Red Valentino, Cucinelli e Chanel tra presentazioni digitali e sfilate

 

Per questa collezione volevo veramente trasmettere un nuovo senso di sensualità. L’attitudine generale è meno innocente e delicata, più consapevole e sicura di sé. Invece di lavorare su uno storytelling, ci siamo focalizzati sulla creazione di capi audaci, dallo stile distintivo e con un evidente senso di personalizzazione. Questa idea di unicità e forte personalità penso che sia stata meravigliosamente interpretata negli scatti di Margherita Tamraz, che ha colto l’essenza della collezione con immediatezza e autenticità“.

Così il direttore creativo di Red Valentino (e di Valentino) Pierpaolo Piccioli, presenta la nuova collezione prefall 2021.  Un nuovo nuovo romanticismo che oscilla tra lo stile classico e lo street style, tutto presentato in un video girato in un palazzo rinascimentale dove archi e colonnati facevano da sfondo alle modelle con indosso i preziosi abiti.  

Anche Cucinelli ha scelto di presentare la sua nuova collezione in digitale tramite video sui suoi canali social, mentre Chanel ha annunciato che la prossima sfilata della collezione Cruise 2021/22 si terrà il 4 maggio, alle Carrières de Lumières a Les Baux-de-Provence, nel sud della Francia.

Le cave di calcare che si trovano in questo villaggio hanno fatto da sfondo al film del 1960 Testamento di Orfeo, diretto da Jean Cocteau, amico di Gabrielle Chanel, e negli ultimi anni questo sito è ha iniziato ad ospitare spettacoli multimediali di luci e suoni.

La collezione Cruise è sempre stata legata alla storia della maison, riproponendo i luoghi ed i simboli delle sue collezioni passate e delle sue vicende di vita privata, come palcoscenico per le sfilate. Anche in questa occasione abbiamo un rimando alla storia, quando Gabrielle Chanel propose alle sue clienti abiti leggeri, perfetti per le vacanze al sole in costa Azzurra, incoraggiandole anche ad abbronzarsi

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Tessitura Lazzati – i tessuti ecosostenibili dell’azienda di San Vittore Olona

La pandemia non ferma la richiesta di prodotti ecosostenibili. Il caso della Tessitura Lazzati con Filati di poliestere e nylon riciclati post-consumer e finissaggi eco-friendly utilizzati dall’azienda di San Vittore Olona (MI) tracciano la strada del settore tessile. «L’attenzione per l’ambiente è ormai una scelta imprescindibile»

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Bottega Veneta abbandona i social
il brand va controcorrente dicendo no ai social network.

Potrebbe sembrare strano che un marchio del genere decida di scomparire del tutto dalla piattaforme soprattutto in un momento, come questo, che vede sempre più protagonista la comunicazione digitale veicolata attraverso i social network. Martedì scorso, invece, il marchio del gruppo Kering ha detto addio ai propri account Instagram, Facebook e Twitter oltretutto senza nessuna spiegazione da parte della direzione creativa affidata all’inglese Daniel Lee.

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Prada Marfa – quel negozio di Prada in mezzo al deserto

“Buon giorno Upper East Siders. È Gossip girl che vi parla, la vostra unica fonte di informazioni sulle scandalose vite dell’elite di Manhattan.”

Questo è l’incipit di ogni puntata di Gossip Girl, celebre serie tv americana trasmessa dal 2007 al 2012. Famosa per raccontare la vita di un gruppo di liceali e delle loro famiglie della “New York bene” si è fatta conoscere anche per tutto il glam che ha portato, tra una borsa di Chanel e un sandalo di YSL, gioielli e limousine e appartamenti lussuosi. Ma c’era un altro dettaglio che colpiva lo spettatore quando i protagonisti si ritrovavano nell’attico della famiglia di Serena Van Der Woodsen. Un quadro con scritta nera su sfondo bianco che recitava Prada Marfa —> 1837 MI. Quel quadro diventò un vero fenomeno di costume negli anni in cui fu trasmessa la serie, tanto che venne rivisitato e riprodotto.  

 

Prada Marfa esiste per davvero, è infatti un’installazione artistica permanente realizzata nel 2005 dal duo scandinavo Elmgreen & Dragset, insieme agli architetti Ronald Rael e Virginia San Fratello.

