, e i post sui social media che celebravano il risultato sono stati censurati, come riferisce la CNN. Il silenzio ufficiale delle autorità cinesi contrasta con quello di marzo, quando Zhao ha vinto il premio come miglior regista ai Golden Globe, e i media statali della Repubblica Popolare si sono precipitati a congratularsi con lei, definendola appunto “l’orgoglio della Cina”.

A ogni modo, alla sua vittoria si aggiunge anche quella dell’interprete sudcoreana Youn Yuh-Jung, che ieri sera a 73 anni è stata insignita dell’Oscar 2021 alla migliore attrice non protagonista per la sua interpretazione nel film Minari, battendo star della statura di Glenn Close (per Elegia Americana), Olivia Colman (The Father – Nulla è come sembra) e Amanda Seyfried (Mank), e soddisfacendo i pronostici che la davano come favorita nella categoria, dopo aver vinto il BAFTFA e lo Screen Actors Guild Award (SAG Awards), come informa The Guardian.

In definitiva, quindi, nonostante si sia dimostrata lontana da livello di performance cui ci ha abituati l’Academy, questa edizione della cerimonia è stata memorabile per la rappresentanza delle donne, per il riconoscimento della diversità etnica nel cinema – un altro dei grandi vincitori della serata infatti è stato Daniel Kaluuya, insignito del premio come miglior attore non protagonista per il ruolo del Black Panther Fred Hampton in Judas and the Black Messiah, che ha fatto di lui il primo attore nero britannico a vincere un Oscare per i film indipendenti in particolare, che finalmente hanno trovato il loro spazio e ottenuto il riconoscimento dall’industria cinematografica americana. Speriamo che questo sia un preludio di ciò che deve ancora venire, e non semplicemente qualcosa di temporaneo, scaturito dalla mancanza di anteprime in questo ultimo anno da parte dei grandi produttori.

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MIRA Hotels & Resorts il rilancio con il resto “bioattivo” Borgo di Luce

Mira Borgo di Luce I Monasteri in Sicilia: la vacanza “bioattiva” nella campagna siracusana, tra lusso, benessere e golf. Il gruppo MIRA Hotels & Resorts punta al rilancio del turismo nei luoghi più suggestivi d’Italia e al sostegno di una filosofia pro-donna.
 
Mira Borgo di Luce I Monasteri è il 5 stelle del gruppo Mira Hotels & Resorts situato alle porte di Siracusa. Nato da un ex convento benedettino, il resort conserva architettonicamente il fascino originario dell’antico edificio, inserendosi armoniosamente nel paesaggio naturale circostante. La struttura rispecchia tutte le principali caratteristiche del resort bioattivo MIRA, proponendo un’esperienza sensoriale e di benessere a 360 gradi.  Dotato di 102 camere e suite, un’ampia SPA e un campo da golf 18 buche 17 par, Mira Borgo di Luce I Monasteri offre tutto ciò che si può desiderare da una vacanza di lusso rilassato made in Italy. Il Golf Club del resort promuove il progetto “MIRA in rosa”, offrendo iniziative esclusivamente dedicate alle donne, ed ha da poco assunto nel suo team una Maestra d’eccezione, Anna Nistri.
 
A Mira Borgo di Luce I Monasteri, resort “bioattivo” del gruppo MIRA Hotels & Resorts  alle porte di Siracusa, la vacanza è sinonimo di relax e rigenerazione profonda a contatto con le bellezze naturali e le unicità del luogo. Il cinque stelle nato da un ex convento benedettino, è il “portavoce siciliano” dell’eccellenza alberghiera a marchio MIRA (brand fondato dai manager Daniela Righi – CEO, e Alessandro Vadagnini – Presidente) a sostengo del turismo nelle destinazioni più intime della Penisola. Tra il verde di agrumeti, palme e ulivi, Mira Borgo di Luce I Monasteri offre un rifugio incantato, a pochi minuti da Ortigia e a poco più di mezz’ora da Modica e Noto, con ampi spazi per praticare attività all’aperto o per concedersi preziosi momenti di relax.
 
Mira Borgo di Luce I Monasteri rispecchia tutte le caratteristiche del “resort bioattivo”, un concept coniato da MIRA per indicare strutture e servizi in grado di riattivare un benessere profondo e a 360 gradi. Dal punto di vista architettonico la struttura rappresenta la tipologia costruttiva dell’area, conservando tutto il fascino originario dell’antico monastero benedettino e inserendosi armoniosamente nell’ambiente naturale circostante. È proprio la Natura e l’atmosfera ricca di storia dell’entroterra siracusano ad occupare un ruolo centrale a Mira Borgo di Luce I Monasteri: le 102 camere e suite, dislocate in ville e casette, si trovano infatti tutte al piano terra, con affaccio sul parco secolare, sul campo da golf e sui suggestivi cortili della struttura, invitando l’ospite a godersi il paesaggio e a respirarne a pieno l’autenticità. Mira Borgo di Luce I Monasteri propone inoltre il borgo del silenzio, un’area dedicata al riposo assoluto dove rimanere sconnessi dallo smartphone e non solo.

