Postalmarket: riapre entro l’anno

 

Si può considerare il papà di Amazon, la vendita per corrispondenza d’eccellenza che si faceva sfogliando un pesantissimo catalogo pieno di pagine a colori. Un’avventura solidificatasi nel mito del benessere e di un consumismo non ancora sfrenato, che chiuse i battenti a causa di una serie di controversie legali ed amministrative. Postalmarket tornerà entro Natale in versione digitale e, per gli abbonati, anche in cartaceo ma con dimensione ridotte e meno ingombrati.

A riportare in vita questo mito degli ’70 ed ’80  è Stefano Bortolussi, imprenditore friulano, che si era interessato all’impresa nel 2004 occupandosi dell’aspetto del marketing. Già allora però l’azienda era in fase di declino, ben diversa dal colosso che Anna Bonomi Bolchini aveva costruito a partire dal 1959 ispirata dal modello statunitense di vendita per catalogo. Infatti, nemmeno quella volta l’iniziativa andò a buon segno fino a quando si arrivo al fallimento nel 2015 della Postalmarket.

Dopo diversi anni Bertolussi ha rilevato il marchio e si è messo alla ricerca di un partner tecnologico, trovato in Francesco D’Avella, titolare della piattaforma di e-commerce Storeden, ai vertici in Italia nel suo settore. Insieme hanno costituito la Postalmarket Srl e contano in breve tempo di trovare un investitore di start-up.

Abbiamo un sogno ambizioso” – spiega Bortolussi – “proviamo a realizzarlo: vogliamo diventare l’Amazon italiano. C’è molto lavoro da fare“. La tenacia però non manca e nemmeno le idee: “Il nostro modello di business è differente dal precedente ma contiamo anche in un remake del catalogo. Sono milioni le persone che si ricordano di Postalmarket e dunque che sono nostri potenziali clienti”.

 

postalmarekt

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Alessandro Michele: “Non sono un disertore, ma bisogna ripensare ai ritmi stagionali della moda”

 

Dal suo studio di Roma, l’enigmatico stilista si è rivolto a una ventina di giornalisti della stampa internazionale durante una teleconferenza organizzata lunedì 25 maggio.
 
Di recente, abbiamo dovuto affrontare tutti insieme un pericolo comune e totalmente inaspettato. Un periodo pieno di mistero. Ero confinato a Roma, nel mio appartamento. Ho avuto il tempo di concentrarmi sulle mie emozioni, sul mio lavoro, sulla mia creatività, il futuro di tutti e quello dei miei collaboratori in particolare. Ho potuto trascorrere del tempo sulla mia terrazza, circondato da piante e fiori… questo mi ha fatto capire qualcosa: oggi, voglio decostruire il formato della sfilata e le sue componenti emblematiche”, ha detto ai giornalisti che lo hanno ascoltato attraverso il software Converse.

La sua prossima collezione si chiamerà “Epilogo” (e “conterrà segni per un futuro prossimo”, dice il designer) e sarà presentata alla Milano Digital Fashion Week, il 17 luglio — dunque in formato digitale.
 
Ma dopo una tirata di 15 minuti (con traduzione inglese dal vivo) apertasi su una serie di domande e risposte, quando gli è stato chiesto se Gucci avesse pianificato di aderire al calendario ufficiale di settembre, organizzato dalla Camera della Moda, Alessandro Michele ha subito risposto senza equivoci. “Non sono un disertore. Voglio solo una cosa: condividere le mie idee… In autunno, speriamo di costruire un dialogo con il mondo. Però, dubito che il lancio di una nuova collezione ogni due mesi implichi un modo ragionevole di lavorare”, ha affermato: da qui a settembre, infatti, non ci sarebbe tempo per sviluppare la collezione.
Partendo dalla consapevolezza che rallentare potrebbe essere “ossigeno anche per i piccoli, perché il sistema permette di correre solo ai grandi”, ecco quindi che, per uscire dal ciclo ipertrofico delle sfilate resortwear, pre-fall e via dicendo, “non è una diserzione”, ribadisce il direttore creativo, “ma un invito”.
 
Dobbiamo costruire un nuovo sistema, in cui primavera e autunno potrebbero non essere separati… Quello che voglio è essere il più libero possibile. Vorrei che dopo ogni sfilata, tutti i prodotti fossero immediatamente disponibili nei negozi e che rimangano lì più a lungo”, ha detto, seduto su un divano nel suo laboratorio, in una villa rinascimentale sulle rive del Tevere.
 
Non ne ho parlato con altri brand, nella moda purtroppo non c’è grande dialogo, ma c’è rispetto reciproco; io ho detto ciò che farò, aspettandomi un’aggregazione virtuosa. Il mio obiettivo è iniziare una conversazione. Ognuno di noi deve costruire il suo nuovo calendario. Spero che si aprirà un dialogo per ripensare la stagionalità della moda e trovare nuove maniere di fare le cose. Stiamo riorganizzando il sistema in cui lavoriamo. Penso che il calendario ufficiale del prossimo settembre sarà soddisfacente. Lo penso e lo spero”.
 