La curiosa opera si trova nel bel mezzo del deserto del Chihuahua, in Texas, a circa 60 km da Marfa, piccola cittadina con poco più di mille abitanti che però divenne un punto riferimento per tutti gli appassionati d’arte quando nel 1971 Donald Judd, artista e architetto del movimento minimalista, vi si stabilì. 

L’opera anche se si trova sul territorio di Valentine, è stata finanziata dal Ballroom Marfa, centro di cultura e arte contemporanea, e dall’Art Production Fund, ed è per questo che il titolo vuole essere un riferimento chiaro a Marfa.

Prada Marfa non è altro che la fedele riproduzione di una boutique di Prada. Le insegne nere con logo bianco, il colore delle pareti, l’illuminazione e la pavimentazione sono tutti dettagli replicati dai veri negozi del marchio milanese. Sebbene l’opera non sia stata commissionata dalla maison italiana, Miuccia Prada ha voluto offrire il proprio appoggio ai due artisti, fornendo il “finto” negozio di alcuni accessori della del brand, e permettendo loro di utilizzare il logo Prada senza conseguenze legali. 

 
L’installazione nasce, in realtà, come un’opera di land art in quanto l’idea originale era il deterioramento della struttura stessa, abbandonata in un territorio ostile, senza alcun intervento di riparazione o restauro. Per questo motivo, i materiali usati per la costruzione dell’opera erano tutti biodegradabili. Alcuni giorni dopo l’inaugurazione, però, l’opera fu vandalizzata con scritte in vernice spray  mentre i prodotti di Prada furono rubati. Da allora la struttura e ogni oggetto all’interno è dotato di allarme, le vetrine installate sono resistenti agli urti, e dato i numerosi episodi di vandalismo, l’opera viene ciclicamente restaurata e ripulita, tradendo così le intenzioni originali degli artisti. 
Il lavoro di Elmgreen & Dragset fu concepito come una denuncia nei confronti del consumismo americano, del retail tourism, della gentrificazione, stagliandosi come una provocazione ironica verso il materialismo occidentale. Va tuttavia sottolineato che nel 2005, quando l’opera fu realizzata, Instagram e Facebook e di conseguenza la selfie culture che hanno originato, non esistevano. Con il passare degli anni, Prada Marfa è diventata una tappa obbligata per ogni blogger, influencer divenendo lo sfondo perfetto per selfie e foto.
Paradossalmente le migliaia di immagini di gente che salta di fronte al finto store sono la rappresentazione del tipo di società che l’opera voleva proprio andare a colpire e criticare, diventando esso stesso un atto consumistico, un luogo da utilizzare in funzione dei social, perdendo il proprio potenziale comunicativo.
Nonostante si siano ritenuti molto soddisfatti del successo del loro lavoro, Elmgreen & Dragset, non hanno potuto fare a meno di sottolineare che l’opera ha assunto, però un’identità diversa da quella originaria. Come hanno dichiarato i due artisti, i musei sono luoghi in cui l’arte va a morire, mentre l’arte pubblica vive di vita propria. Prada Marfa quindi non era concepito solo per dialogare con gli elementi naturali e il paesaggio che la circondano, ma è nata anche per dialogare con le persone che la visitano, che vivono ognuno a modo proprio l’esperienza dell’arte. Come ha dichiarato Elmgreen al Guardian, “Quando le persone interagiscono con l’arte, anche un atto vandalico può essere visto come qualcosa di positivo, significa che le persone hanno voce in capitolo sullo spazio pubblico.”
È forse ironico che per non incorrere in azioni legali e per evitare l’abbattimento dell’opera, Prada Marfa si fregi oggi del titolo di museo. 

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“The age of new visions” – nuovi focus e Altaroma posticipata a febbraio

Altaroma posticipa di un mese la consueta edizione invernale, gl eventi infatti si svolgeranno dal 17 al 20 febbraio 2021. Ne da notizia Silvia Venturini Fendi in occasione dell’ultimo appuntamento di ‘The age of new visions’, forum online organizzati da Altaroma, Unicredit, Camera Nazionale della Moda Italiana, Pitti Immagine e Nomisma. I talk digital hanno raccontato il sistema della moda che verrà, riflettendo sugli scenari economici e sulle strategie da attuare per agevolare la ripartenza del settore.

