Al via la Fashion Week milanese… in digitale!

 
 

 

Parte oggi la settimana della moda di Milano che si terrà prevalentemente in formato digitale. Un format estensibile, che consente di accogliere un programma extra large con un totale di 140 appuntamenti che sveleranno le collezioni per l’autunno/inverno 2021-22.

La settimana milanese che terminerà lunedì 1° marzo, entrerà nel vivo con l’inizio delle sfilate domani con ben 68 appuntamenti, mentre il resto del programma comprende 65 presentazioni e 7 eventi, tra cui una grande serata organizzata da Camera Nazionale della Moda Italiana (CNMI) per l’apertura. 
 
Solo due sfilate saranno in presenza, la prima, proprio mercoledì, sarà quella di Daniel Del Core, ex stilista di Gucci, che per l’occasione lancia il suo brand Del Core. La seconda, che chiuderà la settimana lunedì 1° marzo insieme a Dolce & Gabbana, sarà quella di Valentino, che si svolgerà a porte chiuse al Piccolo Teatro di Milano, dando così l’occasione al celebre teatro di riaprire eccezionalmente le porte dopo un anno di lockdown.

Oltre alle due sfilate fisiche, tra gli appuntamenti più attesi c’è la presentazione della prima collezione di abbigliamento donna firmata da Kim Jones per Fendi, il mercoledì, e sabato la prima collezione realizzata da Alessandro Dell’Acqua per il brand curvy Elena Mirò, che fa il suo ritorno nel calendario milanese dopo dieci anni.
 
Al di là dell’assenza di Versace, che ha deciso di presentare la sua collezione online il 5 marzo, sovrapponendosi alla Fashion Week di Parigi, e quella di Gucci, ormai posizionato al di fuori dei calendari ufficiali, i pezzi grossi del made in Italy saranno presenti; molti con video o format innovativi.
 
Antonio Marras, ad esempio, ha girato un film nel complesso preistorico nuragico di Barumini, in Sardegna, che sarà presentato venerdì. Lo stesso giorno, Marni si moltiplicherà per tre, chiamando il pubblico a scoprire la sua collezione in tre momenti, “breakfast”, “lunch” e “dinner”, al mattino, a mezzogiorno e alla sera. Sabato Giorgio Armani presenterà la sua collezione con due distinti cortometraggi, uno dedicato alla donna e l’altro all’uomo. Altra novità, per la prima volta a Milano, il video collettivo di una selezione di venti studenti di Polimoda Firenze.

 
Quattordici nuovi nomi sono entrati nel calendario delle sfilate, a cominciare da Pierre-Louis Mascia, illustratore di moda francese che nel 2007 ha lanciato la propria maison con la comasca Achille Pinto, che oggi possiede la maggioranza dell’azienda. Mascia farà il suo debutto a Milano venerdì.
 
Oltre a Del Core e Alessandro dell’Acqua x Elena Mirò, faranno il loro debutto sulle passerelle milanesi anche Brunello Cucinelli, il collettivo “We are Made in Itay” (Black Lives Matter in Italian Fashion- Collective), la sorellina fashion di Asics, Onitsuka Tiger, Fabio Quaranta, un habitué delle sfilate maschili, e Maxivive, il marchio androgino fondato nel 2007 da Papa Oyeyemi, stilista basato a Lagos, in Nigeria, famoso per il suo approccio sperimentale.
 
La Fashion Week milanese sarà anche l’occasione per scoprire Dima Leu, giovane talento moldavo che ha debuttato a Milano lo scorso mese con l’uomo; la label coreana Münn di Hyun-min Han; la sfilata collettiva Budapest Select, dedicata ai giovani creativi ungheresi; il nuovo marchio di Alessandro Vigilante, passato per Dolce & Gabbana, Gucci e Philosophy; e quello di Christian Boaro, CHB, che lo stilista, che vanta una ricca esperienza (Dolce & Gabbana, Versace, Ferré, MSGM), ha lanciato in pieno lockdown. Senzadimenticare l’arrivo sulle passerelle milanesi di Giuseppe Buccinnà, ingegnere di formazione e talento promettente del made in Italy, che ha fondato il suo brand nel 2015.
 