Interpellato dopo il – sorprendente – annuncio di Gucci, il presidente della Camera della Moda, Carlo Capasa, ha accolto con favore la solidarietà di Alessandro Michele nei confronti della comunità della moda. “A mio avviso, la mentalità di Alessandro porta enormi benefici alla nostra comunità. Ha anche indicato che parteciperà alla nostra prima stagione digitale a luglio, il che è fantastico. Certo, in questo momento è impossibile sapere cosa ci riserverà il futuro. Alla Camera, vogliamo fornire ai designer una piattaforma ottimale perché possano dire la loro”, ha dichiarato.
 
Oltre a questo invito a riformare i calendari della moda, Alessandro Michele ha anche annunciato l’intenzione di chiamare in modo diverso le numerose collezioni accessorie e annesse — pre-collezioni, capsule, Cruise — sviluppate da Gucci. “Voglio dare nuovi nomi a queste collezioni, titoli ispirati alla musica classica, come sinfonie o madrigali. Come per aprire una finestra su nuovi orizzonti”, ha spiegato durante la teleconferenza. Da qui deriva il nome di “Epilogo” della sua prossima collezione (sorta di chiusura dell’ultimo show, dove Michele aveva portato a vista i preparativi di una sfilata), che sarà un racconto interpretato non da modelli, ma da ragazzi che lavorano con lui.
 
Certo, sotto la direzione artistica del designer italiano, il fatturato di Gucci è cresciuto in modo spettacolare, una crescita senza pari tra le case di lusso più importanti al mondo. Tuttavia, Alessandro Michele sembra determinato a ridurre drasticamente il numero di sfilate di Gucci. Qualsiasi cosa succeda.
 
Non faremo più cinque sfilate all’anno, ma solo due. Chiederemo ai più grandi talenti di questo mondo di collaborare per raccontare le nostre idee. Abbiamo bisogno di maggiore flessibilità. Sì, finora, ho presentato cinque sfilate di moda all’anno — perché sono iperproduttivo. Ma un giorno, tutto ciò finirà per sfinirmi. Le mie idee sono molto più forti quando mi prendo del tempo per svilupparle a casa”. E, a questo proposito, anticipa che sul sito del brand ci sarà uno spazio MX che ospiterà parte della collezione genderless.
 
Le tappe successive non sono calendarizzate a settembre perché “non posso fare una corsa per essere pronto” e quindi “saremo leggermente dopo”, si spera “in spazi reali” e comunque “non quando pare a me, perché questo è un sistema enorme”. Ed è a questo sistema che Michele dice: “Mi piacerebbe che tutti capissero che fare cinque show è impossibile”. Una posizione condivisa da un altro big come Giorgio Armani, che già a inizio pandemia aveva detto che avrebbe rallentato per tornare a dar valore alla creatività. Pensieri simili a quelli di Dries Van Noten e altri colleghi, che in una lettera aperta hanno toccato gli stessi concetti, poi sottolineati da una nota congiunta delle camere della moda inglese e americana. E ora, il colosso Gucci, che non intende uscire dal sistema, ma che ha deciso di rallentare.

Proprio “per costruire un futuro dove le cose abbiano più tempo nella Epilogo di luglio non ci saranno solo le novità”, ma anche le cose belle appese nei negozi, dove in passato restavano a malapena un paio di settimane. Basta dunque a “corse contro il tempo che schiacciano la creatività, basta aerei per inseguire show da un capo all’altro del pianeta, basta a termini che non corrispondono più all’oggi come Cruise o pre-Fall”.
 
Durante il lockdown, Alessandro Michele si è dedicato alla lettura di articoli sul crollo dell’Impero Romano dopo l’arrivo dei barbari, e sulla lunga restaurazione che ne seguì, che attraversò diversi secoli. Il nuovo standard per le sue presentazioni? Eventi multidisciplinari, che miscelino teatro, tecnologie digitali e le tradizionali sfilate in passerella. “Adoro le sfilate di moda. È una passione. È un format che voglio far diventare mio, ma anche rinfrescarlo, reinventarlo”.
 
Durante i suoi cinque anni alla guida di Gucci, Alessandro Michele ha ritenuto doveroso e fondamentale mettere in scena di spettacoli epici e d’avanguardia, ai quattro angoli del Vecchio Continente, dall’abbazia di Westminster all’antico cimitero romano di Arles, passando per le rovine di un tempio greco in Sicilia.
 
Quando un giornalista gli ha chiesto come intendeva intrattenere la sua clientela lungo tutto il corso dell’anno rinunciando a tre delle sue cinque sfilate di moda, lo stilista non si è lasciato smontare. “Il mondo della moda è un po’ come Woodstock. È aperto a un vasto pubblico. Tra coloro che ci seguono, molti non sono mai entrati in uno dei nostri negozi. Questo non impedisce loro di tenere attentamente d’occhio ciò che facciamo… Ho la possibilità di lavorare all’interno di un gruppo [Kering, ndr.] che mi lascia grande libertà per sviluppare nuove idee”.

