Giuditta e Oloferne

La sfida di Giuditta

 A settant’anni dalla sua riscoperta la mostra a A Palazzo Barberini di uno dei capolavori del Caravaggio

Un viaggio tra le opere del Cinquecento e del Seicento tra violenza e seduzione

Nelle sale del bellissimo palazzo Seicentesco è possibile ammirare una delle opere considerata capolavoro dell’epoca, realizzata da Michelangelo Merisi detto Caravaggio per il banchiere Ottavio Costa, uno degli uomini più ricchi della Roma dell’epoca.

Il fortuito ritrovamento del quadro

In netta contrapposizione con la storia di molti capolavori rinascimentali che facevano della divulgazione il punto di forza per il successo, Costa la custodiva con estrema gelosia, sempre coperta da un drappo di seta lontano da sguardi indiscreti.Ottavio Costa banchiere

Per questo se ne persero le tracce fino al 1951 quando Pico Cellini, uno dei più importanti restauratori del Novecento, venne invitato da un suo amico a visionare un quadro ritenuto del Gentileschi, talmente rovinato da presentare addirittura un foro.

Settant’anni dalla sua riscoperta e a cinquanta dall’acquisizione da parte dello Stato Italiano

Come ha voluto sottolineare la direttrice delle Gallerie Nazionali, «questa mostra corrisponde perfettamente alla mia visione di un museo in continua narrazione polifonica, confronto e scambio fra collezione e mostre temporanee. Un racconto in costante evoluzione con l’obiettivo di offrire chiavi di lettura sempre diverse ai nostri visitatori»

L’opera riprende le gesta narrate nel Libro di Giuditta, la vedova di Betulia che riuscì a salvare il popolo ebraico dagli Assiri.

Narra la storia che la il generale assiro Oloferne, ammaliato dalla bellezza della donna, si addormentò ubriaco a seguito di un ricco banchetto organizzato in suo onore, così Giuditta approfittò della situazione per decapitarlo.Giuditta decapita Oloferne

Il Caravaggio è riuscito con la sua opera a ricreare quasi un’instantanea di quell’episodio, regalando a chi lo osserva una scena cruda decisamente contro corrente rispetto alle versioni precedenti, in cui veniva mostrata la testa di Oloferne quasi a sugellare la vittoria e la liberazione del popolo ebraico.

Giuditta al bivio tra Maniera e Natura

Il percorso viene suddiviso in quattro sezioni nella prima possiamo veder opere il cui tema è incentrato sulla violenza del momento scelto per rappresentare la storia biblica, 

Caravaggio e i suoi primi interpreti

L’opera di Caravaggio la fa da padrona, si mostra la scena di un vero e proprio omicidio, una spaccatura netta con le passate tradizioni , che trova un corrispettivo nelle rappresentazioni teatrali o nelle rappresentazioni sacre.Lavinia Fontana Giuditta e Oloferne

Una scena cruda in netto contrasto con la bellezza di Giuditta diventata musa per gli artisti che vollero reinterpretare la vicenda: troviamo opere di Trophime Bigot, Valentin de Boulogne, Louis Finson, Bartolomeo Mendozzi, Giuseppe Vermiglio e Filippo Vitale

Artemisia Gentileschi e il teatro di Giuditta

La penultima sezione è dedicata ad una donna, Artemisia Gentileschi appunto, la quale cerca di rappresentare la scena dando risalto alla figura femminile, facendola risultare una donna caparbia e forte, genere molto apprezzato nelle corti europee.

Le virtù di Giuditta. Giuditta e Davide, Giuditta e Salomè

L’ultima sezione si sofferma al tema del confronto tra il tema di Giuditta e Oloferne, con quello di Davide e Golia i quali sono accumunati dal tema allegorico dell’astuzia, ingegno che prevale sulla brutalità. Altro tema è quello del gesto della decapitazione presente del martirio di Giovanni e la storia di Salomè, la figlia di Erodiade raffigurata nell’Opera di Tiziano.

 

Gianfranco Cannarozzo

Foto ©GianfrancoCannarozzo, Wikipedia

www.youtube.com/watch?v=KbHDy9YL7tw&t=46s

www.eurocomunicazione.com/2017/10/22/a-palazzo-barberini-tutte-le-bizzarrie-di-arcimboldo/

 

Arte, Caravaggio, Palazzo Barberini

Fineco incontra l’arte: “Le stanze dell’inconscio”,
in una mostra dell’artista Mario Tarroni

A Piazza Farnese, presso il celebre ristorante “Camponeschi”, nel cuore del centro storico di Roma, è stata inaugurata con successo la mostra “Fineco incontra l’arte”, con le opere dell’artista e direttore artistico ferrarese Mario Tarroni. 

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“Il silenzio degli Invisibili” di Giampietro De Angelis

Un viaggio attraverso sé stessi nei panni del protagonista. Tra presente e passato, tra insegnamenti e cose imparate. La felicità nelle piccole cose, ma anche in quelle grandi. La storia di una persona semplice ma dall’animo nobile che attraverso le difficoltà è riuscito a diventare ciò che è e a stare bene con sé.

Il testo parte dal prologo, sicuramente già di per sé intrigante come scelta, ma è ciò che c’è scritto che lascia molto perplessi. Le parole che più colpiscono sono “La vita è senza tramaE lo è questo libro, riconoscendo alla mancanza di trama la dignità del ruolo dominante”.

Quindi, un libro senza la parte che, come ci hanno insegnato a scuola, è fondamentale. «Perché» – dicevano – «senza quella non si capisce nulla». Invece Giampietro De Angelis ci è riuscito. Sì, “Il silenzio degli Invisibili” non ha una trama. E quando lo si legge ci si rende conto che non sarebbe servita a niente, perché in questo libro, lo scrittore ha utilizzato la musicalità.

Lo stile del romanzo è ipnotico, dolce, scorrevole, intenso e intimo. Un passaggio regolare e armonioso tra il presente e il passato, tra ciò che è e ciò che è stato. Si tratta di una lettura che trasporta negli anni ’60 e ’70 e poi conduce di nuovo nel 2021. Un viaggio con il protagonista del romanzo tra gioie e dolori. Ogni capitolo non ha filo conduttore con quello precedente, ma di sicuro non si perde mai la voglia di arrivare al successivo.