Infine, tra le presentazioni, alcune delle quali saranno organizzate in presenza con buyer e giornalisti nel rispetto delle norme vigenti, da segnalare il debutto a Milano di Moorer, Gonçalo Peixoto, Alabama Muse, Bacon, Push Button for Fila Korea, Peserico, Yatay, Canadian, Oof Wear, Revenant RV NT, AC9, Des Phemmes e Nervi.

 via FashionNetwork.com

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Dior sceglie il Castello di Sammezzano come set per il suo cortometraggio

Dior ha scelto il Castello di Sammezzano come luogo protagonista per il suo nuovo cortometraggio Le Châteu du Tarot – Il Castello dei Tarocchi. Il video realizzato da Matteo Garrone insieme alla direttrice creativa di Dior Maria Grazia Chiuri, è volto a promuovere la collezione e Haute Couture primavera-estate 2021 della maison.

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Iginio Massari VS Ernst Knam
i due mostri sacri della pasticceria si scontrano sul temperaggio del cioccolato

Mai nella vita avremmo immaginato di dover decidere se schierarci con Iginio Massari o con Ernst Knam per capire chi ha in mano il vero segreto per temperare il cioccolato. Né mai avremmo pensato che i due titani si scontrassero l’uno contro l’altro.

E invece è in corso una vera e propria guerra fratricida tra pasticceri, senza nessuna esclusione di colpi, e d’altronde l’argomento è di importanza vitale: ma come si tempera il cioccolato per realizzare una perfetta sfera tale da incavarci un dessert?

C’è chi non ci dorme la notte, chi la mattina si sveglia con decine di messaggi a riguardo (come Debora Massari, figlia del Maestro) e chi diligentemente prende appunti nell’eventualità che domani sia il caso di prepararsi l’uovo di Pasqua da soli, ché non si sa mai che torniamo in lockdown e rimaniamo senza lievito per la pizza.

Il caso: Iginio Massari a Masterchef

MasterChef Italia, Barbieri e Massari

Il pomo (di cioccolato) della discordia è l’ultima apparizione di Iginio Massari a Masterchef. Di fronte a una classe con gli occhi a palla in un misto di disperazione e preoccupazione, il Maestro ha mostrato come realizzare un perfetto dessert d’alta cucina. Ha temperato il cioccolato, lo ha messo nello stampo, e ha pure dato sfoggio dei superpoteri del suo mignolo che ha la sensibilità di un termometro da precisione.

Come da copione, la prova di pasticceria con protagonista Iginio Massari è stata una strage per gli aspiranti chef di Masterchef, che non sono riusciti neanche a tirar fuori dallo stampo mezza sfera, fatta eccezione per quel volpone di Maxwell che ha nove vite come i gatti.

Colpa della pasticceria, branca complessa e insidiosa della cucina, pensiamo noi da casa.

Colpa di un maestro poco competente, pensa qualcun altro.

La risposta di Ernst Knam

 

Perché dopo la prova di Masterchef viene fuori che l’altro maestro super pop della pasticceria italiana, Ernst Knam, in proposito, avrebbe pure qualcosa da dire. Ma come? Lui è il “re del cioccolato” e voi fate fare le sfere di cioccolato a Iginio Massari? Che affronto.

Eh no, cari autori di Masterchef, col cioccolato non si scherza mica – pensa Knam. E, in un impeto di rabbia per aver sentito tante inesattezze, decide di vendicare tutti gli aspiranti Masterchef d’Italia, e far sapere a tutti che Iginio Massari sul temperaggio del cioccolato ha preso una cantonata dietro l’altra. Almeno, questa è la sensazione che si ha guardando il suo video, postato su Instagram all’indomani della messa in onda dell’ultimo episodio del cooking show, in cui Ernst spiega “come si tempera VERAMENTE il cioccolato”, per esempio, chessò, “per fare una piccola sfera per nascondere un tiramisù e poi versare una cioccolata calda così si scioglie”.

Ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale, pare di leggere in sovraimpressione, mentre le istruzioni date da Massari ai concorrenti di Masterchef vengono smentite una ad una dal pasticcere italo-tedesco.

Chapeau, caro Knam, ci va una bella dose di sicurezza (e di eleganza) per far le pulci pubblicamente a un illustre collega.

Perché la verità è che, ascoltando Knam, pare che Massari abbia sbagliato tutto, ma proprio tutto, nello spiegare la ricetta alla Masterclass.