Se l’esigenza di rallentare è stata sentita un po’ da tutti, “da qualche parte bisogna iniziare e non penso sia banale”, conclude Alessandro Michele, cosciente di essere alla guida creativa di uno dei marchi del lusso più influenti al mondo, “non fare più cinque show”.
 
Tutte queste idee, Michele le aveva già anticipate domenica seravia Instagram con una serie di pensieri intitolati “Appunti dal silenzio” nati dall’esigenza di “restituire giustizia al tempo creativo”. Abbastanza per rubare da soli la scena, perché la sua teleconferenza, per quanto eloquente, ha solo ripetuto la sua richiesta di una trasformazione dei ritmi stagionali della moda.
 
In una serie di testi dal tono poetico, lo stilista medita sulla fragilità del nostro destino creativo e deplora che il sistema della moda vada troppo lontano. “Abbiamo usurpato la natura, l’abbiamo addomesticata e ferita. Abbiamo incoraggiato Prometeo e seppellito Pan. Con così tanto orgoglio che abbiamo perso la nostra coesione con farfalle, fiori, alberi e radici. Con tanta avidità delirante che abbiamo rinunciato all’armonia e alla prudenza, ai nostri legami e al nostro senso di appartenenza. Abbiamo spazzato via la sacralità della vita, trascurando il fatto che anche noi siamo una specie animale. Alla fine della giornata, eravamo senza fiato”.
 
Il rischio maggiore per il nostro futuro: abdicare alla nostra responsabilità di dare vita a un cambiamento autentico e necessario. La nostra storia è disseminata di crisi che non ci hanno insegnato nulla… Oggi sento il bisogno di rinnovare un legame, di purificare l’essenziale sbarazzandomi del superfluo”.
 
Alessandro Michele conclude i suoi pensieri invocando una “nuova Epifania… Un nuovo percorso, lontano dalle scadenze che il settore ha integrato in sé e, soprattutto, lontano dal culto eccessivo della prestazione, che oggi non ha più ragione d’essere”.

Articolo di   versione italiana di Gianluca Bolelli, via FashionNetwork.com 

 

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Armani fa “scuola”
i marchi che rispondono all’appello di una “moda più lenta”

Le dichiarazioni di Giorgio Armani di qualche settimana fa, orientate a un lusso che “non può e non deve essere veloce perché ha bisogno di tempo per essere raggiunto e apprezzato”, assumono rilievo in relazione alla lettera pubblicata da un gruppo di stilisti che ha preso una posizione pubblica in merito al modello di business e creatività del futuro. Il documento online è rivolto all’industria della moda, e sottolinea l’importanza di riallineare le tempistiche retail ai bisogni dei consumatori, e di ripensare quelle delle vendite a sconto.

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Alibaba lancia la digitalizzazione delle fiere

Alibaba, il colosso cinese dell’e-commerce ha lanciato, questo lunedì, la sua prima fiera globale online tramite la sua piattaforma b2b Alibaba.com. Il trade show dovrebbe durare fino al 24 maggio e si prevede possa attirare l’interesse di circa 200mila grossisti al giorno. La digitilazzaiione delle fiere potrebbe essere un metodo provvisorio ma molto utile per andare avanti durante questo periodo. 

Come spiegato da Zhang Kuo, general manager della piattaforma Alibaba.com, “la mostra non solo replica tutti gli scenari di una fiera offline, ma fornisce anche un upgrade digitale completo”, si legge sul South China Morning Post.  L’evento, infatti, prevede l’utilizzo di video brevi per la promozione del prodotto, cui si aggiungono sessioni video in live streaming. 

La piattaforma, inoltre, utilizza i big data per creare “match perfetti” tra venditori e acquirenti. I venditori, infatti, possono decidere quali gruppi di compratori possono avere accesso a tutta o pare della loro offerta, così da aumentare l’efficienza della fiera e proteggere la proprietà intellettuale.

Kuo ha dichiarato che, per supportare le piccole e medie imprese in questo momento complesso, quest’anno si terranno 20 fiere online.

 

Fonte Pambianconews

fiere, alibaba

Anni ’80: i prodotti (purtroppo fuori commercio) che hanno fatto la storia

soldinoIl Soldino poteva considerarsi benissimo il re delle merendine (per me era il Tegolino che fortunatamente esiste ancora ma in una nuova forma). Un quadrato di morbido pan di spagna ricoperto da cioccolato, ed al centro una monetina, un vero e proprio cioccolatino. Da mangiare rigorosamente in due tempi.

sprint

Lo Sprint un barattolone arancione rivale del Nesquik, una polvere di malto ed orzo anche al gusto di cacao, che sotto il tappo nascondeva sempre una sorpresa.

palicao

Dei biscottini dalla consistenza croccante, che se tuffati nel latte si scioglievano facendolo diventare una sorta di cioccolata calda. I Palicao io li ho sempre mangiati da soli e me li ricordo buonissimi!