Nel “Il silenzio degli Invisibili” si parla di Amore, quello con la “A” maiuscola. Sono tanti e soggettivi gli aspetti di questo sentimento e nel libro sono affrontati tutti in modo particolare e personale. Nessuna sfaccettatura viene esclusa. L’Amore familiare solido e vacillante allo stesso tempo. Amore inteso come amicizia vecchia e nuova. Amore nella natura e nella sua forza. E infine, Amore per la moglie, sempre al suo fianco.

Una giornata uggiosa che costringe il protagonista a casa controvoglia. Il suo pensiero va a “quel cassetto“. Quello dove all’interno ci sono gli album fotografici, definito dallo scrittore come “amarcord”. Tutti ne abbiamo uno, e, si sa, conduce sempre ai ricordi.

La caratteristica principale dello stile utilizzato da Giampietro De Angelis è il passaggio silente tra un tempo e l’altro. Un attimo prima parla della condizione delle fotografie e quello dopo ci si trova nella storia che sta per raccontare. E nel farlo c’è tanta naturalezza e scorrevolezza.

Una delle parti più coinvolgenti del romanzo, “Il silenzio degli Invisibili”, è il racconto delle avventure e disavventure vissute nella famiglia. Un sentimento vero e profondo quello provato e descritto dallo scrittore verso la madre, il padre, il fratello e Jack.

Dalle parole dei ricordi di Giampietro De Angelis la madre era gioviale, sempre pronta a ridere, scherzosa e soprattutto, anche quando non avevano molto, lei con l’Amore riusciva a farli sentire comunque ricchi.

La totale ammirazione nei confronti del padre emerge subito. Uomo di fatica, come si diceva un tempo, che si è creato da solo partendo dal nulla. E poi la prima macchina, la tv e tutte le altre soddisfazioni che lo rendevano orgoglioso. Morto troppo presto lascia il protagonista nello sconforto perché lui era la figura portante della famiglia.

Il fratello, di 6 anni più grande, era la figura da ammirare e in un certo senso irraggiungibile. Descrivere il loro rapporto sarebbe impossibile, solo le parole dell’autore stesso possono farlo.

E poi c’è Jackil cagnolino che accompagna il protagonista in tante avventure e gli insegna cosa vuol dire Amore incondizionato.

C’è un intero capitolo dedicato alla spiritualità. Il modo in cui se ne parla e viene descritta è del tutto particolare. Una semplice chiacchierata con un amico si trasforma in una vera e propria scoperta della Fede.

“Quale religione segui? — Giorgio mi riporta al presente. Lui non molla quasi mai la presa. Ecco, ora debbo pensare per davvero. Sì, perché la risposta potrebbe essere semplice, ma invece, per me, è articolata e complicata. Rivedo i libri di personaggi che mi hanno incantato, in parte suggestionato, sicuramente affascinato, come Agostino, Teresa D’Avila, Tommaso d’Aquino. Ripenso anche ad autori e maestri di altre culture, che ho nel cuore e nella mente e con i quali sono cresciuto, tra meditazioni e arrovellamenti. Però non ho un particolare interesse per le strutture, le impalcature, anche di potere, che gli uomini hanno costruito nella storia. Per cui, semplicemente, mi limito a rispondere che non ne ho. — Nessuna. Non ne seguo nessuna. — Gli ribadisco, dopo un attimo. — Come nessuna! Cosa significa avere fede, allora?”

Giampietro De Angelis, marchigiano, di professione è informatore scientifico in ambito medico e sanitario. Nel tempo libero si occupa di arte e cultura, da appassionato e hobbista, annoverando tra gli interessi più espressioni creative, dalle arti figurative al teatro. Come scrittore, oltre a “Il silenzio degli Invisibili” edito da Mauna Loa, ha al suo attivo la raccolta di brevi racconti e poesie “All’ombra del punto“; collabora con Il Graffio online, scrivendo brevi saggi nella rubrica “Vuoti & Pieni”; ha curato la prefazione, per l’editore Mauna Kea, nell’ambito della collana ad alta leggibilità Easy Reader, di “Le avventure di Pinocchio” di Collodi, “Le mie prigioni” di Silvio Pellico, “La novella del buon vecchio e della bella fanciulla e altri racconti” di Italo Svevo. È membro fondatore di Omnibus Omnes, associazione che si occupa di tematiche sociali, diritti umani e cultura dei popoli indigeni.

 

Giorgia Iacuele

Libri, recensioni

Predappio, ex Casa del Fascio:
in abbandono il simulacro di un “odiato regime”

Predappio, ex Casa del Fascio……
“campa cavallo che l’erba cresce”

________________FRANCO D’EMILIO

Giorni fa verso Premilcuore, inevitabile che transitassi per Predappio, quindi, all’andata e al ritorno, gettassi l’occhio, prima nella luce del mattino, poi nel precoce buio del pomeriggio dicembrino, sulla mole possente della ex Casa del Fascio, ancora prigioniera dell’incuria e della dannazione della storia. Che tristezza!
Nei miei 36 anni di adozione romagnola, riguardo alla superba costruzione fascista con la torre eccentrica, dominante la piazza principale di Predappio, ho solo assistito a fiumi di parole, a progetti, perlopiù campati in aria, soprattutto, al protagonismo degli amministratori locali, da quello eccessivo e smargiasso della sinistra, ora sonoramente sconfitta, a quello più sobrio, ma tanto incerto dell’attuale centrodestra. Si veleggia, ormai, verso 80 anni di abbandono della ex Casa del Fascio, quale simulacro dell’odiato Fascismo, e ancora lunga, proprio degna del proverbiale detto “campa cavallo che l’erba cresce”, si prevede l’attesa perché l’edificio mussoliniano possa vedersi restaurato e recuperato a nuova utilità pubblica.

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Tra miti e leggende, viaggio alla scoperta di una delle più importanti opere del passato

Tempio della Fortuna Primigenia: Il più antico complesso architettonico dell’Italia antica

Nel Lazio, alle pendici del monte Preneste, dove oggi sorge Palestrina in epoche arcaiche vi era un oracolo molto importante. In questo luogo sorgeva un pozzo o almeno tale lo si riteneva, dove si diceva che li sotto viveva una sibilla che dava oracoli a chi però, sprezzante del pericolo, si calava lungo le pareti di questo misterioso manufatto e da tutti i luoghi, anche lontanissimi, venivano pellegrini per conoscere il loro destino.

Di questo abbiamo la testimonianza di Cicerone che riporta nel suo libro “De Divinazione” la storia del nobile Numerio Suffustio che trovò in fondo al pozzo un gran numero di pezzi di legno con su incise delle lettere a testimonianza della veracità del luogo come sacro.