Che poi per carità, ognuno fa la carbonara come vuole, col guanciale o con la pancetta, ma noi eravamo rimasti che la pasticceria era una scienza esatta più che un’arte creativa, e alla fine se fai la carbonara con la pancetta forse forse qualche problema lo abbiamo.

Quindi ora resta da capire: chi ha ragione dei due? Chi ha dato i suggerimenti giusti e chi ha tentato di depistare il pubblico a casa non svelando i segreti del suo cioccolato?

Massari VS Knam: le differenze

I gradi: 27 sono i gradi a cui deve stare il cioccolato quando lo lavoriamo inizialmente, dice Massari. E Knam, neanche lo avesse sentito, in diretta, dice che no, assolutamente non deve essere a 27, ma a 22 gradi.

Mestolo o pennello?: per far aderire bene il cioccolato allo stampo, Massari a Masterchef usa un mestolo. NO! Dice Knam, che sostiene che in questo modo non abbiamo modo di misurare lo spessore finale della sfera. Per questo lui usa il pennello.

Abbattitore o frigo?: una volta messo il cioccolato nello stampo, basta infilarli cinque minuti in abbattitore, spiega Massari alla Masterclass. La versione di Knam è in frigorifero tra i 12 e i 16 gradi. “Non va messo assolutamente in abbattitore”, perché c’è troppo sbalzo di temperatura e il cioccolato potrebbe prendere umidità.

La scienza del temperaggio

A risolvere la questione arriva Debora Massari, figlia d’arte e pasticciera anche lei, che posta un video di dieci minuti (dieci!) spiegando come si tempera il cioccolato. Ed è evidente che non ce n’eravamo accorti, ma il tema è diventato trending topic più della conferenza di Matteo Renzi in Arabia Saudita.

Insomma, Debora Massari decide di risolvere il problema come farebbe nostro padre quando ci racconta un fatto accaduto durante la sua giornata, e cioè partendo da Noè. Così, carta e penna alla mano, ci spiega la teoria del cioccolato, le molecole, la scomposizione eccetera eccetera. E mette fine alla questione. O almeno così crede, visto che poi qualcuno dei suoi follower, che non deve aver notato la strana coincidenza di un video sul temperaggio dopo un video del temperaggio dopo una prova a Masterchef sul temperaggio, le chiede ingenuamente: “ma sa che ho visto un video di Knam…?”.

 

 

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Nutella nel mondo – tutte le creme spalmabili diventate oggetto di “culto” nazionale

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Peanuts – sempre più brand inseriscono Snoopy nelle proprie collezioni

I Peanuts invadono il fashion world senza fare distinzione né di target né di posizionamento. Snoopy, Linus e Charlie Brown sono sempre stati presenti all’interno di alcune collezioni moda, ma, negli ultimi mesi, sono diventati prtoganisti di innumerevoli capsule pensate per target anagrafici, economici e stilistici molto diversi.

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Red Valentino, Cucinelli e Chanel tra presentazioni digitali e sfilate

 

Per questa collezione volevo veramente trasmettere un nuovo senso di sensualità. L’attitudine generale è meno innocente e delicata, più consapevole e sicura di sé. Invece di lavorare su uno storytelling, ci siamo focalizzati sulla creazione di capi audaci, dallo stile distintivo e con un evidente senso di personalizzazione. Questa idea di unicità e forte personalità penso che sia stata meravigliosamente interpretata negli scatti di Margherita Tamraz, che ha colto l’essenza della collezione con immediatezza e autenticità“.

Così il direttore creativo di Red Valentino (e di Valentino) Pierpaolo Piccioli, presenta la nuova collezione prefall 2021.  Un nuovo nuovo romanticismo che oscilla tra lo stile classico e lo street style, tutto presentato in un video girato in un palazzo rinascimentale dove archi e colonnati facevano da sfondo alle modelle con indosso i preziosi abiti.  

Anche Cucinelli ha scelto di presentare la sua nuova collezione in digitale tramite video sui suoi canali social, mentre Chanel ha annunciato che la prossima sfilata della collezione Cruise 2021/22 si terrà il 4 maggio, alle Carrières de Lumières a Les Baux-de-Provence, nel sud della Francia.

