Royal Ascot e la svolta green

La sostenibilità irrompe anche nel tempio della tradizione britannica. Dal 15 al 19 giugno tornerà uno degli eventi più amati dagli appassionati di equitazione, il Royal Ascot. Da oltre 300 anni la manifestazione unisce sport, tradizione e folklore. Oltre alle corse dei cavalli si assiste infatti allo sfoggio di mise attentamente studiate dalle invitate, molte delle quali di sangue blu. Da dieci anni a questa parte, l’organizzazione diffonde una pubblicazione realizzata in collaborazione con il luxury brand Longines; al suo interno si susseguono le regole di stile per partecipare alle giornate di gare, cocktail e mondanità. A sorpresa quest’anno c’è stata un’inaspettata virata green: “Sinonimo di stile individuale e scena delle tendenze sartoriali, la Royal Ascot Style Guide quest’anno celebra anche la sostenibilità e l’arte dello shopping consapevole. Vogliamo dimostrare a tutto il mondo che ad Ascot essere vestiti bene non significa necessariamente comprare qualcosa nuovo di zecca”, si legge nell’opuscolo.

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Gucci e Facebook insieme contro la contraffazione sui social

Facebook e Gucci uniscono le forze e collaborano nella lotta contro la diffusione e la vendita di prodotti contraffatti sui social media. Il gigante americano e la maison italiana del lusso hanno avviato una causa congiunta contro una persona fisica per violazione dei termini di servizio e delle condizioni d’uso di Facebook e Instagram, nonché per violazione dei diritti di proprietà intellettuale di Gucci, contraffazione dei marchi Gucci e concorrenza sleale.

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Alber Elbaz – un ricordo

di 
versione italiana di Gianluca Bolelli
 

Elbaz, deceduto sabato, ha creato collezioni per una mezza dozzina di case di moda, inclusa la sua, anche se è stato il periodo di 14 anni da Lanvin quello in cui ha lasciato maggiormente il segno, scrivendo un capitolo della storia della moda che gli è valso un posto nel Pantheon dei più grandi designer di tutti i tempi.
 
Il suo cerebrale senso del fascino e dell’incanto, la sua profonda sensualità e il lusso opulento delle sue creazioni per la maison Lanvin hanno fatto inserire per un decennio e mezzo i suoi show fra i cinque o sei più importanti e attesi défilé del calendario internazionale. Dotato di un caloroso senso dell’ironia, di uno spirito poetico e di una naturale bonarietà, era anche una delle figure più popolari dell’intera industria della moda. E in un settore che può arrivare ad essere spietatamente competitivo, irriconoscente o persino maldicente, Alber è sempre riuscito ad essere rispettoso di tutti.

Elbaz, deceduto all’età di 59 anni, era ancora nella fase ascendente nella sua carriera, avendo appena lanciato l’etichetta AZ Factory, che prende il nome dalla prima e dall’ultima iniziale dei suoi nomi, finanziata dal colosso del lusso Richemont. Un progetto ambizioso, che sembrava destinato a scrivere un altro appassionante episodio nel mondo dello stile.
 
Il designer è morto all’ospedale Pitié-Salpêtrière di Parigi circa tre settimane dopo aver contratto il Covid-19, anche se era stato vaccinato due volte. Sembrava che avesse superato il momento peggiore e stesse recuperando le forze, ma sabato ha avuto un infarto. Il suo funerale dovrebbe essere celebrato in Israele mercoledì, dove sarà sepolto accanto ai suoi genitori.
 
Si ritiene che Richemont stia progettando un memoriale in suo onore, anche se, dato il distanziamento sociale richiesto dalle misure anti-Covid-19, l’evento potrebbe non essere organizzato per diversi mesi.
 
Nato a Casablanca nel 1961, Elbaz si è trasferito da bambino in Israele con il padre parrucchiere e la madre pittrice. Risiedevano a Holon, la città-dormitorio della classe operaia a sud di Tel Aviv. Illustratore di innato talento, Elbaz ha iniziato a disegnare abiti all’età di sette anni, andando poi a studiare alla grande scuola di moda e design di Israele, lo Shenkar College.
 
Poco dopo la laurea, Elbaz partì per New York, dove finì per essere assunto da Geoffrey Beene, uno dei più grandi designer americani, famoso per l’utilizzo di tessuti modesti, come panno e tela jeans, per creare abiti da sera alla moda. Ad Alber piaceva ricordare che era arrivato a New York con 800 dollari, datigli da sua madre Allegria, e due valigie, una piccola con le sue cose e l’altra grande con i suoi sogni.

Alber ha lavorato per sette anni con il solitario Beene nel suo studio e showroom della 57th Street a Manhattan, mantenendo un profilo basso, visto che Beene era impegnato in una guerra prolungata con il redattore capo di Women’s Wear Daily, John Fairchild. Una polemica che portò quello che allora era il quotidiano di moda dei record a bandire totalmente Beene dal giornale. Un giorno, dopo una presentazione in cui Beene ricevette una pioggia di complimenti per un vestito che Elbaz aveva disegnato dal primo all’ultimo elemento, lo stilista israeliano si rese conto che era ora di voltare pagina e trasferirsi.
 
Fortunatamente, nel 1996 Elbaz è stato strappato all’oscurità dell’anonimato quando è stato nominato direttore creativo di Guy Laroche dal suo visionario CEO Ralph Toledano.
 
“Mi aveva mandato il suo curriculum su carta rossa, con sopra il suo nome “Alber Elbaz” scritto come un logo. Comprendeva chiaramente la sua identità ed era molto consapevole e intuitivo. Così l’ho incontrato al Carlyle di New York, e questo tipo basso e grassoccio si presenta con giacca, scarpe e occhiali rossi, e senza calzini… in inverno! E io pensai: è lui. Al suo book mi bastò dare appena una scorsa”, ha ricordato Toledano, oggi presidente della Fédération de la Haute Couture et de la Mode e presidente del marchio Victoria Beckham.
 
Così Elbaz lasciò Beene dopo 10 giorni e arrivò su un volo di linea con in mano i bozzetti per la sua collezione di debutto a Parigi, dove venne creato un nuovo studio per Guy Laroche, maison all’epoca quasi dimenticata, acquistando i mobili al negozio BHV di rue de Rivoli.
 
Il suo impatto fu immediato. Lo stilista ottenne recensioni entusiastiche per la sua combinazione di chic francese, brio newyorkese e glamour hollywoodiano.
 
Durante il suo debutto, a una modella che sta sfilando in passerella si spezza il tacco, ma la top riesce miracolosamente a uscire di scena con eleganza. E, per la gioia di un mortificato Elbaz, il pubblico inizia ad applaudire con entusiasmo. L’applauso fragoroso per il suo debutto, messo in scena all’interno del Carrousel du Louvre, lo porta a fare un lungo giro della passerella, dando inizio a una gloriosa tradizione della sua carriera professionale. Sembrava più un intellettuale di New York nel suo completo sartoriale; capelli ribelli e occhiali cerchiati di metallo, Elbaz amava palesemente questi suoi momenti finali in passerella in cui veniva adorato.

Per il suo secondo show, all’Opera della Bastiglia, a cui partecipava sua madre, WWD lo mise in copertina.
 
Alla domanda su cosa pensasse della sfilata, Allegria ha risposto: “Non l’ho vista, stavo pregando”.
 