Ma cosa ha reso così importante questo luogo, oggi appartenente al Ministero per i beni e le attività culturali (Mibact), dicastero che si occupa della tutela del patrimonio artistico e culturale e del paesaggio e della cultura?

La Τύχη (Tyche) come era chiamata dai greci o Fortuna per romani, era considerata da alcuni un’Oceanina nata dall’unione dei Titani Oceano e Teti, per altri era una Dea figlia di Zeus e Teti o ancora, di Hermes e Afrodite. Qualsiasi fosse la sua origine, viene considerata come la dea dispensatrice di fortuna e sorte sia del singolo che dello Stato. Per la tradizione greca, inizialmente distribuiva equamente gioia e dolore, successivamente si ritirò sul Monte Olimpo abbandonando l’uomo, scandalizzata dall’ingiustizia umana.

Questo duplice aspetto faceva si che a lei era dovuta la crescita delle piante, degli animali, la ricchezza delle città, era altresì considerata una guaritrice, ma anche il suo opposto.

Per questo potrebbe essere accostata alle figure dell’Agathos Daimon, demone della mitologia greca antica e soprattutto alla figura del Moros personificazione del destino mortale o meno che più le si avvicina per inevitabilità: l’uomo non può sottrarsi al volere della Dea. Come diceva Aristotele essa è una causa accidentale nelle cose che avvengono per scelta in vista di un fine.

Il suo culto si sviluppa soprattutto durante l’età ellenistica – periodo fatto iniziare per convenzione con la morte di Alessandro Magno nel 323 a.C. – a spiegazione probabilmente della diffusione della civiltà greca nel Mediterraneo, influenzando fino a diventare modello da seguire le altre culture del mondo antico.

Per simboleggiare la dualità che la caratterizza, veniva rappresentata, infatti, con la Cornucopia per simboleggiare la prosperità e la ricchezza o con pluto bambino in braccio (dio della ricchezza), con un timone a guida delle vicende umane (in un passo di Eschilo Tyche compare al timone della nave di Agamennone, miracolosamente salvata dall’intervento divino). Con una corona turrita come protezione della città, bendata, altrevolte per evidenziare l’ aspetto di dea che punisce e di morte con un elmo, con ali, con una sfera o una ruota.

Nonostante possa essere molto più antico, i romani attribuiscono la sua origine con l’ottavo re di Roma Servio Tullio, il quale per buona sorte, eresse numerosissimi templi in suo onore (se ne contano circa 26) tanto da far circolare delle curiose storie, tra cui la storia d’amore della Dea con Servio Tullio nonostante fosse un comune mortale.

Narrava Ovidio nei Fasti “Intanto, timidamente, la dea confessa i suoi furtivi amori / vergognandosi, lei creatura celeste, di essersi unita a un mortale /  – perché da un forte desiderio fu presa per il re, / per questo unico uomo lei non fu cieca – lei che di notte era solita entrare in casa sua per la finestra, / da cui prende nome la Porta della Finestrella”

In seguito anche Plutarco ne La Fortuna dei Romani “Egli si legò a Fortuna e da lei fece dipendere la stessa sovranità, tanto che dette a credere che Fortuna si congiungesse con lui, scendendo nella sua camera attraverso la piccola finestra che ora chiamiamo Porta della Finestrella”.

Questa leggenda narrata da Plutarco trova il suo fondamento nella storia quando Tanaquilla alla morte del marito Tarquinio Prisco, affacciatasi alla finestra annunciò al popolo che il prossimo re sarebbe stato il suo protetto Servio Tullio, facendo di questo la sua fortuna e con i suoi 44 anni di governo il regno più longevo.

Il più grande e importante complesso di architettura dell’Italia antica è il Santuario della Dea Fortuna Primigenia.

Fu edificato nel II secolo a.C. e seguendo probabilmente l’influenza ellenistica con la sua particolare edificazione a terrazze artificiali, ricoprirà l’intera area del colle s

ul quale è eretto, sono stati trovati infatti numerosi artefatti a testimonianza che in queste terrazze vi fossero botteghe che vendevano ex voto e amuleti.

L’origine del Santuario per alcuni studiosi potrebbe essere più antica tanto da datarla intorno al IV secolo a.C. edificato dai cittadini arricchitisi con la guerra contro Silla che lo vede vittorioso contro il rivale politico Caio Mario, per ingraziarsi e interrogare l’oracolo (è infatti l’unico tempio della Dea con questa caratteristica).

All’interno di un pozzo veniva calato un giovane che rappresentava Giove Bambino (venerato dalle madri)  il quale aveva il compito di consegnare all’oracolo al suo interno le offerte con le richieste dei fedeli.

La particolare forma del Santuario era volta al fine di essere un viaggio di purificazione del fedele che compiva un’ascesa fino alla purificazione, con il raggiungimento della sommità del monte, sul quale si ergeva il Tempio con la statua della Dea Primigena; viene in mente la Divina Commedia con l’ascesa dantesca nel Paradiso.

A metà dell’XI secolo la famiglia Colonna edificò palazzo Colonna Barberini (che oggi ospita il museo archeologico prenestino), dal nome dell’ultima famiglia a cui appartenne dal XVII secolo, mantenendo inalterata la forma del sottostante santuario.

Al suo interno sono custoditi numerosi reperti risalenti all’età ellenistica e ritrovati in ciò che rimane del santuario, come la testa di marmo della Dea Primigena trovata all’interno del pozzo della Terrazza degli Emicicli e una statua raffigurante Iside-Fortuna accostamento derivante dalla capacità della dea egizia di influire sul Fato.

Di grande importanza vi è il famosissimo Mosaico del Nilo dalle sue misteriose sorgenti fino ad arrivare al mare attraverso paesi e città sempre più belli, che rappresenta un capolavoro dell’arte ellenistica, nonché uno dei più grandi mosaici di epoca romana.

Fu scoperto intorno alla fine del XVI secolo e fatto risalire circa al II secolo a.C., all’interno della cantina del vecchio Palazzo Vescovile dove adornava il pavimento. Nel corso dei secoli lo troviamo tra Roma, dove fu mandato per la prima volta dal Vescovo Cardinale Andrea Baroni Peretti Montalto che per primo capì il valore dell’opera, e il Palazzo Colonna Barberini, fortem

ente voluto dai Barberini.