Le cave di calcare che si trovano in questo villaggio hanno fatto da sfondo al film del 1960 Testamento di Orfeo, diretto da Jean Cocteau, amico di Gabrielle Chanel, e negli ultimi anni questo sito è ha iniziato ad ospitare spettacoli multimediali di luci e suoni.

La collezione Cruise è sempre stata legata alla storia della maison, riproponendo i luoghi ed i simboli delle sue collezioni passate e delle sue vicende di vita privata, come palcoscenico per le sfilate. Anche in questa occasione abbiamo un rimando alla storia, quando Gabrielle Chanel propose alle sue clienti abiti leggeri, perfetti per le vacanze al sole in costa Azzurra, incoraggiandole anche ad abbronzarsi

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Tessitura Lazzati – i tessuti ecosostenibili dell’azienda di San Vittore Olona

La pandemia non ferma la richiesta di prodotti ecosostenibili. Il caso della Tessitura Lazzati con Filati di poliestere e nylon riciclati post-consumer e finissaggi eco-friendly utilizzati dall’azienda di San Vittore Olona (MI) tracciano la strada del settore tessile. «L’attenzione per l’ambiente è ormai una scelta imprescindibile»

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Bottega Veneta abbandona i social
il brand va controcorrente dicendo no ai social network.

Potrebbe sembrare strano che un marchio del genere decida di scomparire del tutto dalla piattaforme soprattutto in un momento, come questo, che vede sempre più protagonista la comunicazione digitale veicolata attraverso i social network. Martedì scorso, invece, il marchio del gruppo Kering ha detto addio ai propri account Instagram, Facebook e Twitter oltretutto senza nessuna spiegazione da parte della direzione creativa affidata all’inglese Daniel Lee.

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Prada Marfa – quel negozio di Prada in mezzo al deserto

“Buon giorno Upper East Siders. È Gossip girl che vi parla, la vostra unica fonte di informazioni sulle scandalose vite dell’elite di Manhattan.”

Questo è l’incipit di ogni puntata di Gossip Girl, celebre serie tv americana trasmessa dal 2007 al 2012. Famosa per raccontare la vita di un gruppo di liceali e delle loro famiglie della “New York bene” si è fatta conoscere anche per tutto il glam che ha portato, tra una borsa di Chanel e un sandalo di YSL, gioielli e limousine e appartamenti lussuosi. Ma c’era un altro dettaglio che colpiva lo spettatore quando i protagonisti si ritrovavano nell’attico della famiglia di Serena Van Der Woodsen. Un quadro con scritta nera su sfondo bianco che recitava Prada Marfa —> 1837 MI. Quel quadro diventò un vero fenomeno di costume negli anni in cui fu trasmessa la serie, tanto che venne rivisitato e riprodotto.  

 

Prada Marfa esiste per davvero, è infatti un’installazione artistica permanente realizzata nel 2005 dal duo scandinavo Elmgreen & Dragset, insieme agli architetti Ronald Rael e Virginia San Fratello.

La curiosa opera si trova nel bel mezzo del deserto del Chihuahua, in Texas, a circa 60 km da Marfa, piccola cittadina con poco più di mille abitanti che però divenne un punto riferimento per tutti gli appassionati d’arte quando nel 1971 Donald Judd, artista e architetto del movimento minimalista, vi si stabilì. 

L’opera anche se si trova sul territorio di Valentine, è stata finanziata dal Ballroom Marfa, centro di cultura e arte contemporanea, e dall’Art Production Fund, ed è per questo che il titolo vuole essere un riferimento chiaro a Marfa.

Prada Marfa non è altro che la fedele riproduzione di una boutique di Prada. Le insegne nere con logo bianco, il colore delle pareti, l’illuminazione e la pavimentazione sono tutti dettagli replicati dai veri negozi del marchio milanese. Sebbene l’opera non sia stata commissionata dalla maison italiana, Miuccia Prada ha voluto offrire il proprio appoggio ai due artisti, fornendo il “finto” negozio di alcuni accessori della del brand, e permettendo loro di utilizzare il logo Prada senza conseguenze legali. 