UAO la merendina gelato che voleva insegnare l’inglese ai bambini, una sorta di Cucciolone più “colto”.

tortine-di-frutta

 

Le Tortine di Frutta me le ricordo appena, e per quel poco che sono durate non erano così male. Piccole tortine farcite con ciliegie o mele a pezzi e ricoperte dalla caratteristica cupoletta come l’apple pie, la famosa torta di mele americana.

merenda-più

Antenata del Kinder Fetta al Latte, questa era della Motta. Gelato all’interno di fette di pan di spagna al cacao, semplice ma buona.

 

 

 

biricche

Anche della Biricche ho un vaghissimo ricordo, forse perchè l’avrò provate una volta sola. Delle crostatine bicolori con due tipi di crema: nocciola e cioccolato bianco e nocciola e cioccolato fondente.  Sopra una nocciola intera che faceva un po’ da spartiacque, da mangiare subito o tenerla da parte alla fine.

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“È Piedone il gelatone col cacao sul ditone!”. Recitava così lo stacchetto che accompagnava la pubblicità di questo gelato dell’Eldorado, gusto di fragola, ditone al cioccolato e la sua inconfondibile forma di “piedone”.

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Oltre alle celebri Coca Cola e Pepsi, sempre in lotta tra loro, esisteva una terza bevanda zuccherina: la One o One della San Pellegrino. Con la sua etichetta blu e rossa, iniziò la produzione a fine anni ’80, ebbe vita breve anche a causa della lunga battaglia contro la Coca Cola per concorrenza sleale, e sappiamo tutti come andò a finire.

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E poi ci sono loro le Pat Bon, le patatine della Findus a forma di lettere dell’alfabeto o ripiene di ketchup. Oggi sono fuori produzione in quanto la Findus si è dedicata solo alla versione Casarecce e Classiche.

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Questo non me lo ricordo, ma forse perchè anche da bambina, come adesso, il formaggio spalmabile non mi è mai piaciuto, però all’epoca andava. Dover era un formaggio cremoso della Kraft la cui particolarità era proprio la confezione, che come la Nutella, era un bicchiere di vetro riutilizzabile.

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Il gelato nascosto in uno snack ai cereali”. Prima gelato alla crema racchiuso in due biscotti al cacao, poi gelato alla vaniglia ricoperto di cacao, il Camillino parla da solo.

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Io ero più per la concorrenza però non posso dire di non aver mai bevuto un succo di frutta Billy. Confezione bianca con la faccia dell’arancia che sorseggiava il succo in primo piano a ricordare il gusto più diffuso. All’arancia ma anche mela e pompelmo.

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Caramello, miele e vaniglia, chi non ricorda il Trio Nestlè? I famosi cereali misti a tre gusti con Qui, Quo e Qua sulla confezione.

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Il wafer per eccellenza, Urrà della Saiwa. Un biscotto ricoperto da cioccolato con 5 strati di cialda e crema all’interno. 

tango-findus

Non ricordo neanche questo però se fosse ancora in commercio non me lo lascerei scappare. Un cornetto surgelato con all’interno gelato alla vaniglia, forse qualcosa di molto simile al gelato fritto cinese, ma questo era un vero croissant da fare al forno… Perchè sei fuori produzione?!

 

winner-algidaIl Winner, uno dei gelati più fighetti del tempo, predecessore del Winner Taco (uscito e rimesso in produzione per fortuna). Non era altro che una sorta di Mars fatto gelato, cioccolato croccante fuori e dentro caramello con gelato alla vaniglia.

 

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Al mattino la dolcezza e la delicatezza hanno messo le ali recitava la pubblicità, antesignane dei Pan di Stelle, le Tortorelle erano dei biscotti di frolla con degli zuccherini sopra. Ovviamente il gioco era mangiare prima tutte le tortore e solo dopo il biscotto.

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Il Twister, altro gelato icona. La prima versione era vaniglia e cioccolato, più avanti è stato deciso di aggiungere un terzo gusto con l’aggiunta della nocciola.

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E poi gli Orsi Sgranocchini, dei biscottini a forma di orsetto, croccanti da tuffare nel latte o da mangiare così. Semplicemente bellissimi.

frollis

Non potevano mancare i Frollis, i cugini dei Palicao. Anche loro classici biscottini di frolla da colazione da mettere in un tazzone di latte.,

ciocorì-biancorì

Ciocorì e Biancorì, cioccolato fondente e bianco con riso soffiato. Il cioccolato che fa crock con protagonisti la coppia di roditori, il maschietto del fondente e la femminuccia del bianco.