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Mascara – la storia di uno dei prodotti di make-up più antichi

Il mascara è uno dei prodotti di make-up sempre presente nei nostri beauty, ed anche uno dei pochi che continuiamo a usare in questo strano 2020, visto che di rossetti non ne possiamo più mettere…

Ha origini molto antiche, una storia millenaria, ed il suo nome deriva dall’arabo “mascharat” che vuol dire scherzo o burla.

Usato fin dall’Antico Egitto, sia da uomini che da donne, per valorizzare lo sguardo ma anche per proteggere gli occhi da malattie e spiriti malvagi, rendendo le ciglia più folte e spesse. La polvere del kohl, detto anche kajal, veniva mescolata a cere, grassi animali e resine, ed era usata anche per creare la famosa riga nera allungata “alla Cleopatra”, tipica del trucco del 4000 a.C.

Questa moda fu adottata anche dai Greci e dai Babilonesi e dai Romani, sembrava quasi che tutto le popolazioni del bacino Mediterraneo apprezzassero l’effetto di un tocco di nero sugli occhi. Dopo la caduta dell’Impero Romano scomparve altrettanto rapidamente, continuando però a essere usato nel Medio Oriente, dove agli occhi veniva data una grande importanza e quindi una giusta enfasi con questo tipo di trucco.

Nel Medioevo ci fu un cambio di tendenza perché la moda imponeva che ciglia e sopracciglia fossero rasate, per mettere in risalto la fronte, considerata il vero attributo di bellezza. Nella seconda metà del Cinquecento, invece, per assomigliare il più possibile alla Regina Elisabetta I, le donne si tingevano oltre ai capelli anche ciglia e sopracciglia per renderle più chiare, dai riflessi ramati. Le tinture però erano tossiche e spesso ne comportavano la caduta.

Finalmente nel 1860, Eugène Rimmel (il nome la diceva già lunga) profumiere francese, creò il primo mascara non tossico. Già considerato un innovatore senza pari nel mondo della profumeria e della cosmesi, oltre che un abile pubblicitario, l’invenzione del mascara ebbe un successo senza pari, tanto che il suo cognome divenne sinonimo della parola “mascara”. La sua miscela si componeva di polvere di carbone e vaselina e nonostante non fosse ancora nella forma che oggi conosciamo, svolgeva benissimo il suo compito. 

Circa cinquant’anni dopo, nel 1913, il chimico Thomas L. Williams aggiunse la polvere di carbone alla vaselina che usava la sorella Mabel per pettinarsi ciglia e sopracciglia, aumentandone così l’effetto e valorizzando lo sguardo. Williams fondò la sua azienda di cosmesi: la Maybelline. Anno dopo anno Thomas continuò a lavorare sul prodotto, creando prima una versione di mascara in cialda, che si applicava con la relativa spazzolina, per poi passare alla versione in crema, spremibile dal tubetto direttamente sulla spazzolina.

Infine un ultimo, ma importante, nome per completare la storia di questo prodotto, è Helena Rubinstein. Nel 1957 creò il famoso  applicatore come lo conosciamo oggi, inserendo sia il prodotto che la spazzolina in un unico tubetto, e creando così il mascara-matic o mascara automatico.

 

 

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Kenzo – una storia di moda tra Tokyo e Parigi

 
 

Kenzo, lo stilista giapponese famoso per le sue stampe dai colori brillanti e per le sue sfilate sceniche, è venuto a mancare il 4 ottobre scorso, all’età di 81 anni, per complicanze da Coronavirus.

La sua è stata arte, più che moda, strettamente al mondo del teatro, del cinema e dell’arredamento, ispirata alla Giungla, al Giappone, ai fiori ma anche anche al fascino intramontabile di Parigi.