 
L’installazione nasce, in realtà, come un’opera di land art in quanto l’idea originale era il deterioramento della struttura stessa, abbandonata in un territorio ostile, senza alcun intervento di riparazione o restauro. Per questo motivo, i materiali usati per la costruzione dell’opera erano tutti biodegradabili. Alcuni giorni dopo l’inaugurazione, però, l’opera fu vandalizzata con scritte in vernice spray  mentre i prodotti di Prada furono rubati. Da allora la struttura e ogni oggetto all’interno è dotato di allarme, le vetrine installate sono resistenti agli urti, e dato i numerosi episodi di vandalismo, l’opera viene ciclicamente restaurata e ripulita, tradendo così le intenzioni originali degli artisti. 
Il lavoro di Elmgreen & Dragset fu concepito come una denuncia nei confronti del consumismo americano, del retail tourism, della gentrificazione, stagliandosi come una provocazione ironica verso il materialismo occidentale. Va tuttavia sottolineato che nel 2005, quando l’opera fu realizzata, Instagram e Facebook e di conseguenza la selfie culture che hanno originato, non esistevano. Con il passare degli anni, Prada Marfa è diventata una tappa obbligata per ogni blogger, influencer divenendo lo sfondo perfetto per selfie e foto.
Paradossalmente le migliaia di immagini di gente che salta di fronte al finto store sono la rappresentazione del tipo di società che l’opera voleva proprio andare a colpire e criticare, diventando esso stesso un atto consumistico, un luogo da utilizzare in funzione dei social, perdendo il proprio potenziale comunicativo.
Nonostante si siano ritenuti molto soddisfatti del successo del loro lavoro, Elmgreen & Dragset, non hanno potuto fare a meno di sottolineare che l’opera ha assunto, però un’identità diversa da quella originaria. Come hanno dichiarato i due artisti, i musei sono luoghi in cui l’arte va a morire, mentre l’arte pubblica vive di vita propria. Prada Marfa quindi non era concepito solo per dialogare con gli elementi naturali e il paesaggio che la circondano, ma è nata anche per dialogare con le persone che la visitano, che vivono ognuno a modo proprio l’esperienza dell’arte. Come ha dichiarato Elmgreen al Guardian, “Quando le persone interagiscono con l’arte, anche un atto vandalico può essere visto come qualcosa di positivo, significa che le persone hanno voce in capitolo sullo spazio pubblico.”
È forse ironico che per non incorrere in azioni legali e per evitare l’abbattimento dell’opera, Prada Marfa si fregi oggi del titolo di museo. 

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“The age of new visions” – nuovi focus e Altaroma posticipata a febbraio

Altaroma posticipa di un mese la consueta edizione invernale, gl eventi infatti si svolgeranno dal 17 al 20 febbraio 2021. Ne da notizia Silvia Venturini Fendi in occasione dell’ultimo appuntamento di ‘The age of new visions’, forum online organizzati da Altaroma, Unicredit, Camera Nazionale della Moda Italiana, Pitti Immagine e Nomisma. I talk digital hanno raccontato il sistema della moda che verrà, riflettendo sugli scenari economici e sulle strategie da attuare per agevolare la ripartenza del settore.

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Mascara – la storia di uno dei prodotti di make-up più antichi

Il mascara è uno dei prodotti di make-up sempre presente nei nostri beauty, ed anche uno dei pochi che continuiamo a usare in questo strano 2020, visto che di rossetti non ne possiamo più mettere…

Ha origini molto antiche, una storia millenaria, ed il suo nome deriva dall’arabo “mascharat” che vuol dire scherzo o burla.

Usato fin dall’Antico Egitto, sia da uomini che da donne, per valorizzare lo sguardo ma anche per proteggere gli occhi da malattie e spiriti malvagi, rendendo le ciglia più folte e spesse. La polvere del kohl, detto anche kajal, veniva mescolata a cere, grassi animali e resine, ed era usata anche per creare la famosa riga nera allungata “alla Cleopatra”, tipica del trucco del 4000 a.C.

Questa moda fu adottata anche dai Greci e dai Babilonesi e dai Romani, sembrava quasi che tutto le popolazioni del bacino Mediterraneo apprezzassero l’effetto di un tocco di nero sugli occhi. Dopo la caduta dell’Impero Romano scomparve altrettanto rapidamente, continuando però a essere usato nel Medio Oriente, dove agli occhi veniva data una grande importanza e quindi una giusta enfasi con questo tipo di trucco.