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Alber Elbaz – un ricordo

di 
versione italiana di Gianluca Bolelli
 

Elbaz, deceduto sabato, ha creato collezioni per una mezza dozzina di case di moda, inclusa la sua, anche se è stato il periodo di 14 anni da Lanvin quello in cui ha lasciato maggiormente il segno, scrivendo un capitolo della storia della moda che gli è valso un posto nel Pantheon dei più grandi designer di tutti i tempi.
 
Il suo cerebrale senso del fascino e dell’incanto, la sua profonda sensualità e il lusso opulento delle sue creazioni per la maison Lanvin hanno fatto inserire per un decennio e mezzo i suoi show fra i cinque o sei più importanti e attesi défilé del calendario internazionale. Dotato di un caloroso senso dell’ironia, di uno spirito poetico e di una naturale bonarietà, era anche una delle figure più popolari dell’intera industria della moda. E in un settore che può arrivare ad essere spietatamente competitivo, irriconoscente o persino maldicente, Alber è sempre riuscito ad essere rispettoso di tutti.

Elbaz, deceduto all’età di 59 anni, era ancora nella fase ascendente nella sua carriera, avendo appena lanciato l’etichetta AZ Factory, che prende il nome dalla prima e dall’ultima iniziale dei suoi nomi, finanziata dal colosso del lusso Richemont. Un progetto ambizioso, che sembrava destinato a scrivere un altro appassionante episodio nel mondo dello stile.
 
Il designer è morto all’ospedale Pitié-Salpêtrière di Parigi circa tre settimane dopo aver contratto il Covid-19, anche se era stato vaccinato due volte. Sembrava che avesse superato il momento peggiore e stesse recuperando le forze, ma sabato ha avuto un infarto. Il suo funerale dovrebbe essere celebrato in Israele mercoledì, dove sarà sepolto accanto ai suoi genitori.
 
Si ritiene che Richemont stia progettando un memoriale in suo onore, anche se, dato il distanziamento sociale richiesto dalle misure anti-Covid-19, l’evento potrebbe non essere organizzato per diversi mesi.
 
Nato a Casablanca nel 1961, Elbaz si è trasferito da bambino in Israele con il padre parrucchiere e la madre pittrice. Risiedevano a Holon, la città-dormitorio della classe operaia a sud di Tel Aviv. Illustratore di innato talento, Elbaz ha iniziato a disegnare abiti all’età di sette anni, andando poi a studiare alla grande scuola di moda e design di Israele, lo Shenkar College.
 
Poco dopo la laurea, Elbaz partì per New York, dove finì per essere assunto da Geoffrey Beene, uno dei più grandi designer americani, famoso per l’utilizzo di tessuti modesti, come panno e tela jeans, per creare abiti da sera alla moda. Ad Alber piaceva ricordare che era arrivato a New York con 800 dollari, datigli da sua madre Allegria, e due valigie, una piccola con le sue cose e l’altra grande con i suoi sogni.

Alber ha lavorato per sette anni con il solitario Beene nel suo studio e showroom della 57th Street a Manhattan, mantenendo un profilo basso, visto che Beene era impegnato in una guerra prolungata con il redattore capo di Women’s Wear Daily, John Fairchild. Una polemica che portò quello che allora era il quotidiano di moda dei record a bandire totalmente Beene dal giornale. Un giorno, dopo una presentazione in cui Beene ricevette una pioggia di complimenti per un vestito che Elbaz aveva disegnato dal primo all’ultimo elemento, lo stilista israeliano si rese conto che era ora di voltare pagina e trasferirsi.
 
Fortunatamente, nel 1996 Elbaz è stato strappato all’oscurità dell’anonimato quando è stato nominato direttore creativo di Guy Laroche dal suo visionario CEO Ralph Toledano.
 
“Mi aveva mandato il suo curriculum su carta rossa, con sopra il suo nome “Alber Elbaz” scritto come un logo. Comprendeva chiaramente la sua identità ed era molto consapevole e intuitivo. Così l’ho incontrato al Carlyle di New York, e questo tipo basso e grassoccio si presenta con giacca, scarpe e occhiali rossi, e senza calzini… in inverno! E io pensai: è lui. Al suo book mi bastò dare appena una scorsa”, ha ricordato Toledano, oggi presidente della Fédération de la Haute Couture et de la Mode e presidente del marchio Victoria Beckham.
 
Così Elbaz lasciò Beene dopo 10 giorni e arrivò su un volo di linea con in mano i bozzetti per la sua collezione di debutto a Parigi, dove venne creato un nuovo studio per Guy Laroche, maison all’epoca quasi dimenticata, acquistando i mobili al negozio BHV di rue de Rivoli.
 