Kenzo Takada, questo il suo nome completo, ha sempre preferito farsi chiamare semplicemente Kenzo ed è tra i primi stilisti giapponesi ad essere diventato famoso in Occidente. Arrivato a Parigi nel 1964, pensando di restarci solo per sei mesi, ci è rimasto per oltre 50 anni. Ha rivoluzionato la moda, liberandola dall’autorità e dai canoni della haute couture, rendendola più divertente e leggera.

Gli abiti hanno stampe animalier, fiorite e dai colori forti, e le sue sfilate sono state dei veri e propri spettacoli con modelle danzanti e finali sorprendenti.

storia di kenzo

Kenzo è nato il 27 febbraio del 1939, vicino ad Osaka dove i suoi genitori gestivano un hotel. Il suo interesse alla moda è nato grazie alle riviste rubate alle sorelle. Inizialmente, e per accontentare i genitori, ha frequentato la facoltà di letteratura ma l’abbandona presto per entrare all’accademia Bunka, a Tokyo (curiosità è uno dei primi studenti maschi a frequentarla).

Grazie al premio Soen gli si spalancarono numerose porte. Inizialmente disegnava abiti nei grandi magazzini ma la sua vita cambiò in occasione delle Olimpiadi del 1964, quando per via di alcuni interventi, il suo appartamento venne distrutto, e ricevette 10 mesi di affitto come risarcimento. Investì questi soldi in un viaggio che lo portò prima tra Hong Kong, Singapore e Mumbai,  poi fino in Francia, a Parigi dove iniziò la sua avventura.

A Parigi Kenzo inizia a vendere i suoi bozzetti agli stilisti dell’alta moda. Nel 1970 aprì una sua piccola boutique, Jungle Jap, con pareti floreali dipinte da lui ispirandosi al tema della Giungla e al Giappone. I suoi abiti sono moderni e divertenti, con proporzioni originali e grandi volumi, grazie all’uso del cotone, molto diversi da quelli degli stilisti occidentali. Kenzo voleva distinguersi, perciò si mise a disegnare in modo diverso, usando i tessuti dei kimono e fonti d’ispirazione differenti e questa divenne la sua forza.

Il successo arrivò subito, nel 1971 quando Elle pubblicò in prima pagina uno dei suoi lavori e la sfilata organizzata nel suo piccolo negozio attirò giornalisti da tutto il mondo. Kenzo al tempo non aveva alcun tipo di accordo nè con fornitori e nè con i produttori, infatti tutti i suoi abiti erano cuciti a mano da lui e dai suoi collaboratori, comprava lui stesso le stoffe a Parigi e le mixava assieme ai tessuti portati dal suo paese d’origine. 

Le sfilate turno un suo punto di forza e tratto distintivo, organizzate nel suo negozio proponevano vestiti preconfezionati durante le settimana della haute couture. Innovò il sistema moda facendo sfilare i vestiti per la primavera in primavera e quelli per l’inverno in inverno, e suscitò scalpore per l’aver proposto abiti unisex. Le sfilate più spettacolari e memorabili furono quella del 1977 nel leggendarioStudio 54, famosissimo locale notturno di Manhattan e quella del 1979 nella tenda di un circo che si concluse con donne in abiti trasparenti a cavallo e con Kenzo su un elefante.

le sfilate dello stilista giapponese
fonte vitasumarte

kenzo

Guccifest – la nuova collezione di Alessandro Michele lunga come un film
il primo episodio At Home

 
L’oscurità mi ha permesso di vedere altre cose” tra cui quelle “lucciole che Pier Paolo Pasolini credeva scomparse ma che ci sono: io in un momento di buio ne ho viste tante”: così Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci, spiega come è nato il Guccifest, la settimana di appuntamenti online – dal 16 al 22 novembre – in cui viene presentato Ouverture of something that never ended, il film in sette episodi – girato a Roma insieme a Gus Van Sant – che racchiude la nuova collezione.

guccifest

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Ecopelle, adesso si produce con mele, ananas e funghi
la nuova frontiera della pelle sostenibile

 

ecopelle, fibre di mela

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McDonald’s Japan lancia i rice burgers
il riso al posto del classico panino

McDonald’s Japan lancia nuovamente i rice burger, hamburger classici dove la differenza sta nella sostituire il classico panino con due “polpette” di riso. 