 

biscotti-colussi

Sempre per la colazione c’era L’Allegra Compagnia, altri biscottini questa volta della Colussi. Protagonisti un tale Gioele, Kiss me Licia ed i Puffi (gli unici che io ricordi). Semplici biscottini di frolla alla vaniglia o al cacao, con all’interno una sorpresa che rispecchiava il protagonista della convenzione.

blob-gelato

Il Blob, il gelatevolissimevolmente cono tutto tondo. Una sfera di gelato alla vaniglia ricoperta da cioccolato fondente e granella di nocciole, per tutti quelli a cui non piaceva il classico Cornetto Algida.

 

Prada e le sue “conversazioni possibili”
dialoghi in diretta per unire le persone e condividere pensieri

Anche Prada scende in campo nell’ampia offerta globale di incontri, dirette e conferenze in streaming che stanno intrattenendo milioni di persone in tutto il mondo costrette a casa per l’emergenza coronavirus. Con le sue Possible Conversations, presenta una serie di dialoghi, in diretta sul proprio account instagram, che non tratteranno solo di moda ma anche di arte, cultura. “Parleranno professionisti, esperti, registi e creativi che si intrecciano fra loro e che includono la moda, l’arte, l’architettura, il cinema e il pensiero, dove quest’ultimo spazia dalla filosofia alla psicologia, fino alla letteratura” spiega il comunicato del marchio.
Ogni incontro si tradurrà anche in una donazione all’UNESCO, volta a sostenere progetti culturali ed educativi per gli oltre 1,5 miliardi di studenti in tutto il mondo che hanno risentito della chiusura di scuole e università, e per un programma di cooperazione internazionale in ambito scientifico.
La prima Possible Conversation di Prada si terrà oggi pomeriggio alle 18:00 con il dibattito sul tema “La moda in tempo di crisi” e vedrà protagonisti Pamela Golbin, autrice e curatrice di Jacquard x Google Arts & Culture Residency, e Alexander Fury, Fashion Features Director di AnOther Magazine e critico di moda maschile del Financial Times. 

 

Gucci annulla la Cruise in programma a San Francisco

L’allerta Coronavirus per la moda si sposta a livello globale. Dopo aver condizionato l’ultima edizione di Milano Moda Donna, i rischi sanitari e, probabilmente, la prospettiva di notevoli difficoltà logistiche iniziano a condizionare anche i singoli appuntamenti internazionali dei brand, in questa stagione impegnati con le sfilate delle precollezioni.

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Raf Simons entra in Prada

I rumours si sono concretizzati. Durante una conferenza stampa speciale è stato annunciato che Raf Simons entra in Prada come co-direttore creativo, insieme a Miuccia Prada. “Sono molto felice di questa nuova fase – ha commentato la designer -. Il contratto con Raf inizierà a partire dal 2 aprile e la prima collezione con Raf sarà in passerella a settembre. Con questo non intendo fare un passo indietro, né sto cercando un successore. Non sono così vecchia”.

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Alexander McQueen: dieci anni senza l’eclettico stilista

L’11 febbraio 2010 il mondo della moda perse uno dei suoi stilisti più visionari e tormentati, Alexander McQueen avrebbe compiuto tra qualche giorno 51 anni. Di un’immensa forza creativa, fatta della stessa sostanza dei sogni e dell’inquietudine, come lo stesso stilista dichiarò “bisogna avere incubi frequenti, ricordarseli e saperli disegnare”, di lui rimane un lascito prezioso portato avanti da Sara Burton.

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San Francisco: è discussione sul divieto delle pellicce

L’industria americana delle pellicce fa squadra contro il fronte animalista. Da questo mese, a San Francisco è entrata in vigore la legge che vieta la vendita di indumenti o accessori in pelliccia naturale. A stabilirlo è stato il board of supervisors della città che ha approvato all’unanimità un’ordinanza, in coerenza con la proposta di alcune associazioni animaliste, tra cui Direct Action Everywhere. I retailer che continueranno a vendere prodotti nuovi in pelliccia naturale verranno sanzionati con una multa di 500 dollari a capo.

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Giappone: a Natale la tradizione vuole il pollo di KFC

Pollo fritto a Natale, non il tipico Karaage ma più semplicemente quello della nota catena statunitense Kentucky Fried Chicken. Un’usanza curiosa di proporzioni imponenti che la BBC afferma di coinvolgere circa 3,6 milioni di famiglie giapponesi ogni Santo Natale, con vendite dieci volte superiori rispetto alla media normale. File infinite ai negozi, prenotazioni con mesi di anticipo, ore di attesa per portare a casa quello che è diventato il piatto della tradizione natalizia giapponese per eccellenza: un secchiello di pollo fritto.