Il suo impatto fu immediato. Lo stilista ottenne recensioni entusiastiche per la sua combinazione di chic francese, brio newyorkese e glamour hollywoodiano.
 
Durante il suo debutto, a una modella che sta sfilando in passerella si spezza il tacco, ma la top riesce miracolosamente a uscire di scena con eleganza. E, per la gioia di un mortificato Elbaz, il pubblico inizia ad applaudire con entusiasmo. L’applauso fragoroso per il suo debutto, messo in scena all’interno del Carrousel du Louvre, lo porta a fare un lungo giro della passerella, dando inizio a una gloriosa tradizione della sua carriera professionale. Sembrava più un intellettuale di New York nel suo completo sartoriale; capelli ribelli e occhiali cerchiati di metallo, Elbaz amava palesemente questi suoi momenti finali in passerella in cui veniva adorato.

Per il suo secondo show, all’Opera della Bastiglia, a cui partecipava sua madre, WWD lo mise in copertina.
 
Alla domanda su cosa pensasse della sfilata, Allegria ha risposto: “Non l’ho vista, stavo pregando”.
 
Tre anni dopo, è stato assunto da Pierre Bergé per essere il primo stilista di prêt-à-porter della collezione Yves Saint Laurent Rive Gauche, dopo il semi-pensionamento di Yves. Un sogno d’infanzia per qualsiasi designer, ma un’esperienza estremamente difficile per Elbaz, visto che lo staff di YSL ha praticamente incrociato le braccia al suo arrivo.
 
Durante il suo mandato, Yves non è mai andato a nessuna delle sfilate della linea Rive Gauche concepita da Alber e ha continuato a disegnare l’alta moda. Elbaz riuscì a creare tre mirabili collezioni Rive Gauche senza però raggiungere mai le sue maggiori vette creative, prima di essere licenziato nel 1999 quando Gucci acquisì YSL e assunse Tom Ford come designer.
 
Nel successivo periodo sabbatico di 18 mesi, Elbaz è persino riuscito a disegnare una sola, brillante collezione per Krizia, il cui valore venne testimoniato da una manciata di giornalisti e buyer, prima di lasciare l’etichetta dopo appena tre mesi. Molti hanno scherzato dicendo che quella era stata la sua migliore collezione per YSL.
 
Prima di riemergere da Lanvin e riprendere il suo percorso verso la gloria realizzando oltre una ventina di collezioni iper-influenti. Le sue prime linee per Lanvin furono lodate universalmente. L’8 ottobre 2006 Fashion Wire Daily scriveva: “Finalmente, l’ultimo giorno del tour di quattro settimane delle capitali mondiali della moda, una stagione impantanata in idee retrò, Lanvin ha offerto qualcosa di nuovo ed emozionante”.

Quello è stato uno di quegli show in cui tutto è andato a posto come doveva, in cui il mood, la musica, lo stile e il trucco si sono mescolati in modo nuovo… Ma ciò che contava di più erano i vestiti, dove un tocco di futurismo, una dose di nitore chic e alcuni abiti strepitosamente ben tagliati hanno portato alla creazione della collezione più importante della stagione. La linea per la Primavera-Estate 2007 ha segnato anche una svolta significativa nel design per il direttore creativo di Lanvin, che ha portato la sua moda su un terreno molto più sexy. Prima, Elbaz si attaccava agli stili, esibendo un’eleganza parigina modernista. Quel giorno abbiamo assistito a un maestro che creava vestiti più estremi e provocatori: bellezze autoritarie e vestite di scuro in tessuti high-tech che arrivano a dominare qualsiasi spazio o stanza in cui entrano.
 
C’era un filo di futurismo”, disse Elbaz a FWD, pochi minuti dopo aver ricevuto una standing ovation e il più grande applauso collettivo della stagione. “Ma non è come negli anni ’60 o ’80 quando si trattava di power dressing. Le donne hanno più potere oggi. Questa collezione parlava del potere delle loro menti”.
 
Elbaz avrebbe continuato a mettere in scena alcuni show straordinariamente teatrali spaziando per Parigi, partendo dall’Opera Comique, dove Bizet ha proposto per la prima volta la “Carmen”, prima di accontentarsi della Halle Freyssinet, una gigantesca stazione ferroviaria in disuso dove il suo bellissimo cast sembrava apparire dall’infinito, in un magico gioco di prospettiva. Lavorando con il produttore di spettacoli Etienne Rousseau, Elbaz ha anche sviluppato un portale a sbalzo unico, che dava ai suoi défilé un’illuminazione cinematografica immediatamente riconoscibile. Inoltre, le sue collezioni erano sempre messe in scena in modo estremamente elegante, a partire dalle targhette scritte a mano – con solo i nomi degli ospiti indicati sulle sedute in stile Luigi XVI.
 