In Oriente si preferisce il riso al pane, e McDonald’s ha quindi deciso di modificare il proprio hamburger. Un tentativo già fatto  con un buon successo di pubblico, ed è per questo che la catena americana ha pensato ad un ritorno dei rice burger. La novità più attesa è decisamente il Double Cheeseburger , che nella versione al “riso” diventa Gohan Dabuchi, dove gohan significa riso e Dabuchi è il soprannome giapponese per il Double Cheeseburger.

I nuovi panini di riso saranno in vendita in edizione limitata, solo fino a metà novembre, nel menu serale,  a 3,70 dollari l’uno (390 JPY) e nel menu a 6,50 dollari americani (690 JPY).

 

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    “Maestro d’Arte e Mestiere” – il premio ricevuto da Dolce e Gabbana

    Riesce ancora a far parlare di sé l’Alta Moda di Domenico Dolce e Stefano Gabbana. Il motivo è il meritatissimo premio MAM ovvero Maestro d’Arte e Mestiere donato questa settimana al duo creativo nella categoria Sostenitori dei Mestieri d’Arte nella sezione “Imprese per i Mestieri d’Arte”.

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    Balenciaga – l’imperatore del lusso degli anni ’60
    “il maestro di tutti noi” come lo chiamava Dior

     

    Di Cristóbal Balenciaga i posteri hanno detto molto, soprattutto che ha trasformato l’haute couture in arte. Ma qualcuno più autorevole di noi, e di qualsiasi critico di moda, disse di lui “è il maestro di tutti noi”, l’architetto dell’haute couture”. E anche: “l’unico vero couturier, in fondo, era lui, gli altri sono solo fashion designer”. Sono parole che pronunciarono, rispettivamente, Christian Dior, Hubert de Givenchy e Coco Chanel, che insieme a molti altri stilisti del passato e del presente hanno fatto dell’ammirazione per Balenciaga un vero e proprio culto e una fonte di ispirazione. Ma chi era Cristóbal Balenciaga, il capostipite degli stilisti-personaggio, fondatore della maison Balenciaga?
    La storia di Cristóbal Balenciaga
    Abito da sera in lamé (1966)

    Cristóbal lavora intensamente e intanto riesce a tenere nascosta la relazione con il modista franco-russo Vladzio Jaworowski d’Attainville. Ufficialmente, Vladzio è solo un collaboratore, e poi un socio. Nella realtà è il grande amore della sua vita, il suo ispiratore, ed è un valido supporto al successo della maison. Nel 1945 il nome di Balenciaga è famoso in tutto il mondo e incarna il lusso del lusso. Di lui si dice che quando una donna è ricca veste Dior, se diventa ricchissima deve vestire Balenciaga. Nel suo laboratorio si formano apprendisti di lusso come Oscar de la Renta, Emanuel Ungaro, Mila Schön e Hubert de Givenchy e lui non accetterà mai di disegnare linee prêt-à-porter: “non prostituirò il mio talento”, risponde sdegnato a chi glielo chiede. La leggendaria giornalista di moda Diana Vreelandracconterà nei suoi articoli di aver visto gente che cade letteralmente in deliquio alle sue sfilate e che lei stessa deve controllarsi per non cedere all’entusiasmo. Il 1948 è l’anno più terribile per Cristóbal Balenciaga. Il suo adorato Vladzio Jaworowski d’Attainville muore e lui cade in depressione. Vuole chiudere tutto e ritirarsi, ma poi si fa forza e va avanti. Gli rimane praticamente fedele per tutto il resto della vita, intrattenendo da quel momento solo relazioni senza importanza.