Tre anni dopo, è stato assunto da Pierre Bergé per essere il primo stilista di prêt-à-porter della collezione Yves Saint Laurent Rive Gauche, dopo il semi-pensionamento di Yves. Un sogno d’infanzia per qualsiasi designer, ma un’esperienza estremamente difficile per Elbaz, visto che lo staff di YSL ha praticamente incrociato le braccia al suo arrivo.
 
Durante il suo mandato, Yves non è mai andato a nessuna delle sfilate della linea Rive Gauche concepita da Alber e ha continuato a disegnare l’alta moda. Elbaz riuscì a creare tre mirabili collezioni Rive Gauche senza però raggiungere mai le sue maggiori vette creative, prima di essere licenziato nel 1999 quando Gucci acquisì YSL e assunse Tom Ford come designer.
 
Nel successivo periodo sabbatico di 18 mesi, Elbaz è persino riuscito a disegnare una sola, brillante collezione per Krizia, il cui valore venne testimoniato da una manciata di giornalisti e buyer, prima di lasciare l’etichetta dopo appena tre mesi. Molti hanno scherzato dicendo che quella era stata la sua migliore collezione per YSL.
 
Prima di riemergere da Lanvin e riprendere il suo percorso verso la gloria realizzando oltre una ventina di collezioni iper-influenti. Le sue prime linee per Lanvin furono lodate universalmente. L’8 ottobre 2006 Fashion Wire Daily scriveva: “Finalmente, l’ultimo giorno del tour di quattro settimane delle capitali mondiali della moda, una stagione impantanata in idee retrò, Lanvin ha offerto qualcosa di nuovo ed emozionante”.

Quello è stato uno di quegli show in cui tutto è andato a posto come doveva, in cui il mood, la musica, lo stile e il trucco si sono mescolati in modo nuovo… Ma ciò che contava di più erano i vestiti, dove un tocco di futurismo, una dose di nitore chic e alcuni abiti strepitosamente ben tagliati hanno portato alla creazione della collezione più importante della stagione. La linea per la Primavera-Estate 2007 ha segnato anche una svolta significativa nel design per il direttore creativo di Lanvin, che ha portato la sua moda su un terreno molto più sexy. Prima, Elbaz si attaccava agli stili, esibendo un’eleganza parigina modernista. Quel giorno abbiamo assistito a un maestro che creava vestiti più estremi e provocatori: bellezze autoritarie e vestite di scuro in tessuti high-tech che arrivano a dominare qualsiasi spazio o stanza in cui entrano.
 
C’era un filo di futurismo”, disse Elbaz a FWD, pochi minuti dopo aver ricevuto una standing ovation e il più grande applauso collettivo della stagione. “Ma non è come negli anni ’60 o ’80 quando si trattava di power dressing. Le donne hanno più potere oggi. Questa collezione parlava del potere delle loro menti”.
 
Elbaz avrebbe continuato a mettere in scena alcuni show straordinariamente teatrali spaziando per Parigi, partendo dall’Opera Comique, dove Bizet ha proposto per la prima volta la “Carmen”, prima di accontentarsi della Halle Freyssinet, una gigantesca stazione ferroviaria in disuso dove il suo bellissimo cast sembrava apparire dall’infinito, in un magico gioco di prospettiva. Lavorando con il produttore di spettacoli Etienne Rousseau, Elbaz ha anche sviluppato un portale a sbalzo unico, che dava ai suoi défilé un’illuminazione cinematografica immediatamente riconoscibile. Inoltre, le sue collezioni erano sempre messe in scena in modo estremamente elegante, a partire dalle targhette scritte a mano – con solo i nomi degli ospiti indicati sulle sedute in stile Luigi XVI.
 
Decine di star del cinema hanno assistito alle sue sfilate, mentre Elbaz ha continuato a vestire letteralmente centinaia di attrici a livello internazionale. Da Natalie Portman, Meryl Streep, Kim Kardashian e Kate Moss a Nicole Kidman, Chloé Sevigny e Sofia Coppola.
 
Collaborando con il designer dell’abbigliamento maschile di Lanvin Lucas Ossendrijver, Elbaz ha anche reso il marchio influente nell’abbigliamento maschile – utilizzando tessuti improbabili per gli uomini, come il raso duchessa; realizzando camicie button down con le perle; e abbinando smoking con pantaloni da jogging. Lo stile personale di Elbaz (dalle sue cravatte gros-grain agli occhiali neri squadrati alla sua preferenza per non indossare mai i calzini) ha anche creato una nuova idea di stile maschile.

Ma Elbaz sarà ricordato soprattutto per la sua inimitabile arte nel drappeggio e la capacità di creare tubini e vestiti scultorei dal taglio indulgente per la figura, nonché sublimi abiti da cocktail. Ma oltre a questo va ricordata la sua tavolozza di colori spesso straordinaria: rosa chiaro leggermente tenue, beige violaceo e carbone lucido, tonalità che si associano più al trucco che ai vestiti.
 
I suoi show sono diventati assolutamente imperdibili, come la straordinaria collezione Autunno-Inverno 2008, realizzata principalmente in gros-grain nero, con nastri in stile armadillo su camicette da suora sexy, gonne tagliate asimmetricamente e alcuni abiti da sera deliziosamente ben disegnati.
 
In seguito, un Elbaz per una volta cupo è uscito a salutare il pubblico in mezzo ad intensi applausi, poche settimane dopo la morte di sua madre Allegria, dalla quale volò decine di volte quell’inverno per andarla a trovare in Israele, disegnando anche a tarda notte in ospedale. Un commovente promemoria che la classe è il trionfo dello stile sulle avversità.
 
Sebbene non abbia mai prodotto una collezione d’alta moda, ogni anno a gennaio durante la stagione parigina della Haute Couture, Elbaz presentava la pre-collezione Lanvin prendendo un caffè al mattino con una manciata di giornalisti e critici all’interno di un salone dorato dell’Hôtel de Crillon. Era il ritrovo di moda definitivo e per eccellenza degli addetti ai lavori, un tutorial di stile in cui parlava al suo pubblico attraverso ogni look, durante il quale ci si chiedeva se in una vita precedente non fosse stato un cabarettista. Come quando ricordò l’ultima volta in cui si era rivolto a un pubblico newyorkese spiegando che Lanvin aveva sviluppato sette collezioni “satellite”. “Ma tutti pensavano che avessi detto cellulite”, ridacchiò.
 
Molto prima dell’esplosione di Black Lives Matter e degli altri movimenti odierni per l’inclusione, una mattina in hotel ha presentato un’altra collezione utilizzando un cast interamente nero. Situato proprio dietro l’angolo del quartier generale di Lanvin, il Crillon è diventato la mensa di Alber, dove chi vi scrive ha avuto il piacere di pranzare con lui in varie occasioni. Non faceva per lui l’umorismo acido di tanti altri ambiziosi designer, invece Elbaz mostrava sempre gioia di vivere e un enorme rispetto per i suoi colleghi, mentre cercava e chiedeva sempre nuove idee.
 