In tempi più recenti, parliamo del 1954, lo vediamo nel docu-film “Nilo di Pietra” uno dei primi girati a colori. Gli studiosi hanno avanzato numerose ipotesi in merito al significato del mosaico, concordando esclusivamente con l’individuazione in esso dell’Egitto e del Nilo.

Il primo a riconoscere l’Egitto, fu il cardinale e arcivescovo francese Melchior de Polignac il quale riteneva rappresentasse il viaggio di Alessandro Magno verso il tempio di Giove Ammone. Nonostante venga unanimemente considerata dagli studiosi una vera e propria cartina geografica dell’Egitto, sono molte le ipotesi su cosa vi sia rappresentato. Per lo studioso francese Jean BaptisteDubos rappresentava la quotidianità del popolo egiziano, per il suo connazionale archeologo Jean Jacques Barthelemy, rappresentava il viaggio dell’Imperatore Adriano in Egitto.

Una delle più interessanti è quella dell’archeologo italiano Orazio Marucchi secondo cui il mosaico rappresenta un momento molto importante per gli egiziani: l’esondazione del Nilo, dal quale dipendeva la vita. Per loro infatti era un momento sacro da dedicare alla Dea Iside.

Costituirebbe altresì un collegamento con il Santuario della Fortuna Primigenia sia il fatto che per l’archeologo nostrano l’arte divinatoria praticata nel tempio era di derivazione egiziana, sia che Iside era considerata anch’essa come la Dea Madre (da cui nacque Horus) dispensatrice di fortuna e sventura, protettrice del regno e colei che secondo il mito aiutò a civilizzare il mondo (alcuni vedono infatti, forse anche per la costruzione verticale del mosaico, un vero e proprio viaggio iniziatico dell’anima da luoghi selvaggi fino alla, allora, civiltà).

Anche il mare e l’acqua sono elementi caratterizzante di queste divinità, proprio per le caratteristiche di mutevolezza e di instabilità. Da Iside Pelagia deriverebbe infatti l’iconografia della Fortuna Marina, (come sosteneva anche lo scrittore francese Philippe Bruneau) la cui immagine  è quella di una fanciulla nuda che si muove sulle acque reggendo una vela o un timone che tiene sotto i piedi un delfino o una conchiglia (come la famosissima Venere del Botticelli)

L’affinità tra le due Dee ricorda anche l’antica celebrazione romana del 24 giugno in onore della Fors Fortuna dea della casualità assoluta che si svolgeva sulla riva destra del Tevere lungo la Via Campana.

Il Palazzo Barberini non solo è importante per le opere d’arte che custodisce e per il Santuario su cui basa le fondamenta, ma anche per illustri personaggi che vi hanno soggiornato come il grandissimo Pierluigi da Palestrina. Compositore Rinascimentale di madrigali e corali fu uno dei più importanti rappresentanti della Scuola Romana al quale si deve il raggiungimento della perfezione polifonica partendo dalle influenze della scuola franco olandese (La scuola romana perseguiva questo scopo attraverso la musica religiosa, grazie anche ai contatti diretti con la Cappella Sistina e il Vaticano).

È stato un compositore molto prolifico del quale molte opere ancora oggi vengono utilizzate in particolari occasioni e su alcune aleggiano storie smentite da studiosi e da documentazioni ufficiali, come la Missa Papae Marcelli, voluta, cosa non vera, da alcuni per convincere il Concilio di Trento  che un divieto draconiano al trattamento polifonico non era necessario.

Il suo approccio alla musica, la sua visione di insieme del testo delle composizioni influenzerà le successive scuole e sarà ripreso da altri compositori come Bach, segnando anche l’evoluzione dalla musica medievale a come la conosciamo oggi.

Gianfranco Cannarozzo

miti, leggende, età ellenistica, Dea

Profeti inascoltati del Novecento: i ritratti delle personalità della cultura e dall’arte a Genova

I ritratti di 48 personalità della cultura e dell’arte che si sono distinti per analisi fuori dagli schemi dell’età contemporanea, da George Orwell a Ingmar Bergman, da Hanna Harendt a Oriana Fallaci, opera degli artisti genovesi Dionisio di Francescantonio, Sergio Massone, Vittorio Morandi e Lenka Vassallo, saranno in mostra con Profeti inascoltati del Novecento, dal 17 dicembre 2021 al 16 gennaio 2022 nei Saloni delle Feste di Palazzo Imperiale a Genova.

La rete di associazioni Domus Cultura ha organizzato la mostra, ideata e curata dalla scrittrice e organizzatrice culturale Miriam Pastorino e dall’editore e saggista Andrea Lombardi. “La nostra speranza è quella che la rassegna da noi presentata serva a leggere con maggiore lucidità la storia del Novecento, guardando negli occhi e nell’opera di 48 personalità – afferma in una nota il presidente di Domus Cultura Rodolfo Vivaldi – magistralmente ritratte da quattro artisti genovesi, e scandagliate nel catalogo della mostra, con prefazione del critico d’arte Vittorio Sgarbi, dalle schede biografiche e critiche redatte da molti nomi di rilievo della cultura italiana, che furono, in maniera diversa, protagoniste del pensiero e dell’arte del secolo che sempre più si allontana dietro le nostre spalle”. 

“La rassegna – afferma Sgarbi che ha curato la prefazione del catalogo della mostra – ha favorito l’incontro tra quattro artisti genovesi che nel recente passato avevano preso parte alla mostra ‘Mai perdute forme del mondo. La persistenza del figurativo in alcune esperienze contemporanee’ in Palazzo Ducale. Visioni di vita diverse, modi di pensare anche molto lontani, che hanno in comune, oltre alla pratica del disegno e della pittura, una vera curiosità culturale. L’arte pretende quella libertà di espressione che personaggi scomodi come Louis-Ferdinand Céline, Hannah Arendt, Filippo Tommaso Marinetti, il cardinale Giuseppe Siri, hanno coraggiosamente e diversamente testimoniato, anche divisi dalle violentissime vicende storiche del Novecento”.