Nel Medioevo ci fu un cambio di tendenza perché la moda imponeva che ciglia e sopracciglia fossero rasate, per mettere in risalto la fronte, considerata il vero attributo di bellezza. Nella seconda metà del Cinquecento, invece, per assomigliare il più possibile alla Regina Elisabetta I, le donne si tingevano oltre ai capelli anche ciglia e sopracciglia per renderle più chiare, dai riflessi ramati. Le tinture però erano tossiche e spesso ne comportavano la caduta.

Finalmente nel 1860, Eugène Rimmel (il nome la diceva già lunga) profumiere francese, creò il primo mascara non tossico. Già considerato un innovatore senza pari nel mondo della profumeria e della cosmesi, oltre che un abile pubblicitario, l’invenzione del mascara ebbe un successo senza pari, tanto che il suo cognome divenne sinonimo della parola “mascara”. La sua miscela si componeva di polvere di carbone e vaselina e nonostante non fosse ancora nella forma che oggi conosciamo, svolgeva benissimo il suo compito. 

Circa cinquant’anni dopo, nel 1913, il chimico Thomas L. Williams aggiunse la polvere di carbone alla vaselina che usava la sorella Mabel per pettinarsi ciglia e sopracciglia, aumentandone così l’effetto e valorizzando lo sguardo. Williams fondò la sua azienda di cosmesi: la Maybelline. Anno dopo anno Thomas continuò a lavorare sul prodotto, creando prima una versione di mascara in cialda, che si applicava con la relativa spazzolina, per poi passare alla versione in crema, spremibile dal tubetto direttamente sulla spazzolina.

Infine un ultimo, ma importante, nome per completare la storia di questo prodotto, è Helena Rubinstein. Nel 1957 creò il famoso  applicatore come lo conosciamo oggi, inserendo sia il prodotto che la spazzolina in un unico tubetto, e creando così il mascara-matic o mascara automatico.

 

 

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Kenzo – una storia di moda tra Tokyo e Parigi

 
 

Kenzo, lo stilista giapponese famoso per le sue stampe dai colori brillanti e per le sue sfilate sceniche, è venuto a mancare il 4 ottobre scorso, all’età di 81 anni, per complicanze da Coronavirus.

La sua è stata arte, più che moda, strettamente al mondo del teatro, del cinema e dell’arredamento, ispirata alla Giungla, al Giappone, ai fiori ma anche anche al fascino intramontabile di Parigi.

Kenzo Takada, questo il suo nome completo, ha sempre preferito farsi chiamare semplicemente Kenzo ed è tra i primi stilisti giapponesi ad essere diventato famoso in Occidente. Arrivato a Parigi nel 1964, pensando di restarci solo per sei mesi, ci è rimasto per oltre 50 anni. Ha rivoluzionato la moda, liberandola dall’autorità e dai canoni della haute couture, rendendola più divertente e leggera.

Gli abiti hanno stampe animalier, fiorite e dai colori forti, e le sue sfilate sono state dei veri e propri spettacoli con modelle danzanti e finali sorprendenti.

storia di kenzo

Kenzo è nato il 27 febbraio del 1939, vicino ad Osaka dove i suoi genitori gestivano un hotel. Il suo interesse alla moda è nato grazie alle riviste rubate alle sorelle. Inizialmente, e per accontentare i genitori, ha frequentato la facoltà di letteratura ma l’abbandona presto per entrare all’accademia Bunka, a Tokyo (curiosità è uno dei primi studenti maschi a frequentarla).

Grazie al premio Soen gli si spalancarono numerose porte. Inizialmente disegnava abiti nei grandi magazzini ma la sua vita cambiò in occasione delle Olimpiadi del 1964, quando per via di alcuni interventi, il suo appartamento venne distrutto, e ricevette 10 mesi di affitto come risarcimento. Investì questi soldi in un viaggio che lo portò prima tra Hong Kong, Singapore e Mumbai,  poi fino in Francia, a Parigi dove iniziò la sua avventura.

A Parigi Kenzo inizia a vendere i suoi bozzetti agli stilisti dell’alta moda. Nel 1970 aprì una sua piccola boutique, Jungle Jap, con pareti floreali dipinte da lui ispirandosi al tema della Giungla e al Giappone. I suoi abiti sono moderni e divertenti, con proporzioni originali e grandi volumi, grazie all’uso del cotone, molto diversi da quelli degli stilisti occidentali. Kenzo voleva distinguersi, perciò si mise a disegnare in modo diverso, usando i tessuti dei kimono e fonti d’ispirazione differenti e questa divenne la sua forza.