Durante una conferenza tre anni fa al The Israeli Museum, ha detto al pubblico presente: “I vestiti sono sempre nuovi, ma il metodo non lo è. Non esiste industria al mondo che funzioni a una tale velocità, fashionisti che corrono una maratona, e stanno sempre a correre e correre, me compreso, …e senza perdere una sola caloria. Un cantante può produrre otto successi all’anno e nessun grande scrittore può scrivere “Guerra e Pace” in 12 diverse varianti in un anno. Ma nella moda, sia a livello locale qui in Israele che in tutto il mondo, ai designer viene richiesto di essere più grandi, più economici e più veloci. Siamo nevrotici, siamo sorpresi di [riuscire ad] essere sempre così veloci”.
 
Sempre orgoglioso della sua cittadinanza israeliana, Elbaz ha finito per essere il Mosè della moda del suo popolo, un campione che li ha aiutati a condurli nella terra promessa.


Mentre era da Lanvin, ha anche prodotto una collezione per H&M, democratizzando la sua moda altrimenti costosa; e ha ricevuto numerosi premi, dall’International Designer of the Year del CFDA alla Legion d’Onore. Successi che ha condiviso con il suo partner di lunga data e il più fedele dei compagni, Alex Koo.
 
Tuttavia, dopo numerosi show trionfali, hanno cominciato a diffondersi voci sul fatto che Elbaz fosse ai ferri corti con la proprietaria della maggioranza di Lanvin, l’imprenditrice taiwanese Shaw-Lan Wang. Ciò nonostante, quando Elbaz è stato licenziato nell’ottobre 2015 la notizia ha generato un grande shock. La sua rimozione è ancora considerata uno degli autogol più stupidi nella storia delle gestioni dei marchi di lusso, poiché secondo l’opinione della maggior parte degli esperti essa ha dimezzato dall’oggi al domani la valutazione di Lanvin.
 
Dopo Lanvin, lo stilista svilupperà un profumo con Frédéric Malle e una collezione di scarpe e borse con Tod’s, prima di trovare un finanziatore ideale in Richemont per lanciare la sua casa di moda. Alber Elbaz ha fatto debuttare il suo concept AZ Factory nel gennaio di quest’anno, catturando (a un prezzo accessibile) il suo vero DNA: raffinatezza da ora dell’aperitivo, drappeggi superlativi e la capacità di esaltare la bellezza femminile con una finitura esotica e artistica.
 
Oltre ad ampliare il suo pubblico di riferimento, Elbaz ha anche infranto alcune regole con il suo lancio, mettendo in scena quello che ha definito “show fashion”, ovvero un finto programma televisivo di varietà.
 
Per un po’ di sprint, un abito dallo scollo profondo tagliato con spalle a sbuffo e maniche a zampa di montone; o un perfetto vestito da sera dotato di un enorme fiocco posteriore. Undici capi in totale, lanciati a poche settimane di distanza uno dall’altro, creazioni nuove proposte in diverse tavolozze di colori.
 
Ma questa non è una capsule collection, perché mi ricorda gli antibiotici!” ha scherzato, nella mia ultima conversazione con lui, vis-à-vis su Zoom.
E tutti abiti realizzati in taglie dalla extra-extra-small alla extra-extra-extra-extra large.
 
Conosco troppe donne che vanno al reparto bambini per comprare vestiti! Questo è un progetto orientato alle soluzioni”, ha sottolineato Elbaz.
 
Lo stilista ha chiamato i suoi abiti da sera “Diamonds and Pearls”, con tubini neri dagli ampi décolleté decorati con collane di cristallo logate e orecchini pendenti; o con diverse collane di perle oversize. La sua altra decisione chiave è stata quella di far calzare al suo cast delle nuove sneaker a punta allungata a forma di ballerine. Un modello che ha chiamato “Sneaky Pumps”.
 
È lo stesso cuoco, ma con ingredienti diversi in cucina”, ha detto.
 
Il suo grande amico Toledano ha dichiarato: “Almeno Alber era stato molto felice in questo periodo dopo diversi anni molto difficili. Amava la gente e l’umanità era sempre al centro di ogni cosa per lui. La moda ha sempre riguardato uomini e donne. E Alber li amava e amava essere amato. Ed era amato da così tante persone”.
 
Alla fine è ironico, ma di un’ironia estremamente amara, pensare che proprio Alber sia stata l’ultima vittima di questa maledetta pandemia, lui che aveva scelto personalmente di isolarsi in un precauzionale lockdown, che ha osservato rigorosamente il distanziamento sociale e che teneva flaconi di gel disinfettante ovunque. 
 
Resta il fatto che nella propria carriera pochi designer hanno creato così tanta bellezza e sono riusciti a farlo con tanto umorismo, tenerezza e brio.
 
Non est ad astra mollis e terris via – Non esiste una via facile dalla terra alle stelle.

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Gucci Beloved Talk show – il talk in versione retro

di Marco Caruccio via pambianconews.com

Prima le Instagram Stories, poi il boom dei podcast e infine il fenomeno Clubhouse. Gli ultimi mesi hanno visto fiumi di parole condivise sui social network. La moda spinge l’acceleratore sulla comunicazione verbale che sembra strizzare l’occhio al mondo della radio e delle trasmissioni televisive in cui gli ospiti si raccontavano senza filtri. Gucci non sta a guardare e lancia un nuovo progetto per celebrare le linee di accessori Gucci Beloved. Il direttore creativo Alessandro Micheleha tratto ispirazione dai famosi late-night show hollywoodiani per dare vita a sei episodi del The Beloved Show. L’attore e conduttore James Corden, realmente impegnato col proprio programma in onda sulla Cbs, intervista il musicista Harry Style, la campionessa sportiva Serena Williams, le attrici Diane Keaton, Sienna Miller, Awkwafina e Dakota Johnson. Durante le brevi clip le star ospiti del talk show parlano delle loro recenti attività sfoggiando i modelli Dionysus, Jackie 1961, Gucci Horsebit 1955 e GG Marmont.

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Vivienne Westwood – 80 anni da vera punk

Auguri a dame Vivienne Westwood che a 80 anni, compiti l’8 aprile scorso, resta una vera donna punk.

Ambientalista, progressista e controcorrente. È così che la stilista dai lunghi capelli bianchi e trucco teatrale ha cambiato il corso della moda diventando una vera istituzione per la moda britannica e mondiale.

Da sempre la Westwood è ambientalista predicando, nel vero e proprio seno della parola, con un trasporto quasi adolescenziale, in favore di una riduzione dei consumi, dell’attenzione all’ambiente, e adesso anche contro il mercato delle armi. La moda sembra interessarla sempre meno – ha lasciato al marito, Andreas Kronthaler, le redini della linea principale, tenendo per sé quella che porta il suo nome, fatta di riedizioni aggiornate di un catalogo di idee più vivo che mai.

Il suo percorso è passato dal punk estremo al new romantic. Inizialmente compagna del geniale Malcolm Mclaren, impresario musicale dalle ascendenze situazioniste, ha inventato il look fatto di cinghie e spille da balia del punk britannico; poi, all’inizio degli anni 80, i due hanno creato il new romantic, che avrebbe ispirato Blitz Kids e Duran Duran, e che ha trovato nell’iconografia corsara della collezione Pirates (1982) la sua summa. Quando si è messa in proprio e ha canalizzato la verve trasgressiva attraverso una rilettura potente del costume storico – dal settecento alla belle epoque, con elementi rinascimentali – ha stravolto una iconografia in apparenza conservatrice per farne veicolo di progresso e rottura. 