[Fonte ANSA]
   

Gli SKAUPAZ TOIFL a Camposampiero

Al via a Camposampiero, nel Padovano, il Christmas Village dal 4 al 24 dicembre nelle piazze Castello e Vittoria. Tra le tante attrazioni, sabato 18 in esclusiva veneta arrivano decine di demoni Skaupaz Toifl con uno spettacolo ricco di emozioni per grandi e piccini. La manifestazione è totalmente gratuita

Dal 4 al 24 dicembre le piazze Castello e Vittoria di Camposampiero, nel Padovano, si vestono di magia natalizia, apre infatti tutti i sabati e le domeniche fino alla Vigilia il “Camposampiero Christmas Village“. Un luogo incantato dove i bambini incontreranno Babbo Natale con i suoi animaletti e gli elfi e si potrà ammirare il maestoso albero di Natale illuminato dalle splendide luminarie. La manifestazione, totalmente gratuita, è organizzata dal Comune di Camposampiero in collaborazione con Lobby Agency di Riccardo Checchin e Thomas Visentin.
Il programma è ricco di attrazioni con artisti di strada ed esibizioni emozionanti come la magia dello spettacolo delle bolle, i burattini e maghi che stupiranno tutti. Per i più grandi c’è anche un’area dedicata alla musica e all’aperitivo per condividere la magia di Natale coi propri amici in tutta spensieratezza. Dal primo weekend di dicembre, all’interno della Torre dell’Orologio sarà possibile visitare anche una mostra fotografica che esporrà le foto del concorso fotografico promosso dall’Ascom dal titolo “Camposampiero viva di Storia di Acque e di Attività”. Inoltre, in un negozio del centro si potranno ammirare le creazioni del concorso di presepi organizzato dalla Proloco cittadina.

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L’UNETCHAC presenta l’11 dicembre “Non Vogliamo Essere Dimenticate”, libro sulla battaglia delle donne afghane

Prosegue l’impegno dell’Universities Network for Children in Armed Conflict (UNETCHAC), la rete internazionale di Università e istituti di ricerca che si batte contro qualsiasi forma di partecipazione dei bambini ai conflitti armati, per creare occasioni di riflessione su questo tema, in questo particolare momento, nei confronti delle ragazze e delle donne afghane.

In collaborazione con CISDA (Coordinamento italiano a sostegno delle donne afghane) e la Comunità afghana di Roma, l’UNETCHAC organizza nella capitale, la presentazione del libro “Non Vogliamo Essere Dimenticate” della professoressa Laura Guercio, membro del Comitato di Coordinamento del Network. L’incontro si terrà sabato 11 Dicembre alle ore 18.00 presso la Comunità Cristiana di Base di S. Paolo in Via Ostiense, anche per celebrare la Dichiarazione Universale dei Diritti umani dell’ONU.

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Gaius Iulius Caesar Octavianus Augustus il primo imperatore di Roma

 

L’eredità di Ottaviano ha lasciato un’impronta culturale i cui segni sono ancora evidenti in molte parti del Pianeta nella linguanel diritto e nelle opere di ingegneria civile. Infatti, l’impero romano, sotto il suo comando, ha dominato su tutti i Paesi che si affacciano sul mar Mediterraneo. Estendendosi, poi, a nord fino alla Germania e alla Gran Bretagna e a est fino alle rive del Mar Caspio.

Nato a Roma il 23 settembre del 63 a.C. in una casa sul Palatino con il nome di Gaio Ottavio rimase orfano di padre a 4 anni. Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto (in latino Gaius Iulius Caesar Octavianus Augustus) cresce educato dal prozio Giulio Cesare. Infatti sua madreAzia Balba, è figlia di Giulia, sorella di Giulio Cesare, e di Marco Azio Balbo. Invece il padre, di nome anche lui Gaio Ottavio, discende da una ricca famiglia di Velletri. Il prozio si occupa della sua formazione culturale e militare. A questo proposito va ricordato che solo due persone hanno il loro nome ricordato nel calendario. Augusto, nel mese di Agosto, e Giulio Cesare (Julius Caesar), per suo volere legato al nome del mese di Luglio.

Da ragazzo Giulio Cesare lo invia ad Apollonia (attuale Albania) a studiare sotto la guida di Apollodoro di Pergamo. Augusto parte con Gaio Cilnio Mecenate e Marco Vipsanio Agrippa che rimarranno i migliori amici e consiglieri per il resto della vita. Purtroppo è proprio qui che Ottaviano viene a conoscenza della morte del padre adottivo. Il quale fu ucciso da una congiura organizzata da un gruppo di senatori che ritenevano il crescente potere di Giulio Cesare un pericolo per la Repubblica romana.

Nel 44 a.C., a soli 19 anni, quando il testamento di Giulio Cesare viene letto pubblicamente, Augusto scopre di essere stato adottato dal prozio che lo rende erede della sua fortuna e lo designa come suo successore.

Ovviamente la decisione non è vista di buon occhio dagli altri aspiranti al potere. Ma dopo qualche mese di scontri si arriva a un accordo tra AugustoMarco Antonio e Marco Emilio Lepido. I quali, dividendosi i territori, governano insieme. Nel 40 a.C. vengono firmati gli accordi di Brindisi che spartiscono il controllo dei territori tra i triunviri. Ad Antonio spetta l’Oriente, a Lepido l’Africa, mentre Ottaviano Augusto governa in Occidente. Ma la pace non dura a lungo e nel 31 a.C. con la battaglia navale di Azio la flotta di Augusto, comandata da Agrippasconfigge le navi di Antonio e di sua moglie Cleopatra, potente regina d’Egitto.

Rimasto solo al potere, Ottaviano Augusto, deve scegliere come governare. Con l’acclamazione del popolo, che vorrebbe vederlo alla guida, il Senato gli offre la dittaturaMa Augusto pensa che il volere del popolo sia la strada da percorrere perché una pace basata sulla dittatura non sia sicura. Così nel 27 a.C. restituisce la Res Pubblica nelle mani del Senato e del popolo romano.

Da allora fui il primo per considerazione e influenza, ma non avevo maggior potere di coloro che erano miei colleghi nelle varie magistrature”. Questo il commento nella sua biografia Res Gestae 34 (capitolo, ndr). Ma in realtà è un atto formale e lo stesso Augusto si assicura, attraverso l’assunzione di una serie di cariche incrociate, che il potere rimanga ben stretto nelle sue mani.

Augusto governa per quaranta anni durante i quali il popolo romano subisce una vera e propria trasformazione. Infatti da agricoltori e guerrieri diventano cittadini imperiali, padroni del Mondo, bene amministrati, culturalmente educati e tecnicamente insuperabili.