Il successo arrivò subito, nel 1971 quando Elle pubblicò in prima pagina uno dei suoi lavori e la sfilata organizzata nel suo piccolo negozio attirò giornalisti da tutto il mondo. Kenzo al tempo non aveva alcun tipo di accordo nè con fornitori e nè con i produttori, infatti tutti i suoi abiti erano cuciti a mano da lui e dai suoi collaboratori, comprava lui stesso le stoffe a Parigi e le mixava assieme ai tessuti portati dal suo paese d’origine. 

Le sfilate turno un suo punto di forza e tratto distintivo, organizzate nel suo negozio proponevano vestiti preconfezionati durante le settimana della haute couture. Innovò il sistema moda facendo sfilare i vestiti per la primavera in primavera e quelli per l’inverno in inverno, e suscitò scalpore per l’aver proposto abiti unisex. Le sfilate più spettacolari e memorabili furono quella del 1977 nel leggendarioStudio 54, famosissimo locale notturno di Manhattan e quella del 1979 nella tenda di un circo che si concluse con donne in abiti trasparenti a cavallo e con Kenzo su un elefante.

le sfilate dello stilista giapponese
fonte vitasumarte

kenzo

Guccifest – la nuova collezione di Alessandro Michele lunga come un film
il primo episodio At Home

 
L’oscurità mi ha permesso di vedere altre cose” tra cui quelle “lucciole che Pier Paolo Pasolini credeva scomparse ma che ci sono: io in un momento di buio ne ho viste tante”: così Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci, spiega come è nato il Guccifest, la settimana di appuntamenti online – dal 16 al 22 novembre – in cui viene presentato Ouverture of something that never ended, il film in sette episodi – girato a Roma insieme a Gus Van Sant – che racchiude la nuova collezione.

guccifest

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Ecopelle, adesso si produce con mele, ananas e funghi
la nuova frontiera della pelle sostenibile

 

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McDonald’s Japan lancia i rice burgers
il riso al posto del classico panino

McDonald’s Japan lancia nuovamente i rice burger, hamburger classici dove la differenza sta nella sostituire il classico panino con due “polpette” di riso. 

In Oriente si preferisce il riso al pane, e McDonald’s ha quindi deciso di modificare il proprio hamburger. Un tentativo già fatto  con un buon successo di pubblico, ed è per questo che la catena americana ha pensato ad un ritorno dei rice burger. La novità più attesa è decisamente il Double Cheeseburger , che nella versione al “riso” diventa Gohan Dabuchi, dove gohan significa riso e Dabuchi è il soprannome giapponese per il Double Cheeseburger.

I nuovi panini di riso saranno in vendita in edizione limitata, solo fino a metà novembre, nel menu serale,  a 3,70 dollari l’uno (390 JPY) e nel menu a 6,50 dollari americani (690 JPY).

 

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    “Maestro d’Arte e Mestiere” – il premio ricevuto da Dolce e Gabbana

    Riesce ancora a far parlare di sé l’Alta Moda di Domenico Dolce e Stefano Gabbana. Il motivo è il meritatissimo premio MAM ovvero Maestro d’Arte e Mestiere donato questa settimana al duo creativo nella categoria Sostenitori dei Mestieri d’Arte nella sezione “Imprese per i Mestieri d’Arte”.

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    Balenciaga – l’imperatore del lusso degli anni ’60
    “il maestro di tutti noi” come lo chiamava Dior

     

    Di Cristóbal Balenciaga i posteri hanno detto molto, soprattutto che ha trasformato l’haute couture in arte. Ma qualcuno più autorevole di noi, e di qualsiasi critico di moda, disse di lui “è il maestro di tutti noi”, l’architetto dell’haute couture”. E anche: “l’unico vero couturier, in fondo, era lui, gli altri sono solo fashion designer”. Sono parole che pronunciarono, rispettivamente, Christian Dior, Hubert de Givenchy e Coco Chanel, che insieme a molti altri stilisti del passato e del presente hanno fatto dell’ammirazione per Balenciaga un vero e proprio culto e una fonte di ispirazione. Ma chi era Cristóbal Balenciaga, il capostipite degli stilisti-personaggio, fondatore della maison Balenciaga?
    La storia di Cristóbal Balenciaga
    Abito da sera in lamé (1966)