Sul fondo sempre lo sberleffo, l’irriverenza ed il gusto del gioco. Nel 1989 Tatler la mise in copertina, travestita da Margaret Thatcher, con lo strillo «this woman was once a punk» (questa donna è stata una punk).

Vivienne Westwood è uno dei pochi personaggi dei quali si può davvero dire che hanno cambiato il corso della moda: non comunicando, ma facendo.

 

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Stan Smith – la storia di un’icona

Agli inizi degli anni ’70, Stanley Roger Smith è una leggenda del tennis. Il giocatore americano vince due titoli del Grande Slam (Us Open ‘71, Wimbledon ‘72) e la prima edizione della Masters Cup, sia in singolo che in doppio. Eppure, finiti gli anni d’oro della sua carriera, Smith si lamenta che “la gente pensa che io sia una scarpa”. Il figlio, addirittura, arriva a chiedergli: “Papà, hanno chiamato la scarpa dopo di te o te dopo la scarpa?

Stan Smith infatti è il nome del campione di tennis, ma anche delle famosissime sneakers dell’adidas che prendono il suo nome nell’edizione degli anni ’70 e successive, pur essendo state originariamente create in onore del tennista francese Robert Haillet, che nel 1965 ne disegna il modello, dandogli il suo nome. Agli inizi degli anni ’60, infatti, adidas vuole entrare nei campi da tennis, e lo fa con lo stile inconfondibile di una scarpa leggera ma dalla struttura solida, che prende dunque il nome di Haillet. Poi, quando nelle decade successiva diventa lo sponsor di Smith, queste scarpe di pelle bianca, con le riconoscibili tre file di buchi traspiranti e l’immancabile linguetta verde, passano al nuovo campione. Sulla linguetta frontale compare il ritratto e la firma del giocatore, e per la scarpa opportunamente riveduta e corretta, ha inizio una nuova vita come Stan Smith.

Già dagli anni ’70 e ’80, questo modello, dalla linea minimal ma distintiva, diventa subito un classico tra gli sportivi (Smith ammette di aver provato un certo fastidio nel perdere con atleti che indossavano le sue scarpe) e anche fuori dal campo da tennis. Ma è negli anni ’90 che arriva il boom di vendite: nel 1990 la Stan Smith entra nei Guinness dei Primati per aver venduto 22 milioni di modelli nel mondo. Compare nel testo della hit francese Je danse le Mia del collettivo IAM (All’inizio degli anni ’80, ricordo le serate, dove l’atmosfera era calda e i ragazzi stavano tornando a casa, Stan Smith ai piedi) e al cinema nel film di Mathieu Kassovitz La Haine, ai piedi di Vincent Cassel (solo per citarne alcuni esempi). Le Stan Smith da scarpa sportiva diventano un fenomeno di costume, un’icona della cultura street e pop. Per Stan Smith l’impresa di conquistare i giovani con il suo modello di scarpa era impossibile, ma evidentemente si era sbagliato.

Personalmente, da ragazza che ha vissuto l’infanzia negli anni ’90, le Stan Smith non le ho mai legate al giocatore di tennis (lo ammetto) ma a quel tipo “scarpa da tennis” che va bene con tutto e che ha sempre mantenuto la sua aura iconica: è stata la scarpa dei miei maestri di recitazione, dei divi hollywoodiani che ammiravo sulle riviste, insomma le scarpe di chi aveva, ai miei occhi, stile e fascino da vendere. E sebbene nei primi anni duemila le vendite abbiano subito un calo, nel 2014 dopo aver interrotto la produzione 3 anni prima, le Stan Smith tornano sul mercato per non lasciarlo più. Nuove collaborazioni con stilisti e designer, nuovi colori, ma sempre la stessa impressione di una scarpa dal design minimale e senza tempo.

E anche oggi questa scarpa leggendaria mantiene il binomio di tradizione e innovazione grazie alle nuovissime Stan Smith della linea Primegreenche rappresenta i valori di sostenibilità che adidas sta perseguendo. Reinventare una leggenda si può, anzi, per adidas si deve, e per questo anche le Stan Smith sono rientrate nel programma Primegreen che ha come obiettivo quello di sostituire il poliestere vergine con il poliestere riciclato. Un primo passo per inaugurare buone pratiche sostenibili e al contempo mantenere alte le prestazioni. Nel caso di questo modello, il 50% della tomaia è realizzato con materiali riciclati e per realizzarlo non è stato utilizzato poliestere vergine – ma lo stile rimane invariato, portando questa scarpa leggendaria in un nuovo, esaltante, capitolo della sua storia.

 

stan smith

Bottega Veneta sfida i social lanciando il suo magazine digitale

Cover del digital journal ‘Issue 01’

Essere online senza usufruire dei social network. Sembra questa la nuova mission impossibile di Bottega Veneta che, a sorpresa, ha appena lanciato il primo numero del suo magazine digitale intitolato Issue 01. La pubblicazione avrà cadenza trimestrale e sarà condivisa in concomitanza con l’arrivo delle nuove collezioni in boutique. Un’operazione coerente con la strategia controcorrente del direttore creativo Daniel Lee che, proprio ieri, ha dichiarato al The Guardian: “I social media rappresentano l’omogenizzazione della cultura. Tutti guardano lo stresso flusso di contenuti. Un enorme quantità di riflessioni viene incarnata in quello che faccio, e i social media lo semplificano eccessivamente”.

bottega veneta, issue 01

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Louboutin – il mito con la suola rossa

Non sempre portabili e purtroppo fuori dalle possibilità economiche della media ma uno tra gli oggetti più desiderati da avere nel guardaroba, parliamo delle Louboutin, le scarpe dalla suola rossa.

Metà delle donne vuole una scarpa che la faccia sembrare un po’ provocante, e l’altra metà è composta da donne provocanti che vogliono una scarpa raffinata. Credo che la scarpa completi la donna, le dia quel che non possiede ancora” questa è la motivazione chiara e concisa che ne da Christian Louboutin.

L’attrice francese Léa Seydoux ha confessato che Christian Loboutin le regalò il primo paio quando aveva soli dodici anni, e ogni volta che raconta questa storia poggia ancora l’indice sulla guancia come le bambine quando pensano al loro pasticcino preferito.

Christian Louboutin aprì il suo primo negozio a Parigi nel 1992 dopo aver lavorato con Foger Vivier. Rimase incantato dalle calzature strabilianti realizzate per l’incoronazione dello scià Reza Pahlavi e dalle décolleté di diamanti di Marlene Dietrich. La sua ispirazione però viene da lontano, dalla vita notturna che lo distraeva dai suoi doveri di studente, dalle gambe delle ballerine e dai loro maliziosi sandali gioiello.

Spesso imitate, le originali hanno sempre avuto la meglio (ovviamente!). Curioso il caso dell’azienda olandese Van Haren, che nel 2012 aveva messo in commercio scarpe con tacco alto e suola rossa -chiamate 5th avenue by Halle Berry. Poco dopo è stata citata per contraffazione e la corte di giustizia europea interpellata dal tribunale dell’Aja, si è pronunciata a favore del brand francese: le suole rosso pantone 18-1663tp, nate da un esperimento di smalto per le unghie, non possono essere copiate.