Ogni settore dello Stato viene da Augusto riformato: l’esercito, la giustizia, la religione. Crea corpi militari specializzati per la gestione dell’ordine cittadino e la guardia pretoriana per la protezione personale dell’imperatore. Inoltre, introduce leggi a difesa della famiglia e politiche sociali a sostegno della popolazione più povera. Garantisce ai militari congedati un vitalizio e costruisce grandi opere pubblicheterme e acquedottiTrasforma Roma in una città monumentale, degna capitale di un Impero potente. In ambito economico organizza il sistema monetario e facilita gli scambi commerciali.

La sua carriera è sapientemente gestita in modo graduale e tutti i poteri e le onorificenze gli vengono assegnati dal Senato e non per sua scelta personale. Già prima della battaglia di Azio aveva ricevuto il titolo di Imperator, riservato ai generali vittoriosi. Mentre quello di Augustus gli viene conferito dopo la vittoria in una riunione del 16 gennaio nell’anno 27 a.C. Infatti Augusto, che vuol dire degno di venerazione, sarà il nome che gli storici sceglieranno per ricordarlo nei secoli futuri.

Dal 31il Senato lo elegge console ogni anno e gli conferisce l’imperium proconsulare (potere militare ed esecutivo sulle province), infine nel 23 a.C. Augusto riceve la carica che segna indiscutibilmente l’inizio del potere imperiale: la tribunicia potestas a vita. Quindi, può intervenire in ogni questione amministrativa, ha diritto di veto sulle decisioni non gradite, a lui riportano tutte le province, quelle imperiali, già sotto il suo controllo e quelle senatorie, fino ad allora governate da consoli.

Augusto regala all’impero 40 anni di pace, che passerà alla storia con il nome di Pax Romana, anche se sulle frontiere è impegnato militarmente al nord in Europa, ad est in Asia e al sud in Africa per mantenere i confini delle terre conquistate in epoca repubblicana.

Augusto aveva sempre avuto un gruppo di potenti contrari alla sua ascesa, che agivano in nome di una Repubblica che non esisteva più. Purtroppo però il più grande tradimento arrivò proprio dalla figlia Giulia. Ella partecipò alla più importante congiura messa in atto contro di lui.

Augusto riesce a salvare la vita in varie occasioni ma non il matrimonio. La nascita di Giulia, infatti, decretò la fine del rapporto con Scribonia da cui divorzia proprio il giorno della nascita della figlia. Però, poco dopo Augusto incontra e sposa quella che sarà la donna che rimarrà al suo fianco fino alla morte, Livia.

In quanto donna, la primogenita Giulia non può aspirare al trono, quindi tutto va nelle mani di Marcello, figlio di Ottavia, la sorella di Augusto. Il quale sposa Giulia affinché sia chiaro a tutti che lo Stato passerà nelle sue mani, ma muore solo due anni più tardi.

In seconde nozze Giulia sposa Marco Agrippa, amico fraterno del padre, dal quale ha due figli Lucio e Caio, ma anche loro muoiono giovani.

Ad assicurare la discendenza ci pensa allora Livia, che appoggia Tiberio, nato dal suo precedente matrimonio. Il quale diventerà effettivamente il secondo Imperatore romano. Ancora oggi, però, rimane il sospetto che Livia fosse coinvolta in tutte le sciagure toccate in sorte agli altri eredi tranne che a Tiberio. E gli storici parlano anche di un coinvolgimento nella “morte accidentale” dello stesso Augusto, proprio sul letto di morte, in modo che non cambiasse idea all’ultimo momento sull’eredità.

Queste però sono dicerie, la versione ufficiale è che Augusto, come ultime parole abbia detto a Livia «Vivi nel ricordo del nostro matrimonio. Addio». Si spense nel suo letto nella casa di Nola, il 19 agosto del 14 d.C.

Lo stesso Augusto farà in modo di tramandare alla storia le sue imprese incidendo su tavole di bronzo le Res Gestae Divi Augusto (gli atti del divino Augusto). Una vera e propria autobiografia. Fortunatamente sono state fatte molte copie di questo testo su lastre di marmo e quella apposta sulla parete del tempio della dèa Roma e Augusto ad Ankara è arrivata a fino a noi. Una copia moderna si trova adesso sul lato del Museo dell’Ara Pacis rivolto verso il Mausoleo di Augusto a Roma.

Il Mausoleo con il suo diametro di 300 piedi romani (circa 87 metri) è il più grande sepolcro circolare che si conosca. Situato a Roma in piazza Agosto Imperatore si compone di un corpo cilindrico rivestito in blocchi di travertino. Al centro del quale si apre a sud una porta preceduta da una breve scalinata.

Nell’area antistante erano collocati due obelischi di granitopoi riutilizzati uno in piazza dell’Esquilino, alle spalle di S. Maria Maggiore (1587), l’altro nella fontana dei Dioscuri in piazza del Quirinale (1783).

Su un altissima struttura svettava, a 100 piedi romani di altezza (circa 30 metri), la statua di Augusto in bronzo dorato. Probabilmente era l’originale bronzeo della statua in marmo rinvenuta nella villa di Livia a Prima Porta.

Attraverso un lungo corridoio d’accesso, il dromos, si giunge alla cella sepolcrale, di forma circolare, con tre nicchie rettangolari ove erano collocate le urne. La nicchia di sinistra, ospitava le ceneri di Ottavia, sorella dell’imperatore e di suo figlio Marcello. Augusto era sepolto nell’ambiente ricavato all’interno del nucleo cilindrico centrale.

All’interno del sepolcro erano deposte le ceneri dei membri della famiglia imperiale: il generale Marco AgrippaDruso Maggiore, i due bimbi Lucio e Gaio CesareDruso MinoreGermanicoLiviaTiberioAgrippinaCaligolaBritannicoClaudio e Poppea, moglie di Nerone. Quest’ultimo fu invece escluso dal Mausoleo per indegnità, come già Giulia, la figlia di Augusto. Per breve tempo il Mausoleo ospitò le ceneri di Vespasiano e infine di Nerva e dopo oltre un secolo dall’ultima deposizione riaprì per ospitare le ceneri di Giulia Domna, moglie dell’imperatore Settimio Severo.

 

Giorgia Iacuele

Ottaviano Augusto, Storia, Imperatore

L’avvocato Arturo Nati, vita ed opere. In un libro la storia di un giovane italiano che per primo parlò alle Nazioni Unite

“Vita dell’avvocato Arturo Nati, un’esistenza dedicata al fare”, questo il titolo dell’ultimo libro di Antonio Parisi. Il volume pubblicato da Antonio Dellisanti Editore racconta la vita di Arturo Nati, avvocato romano, forse sconosciuto all’opinione pubblica nazionale, ma con una storia personale e familiare che lo hanno reso una delle personalità più significative della società romana ma anche italiana del secolo scorso.