Decine di star del cinema hanno assistito alle sue sfilate, mentre Elbaz ha continuato a vestire letteralmente centinaia di attrici a livello internazionale. Da Natalie Portman, Meryl Streep, Kim Kardashian e Kate Moss a Nicole Kidman, Chloé Sevigny e Sofia Coppola.
 
Collaborando con il designer dell’abbigliamento maschile di Lanvin Lucas Ossendrijver, Elbaz ha anche reso il marchio influente nell’abbigliamento maschile – utilizzando tessuti improbabili per gli uomini, come il raso duchessa; realizzando camicie button down con le perle; e abbinando smoking con pantaloni da jogging. Lo stile personale di Elbaz (dalle sue cravatte gros-grain agli occhiali neri squadrati alla sua preferenza per non indossare mai i calzini) ha anche creato una nuova idea di stile maschile.

Ma Elbaz sarà ricordato soprattutto per la sua inimitabile arte nel drappeggio e la capacità di creare tubini e vestiti scultorei dal taglio indulgente per la figura, nonché sublimi abiti da cocktail. Ma oltre a questo va ricordata la sua tavolozza di colori spesso straordinaria: rosa chiaro leggermente tenue, beige violaceo e carbone lucido, tonalità che si associano più al trucco che ai vestiti.
 
I suoi show sono diventati assolutamente imperdibili, come la straordinaria collezione Autunno-Inverno 2008, realizzata principalmente in gros-grain nero, con nastri in stile armadillo su camicette da suora sexy, gonne tagliate asimmetricamente e alcuni abiti da sera deliziosamente ben disegnati.
 
In seguito, un Elbaz per una volta cupo è uscito a salutare il pubblico in mezzo ad intensi applausi, poche settimane dopo la morte di sua madre Allegria, dalla quale volò decine di volte quell’inverno per andarla a trovare in Israele, disegnando anche a tarda notte in ospedale. Un commovente promemoria che la classe è il trionfo dello stile sulle avversità.
 
Sebbene non abbia mai prodotto una collezione d’alta moda, ogni anno a gennaio durante la stagione parigina della Haute Couture, Elbaz presentava la pre-collezione Lanvin prendendo un caffè al mattino con una manciata di giornalisti e critici all’interno di un salone dorato dell’Hôtel de Crillon. Era il ritrovo di moda definitivo e per eccellenza degli addetti ai lavori, un tutorial di stile in cui parlava al suo pubblico attraverso ogni look, durante il quale ci si chiedeva se in una vita precedente non fosse stato un cabarettista. Come quando ricordò l’ultima volta in cui si era rivolto a un pubblico newyorkese spiegando che Lanvin aveva sviluppato sette collezioni “satellite”. “Ma tutti pensavano che avessi detto cellulite”, ridacchiò.
 
Molto prima dell’esplosione di Black Lives Matter e degli altri movimenti odierni per l’inclusione, una mattina in hotel ha presentato un’altra collezione utilizzando un cast interamente nero. Situato proprio dietro l’angolo del quartier generale di Lanvin, il Crillon è diventato la mensa di Alber, dove chi vi scrive ha avuto il piacere di pranzare con lui in varie occasioni. Non faceva per lui l’umorismo acido di tanti altri ambiziosi designer, invece Elbaz mostrava sempre gioia di vivere e un enorme rispetto per i suoi colleghi, mentre cercava e chiedeva sempre nuove idee.
 
Durante una conferenza tre anni fa al The Israeli Museum, ha detto al pubblico presente: “I vestiti sono sempre nuovi, ma il metodo non lo è. Non esiste industria al mondo che funzioni a una tale velocità, fashionisti che corrono una maratona, e stanno sempre a correre e correre, me compreso, …e senza perdere una sola caloria. Un cantante può produrre otto successi all’anno e nessun grande scrittore può scrivere “Guerra e Pace” in 12 diverse varianti in un anno. Ma nella moda, sia a livello locale qui in Israele che in tutto il mondo, ai designer viene richiesto di essere più grandi, più economici e più veloci. Siamo nevrotici, siamo sorpresi di [riuscire ad] essere sempre così veloci”.
 
Sempre orgoglioso della sua cittadinanza israeliana, Elbaz ha finito per essere il Mosè della moda del suo popolo, un campione che li ha aiutati a condurli nella terra promessa.


Mentre era da Lanvin, ha anche prodotto una collezione per H&M, democratizzando la sua moda altrimenti costosa; e ha ricevuto numerosi premi, dall’International Designer of the Year del CFDA alla Legion d’Onore. Successi che ha condiviso con il suo partner di lunga data e il più fedele dei compagni, Alex Koo.
 
Tuttavia, dopo numerosi show trionfali, hanno cominciato a diffondersi voci sul fatto che Elbaz fosse ai ferri corti con la proprietaria della maggioranza di Lanvin, l’imprenditrice taiwanese Shaw-Lan Wang. Ciò nonostante, quando Elbaz è stato licenziato nell’ottobre 2015 la notizia ha generato un grande shock. La sua rimozione è ancora considerata uno degli autogol più stupidi nella storia delle gestioni dei marchi di lusso, poiché secondo l’opinione della maggior parte degli esperti essa ha dimezzato dall’oggi al domani la valutazione di Lanvin.
 