Rizzoli nel 2011 ha pubblicato l’autobiografia di Louboutin in un sorprendente non-libro perchè alcune delle sue scarpe sono non-scarpe, delle vere e proprie creazioni visionare. Basti pensare alle famosissime Fetish ballet heels disegnate in collaborazione David Lynch, e costruite per tenere il piede perfettamente verticale “con queste scarpe non si può di camminare, e tanto meno correre. Si può solo stare sdraiate”.

 

 

La produzione è tutta italiana, a Vigevano, e comprende non solo modelli dal tacco vertiginoso ma anche ballerine e sneakers. Il modello più famoso rimane senza dubbio la Pigalle  Tra i modelli famosi ci sono le ballerine Sophia flat, a punta e con fiocchetto; le altissime So Kate, disegnate per il matrimonio di Kate Moss; le impossibili ballerine Ultima, indossate da Beyoncé nel video di “Green Light”; e ancora The Blake, il sandalo in vernice e stringhe laccate arcobaleno dedicato a Blake Lively. Ma il modello più famoso (ed mio avviso il più bello) senza dubbio sono le Pigalle

“Non ho intenzione di raccontare che il 12 è comodo. Non si tratta di comodità, ma di bellezza” e Jill Abramson, prima donna a dirigere il New York Times, ha reso esplicito il messaggio “Ti infili le suole rosse e non temi più nulla”.

 

 

louboutin

Donne chef – la cucina non è solo deGLI chef

articolo di Martina Tripi via Vita su Marte 

 

Vi prego non chiamiamole quote rosa, queste donne chef sono talmente cazzute che potrebbero, e forse dovrebbero, governare il mondo. Gestiscono ristoranti, collezionano stelle Michelin come fossero figurine Panini, fondano associazioni benefiche e si occupano anche delle proprie famiglie.
La cucina è donna, ma fin troppo a lungo è stata dominata dagli uomini, ricordiamolo sempre: il talento non ha genere.

Tutto molto bello ma…

Però rifletteteci: ancora oggi nell’immaginario collettivo la donna in cucina è colei che alleva, nutre e coccola la famiglia, mentre l’uomo ci appare nella sua divisa intonsa, pronto a dirigere una brigata venerante, come il nuovo sex symbol dei nostri tempi.
Le cose stanno ormai cambiando, grazie al cielo! A suon di eccellenze l’universo femminile si è fatto strada anche in questo campo, dimostrando, ovviamente, di esserne più che all’altezza.

Voglio cominciare con una premessa: segue una lista di donne che cucinano per professione portando a casa grandi risultati e che, non solo secondo me, lasceranno il segno nella storia.
Ma oltre a loro ce ne sono tante altre, mi duole davvero non averle inserite tutte, ma vi avrei obbligati a leggere questo articolo fino alla vecchiaia.

SheF Valeria Piccini: dalla Maremma con amore

Chef donne Valeria Piccini

SheF – She+F – non è un nomignolo, ma un vero e proprio marchio registrato che, se la pandemia non avesse stravolto il mondo e i piani di tutti, sarebbe diventato un progetto concreto per supportare le aspiranti chef.

Valeria Piccini è stata fortunata perché la sua carriera ha coinciso con la famiglia, anche se non è sempre stato facile, ma è ben cosciente di quanto sia complicato per una donna far conciliare la vita privata e un lavoro che richiede tante ore di servizio.

Non bisogna mollare

Per questo vorrebbe incoraggiare le donne a conquistarsi il proprio posto nel mondo culinario, senza farsi abbattere da barriere e stereotipi, ormai passati e senza senso.
Se lo dice lei, che è riuscita a trasformare la trattoria di un paesino da 200 abitanti in un ristorante bistellato, possiamo fidarci. Da Caino ha ottenuto un successo sorprendente, la prima stella è arrivata nel 1991 e la seconda nel ’99, grazie a una cucina che attinge dalla tradizione e la rinnova, con particolare attenzione alla qualità degli ingredienti, che vanno sfruttati fino all’ultimo grammo, per evitarne ogni spreco.

dolce stellato
Uno dei piatti di Da Caino

Vicky Lau – le prime due stelle Michelin in rosa di tutta l’Asia

Chef donne Vicky Lau

In Asia non era mai accaduto prima che una donna vincesse ben due stelle Michelin, quest’anno però la chef Vicky Lau ha piacevolmente stupito col suo risultato senza precedenti.
La Hong Kong & Macau Guide le ha assegnato il riconoscimento per il lavoro svolto nel suo ristorante di Hong Kong, la TATE Dining Room, dove propone una cucina innovativa, d’impronta franco-cinese.

La cucina è creatività e impegno

I suoi piatti raccontano una storia, come suggerisce il menù di otto portate che ha chiamato proprio “Edible Stories”.
Ciò che più stupisce della sua carriera è che prima di diventare una dea dei fornelli si occupava di grafica pubblicitaria in America. Poi, di punto in bianco, spinta dalla voglia di dare ancora più sfogo alla sua creatività, si è iscritta prima a un corso base di tre mesi presso Le Cordon Bleu a Bangkok per poi conquistarsi il Gran Diplôme di nove mesi al corso Le Cordon Bleu Dusit. Una vera fuoriclasse.

Ode to Read Fruit
“Ode to Red Fruit”, composta da croccante meringa allo yogurt, sorbetto al lampone e mousse di cioccolato bianco all’osmanto.

Hélène Darroze: chef donne famose? Vabbè ciao!

 Hélène Darroze cuoca donna

Hélène appartiene alla quarta generazione di una stirpe di ristoratori francesi, ha mosso i suoi primi passi al fianco di Alain Ducasse, nel suo Le Luis XV a Montecarlo e oggi è una delle chef più importanti del mondo.
Quest’anno ha ricevuto una seconda stella Michelin per il suo ristorante di Parigi Marsan ed è stata premiata con tre stelle Michelin nella guida Gran Bretagna e Irlanda per Hélène Darroze at The Connaught, il ristorante londinese che si trova all’interno del Connaught Hotel.

Un’icona della cucina moderna

Hélène è una mamma single che ha anche contribuito alla fondazione dell’associazione Le Bonne Etoile, in aiuto dei bambini più svantaggiati e per la quale ha ricevuto l’onorificenza di cavaliere dell’Ordine nazionale della Legion d’onore.
Il mondo la riconosce, ormai, come un’icona femminile dell’alta cucina: è a lei che ha pensato la Pixarquando nel 2007 ha creato il personaggio di Colette per Ratatuille ed è sempre a lei che si è ispirata la Mattel quando nel marzo 2018 ha realizzato Barbie Chef, in occasione dell’International Women’s Day .

Alice Waters: si comincia sempre dall’ingrediente

Donne Chef Alice Waters

Nel suo ristorante di Berkeley Chez Panisse ha definitivamente stravolto la cucina americana, che fino al suo arrivo era fatta di fast food e cibi preconfezionati. Da lei un pasto si prepara partendo dall’ingrediente, è al mercato la mattina che si decide cosa mettere sul menù che, ovviamente, cambia ogni giorno.