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MIRTA – la piattaforma della pelletteria d’artigianalità tutta Made in Italy

Uno spazio online dedicato alle migliori botteghe italiane della pelle, per dare voce a tutte le realtà ambasciatrici dello stile e dei valori che hanno fatto la fortuna del nostro Paese nel mondo. Nasce da questa idea Mirta, la prima piattaforma online dedicata agli artigiani della pelle Made in Italy. I due giovani fondatori, Martina Capriotti e Ciro Di Lanno, cresciuti a stretto contatto con i ‘makers’ italiani, hanno voluto trasformare la propria passione per l’Italia e l’artigianalità in un progetto al servizio dei produttori italiani, coniugando tradizione e innovazione tecnologica. L’obiettivo è quello di supportare gli artigiani che operano nel settore della pelle a posizionare, grazie al digitale, i loro prodotti esportandoli anche in mercati lontani da quello italiano.

Con Mirta i pellettieri locali possono aumentare le possibilità di distribuzione dei propri prodotti aprendosi, per la prima volta, direttamente al mercato internazionale senza dover ricorrere agli innumerevoli intermediari che hanno caratterizzato strutturalmente il settore sino ad oggi.

Con Mirta”, afferma Martina Capriotti, “stiamo già costruendo un network di artigiani che è in continua crescita: nei prossimi 3 mesi abbiamo l’obiettivo di stringere nuove partnership con pelletterie attentamente selezionate, con lo scopo di presentarne i prodotti iconici e le rispettive storie. Gli artigiani da noi scelti sono maestri di tradizione, lavorazione della pelle e qualità della manifattura. Grazie a loro andiamo alla riscoperta di tutti quei principi che hanno dato prestigio all’Italia nel mondo del lusso, puntando su artigianalità, stile e ricercatezza, valori che tutto il mondo ci invidia e che troppo spesso non vengono apprezzati all’interno del nostro Paese“.

Grazie alla piattaforma Mirta, le porte delle botteghe artigiane italiane si aprono ai consumatori di tutto il mondo, creando un collegamento diretto tra produttore e consumatore finale, senza alcun intermediario, mettendo al centro le creazioni, il valore e la firma di ciascun artigiano. Così, forte di una profonda conoscenza del settore, dei mercati e delle nuove modalità di posizionamento e vendita online, Mirta supporterà i produttori nella comunicazione e promozione delle loro creazioni facendoli diventare i veri protagonisti.

In quest’ottica, Mirta non vuole essere una semplice vetrina di prodotti; la piattaforma consente di acquistare le creazioni 100% made in Italy e fatte a mano, di far conoscere l’artigiano che crea il prodotto, la sua storia e quella della sua bottega attraverso video, storie e foto.

Mirta è il primo aggregatore di artigiani italiani nel mondo del lusso”, afferma Ciro Di Lanno, “con l’obiettivo di dare loro quella scala necessaria a competere sul mercato globale. Mirta.com è il partner per il marketing e la logistica, che lascia all’artigiano la possibilità di concentrarsi esclusivamente su ciò che più ama: creare il prodotto”. Mirta intende mettersi al servizio degli artigiani, diventandone loro partner, e puntando sulle tecnologie digitali di vendita online e su piattaforme social per semplificare i livelli distributivi.

“In questo scenario si inserisce l’utilità strategica di una piattaforma come Mirta, la quale consente, grazie a personali strumenti analitici, di individuare il mercato locale più appropriato per ciascun produttore, si occupa della logistica e dei pagamenti, promuove le attività dei singoli artigiani nella lingua locale di ciascun mercato. Mirta intende aprire nuovi orizzonti agli artigiani italiani, aiutandoli a conquistare nuovi mercati grazie alla digitalizzazione, all’innovazione tecnologica e alle competenze dei fondatori maturate all’estero, tra gli Usa, la Corea del Sud e il Giappone e messe a disposizione del loro paese d’origine”.

Grazie al digitale, Mirta si pone l’obiettivo di supportare il cambiamento e lo sviluppo del mondo dell’artigianato italiano, che rappresenta una fetta di mercato in continua ascesa all’interno del mondo imprenditoriale made in Italy: nel 2018 si registrano 58mila imprese artigiane attive in Italia nel settore della moda, per un fatturato complessivo di 21,3 miliardi e un valore aggiunto di 6,1 miliardi.

articolo via AdnKronos

Pirelli presenta The Call 2020
un amore con tanti volti ma un solo nome Giulietta

A Verona, dove Pirelli ha presentato in una serata evento al Teatro Filarmonico la 47esima edizione del Calendario, i protagonisti sono amore e bellezza. Woopi Goldberg, ospite d’onore, dà voce ai versi di Shakespeare e ci mette sulle tracce di Giulietta. Il lavoro del fotografo Patrizio Roversi racconta di un amore che “ha tanti volti (quelli di Claire Foy, Mia Goth, Chris Lee, Indya Moore, Rosalía, Stella Roversi, Yara Shahidi, Kristen Stewart ed Emma Watson) ma un solo nome, Giulietta“.  