Dopo Lanvin, lo stilista svilupperà un profumo con Frédéric Malle e una collezione di scarpe e borse con Tod’s, prima di trovare un finanziatore ideale in Richemont per lanciare la sua casa di moda. Alber Elbaz ha fatto debuttare il suo concept AZ Factory nel gennaio di quest’anno, catturando (a un prezzo accessibile) il suo vero DNA: raffinatezza da ora dell’aperitivo, drappeggi superlativi e la capacità di esaltare la bellezza femminile con una finitura esotica e artistica.
 
Oltre ad ampliare il suo pubblico di riferimento, Elbaz ha anche infranto alcune regole con il suo lancio, mettendo in scena quello che ha definito “show fashion”, ovvero un finto programma televisivo di varietà.
 
Per un po’ di sprint, un abito dallo scollo profondo tagliato con spalle a sbuffo e maniche a zampa di montone; o un perfetto vestito da sera dotato di un enorme fiocco posteriore. Undici capi in totale, lanciati a poche settimane di distanza uno dall’altro, creazioni nuove proposte in diverse tavolozze di colori.
 
Ma questa non è una capsule collection, perché mi ricorda gli antibiotici!” ha scherzato, nella mia ultima conversazione con lui, vis-à-vis su Zoom.
E tutti abiti realizzati in taglie dalla extra-extra-small alla extra-extra-extra-extra large.
 
Conosco troppe donne che vanno al reparto bambini per comprare vestiti! Questo è un progetto orientato alle soluzioni”, ha sottolineato Elbaz.
 
Lo stilista ha chiamato i suoi abiti da sera “Diamonds and Pearls”, con tubini neri dagli ampi décolleté decorati con collane di cristallo logate e orecchini pendenti; o con diverse collane di perle oversize. La sua altra decisione chiave è stata quella di far calzare al suo cast delle nuove sneaker a punta allungata a forma di ballerine. Un modello che ha chiamato “Sneaky Pumps”.
 
È lo stesso cuoco, ma con ingredienti diversi in cucina”, ha detto.
 
Il suo grande amico Toledano ha dichiarato: “Almeno Alber era stato molto felice in questo periodo dopo diversi anni molto difficili. Amava la gente e l’umanità era sempre al centro di ogni cosa per lui. La moda ha sempre riguardato uomini e donne. E Alber li amava e amava essere amato. Ed era amato da così tante persone”.
 
Alla fine è ironico, ma di un’ironia estremamente amara, pensare che proprio Alber sia stata l’ultima vittima di questa maledetta pandemia, lui che aveva scelto personalmente di isolarsi in un precauzionale lockdown, che ha osservato rigorosamente il distanziamento sociale e che teneva flaconi di gel disinfettante ovunque. 
 
Resta il fatto che nella propria carriera pochi designer hanno creato così tanta bellezza e sono riusciti a farlo con tanto umorismo, tenerezza e brio.
 
Non est ad astra mollis e terris via – Non esiste una via facile dalla terra alle stelle.

alber elbaz

Gucci Beloved Talk show – il talk in versione retro

di Marco Caruccio via pambianconews.com

Prima le Instagram Stories, poi il boom dei podcast e infine il fenomeno Clubhouse. Gli ultimi mesi hanno visto fiumi di parole condivise sui social network. La moda spinge l’acceleratore sulla comunicazione verbale che sembra strizzare l’occhio al mondo della radio e delle trasmissioni televisive in cui gli ospiti si raccontavano senza filtri. Gucci non sta a guardare e lancia un nuovo progetto per celebrare le linee di accessori Gucci Beloved. Il direttore creativo Alessandro Micheleha tratto ispirazione dai famosi late-night show hollywoodiani per dare vita a sei episodi del The Beloved Show. L’attore e conduttore James Corden, realmente impegnato col proprio programma in onda sulla Cbs, intervista il musicista Harry Style, la campionessa sportiva Serena Williams, le attrici Diane Keaton, Sienna Miller, Awkwafina e Dakota Johnson. Durante le brevi clip le star ospiti del talk show parlano delle loro recenti attività sfoggiando i modelli Dionysus, Jackie 1961, Gucci Horsebit 1955 e GG Marmont.

gucci beloved talk show

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Upcycling: un modo per risparmiare energia?

UNA DISSERTAZIONE SU L’ UPCYCLING 

Upcycling è un termine che compare sempre più spesso nelle notizie. Ma sai davvero di cosa si tratta? Oltre a ridurre gli sprechi, l’upcycling potrebbe portare a grandi risparmi energetici, se la tendenza fosse a livello industriale.

upcycling, risparmi energetici, Reiner Plitz

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Vivienne Westwood – 80 anni da vera punk

Auguri a dame Vivienne Westwood che a 80 anni, compiti l’8 aprile scorso, resta una vera donna punk.