I progetti che segneranno la Nazione

Nel 1996 ha dato vita al progetto Edible Schoolyard, creando un orto a disposizione della cucina della scuola e coltivato proprio dagli alunni. Ha anche aiutato Michelle Obama a realizzare un laboratorio di agricoltura biologica nel giardino della Casa Bianca.
Non è, quindi, assolutamente un caso che sia vicepresidente di Slow Food International, associazione di cui incarna alla perfezione i valori da quando cominciò a muovere i primi passi nella cucina, dopo un viaggio in Francia dal quale tornò in America cambiata per sempre.

Claire Vallée e la rivincita delle bionde… vegane

Chef donne_Claire Vallée

La cucina francese e la carne sono un tutt’uno, quindi la scelta da parte della Guida Michelin Francia 2021di premiare un ristorante vegano è stata sorprendentemente lungimirante.
L’Ona – che sta per Origine Non Animale – di Claire Vallée non è di certo il primo ristorante a eliminare la carne né, tantomeno, il primo ad aggiudicarsi un riconoscimento simile, ma ogni piccolo passo verso l’innovazione è una grande conquista per la cucina. Non si può trascurare quanto l’alimentazione senza carne e senza derivati sia oggi parte integrante delle nostre vite.

Claire Vallée_piatto
Dessert de carottes confites à la passion, meringue géranium, éclats de chocolat noir, crème au yuzu, tuile de citron. | Ph. Cecile Labonne
So’ soddisfazioni

Ma sapete qual è la cosa che dà più soddisfazione? Claire Vallée ha aperto il suo ristorante nel 2016 solo grazie al crowdfunding e al supporto di una banca verde. Gli altri istituti bancari non credevano possibile che un ristorante simile potesse ottenere successo. La chef si è guadagnata la sua rivincita, dimostrando al mondo che passione e perseveranza possono tuttoTiè!-.

Antonia Klugmann e la sua stanza tutta per sé

Chef donne_Antonia Klugmann

Mi dovete spiegare perché se è Gordon Ramsay a fare il giudice il fatto che sia uno str*** lo renda figo, mentre quando si tratta di Antonia Klugmann diventa un’arpia da riempire di insulti. La cosa non mi torna!
Quando era ancora chef al Venissa, nell’isola di Mazzorbo, un certo giornalista che s’inorgoglisce nell’autodefinirsi “acceso misogino” di lei ha scritto: “…al Venissa si serve in tavola l’ideologia del gender: per me indigesta, ma de gustibus .”

Non entrerei nel merito di quell’articolo che comunque potete leggere qui; piuttosto mi concentrerei sul fatto che Antonia Klugmann, insieme a tante altre sue colleghe, ha ricevuto spesso il classico trattamento che si riserva alle donne che dimostrano autorità nel mondo del lavoro.
È successo anche quando ha sostituito Cracco a MasterChef, dove ha dimostrato un carattere bello tosto, che l’ha condotta, però, a trasformarsi nel bersaglio di tanti leoni da tastiera frustrati, che le hanno detto veramente le peggio cose.

Ma che ce frega, noi abbiamo la cucina!

Il suo è un ristorante di confine: L’argine a Vencò si trova in provincia di Gorizia, poco distante dal fiume che ne ha ispirato il nome, a solo un chilometro dalla Slovenia. Ma è anche il confine ideale fra ciò che l’ha formata e quello che la ispira quotidianamente.

Quando parla di donne in cucina, Antonia Klugmann lo fa citando Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, dove l’autrice s’interrogava sullo scarso numero di scrittrici nel suo tempo. Il problema è profondamente culturale: la donna è ancora subissata da una serie di compiti che le sono stati attribuiti a livello sociale e che spesso le impediscono di pensare e progettare.

Serve uno spazio dove poter dare libero sfogo alla creatività e per chef Klugmann è proprio la cucina. Non ha mai dato ai suoi colleghi dei maschilisti, anzi, nell’intervista rilasciata a La Cucina Italiana nel numero di cui è stata direttore per un mese proprio l’anno scorso, ha detto: “La prima volta che sono entrata in cucina non mi sono vista femmina o maschio, ho visto me stessa”.

 

Asma Khan e la sua brigata in rosa

Chef donne_Amsa Khan

Siete mai stati a Londra? La cucina indiana è sicuramente fra le più diffuse e amate dagli inglesi. I piatti di Asma Khan ne esplorano tutte le declinazioni, raccontando la storia della sua famiglia e delle sue origini.
Dopo il trasferimento a Londra insieme al marito, Asma si ritrovò a vivere a lungo in uno stato di desolata solitudine, che riuscì a colmare solo tornando in India a farsi insegnare la cucina di casa.
Di rientro a Londra cominciò ad accogliere le persone nella propria cucina, con dei Supper Club, che diventarono letteralmente virali. Qualche anno dopo aprì Darejeeling Express, il suo ristorante a Covent Garden.

Sorellanza ai fornelli

Asma è la chef dell’uguaglianza: la sua cucina è composta esclusivamente da donne che hanno alle spalle storie difficili, lei le accoglie, offrendo loro un mestiere e tutto il supporto di cui hanno bisogno.
Giungendo da una terra che non fa emergere la donna e che l’ha obbligata tutta la vita a misurarsi con la colpa di essere una secondogenita femmina, Asma ha fatto il possibile per affermarsi. Il suo fascino indiscusso è stato ritratto in una delle più belle puntate della serie Netflix Chef’s Tables, vi consiglio di guardarla!

Jessica Préalpato: la migliore pastry chef del mondo

pastry chef

Fare la rivoluzione è così tipicamente francese, ma rivoluzionare la cucina di Alain Ducasse è da veri impavidi.
Jessica Préalpato arriva dalla tradizionale formazione pasticcera a suon di burro e croissant. Nel 2015 inizia a lavorare al Plaza Athénée, ristorante parigino nel quale il mito indiscusso dell’alta cucina Alain Ducasse ha scelto di non servire carne – pur continuando a servire pesce.
Si parla di naturalité: una cucina sensibile alle nuove necessità alimentari legate alla sostenibilità e alla salute.

Liberté, Naturalité, Desseralité

Qui nasce anche il concetto di desseralité – dessert + naturalité – coniato dalla Préalpato: via gli zuccheri, le creme e le decorazioni che fanno tanto ancien régime e dentro tutta la dolcezza della frutta all’apice della sua maturità, erbe e vegetali.

Jessica Préalpato_il dessert

E se i primi esperimenti non hanno incontrato i gusti del Maestro, alla fine la pastry chef più famosa del mondo l’ha a dir poco conquistato. Nel 2019 Ducasse Editions ha pubblicato il suo libro intitolato, appunto, Desseralité, che raccoglie le ricette di chef Préalpato e gli abbinamenti più innovativi.

 

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Moda – India e Italia a confronto

 
Si è tenuto il 22 febbraio, l’incontro organizzato dall’Ambasciata d’Italia in India e dalla Camera Nazionale, sul futuro della moda nei due paesi.Italy and India in the future of fashion è stato trasmesso sulla pagina Facebook dell’Ambasciata ed ha visto il coinvolgimento anche dell’Hindustan Times Brunch, prima rivista di lifestyle indiana, Ice, Assocalzaturifici e PwC.
“Quello di oggi è il primo dialogo culturale tra due tradizioni incredibili di stile e moda nel mondo, stiamo vivendo un momento di grandi cambiamenti, la moda si sta adattando al cosiddetto new normal e in questa nuova fase di sperimentazione India e Italia possono unirsi, condividere esperienze su come costruire un nuovo ecosistema sostenibile nel mondo della moda e nella contaminazione tra culture, nella condivisione di conoscenze e competenze artigianali, possono far nascere le migliori idee”, ha esordito l’ambasciatore Vincenzo De Luca aprendo la discussione.