Claire Foy in The Call 2020 – 

Ero alla ricerca di un’anima pura, colma di innocenza, forza, bellezza, tenerezza e coraggio. Ne ho trovato barlumi negli occhi, nei gesti e nelle parole di Emma e Yara, Indya e Mia. Nei sorrisi e nelle lacrime di Kristen e Claire. Nelle voci e nei canti di Chris e Rosalía. E in Stella (sua figlia, ndr) l’innocenza. Perché c’è una Giulietta in ogni donna e non smetterò mai di cercarla“, spiega Roversi, che ha realizzato anche un cortometraggio di 18 minuti. “È una storia su come l’amore ha il potere di trasformare le persone”, continua, “visto che in soli quattro giorni Giulietta si trasforma da ragazza innocente in una ribelle, pronta a compiere il sommo sacrificio per amore”.  

 

Emma Watson in The Call 2020 – 

E così nasce Looking for Juliet, la ricerca di un ideale, di un sogno. “Attraversa le epoche. È l’ideale di una donna che simbolizza la femminilità, la dolcezza dell’amore e le qualità di una donna che unisce fragilità e forza, timidezza e ribellione. Giulietta è tutto questo. La tragedia di cui è protagonista ben rappresenta quel labile confine che esiste tra sogno e realtà, tra una lacrima e un sorriso, tra la felicità e il dolore, tra bene e male; sono sempre stato affascinato da questo confine così labile, quasi un’ambiguità. Giulietta è un sogno e non diventerà mai realtà. È questo il suo fascino, la sua bellezza, il suo mistero. Spero che le mie Giuliette faranno sognare“.

Fonte: APCOM

Al Teatro di Villa Torlonia, incontro con i Poeti Maledetti

Uno spettacolo d’avanguardia quello di Andrea Trapani; il primo di una trilogia dedicata ai poeti maledetti.
I POETI MALEDETTI_n.1 Io e Baudelaire | Who wants to live forever? , regia di Francesca Macrí, ha debuttato ieri, 29 novembre al Teatro Villa Torlonia.
Una scenografia minimale: un pianoforte, una testa d’asino e l’energia del protagonista, Andrea, che suonando e recitando racconta un po di sé. Il pubblico, seduto sul palco insieme al pianista, diventa parte dello spettacolo, lo psicologo al quale Trapani racconta i suoi più reconditi pensieri e ragiona sul senso della vita, dell’arte e della natura umana.
Cosa vuol dire essere un poeta?
Se uno da piccolo vuole essere come Baudelaire, da grande che cos’è?
La ricerca costante di novità, il confronto con i grandi del passato, con se stessi, la paura che ti accompagna, giorno per giorno e non ti abbandona mai, neanche quando sei Pollini, neanche quando sei Freddie Mercury.
La morte quale costante, quale incognota che segna il destino di tutti, artisti, poeti, mercanti, persino Baudelaire, morto a 45 anni.
La solitudine, di cui siamo tutti portatori, che spaventa, che inquieta, che rende vigliacchi.
È dalla morte e dalla solitudine che Andrea cerca di sfuggire. Si mostra sul palcoscenico. Si rende disponibile ad attraversare e a essere attraversato. Si fa strada nella notte, si fa canto alla luna, si fa cielo tetro e greve, si fa albatro e prova a volare. Cercando la strada per vivere per sempre; ma in fondo: chi vuole davvero vivere per sempre?!

LA COMPAGNIA BIANCOFANGO nata nel 2005 dall’incontro tra Francesca Macrì e Andrea Trapani, sarà a Roma al Teatro di Villa Torlonia con I POETI MALEDETTI _ n.1 Io e Baudelaire – Who wants to live forever? sino al 1º dicembre. Lo spettacolo, del costo di 16 euro, sarà in scena il 29 e 30 Novembre ore 20:00, e il 1° Dicembre ore 17:00.

 

“La Blockchain per la tracciabilità del Made in Italy”
la scommessa della moda italiana sulla blockchain

La moda italiana accelera sull’adozione della tecnologia Blockchain per difendere l’autenticità del Made in Italy e combattere la contraffazione. Il tema è stato trattato al Mise, all’interno dell’iniziativa “La Blockchain per la tracciabilità del Made in Italy”, tenutasi il 14 novembre scorso.

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Moda sempre più sostenibile
dalle pellicce ecologiche di Stella McCartney al Thindown

Mentre Stella McCartney, pioniera della green fashion, in collaborazione con Hunter presenta i primi stivali in gomma sostenibile, e prepara il lancio della Koba Fur Free Fur, la prima pelliccia biologica prodotta con l’utilizzo d’ingredienti vegetali, giunge notizia che anche Thindown, primo unico tessuto di piuma al mondo interamente prodotto in Italia da Nipi (Natural Insulation Products Inc.) è ora disponibile nella nuova versione realizzata con piuma 100% riciclata. 