Ambientalista, progressista e controcorrente. È così che la stilista dai lunghi capelli bianchi e trucco teatrale ha cambiato il corso della moda diventando una vera istituzione per la moda britannica e mondiale.

Da sempre la Westwood è ambientalista predicando, nel vero e proprio seno della parola, con un trasporto quasi adolescenziale, in favore di una riduzione dei consumi, dell’attenzione all’ambiente, e adesso anche contro il mercato delle armi. La moda sembra interessarla sempre meno – ha lasciato al marito, Andreas Kronthaler, le redini della linea principale, tenendo per sé quella che porta il suo nome, fatta di riedizioni aggiornate di un catalogo di idee più vivo che mai.

Il suo percorso è passato dal punk estremo al new romantic. Inizialmente compagna del geniale Malcolm Mclaren, impresario musicale dalle ascendenze situazioniste, ha inventato il look fatto di cinghie e spille da balia del punk britannico; poi, all’inizio degli anni 80, i due hanno creato il new romantic, che avrebbe ispirato Blitz Kids e Duran Duran, e che ha trovato nell’iconografia corsara della collezione Pirates (1982) la sua summa. Quando si è messa in proprio e ha canalizzato la verve trasgressiva attraverso una rilettura potente del costume storico – dal settecento alla belle epoque, con elementi rinascimentali – ha stravolto una iconografia in apparenza conservatrice per farne veicolo di progresso e rottura. 

Sul fondo sempre lo sberleffo, l’irriverenza ed il gusto del gioco. Nel 1989 Tatler la mise in copertina, travestita da Margaret Thatcher, con lo strillo «this woman was once a punk» (questa donna è stata una punk).

Vivienne Westwood è uno dei pochi personaggi dei quali si può davvero dire che hanno cambiato il corso della moda: non comunicando, ma facendo.

 

vivienne westwood

Friends la “reunion” tanto attesa

 

Ci eravamo già emozionati a febbraio 2020 quando, in occasione del 25° anniversario della serie, la Warner Bros. aveva annunciato che i protagonisti di Friends si sarebbero riuniti di nuovo. Ma lo show revival è costato lacrime e sudore. Questo gruppo di amici stabilitosi a New York – che sono poi diventati una famiglia per scelta e ci hanno lasciato in eredità alcuni dei momenti più comici e accattivanti della storia della televisione – è ancora con noi e, nonostante gli anni, le sue avventure non passano di moda né sembrano smettere di saperci confortare.

Finalmente però, come ha informato la BBC giusto qualche ora fa, dopo il ritardo nelle riprese – che erano previste per agosto dello scorso anno – il reunion show è stato girato la settimana scorsa,presso gli studi Warner di Burbank (Los Angeles), e andrà presto in onda su HBO Max, esattamente 17 anni dopo la messa in onda dell’ultimo episodio della serie, da sempre fra le più amate dal pubblico. La data specifica è ancora da stabilire.

Anche TMZ ha riferito la notizia, riportando che l’atteso episodio speciale è stato registrato con un pubblico per la maggior parte composto da “comparse del sindacato attori”, rispettando tutti i protocolli di sicurezza Covid, dato che che la pandemia avrebbe impedito la presenza dei soliti fan sul set. Nondimeno, non sono mancate piccole anticipazioni sul programma, che in questi giorni sono circolate sui social, pubblicate sia da parte dei presenti alle riprese che dagli stessi attori.

Come aveva commentato mesi fa Kevin Reilly, responsabile dei contenuti di HBO Max, in un’intervista per l’Hollywood Reporter, il ritorno televisivo di questa famiglia elettiva consentirà alle piattaforme di recuperare ai vecchi fan della serie e di guadagnarne di nuovi. E in effetti, nonostante gli anni, le repliche di tutte le stagioni precedenti continuano a funzionare a meraviglia nei cataloghi di piattaforme come Netflix, Amazon Prime Video o HBO.

Ovviamente però, dopo quasi due decenni di attesa per il ritorno di Jennifer Aniston, Courteney Cox, Lisa Kudrow, Matt Leblanc, Matthew Perry e David Schwimmer, non possiamo che augurarci con entusiasmo che la riunione del nostro cast preferito non deluda.

friends, friendsreunion

Anne Hathaway racconta il suo isolamento nel docufilm Locked Down

articolo di Alessandra De Tommasi via vanityfair.it
 

Il premio Oscar Anne Hathaway torna in scena con un progetto a metà tra la commedia e l’heist movie. Si chiama Locked Down ed è un progetto nato e girato interamente in tempo di pandemia. In arrivo dal 16 aprile in anteprima digitale, vanta nel cast Chiwetel Ejiofor e Ben Stiller.