    Cristóbal lavora intensamente e intanto riesce a tenere nascosta la relazione con il modista franco-russo Vladzio Jaworowski d’Attainville. Ufficialmente, Vladzio è solo un collaboratore, e poi un socio. Nella realtà è il grande amore della sua vita, il suo ispiratore, ed è un valido supporto al successo della maison. Nel 1945 il nome di Balenciaga è famoso in tutto il mondo e incarna il lusso del lusso. Di lui si dice che quando una donna è ricca veste Dior, se diventa ricchissima deve vestire Balenciaga. Nel suo laboratorio si formano apprendisti di lusso come Oscar de la Renta, Emanuel Ungaro, Mila Schön e Hubert de Givenchy e lui non accetterà mai di disegnare linee prêt-à-porter: “non prostituirò il mio talento”, risponde sdegnato a chi glielo chiede. La leggendaria giornalista di moda Diana Vreelandracconterà nei suoi articoli di aver visto gente che cade letteralmente in deliquio alle sue sfilate e che lei stessa deve controllarsi per non cedere all’entusiasmo. Il 1948 è l’anno più terribile per Cristóbal Balenciaga. Il suo adorato Vladzio Jaworowski d’Attainville muore e lui cade in depressione. Vuole chiudere tutto e ritirarsi, ma poi si fa forza e va avanti. Gli rimane praticamente fedele per tutto il resto della vita, intrattenendo da quel momento solo relazioni senza importanza.

    Al contrario di quanto temeva, la sua inventiva non si spegne e continua a produrre capolavori che sottolineano la figura femminile in modi inediti. È lui il primo a ignorare il punto vita e a disegnare le camicie blusa, gli abiti tunica, i cappotti e i vestiti a uovo. La gente che conta veste solo da lui, come la Countess von Bismarck, influencer dell’epoca. E poi Wallis Simpson, Grace Kelly, Jackie Kennedy, Helena Rubinstein, Greta Garbo. Nel 1960 vive due eventi importanti: riceve la Légion d’honneur per i servizi resi all’industria francese della moda e disegna l’abito da sposa di Fabiola per le nozze col principe Baldovino I del Belgio. Quando nel 1968 decide di chiudere i suoi atelier ha 74 anni ed è ricchissimo, ha investito bene anche nel mercato immobiliare a Parigi e in Spagna, nei quartieri più prestigiosi. Vuole tornare alla sua terra d’origine, che non ha mai dimenticato, ed è lì che il 23 marzo 1972 si ricongiunge al suo Vladzio, che non ha mai smesso di amare. Women’s Wear Daily, la rivista di moda più famosa dell’epoca titola “il re è morto”. Il suo nome e il suo stile verranno recuperati nel 1986 e riportati allo splendore che il suo ricordo merita. E che oggi è affidato a Demna Gvasalia.

     

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    Green Carpet Fashion Awards: artigiani italiani vincono il GCFA Art of Craftmanship Award il ringraziamento di Giuseppe Conte

    Green Carpet Fashion Awards quest’anno, alla loro quarta edizione, sono stati svolti in formato digitale e tutto l’evento, trasmesso durante la Shanghai Fashion Week il 10 ottobre 2020, è stato girato presso il Teatro alla Scala trasformato per l’occasione in una sorta di foresta incantata.

    Giuseppe Conte, Made in Italy, carlo capasa, Green Carpet Fashion Awards

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    Piper Sandler: come spendono e cosa acquistano i teenager USA

    Dal 40° rapporto semestrale ‘Taking Stock with Teens’ realizzato da Piper Sandler, banca di investimento con sede in Minnesota, in America gli adolescenti spendono meno in borse mentre è in aumento la domanda di capi d’abbigliamento usati. Questo è quanto emerso dalla ricerca effettuata tra il 19 agosto e il 22 settembre su un campione di 9.800 adolescenti, di età inferiore ai 16 anni, provenienti da 48 Stati. Nel 2020, la spesa dichiarata ha raggiunto i livelli più bassi degli ultimi due decenni, e l’attuale pandemia ha influito molto sul modo di acquisto di adolescenti e non.

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