    Al contrario di quanto temeva, la sua inventiva non si spegne e continua a produrre capolavori che sottolineano la figura femminile in modi inediti. È lui il primo a ignorare il punto vita e a disegnare le camicie blusa, gli abiti tunica, i cappotti e i vestiti a uovo. La gente che conta veste solo da lui, come la Countess von Bismarck, influencer dell’epoca. E poi Wallis Simpson, Grace Kelly, Jackie Kennedy, Helena Rubinstein, Greta Garbo. Nel 1960 vive due eventi importanti: riceve la Légion d’honneur per i servizi resi all’industria francese della moda e disegna l’abito da sposa di Fabiola per le nozze col principe Baldovino I del Belgio. Quando nel 1968 decide di chiudere i suoi atelier ha 74 anni ed è ricchissimo, ha investito bene anche nel mercato immobiliare a Parigi e in Spagna, nei quartieri più prestigiosi. Vuole tornare alla sua terra d’origine, che non ha mai dimenticato, ed è lì che il 23 marzo 1972 si ricongiunge al suo Vladzio, che non ha mai smesso di amare. Women’s Wear Daily, la rivista di moda più famosa dell’epoca titola “il re è morto”. Il suo nome e il suo stile verranno recuperati nel 1986 e riportati allo splendore che il suo ricordo merita. E che oggi è affidato a Demna Gvasalia.

     

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    Green Carpet Fashion Awards: artigiani italiani vincono il GCFA Art of Craftmanship Award il ringraziamento di Giuseppe Conte

    Green Carpet Fashion Awards quest’anno, alla loro quarta edizione, sono stati svolti in formato digitale e tutto l’evento, trasmesso durante la Shanghai Fashion Week il 10 ottobre 2020, è stato girato presso il Teatro alla Scala trasformato per l’occasione in una sorta di foresta incantata.

    Giuseppe Conte, Made in Italy, carlo capasa, Green Carpet Fashion Awards

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    Piper Sandler: come spendono e cosa acquistano i teenager USA

    Dal 40° rapporto semestrale ‘Taking Stock with Teens’ realizzato da Piper Sandler, banca di investimento con sede in Minnesota, in America gli adolescenti spendono meno in borse mentre è in aumento la domanda di capi d’abbigliamento usati. Questo è quanto emerso dalla ricerca effettuata tra il 19 agosto e il 22 settembre su un campione di 9.800 adolescenti, di età inferiore ai 16 anni, provenienti da 48 Stati. Nel 2020, la spesa dichiarata ha raggiunto i livelli più bassi degli ultimi due decenni, e l’attuale pandemia ha influito molto sul modo di acquisto di adolescenti e non.

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    LOVE di Cartier: la storia del bracciale diventato icona

    La leggenda vuole che in certi ospedali di New York ci siano riposti nei cassetti i micro cacciaviti dorati necessari ad aprirlo, qualora arrivi un paziente in emergenza che ne indossi uno. Il Love di Cartier, bracciale amatissimo, è ancora oggi una delle creazioni di maggior successo della Maison francese d’haute joaillerie. Nato nel 1969, non all’interno del dorato atelier parigino, ma in un laboratorio di gioielleria Cartier di New York, è stato, al momento del lancio, una vera rivoluzione all’interno del panorama dei preziosi.

    love di cartier

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    Valentino: “visto da una prospettiva diversa” sfila a Milano

     

    Una fabbrica dismessa e invasa di fiori,  66 persone prese dalla strada, ognuna con la propria fisicità e individualità per il romanticismo radicale di Valentino, che sfila per la prima volta a Milano anziché a Parigi. Una scelta dettata dal Covid ma che per Pierpaolo Piccioli ha significato anche “l’opportunità per far vedere Valentino da una prospettiva diversa”.

    Se Valentino è un marchio noto nell’immaginario collettivo, come “un paesaggio collettivo che tutti conoscono, il mio lavoro come designer” – riflette Piccioli – “è mostrarlo dal mio punto di vista, mantenere i suoi codici dando loro un nuovo significato. Ho voluto lavorare con persone che rappresentano il mondo, scelte attraverso uno street casting, per raccontare cosa significa il romanticismo oggi”.

    E non si parla tanto di estetica, quanto di “individualità e libertà di espressione, di un approccio alla vita emozionale e non oggettivo”. Un nuovo romanticismo libero e personale che si appropria dei codici espressivi della maison per proporli in modo nuovo. Per capire il lavoro di risignificazione – parola che torna più volte sulla bocca di Piccioli – basta pensare alla prima uscita della sfilata: il classico little black dress che diventa un super mini short dress, dove gli short sono mini tutina. E poi i fiori: il lavoro è partito dall’indimenticabile abito giallo di Anjelica Huston ed è arrivato ai vestiti da sera ampi e leggerissimi e alle bluse portate con il jeans 5 tasche, un modello Levis fuori produzione che Piccioli ha voluto riproporre per lui e per lei. Sempre con il classico pantalone denim sono portate le nuove Stud dalle borchie ingrandite e le camicie con ruches e volant da alta moda, proposte in toni che vanno dall’avorio all’ebano, per abbinarsi a qualsiasi colore della pelle.