Anne Hathaway, Locked Down

C’era una volta Fifth Avenue: ora è una guerra di affitti stellari

Non molto tempo fa, i principali marchi di moda erano disposti a pagare affitti vertiginosi solo per avere un negozio sulla Fifth Avenue di Manhattan. Ora la famosa via dello shopping si è trasformata in un campo di battaglia tra proprietari di spazi e inquilini in cerca di una via d’uscita da contratti di locazione che non riescono più a sostenere. La conferma arriva da Bloomberg che ricorda come il cuore della Grande Mela stia scontando, come altre destinazioni di shopping internazionali, l’impatto negativo della pandemia Covid-19 e la quasi totale assenza di turisti, mentre a moltiplicarsi sono i cartelli “For rent” su vetrine e ingressi.

I pochi commercianti che cercano di firmare nuovi contratti di locazione chiedono sconti elevati. Alcune insegne che sono state lì da sempre, come gli store dell’Nba o di Marc Fisher, sono coinvolti in battaglie legali con i loro landlords per l’affitto non pagato”, si legge su Bloomberg. Dallo scorso marzo, i retailer in difficoltà negli Stati Uniti hanno bloccato il pagamento di affitti per miliardi di dollari, appellandosi al crollo delle vendite. Mentre molte aziende hanno riaperto i loro store o hanno raggiunto compromessi con i proprietari degli spazi, alcuni deal sono oggi incrinati e rallentano il cammino di ripresa della Fifth Avenue, erodendone l’appeal in vista di un ritorno dei big spender da tutto il mondo.

A giugno 2020, la maison italiana Valentino aveva fatto notizia per la scelta di chiudere il negozio di punta a Manhattan, proprio sulla Quinta strada, avviando una battaglia legale con Savitt Partners, il proprietario dell’immobile dello store. Nello specifico, come spiegato da Reuters , il brand si era detto pronto ad annullare il contratto di locazione poiché il negozio, a causa degli effetti della pandemia di Covid-19, non poteva operare “in linea con la reputazione di alta qualità, lusso e prestigio” del quartiere, come previsto dal contratto d’affitto.

Nel 2020, in altre aree di New York, anche Victoria’s Secret era andata in tribunale per chiedere l’annullamento del proprio contratto di locazione per lo store di Herald Square, mentre Gap ed H&Msono stati entrambi denunciati per non aver pagato l’affitto dei loro negozi.

Meno complessa la situazione della Upper Fifth Avenue, che si estende fino alla 60esima strada, dove gli affitti sono scesi del 3,7 per cento.

Sulla Fifth Avenue – conclude Bloomberg – potrebbero apparire altre vetrine vuote, con almeno tre contratti di locazione che scadranno presto. L’accordo di Giorgio Armani per la sua boutique (e ristorante) vicino alla 56esima strada scade tra due anni e non è chiaro se il marchio di moda italiano lo rinnoverà, secondo persone a conoscenza della trattativa. Dall’altra parte dell’incrocio, la proroga a breve termine di Abercrombie & Fitch terminerà all’inizio del prossimo anno e i dirigenti affermano di non aver ancora deciso il futuro. Tiffany prevede infine di lasciare il suo temporary store di 6.900 metri quadrati entro la metà del 2022″. Contattati da Bloomberg, rappresentanti di Tiffany, Abercrombie e Armani hanno preferito non commentare.

 

 

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MSN quando c’era la messaggistica istantanea di Windows Live Messenger

Ognuno di noi ha un fenomeno con cui descrive l’inizio, la durata o la fine della sua adolescenza. E sono quasi sicura che, per quelli nati negli anni ’90, quel fenomeno sia segnato dal passaggio da una tecnologia oldschool a una quasi all’avanguardia. Per me, l’adolescenza è iniziata all’alba della seconda media, quando un nuovo mondo è entrato nella mia camera da letto nel modo più ingombrante possibile: un computer fisso a schermo “piatto” (piatto= 15 cm quindi praticamente un comodino).

All’inizio giocavo a Campo minato, Freecell (avanguardia pura) oppure disegnavo simil Kandinsky su Paint. Poi, un giorno, qualcuno mi ha detto che non dovevo più spendere soldi al telefono per mandare messaggi, non dovevo più fare squilli per provarci con i ragazzi, non dovevo più cambiare da Tim a Vodafone in base alle migliori offerte telefoniche estive, di quelle “500 messaggi, 500 minuti, 10 mms” (che poi, gli mms, chi li ha mai mandati?). Non dovevo più perché era arrivato Windows Live Messenger, comunemente chiamato MSN,  uno dei primi servizi gratuiti di messaggistica istantanea.