Una notizia che va nella direzione di prodotti naturali e di sviluppo sostenibile: due requisiti ai quali si stanno convertendo la maggior parte delle case di moda, soprattutto quelle che realizzano piumini e capospalla imbottiti. Ma anche le aziende di ski e outdoor, sportswear, accessori, home, footwear, abbigliamento militare. Inoltre il nuovo materiale rispecchia il modello di produzione dell’economia circolare, che si basa sul riutilizzo delle materie prime estendendo il ciclo di vita dei prodotti per creare un sistema virtuoso.
Il nuovo tessuto è “upcycle”, ovvero dona nuova vita e valore a un prodotto dismesso, riducendo al minimo gli scarti, consuma poca energia e produce un impatto minimo sull’ambiente. La piuma utilizzata per Thindown Recycled, certificata GRS (Global Recycled Standard, standard internazionale della piuma riciclata) viene ricavata da piumini e coperte che hanno terminato il loro ciclo di vita. Di provenienza europea la piuma dismessa viene lavata, igienizzata depolverizzata, sterilizzata, rigenerata. Al termine del processo, equivale ad un prodotto nuovo altamente performante. Per produrre questo materiale e le diverse versioni del tessuto non viene utilizzato alcun procedimento, trattamento o processo chimico inquinante: il tessuto viene sterilizzato due volte grazie a un macchinario di alta tecnologia unico al mondo in grado di trasformare le piume in tessuto fermo.

 

 

L’ultima novità green da parte di Stella McCartney sono invece i green boots lanciati con Hunter nell’inverno 2019 durante la sfilata a Parigi. Questi stivali utilizzano la gomma naturale di origine sostenibile ed un materiale innovativo chiamato Yulex. Hunter utilizza la gomma naturale dal 1856 e Stella McCartney ha saputo spingere questa soluzione verso nuovi confini. La gomma naturale di questi stivali proviene dalla gestione sostenibile, certificata nelle foreste del Guatemala, garantendo così che nessuna foresta pluviale venga abbattuta, proteggendo inoltre il benessere dei lavoratori e delle comunità locali. L’inserto del calzino elasticizzato è realizzato in Yulex, anch’esso realizzato in gomma naturale certificata. Questo materiale sostituisce il neoprene tradizionale. Tale scelta genera l’80% in meno di anidride carbonica nociva all’equilibrio climatico, ma offre prestazioni quasi identiche in termini di forza ed elasticità. Il suo design reinterpreta l’iconico stivale Hunter Wellington con suole scultoree e battistrada realizzati a mano.

Stella Mccartney con il suo marchio da sempre ha messo al centro della propria produzione il benessere degli animali. Nei suoi programmi c’è anche il lancio della Koba Fur Free Fur, la prima pelliccia sostenibile che può essere anch’essa riciclata al termine della sua lunga vita. Ciò permette di evitare che si trasformi in rifiuto e che il circolo del fashion venga chiuso, traguardo importante per Stella, che promuove la circolarità della moda. Inoltre, il 37% delle sue componenti sono vegetali e per questo motivo richiede il 30% in meno di energia per essere realizzata e produce oltre il 63% in meno dei gas serra dei materiali sintetici convenzionali. Creata da DuPont in collaborazione con Ecopel, Koba integra alla pelliccia DuPont più del 100% dei mono-filamenti polimerici Sorona ed entrerà a far parte delle collezioni di Stella McCartney dal 2020.

 

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YSL: all’asta la giacca che celebra i Girasoli

Una rarissima giacca creata da Yves Saint Laurent, per omaggiare i celebri Girasoli di Van Gogh, verrà messa all’asta il 27 novembre a Parigi da Christie’s.

Presentata per la collezione haute couture primavera-estate 1988, è uno dei pezzi più iconici dello stilista e ne esistono solo quattro esemplari. Venne realizzata interamente a mano dal ricamatore Lesage, per 600 ore di lavoro. L’esemplare messo all’asta, realizzato per una cliente privata, è stimato tra gli 80.000 e i 120.000 euro, il che lo renderebbe uno dei pezzi di alta moda più costosi al mondo. Già lo scorso gennaio un’altra giacca YSL Couture, proveniente dal guardaroba della businesswoman libanese Mouna Ayoub, è stata aggiudicata a 175.500 euro, più di quattro volte il valore iniziale, in una asta organizzata dalla casa Cornette de Saint-Cyr.

Il modello indossato da Naomi Campbell durante la sfilata, è conservato nel museo Yves Saint Laurent insieme alla giacca Iris che rappresenta un altro celebre quadro di Van Gogh.

“La mia intenzione non era di misurarmi con i maestri, al massimo di avvicinarmi a loro e di imparare dal loro genio”, dichiarò Yves Saint Laurent in una mostra del 2004 dedicata al dialogo tra le arti. Il modello indossato da Naomi Campbell durante la sfilata, è conservato nel museo Yves Saint Laurent insieme alla giacca Iris che rappresenta un altro celebre quadro di Van Gogh.

 

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