    Volevo raccontare un Valentino nuovo e più inclusivo che abbraccia un’idea di libertà senza frontiere di genere, sesso e razza perché questo è il mondo oggi e io lo voglio raccontare”. Per questo, a chi gli chiede chi siano le persone scelte tra Parigi, Londra e Milano, Piccioli risponde che le loro sono “storie personali, come le nostre, non volevo caselle da riempire, inclusività è trattare le persone come persone e non come piccole caste”. 
    Abiti quasi onirici nel finale, veli di chiffon colorato, con volants, ruches e strascichi che al loro passaggio alzano la polvere depositata dal tempo nell’ex fonderia Macchi, alla Bovisa, periferia nord di Milano, mentre Labrinth, artista britannico, con la sua voce accompagna in modo struggente la foto di una generazione stretta tra forza e fragilità. Se Milano “è stata l’opportunità di valorizzare questo cambio di prospettiva, per il futuro non so cosa faremo, non ci interessa pianificare ma reagire a modo nostro e in maniera autentica a ciò che succede, forse l’unico modo” – conclude Piccioli – “per affrontare questi momenti”.

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    La Crusca contro l’epidemia delle parole inglesi
    “l’italiano è bello”

    Il nostro potere è solo di persuasione, ma ciò non ci esime da richiamare tutti a un dovere di sobrietà nell’uso della lingua, che va innanzitutto rispettata. Dobbiamo avere fiducia nella nostra lingua italiana, nella sua bellezza, nella sua chiarezza, nella sua limpidezza. Ecco perchè va fermata l’imbarazzante epidemia di parole straniere, quasi tutte inglesi, che ci sommerge. Spesso dietro il ricorso a una parola inglese si nasconde il nulla. Bisogna imparare a usare sempre il corrispettivo italiano se questo esiste nel nostro vocabolario”. Queste le parole del professore Claudio Marazzini, rieletto, da poco, per il terzo mandato,  presidente dell’Accademia della Crusca deprecando “l’inutile ricorso” ai forestierismi, ormai tutti anglismi.

    Le polemiche sulla lingua sono sempre esistite e sempre esisteranno – spiega il linguista – perchè la lingua si evolve con la società. In questo scenario l’azione dell’Accademia della Crusca avviene con equilibrio ma non con atteggiamento rinunciatario. Non va fatta una battaglia indifferenziata contro le parole straniere, perchè sarebbe non solo perdente ma inutile. Non ci dimenticheremo di prendere posizione in maniera ferma ogni qual volta la lingua italiana sia aggredita o privata dei suoi diritti.”

    Così per l’ultimo arrivato il recovery fund; essendo un termine inventato in sede europea è stato fatto ricorso all’uso dell’inglese, “ma quando si parla di questo argomento in Italia, per far comprendere agli italiani di cosa si sta parlando, si impieghi un’espressione in lingua italiana del tipo piano per la ripartenza o piano per la ricostuzione”, spiega Marazzini.

    Così al posto di meeting usiamo riunione, non facciamo tutti gli esperti di food ma di cibo, non parliamo di audience ma di pubblico, non siamo tutti alle prese con il fare business ma con il fare affari e non lavoriamo in team ma facciamo lavoro di squadra. Qual è il problema nell’usare i corrispettivi della nostra lingua? Ci sono, sono belli e quindi usiamoli

    Accademia della Crusca, italiano

    Sfilate reali in Via Tortona e negozi virtuali
    la rivoluzione digitale di Velvet Media al White Milano

    L’azienda veneta di marketing e vendita online scelta per sviluppare digitalmente il più grande salone italiano dedicato a designer e stilisti di moda. Se ne occupa la divisione Velvet Fashion: “Per la prima volta spazi fisici e virtuali si fondono, il fashion entra nell’era phygital”.

    white milano

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