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Un “Libro/Guida” sui Carnevali più belli d’Italia

“Maschere e Coriandoli” di Antonio Castello, 
un nuovo Libro/Guida sui Carnevali  più belli d’Italia 

 

A Roma, nella storica struttura della Domus Sessoriana, è stato presentato martedì 30 novembre il nuovo libro del giornalista Antonio Castello. (*1)
 “Maschere e Coriandoli” – Guida ai Carnevali più belli e caratteristici d’Italia – vede la luce dopo la pubblicazione di due altri volumi (“Almanacco dei Giorni di Feste” e “Viaggio nel Tempo”) per completare una trilogia sulle feste più importanti che hanno luogo in Italia dopo quelle Religiose e le Rievocazioni Storiche.
A presentare il libro, il giornalista, Carlo Sacchettoni, già Caporedattore del TG2-RAI, Ivana Jelenic, Presidente FIAVET (*2) -Federazione Italiana delle Agenzie di Viaggio) e Stefano Landi, grande esperto di turismo, già Direttore Generale del Ministero.

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“I sei giorni che sconvolsero il Mondo”

Presentato alla Biblioteca del Senato della Repubblica italiana il corposo libro (540 pagine) “I sei giorni che sconvolsero il mondo” pubblicato dallo storico Leonardo Campus dopo oltre 7 anni di ricerche in archivi internazionali. Quale sia il tema trattato lo chiarisce il sottotitolo del volume: “la crisi dei missili di Cuba e le sue percezioni internazionali”. Il braccio di ferro nucleare ingaggiato nel 1962 dalle superpotenze USA e URSS riguardo i missili di cui l’Unione Sovietica aveva segretamente dotato Fidel Castro portò il mondo letteralmente sull’orlo della Terza guerra mondiale, appunto per sei giorni (o tredici, secondo la prospettiva della Casa Bianca), fin quando Nikita Kruscev non annunciò di esser disposto a ritirare quei missili pur di evitare l’ormai imminente escalation bellica. Quest’episodio, che poi si sarebbe rivelato decisivo nell’andamento della Guerra fredda e non solo, è stato molto studiato all’estero ma pressoché totalmente trascurato in Italia.

L’arrivo di questo libro (pubblicato nella collana storica di Le Monnier) non si limita a colmare tale lacuna, ricostruendo in dettaglio l’evento e i suoi significati (nella Parte Prima), ma indica una via nuova alla storiografia di settore, cominciando ad indagare le percezioni di quell’evento, gli impatti che esso suscitò, su scala internazionale e a livello non più solo politico ma anche socio-culturale (Parte Seconda). In particolare Campus ha applicato questo suo approccio alla reazione di due Paesi (Italia e Stati Uniti) e di tre categorie transnazionali (religiosi, politologi, scienziati).

Tra i vari documenti e aspetti inediti che, a riguardo, sono emersi dalla gran mole di fonti consultate, ci limitiamo qui a segnalarne uno, rimarcato proprio dall’autore nel suo intervento alla Biblioteca del Senato: quello esposto nella Premessa che apre il libro. Si tratta di una convincente reinterpretazione di Fernand Braudel e Marshall McLuhan, due grandi pensatori del Novecento le cui teorie vengono rilette ed applicate alla crisi di Cuba e alla nuova era termonucleare.

Di lì in poi il libro scorre via in modo fluido, facendo emergere la ricchezza di reazioni suscitate da quella grave crisi, tra analisi approfondite, momenti narrativi e sorprendenti retroscena. Completa il quadro un apparato iconografico nel quale spiccano le “prime pagine” e le vignette prese dai quotidiani di quei giorni, per mostrare anche visivamente i vari modi (non sempre accurati ed obiettivi) in cui l’evento fu raccontato all’opinione pubblica. La crisi di Cuba, dice Campus, è un prezioso “scrigno” di lezioni da approfondire. Tanto più oggi che gli eventi internazionali ne ribadiscono l’attualità: si pensi alle nuove tensioni in corso tra l’Occidente e Russia di Putin, ai rischi connessi alla proliferazione nucleare, allo storico disgelo tra Usa e Cuba (recentemente annunciato da Obama e Raul Castro dopo 53 anni di ininterrotta ostilità). Tre buoni pretesti per leggere la storia avvincente e istruttiva dei “sei giorni che sconvolsero il mondo”.

 

Giorgia Iacuele

 

Libri, recensioni

MOSTRA “DA MATERA A POMPEI”: UN VIAGGIO NELLA BELLEZZA

Un viaggio nella bellezza tra Pompei e la Basilicata, per raccontare il ruolo della donna nel mondo antico, attraverso ornamenti e gioielli, espressione del gusto estetico di epoche e contesti differenti, ma anche simbolo di uno status sociale.

Così la mostra “Da Matera a Pompei. Viaggio nella bellezza” allestita presso il Museo archeologico Domenico Ridola dal 18 novembre 2021 al 30 giugno 2022,  a cura di Annamaria Mauro, Massimo Osanna, Gabriel Zuchtriegel.

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Il Collezionismo alla Libreria Horafelix

XIIa  EDIZIONE DI “STORIA e MILITARIA

RITORNA IL CONSUETO APPUNTAMENTO MENSILE DELLA MOSTRA MERCATO DEL COLLEZIONISMO D’EPOCA PRESSO LA LIBRERIA HORAFELIX A ROMA, PER APPASSIONATI E COLLEZIONISTI, GIUNTA ALLA DODICESIMA EDIZIONE.
MEDAGLIE, MONETE, SOLDATINI, CARTOLINE, MODERNARIATO, STAMPE, LIBRI, RIVISTE D’EPOCA.

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20.11.21 – a Roma, Convegno Nazionale sul ruolo delle FF.AA. Italiane

IL RUOLO DELLE FORZE ARMATE IN SUPPORTO AL PAESE
 CONVEGNO NAZIONALE presso CAMPUS -X (Università T0r Vergata)  

L’UNIVERSITA’ POPOLARE “TOMMASO MORO” HA ORGANIZZATO IL PRESENTE  CONVEGNO
PRESSO  IL CAMPUS X – UNIVERSITA’ DI TOR VERGATA
PER DIBATTERE SULLA EVOLUZIONE DEL RUOLO DELLE FORZE ARMATE
A FAVORE DELL POPOLAZIONE DURANTE I PERIODI DI CALAMITA’

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Moda tra etica, estetica e spiritualità la sfida della fashion industry alla luce degli obiettivi ONU

Lo scorso 26 ottobre si è tenuto l’evento promosso dall’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede “La Moda tra etica, estetica e spiritualità”. Il Cortile dei Gentili a Palazzo Borromeo ha fatto da sfondo alla manifestazione a cui si è potuto assistere anche sui canali digitali e sull’app di Telepace.