Ignara di tutte le gioie che avrei ricevuto di lì a poco grazie a questo nuovo macrocosmo ho deciso di scaricarlo, soprattutto perché tutti continuavano a chiedermi “ma tu ce l‘hai msn?”. La procedura prevedeva un indirizzo di posta elettronica e una password. Ricordo che la scelta non era stata semplice, a partire dal fatto che molti dei miei primi tentativi  erano già stati scelti da qualcun altro: “ilag…@katamail.com”: niente, già utilizzato;  “IlariAA…”: anche questo già scelto.  Continuavo a chiedermi quante Ilaria con il mio cognome esistessero. Finché non ho scoperto che esistevano una serie di trattini (basso, alto, piccolo, lungo) che potevo utilizzare per distinguermi dalle mie omonime. Chissà quante persone non ho mai avuto tra i contatti solo per un trattino sbagliato.

Alla fine ce l’ho fatta: ilarietta_1992@katamail.com. Quando davo il mio contatto mi vergognavo sempre, ma a posteriori posso dirmi soddisfatta della mia sobrietà rispetto a robe del tipo “p4t4t4_69_@libero.it”.  La password invece era per me fonte di sfogo costante. Spesso iniziava con “vaffanculo” e finiva con il nome di qualcuno a cui dovevo gran parte del mio rancore. Terminata la registrazione ho dato il benvenuto a quello che sarebbe stato successivamente il mio angolo segreto a cui avrei dedicato l’attenzione di ogni sera. Se prima non mi andava di studiare, con MSN ho proprio seppellito la mia già scarsa dedizione allo studio.  Tornavo dagli allenamenti alle otto di sera e con tazze di latte e nutella, prima di cena, iniziavo a massaggiare. Poi cenavo, e subito di nuovo incollata a quella sedia.

Talvolta quando sentivo il computer squillare mi alzavo da tavola facendo finta di dover andare al bagno, ma in realtà sgattaiolavo in camera a vedere chi mi aveva scritto. La cosa geniale di MSN era che in situazioni di “non risposta” invece delle odierne spuntature blu, che per me sono il male del mondo, esistevano i trilli.  Non mi rispondi? allora ti mando un trillo. Ma non solo: il trillo di MSN era anche un motivo di flirt, come i vecchi squilli a ripetizioni fatti con il 3310. Solo che il trillo creava un contatto diretto per cui tu, dopo averlo ricevuto, ti ritrovavi la schermata davanti e la possibilità di poter scrivere a chi te lo aveva mandato. Il trillo era un brivido o anche il momento esattamente precedente al brivido. Un’eccitazione tecnologica, un bacetto sul collo virtuale. Se qualcuno ti mandava un trillo era già storia d’amore. Perché di fatto rappresentava una dichiarazione di interesse, e da lì nascevano tante di quelle pippe mentali che potevi immaginare qualsiasi cosa. Rispondere ad un trillo in maniera compulsiva poi era come fare l’amore. Che poi il giorno dopo a scuola quella persona non la salutavi nemmeno.

Arriviamo alla vera novità che MSN aveva portato oltre alle emoticon: gli status. Ti dava la possibilità di identificarti e descriverti con una sola frase, con dei simboli, con un colore. I più eccentrici scambiavano numeri per lettere,  le parole avevano ognuna un colore diverso e i contenuti erano spesso inni all’amore o all’amicizia. Io non appartenevo a quella categoria, ero di quei tipi alternativi forse ancora più insopportabili che mettevano frasi degli Oasis del tipo “You Have To Give It All In All Your Life”, senza cuori però, mai!

Senza alcun dubbio la vera avanguardia di MSN era il blog. Qualcosa di molto simile alle  schermate di Instagram e Facebook, dove poter pubblicare pensieri, invettive, foto, questionari autoreferenziali (domande generiche a cui si aggiungevano cose del tipo “ti sei mai ubriacato?” – “non ancora”). Tante volte avrei voluto ritrovare il mio blog di MSN per vedere quanto imbarazzante fosse la mia identità virtuale. Ho provato a recuperare le credenziali e riaccendere al sistema, ma invano, anche perché la mia ultima password imprecante non ricordavo e non ricordo più a chi fosse indirizzata. Su yahooanwers ci sono effettivamente molte persone che, come me, si sono posti lo stesso problema. “Come faccio a recuperare il mio vecchio blog MSN” è una domanda frequente, ma nessuno di questi tempi c’è mai riuscito. Forse è meglio per tutti, forse è romantico ricordare quei tempi con nostalgica vergogna.

MNS lega alla mia memoria una potente spensieratezza di cui ormai non ricordo più la forma. Ricordo solo l’angolo della mia stanza pitturato di viola, una sedia scomoda, un computer ingombrante, un sonno incontenibile che poteva essere sostenuto soltanto dall’uso ossessivo che facevo di MSN. Le ore piccole, le sveglie insopportabili, le lunghe giornate che finivano sempre lì davanti a quelle colorate chat, con gli occhi rossi e i capelli ancora sporchi perché “la doccia la faccio domattina, magari quello che mi piace mi scrive proprio ora“.

 

msn

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