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Al via la Fashion Week milanese… in digitale!

 
 

 

Parte oggi la settimana della moda di Milano che si terrà prevalentemente in formato digitale. Un format estensibile, che consente di accogliere un programma extra large con un totale di 140 appuntamenti che sveleranno le collezioni per l’autunno/inverno 2021-22.

La settimana milanese che terminerà lunedì 1° marzo, entrerà nel vivo con l’inizio delle sfilate domani con ben 68 appuntamenti, mentre il resto del programma comprende 65 presentazioni e 7 eventi, tra cui una grande serata organizzata da Camera Nazionale della Moda Italiana (CNMI) per l’apertura. 
 
Solo due sfilate saranno in presenza, la prima, proprio mercoledì, sarà quella di Daniel Del Core, ex stilista di Gucci, che per l’occasione lancia il suo brand Del Core. La seconda, che chiuderà la settimana lunedì 1° marzo insieme a Dolce & Gabbana, sarà quella di Valentino, che si svolgerà a porte chiuse al Piccolo Teatro di Milano, dando così l’occasione al celebre teatro di riaprire eccezionalmente le porte dopo un anno di lockdown.

Oltre alle due sfilate fisiche, tra gli appuntamenti più attesi c’è la presentazione della prima collezione di abbigliamento donna firmata da Kim Jones per Fendi, il mercoledì, e sabato la prima collezione realizzata da Alessandro Dell’Acqua per il brand curvy Elena Mirò, che fa il suo ritorno nel calendario milanese dopo dieci anni.
 
Al di là dell’assenza di Versace, che ha deciso di presentare la sua collezione online il 5 marzo, sovrapponendosi alla Fashion Week di Parigi, e quella di Gucci, ormai posizionato al di fuori dei calendari ufficiali, i pezzi grossi del made in Italy saranno presenti; molti con video o format innovativi.
 
Antonio Marras, ad esempio, ha girato un film nel complesso preistorico nuragico di Barumini, in Sardegna, che sarà presentato venerdì. Lo stesso giorno, Marni si moltiplicherà per tre, chiamando il pubblico a scoprire la sua collezione in tre momenti, “breakfast”, “lunch” e “dinner”, al mattino, a mezzogiorno e alla sera. Sabato Giorgio Armani presenterà la sua collezione con due distinti cortometraggi, uno dedicato alla donna e l’altro all’uomo. Altra novità, per la prima volta a Milano, il video collettivo di una selezione di venti studenti di Polimoda Firenze.

 
Quattordici nuovi nomi sono entrati nel calendario delle sfilate, a cominciare da Pierre-Louis Mascia, illustratore di moda francese che nel 2007 ha lanciato la propria maison con la comasca Achille Pinto, che oggi possiede la maggioranza dell’azienda. Mascia farà il suo debutto a Milano venerdì.
 
Oltre a Del Core e Alessandro dell’Acqua x Elena Mirò, faranno il loro debutto sulle passerelle milanesi anche Brunello Cucinelli, il collettivo “We are Made in Itay” (Black Lives Matter in Italian Fashion- Collective), la sorellina fashion di Asics, Onitsuka Tiger, Fabio Quaranta, un habitué delle sfilate maschili, e Maxivive, il marchio androgino fondato nel 2007 da Papa Oyeyemi, stilista basato a Lagos, in Nigeria, famoso per il suo approccio sperimentale.
 
La Fashion Week milanese sarà anche l’occasione per scoprire Dima Leu, giovane talento moldavo che ha debuttato a Milano lo scorso mese con l’uomo; la label coreana Münn di Hyun-min Han; la sfilata collettiva Budapest Select, dedicata ai giovani creativi ungheresi; il nuovo marchio di Alessandro Vigilante, passato per Dolce & Gabbana, Gucci e Philosophy; e quello di Christian Boaro, CHB, che lo stilista, che vanta una ricca esperienza (Dolce & Gabbana, Versace, Ferré, MSGM), ha lanciato in pieno lockdown. Senzadimenticare l’arrivo sulle passerelle milanesi di Giuseppe Buccinnà, ingegnere di formazione e talento promettente del made in Italy, che ha fondato il suo brand nel 2015.
 
Infine, tra le presentazioni, alcune delle quali saranno organizzate in presenza con buyer e giornalisti nel rispetto delle norme vigenti, da segnalare il debutto a Milano di Moorer, Gonçalo Peixoto, Alabama Muse, Bacon, Push Button for Fila Korea, Peserico, Yatay, Canadian, Oof Wear, Revenant RV NT, AC9, Des Phemmes e Nervi.

 via FashionNetwork.com

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Dior sceglie il Castello di Sammezzano come set per il suo cortometraggio

Dior ha scelto il Castello di Sammezzano come luogo protagonista per il suo nuovo cortometraggio Le Châteu du Tarot – Il Castello dei Tarocchi. Il video realizzato da Matteo Garrone insieme alla direttrice creativa di Dior Maria Grazia Chiuri, è volto a promuovere la collezione e Haute Couture primavera-estate 2021 della maison.

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Iginio Massari VS Ernst Knam
i due mostri sacri della pasticceria si scontrano sul temperaggio del cioccolato

Mai nella vita avremmo immaginato di dover decidere se schierarci con Iginio Massari o con Ernst Knam per capire chi ha in mano il vero segreto per temperare il cioccolato. Né mai avremmo pensato che i due titani si scontrassero l’uno contro l’altro.

E invece è in corso una vera e propria guerra fratricida tra pasticceri, senza nessuna esclusione di colpi, e d’altronde l’argomento è di importanza vitale: ma come si tempera il cioccolato per realizzare una perfetta sfera tale da incavarci un dessert?

C’è chi non ci dorme la notte, chi la mattina si sveglia con decine di messaggi a riguardo (come Debora Massari, figlia del Maestro) e chi diligentemente prende appunti nell’eventualità che domani sia il caso di prepararsi l’uovo di Pasqua da soli, ché non si sa mai che torniamo in lockdown e rimaniamo senza lievito per la pizza.

Il caso: Iginio Massari a Masterchef

MasterChef Italia, Barbieri e Massari

Il pomo (di cioccolato) della discordia è l’ultima apparizione di Iginio Massari a Masterchef. Di fronte a una classe con gli occhi a palla in un misto di disperazione e preoccupazione, il Maestro ha mostrato come realizzare un perfetto dessert d’alta cucina. Ha temperato il cioccolato, lo ha messo nello stampo, e ha pure dato sfoggio dei superpoteri del suo mignolo che ha la sensibilità di un termometro da precisione.

Come da copione, la prova di pasticceria con protagonista Iginio Massari è stata una strage per gli aspiranti chef di Masterchef, che non sono riusciti neanche a tirar fuori dallo stampo mezza sfera, fatta eccezione per quel volpone di Maxwell che ha nove vite come i gatti.

Colpa della pasticceria, branca complessa e insidiosa della cucina, pensiamo noi da casa.

Colpa di un maestro poco competente, pensa qualcun altro.

La risposta di Ernst Knam

 

Perché dopo la prova di Masterchef viene fuori che l’altro maestro super pop della pasticceria italiana, Ernst Knam, in proposito, avrebbe pure qualcosa da dire. Ma come? Lui è il “re del cioccolato” e voi fate fare le sfere di cioccolato a Iginio Massari? Che affronto.

Eh no, cari autori di Masterchef, col cioccolato non si scherza mica – pensa Knam. E, in un impeto di rabbia per aver sentito tante inesattezze, decide di vendicare tutti gli aspiranti Masterchef d’Italia, e far sapere a tutti che Iginio Massari sul temperaggio del cioccolato ha preso una cantonata dietro l’altra. Almeno, questa è la sensazione che si ha guardando il suo video, postato su Instagram all’indomani della messa in onda dell’ultimo episodio del cooking show, in cui Ernst spiega “come si tempera VERAMENTE il cioccolato”, per esempio, chessò, “per fare una piccola sfera per nascondere un tiramisù e poi versare una cioccolata calda così si scioglie”.

Ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale, pare di leggere in sovraimpressione, mentre le istruzioni date da Massari ai concorrenti di Masterchef vengono smentite una ad una dal pasticcere italo-tedesco.

Chapeau, caro Knam, ci va una bella dose di sicurezza (e di eleganza) per far le pulci pubblicamente a un illustre collega.

Perché la verità è che, ascoltando Knam, pare che Massari abbia sbagliato tutto, ma proprio tutto, nello spiegare la ricetta alla Masterclass.

Che poi per carità, ognuno fa la carbonara come vuole, col guanciale o con la pancetta, ma noi eravamo rimasti che la pasticceria era una scienza esatta più che un’arte creativa, e alla fine se fai la carbonara con la pancetta forse forse qualche problema lo abbiamo.

Quindi ora resta da capire: chi ha ragione dei due? Chi ha dato i suggerimenti giusti e chi ha tentato di depistare il pubblico a casa non svelando i segreti del suo cioccolato?

Massari VS Knam: le differenze

I gradi: 27 sono i gradi a cui deve stare il cioccolato quando lo lavoriamo inizialmente, dice Massari. E Knam, neanche lo avesse sentito, in diretta, dice che no, assolutamente non deve essere a 27, ma a 22 gradi.

Mestolo o pennello?: per far aderire bene il cioccolato allo stampo, Massari a Masterchef usa un mestolo. NO! Dice Knam, che sostiene che in questo modo non abbiamo modo di misurare lo spessore finale della sfera. Per questo lui usa il pennello.

Abbattitore o frigo?: una volta messo il cioccolato nello stampo, basta infilarli cinque minuti in abbattitore, spiega Massari alla Masterclass. La versione di Knam è in frigorifero tra i 12 e i 16 gradi. “Non va messo assolutamente in abbattitore”, perché c’è troppo sbalzo di temperatura e il cioccolato potrebbe prendere umidità.

La scienza del temperaggio

A risolvere la questione arriva Debora Massari, figlia d’arte e pasticciera anche lei, che posta un video di dieci minuti (dieci!) spiegando come si tempera il cioccolato. Ed è evidente che non ce n’eravamo accorti, ma il tema è diventato trending topic più della conferenza di Matteo Renzi in Arabia Saudita.

Insomma, Debora Massari decide di risolvere il problema come farebbe nostro padre quando ci racconta un fatto accaduto durante la sua giornata, e cioè partendo da Noè. Così, carta e penna alla mano, ci spiega la teoria del cioccolato, le molecole, la scomposizione eccetera eccetera. E mette fine alla questione. O almeno così crede, visto che poi qualcuno dei suoi follower, che non deve aver notato la strana coincidenza di un video sul temperaggio dopo un video del temperaggio dopo una prova a Masterchef sul temperaggio, le chiede ingenuamente: “ma sa che ho visto un video di Knam…?”.

 

 

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Nutella nel mondo – tutte le creme spalmabili diventate oggetto di “culto” nazionale

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Peanuts – sempre più brand inseriscono Snoopy nelle proprie collezioni

I Peanuts invadono il fashion world senza fare distinzione né di target né di posizionamento. Snoopy, Linus e Charlie Brown sono sempre stati presenti all’interno di alcune collezioni moda, ma, negli ultimi mesi, sono diventati prtoganisti di innumerevoli capsule pensate per target anagrafici, economici e stilistici molto diversi.

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Red Valentino, Cucinelli e Chanel tra presentazioni digitali e sfilate

 

Per questa collezione volevo veramente trasmettere un nuovo senso di sensualità. L’attitudine generale è meno innocente e delicata, più consapevole e sicura di sé. Invece di lavorare su uno storytelling, ci siamo focalizzati sulla creazione di capi audaci, dallo stile distintivo e con un evidente senso di personalizzazione. Questa idea di unicità e forte personalità penso che sia stata meravigliosamente interpretata negli scatti di Margherita Tamraz, che ha colto l’essenza della collezione con immediatezza e autenticità“.

Così il direttore creativo di Red Valentino (e di Valentino) Pierpaolo Piccioli, presenta la nuova collezione prefall 2021.  Un nuovo nuovo romanticismo che oscilla tra lo stile classico e lo street style, tutto presentato in un video girato in un palazzo rinascimentale dove archi e colonnati facevano da sfondo alle modelle con indosso i preziosi abiti.  

Anche Cucinelli ha scelto di presentare la sua nuova collezione in digitale tramite video sui suoi canali social, mentre Chanel ha annunciato che la prossima sfilata della collezione Cruise 2021/22 si terrà il 4 maggio, alle Carrières de Lumières a Les Baux-de-Provence, nel sud della Francia.

Le cave di calcare che si trovano in questo villaggio hanno fatto da sfondo al film del 1960 Testamento di Orfeo, diretto da Jean Cocteau, amico di Gabrielle Chanel, e negli ultimi anni questo sito è ha iniziato ad ospitare spettacoli multimediali di luci e suoni.

La collezione Cruise è sempre stata legata alla storia della maison, riproponendo i luoghi ed i simboli delle sue collezioni passate e delle sue vicende di vita privata, come palcoscenico per le sfilate. Anche in questa occasione abbiamo un rimando alla storia, quando Gabrielle Chanel propose alle sue clienti abiti leggeri, perfetti per le vacanze al sole in costa Azzurra, incoraggiandole anche ad abbronzarsi

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Tessitura Lazzati – i tessuti ecosostenibili dell’azienda di San Vittore Olona

La pandemia non ferma la richiesta di prodotti ecosostenibili. Il caso della Tessitura Lazzati con Filati di poliestere e nylon riciclati post-consumer e finissaggi eco-friendly utilizzati dall’azienda di San Vittore Olona (MI) tracciano la strada del settore tessile. «L’attenzione per l’ambiente è ormai una scelta imprescindibile»

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Bottega Veneta abbandona i social
il brand va controcorrente dicendo no ai social network.

Potrebbe sembrare strano che un marchio del genere decida di scomparire del tutto dalla piattaforme soprattutto in un momento, come questo, che vede sempre più protagonista la comunicazione digitale veicolata attraverso i social network. Martedì scorso, invece, il marchio del gruppo Kering ha detto addio ai propri account Instagram, Facebook e Twitter oltretutto senza nessuna spiegazione da parte della direzione creativa affidata all’inglese Daniel Lee.

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