Il Movimento Nazionale Giovani UCID rappresentato dalla dott.ssa Simona Mulè, Segretario e Referente Nazionale Giovani Donne del Movimento Nazionale Giovani UCID ha partecipato insieme ad una delegazione dell’Istituto d’Istruzione Superiore Carlo e Nello Rosselli di Aprilia dell’indirizzo “MIT – Industria e artigianato per il Made in Italy – Moda” composta dalle studentesse Maria Grillo ed Elisa Cipriani, dalla prof.ssa Barbara Consolo e dall’ A.T. Letizia Iadanza 

L’evento ha rappresentato un excursus della moda italiana partendo dalla storia per arrivare all’etica ed alla spiritualità; obiettivo quello di riflettere sull’impatto sociale e ambientale di tutta la fashion industry e sui concetti di sostenibilità ed economia circolare, che si nascondono dietro l’etichetta di un marchio. 

 Ad aprire i lavori, S.E. l’Ambasciatore Pietro Sebastiani e S.Em. Car. Gianfranco Ravasi

 “Della moda ci affascina il bello, la cura della perfezione, la ricerca dei dettagli, ma l’aspetto fondamentale è che il sistema della moda si muove tra tradizione e innovazione, tra la diversità ed inclusione. – Dichiara S.E. Pietro Sebastiani – Le nostre maestranze artigianali rappresentano l’eccellenza italiana e sono l’avanguardia nel mondo di tutta l’economia della moda, per questo l’intero indotto del comparto deve avere come obiettivo, la difesa di un sistema etico e di valori anche alla luce degli obiettivi dell’Agenda 2030”.

A testimonianza di questo nuovo modello fondamentali sono state le testimonianze ed esperienze aziendali di Lavinia Biagiotti, Presidente e CEO di Biagiotti Group, Stefano Dominella, Presidente della Maison Gattinoni Coutour e Cinzia Macchi, fondatrice e designer del La Milanesa. Presenti anche Giulia Crivelli, Fashion editor Moda24, Il Sole 24 ore e Maria Cristina Fanucci, architetto artista e Presidente del Garbage Patch State. 

Dal dibattito è emerso come la moda italiana abbia anticipato l’attenzione al sostenibile e al digitale, evidenziandone un ruolo fondamentale nella società anche a causa dell’emergenza sanitaria che ha bloccato per diverso periodo l’intero settore. Il comparto della “moda italiana rappresenta infatti l’industria meritocratica per eccellenza, attenta all’ inclusione e alla diversità”. 

 “Ringrazio S.E. l’Ambasciatore Sebastiani, per aver dato ai nostri studenti l’opportunità di partecipare ad un’iniziativa di indubbia portata – dichiara il Dirigente Scolastico Prof. Ugo Vitti – l’occasione di passare dai libri e dai laboratori, nel vivo di quello che è l’intero indotto del comparto moda, avendo come riferimento le realtà italiane caratterizzate da una forte responsabilità sociale di impresa. Sono certo che da questa esperienza nasceranno, con le aziende presenti, future collaborazioni di cui potranno usufruire i ragazzi del nostro Istituto”. 

 “Siamo felici di aver contribuito ad un processo virtuoso – dichiara Simona Mulè – coinvolgendo gli studenti che hanno avviato il proprio percorso di studi proprio sull’artigianato made in Italy e moda. La fashion Industry è una delle più sviluppate e redditizie al mondo dopo l’industria del cibo, delle costruzioni e dei trasporti; parlare di industria della moda rapportandola ai concetti di etica e sostenibilità, è necessario per il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile, una sfida che ognuno è chiamato a perseguire.” 

In chiusura le studentesse hanno omaggiato l’Ambasciatore con una bandiera italiana con l’intestazione dell’Istituto, cucita appunto nei laboratori di scuola. 

 

Palazzo Altemps: mostra fotografica “STATUAE VIVAE” di Sergio Visciano

Dal 2 ottobre al 1° novembre presso il Museo Nazionale Romano nella sede di Palazzo Altemps è in corso di esposizione una mostra fotografica sulla statuaria classica che racconta mito, memoria e cultura attraverso uno sguardo contemporaneo.

I corpi nudi delle statue sembrano muoversi, tra chiaroscuri e luci psichedeliche, negli scatti di Sergio Visciano. In mostra ventidue immagini che interpretano alcuni capolavori dell’arte classica appartenenti alle collezioni del Museo Nazionale Romano, ma anche dei Musei Capitolini, del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, del Museo Archeologico dei Campi Flegrei nel Castello di Baia e di Palazzo Mattei di Giove a Roma.

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Tevere day, un giorno dedicato al fiume di Roma

Domenica scorsa, 17 ottobre, è stata una data importante per Roma non solo perché c’era il ballottaggio per eleggere il sindaco della capitale d’Italia ma anche perché era il giorno in cui si svolgeva il Tevere Day. Cioè il giorno dedicato a ricordarci il fiume sacro di Roma, per storia il più importante del Mondo, oggi relegato a discarica en plein air e a rifugio della “marginalità”.

Il “Tevere Day“, giunto alla sua terza edizione, è il più grande evento culturale, sociale, sportivo e ambientale mai realizzato per celebrare il “biondo fiume“. Oltre 70 chilometri di sponde da Capena fino a Ostia/Fiumicino domenica hanno trasformato, per un giorno, il degrado e l’incuria in un teatro a cielo aperto. Una festa lunga 100 eventi, che ha coinvolto oltre 100 tra Enti e Associazioni, tra cui: Regione Lazio, Comunità Ebraica, Autorità Distrettuale Bacino Centrale, Federazione Italiana Sport Rotellistici, Federazione Italiana Canoa e Kayak, Federazione Italiana Nuoto, Touring Club, Marevivo, WWF.

Una domenica assolata che ha richiamato ancora più persone a uscir di casa e a godere delle tantissime iniziative proposte: dalla canoa al canottaggio, con il palio fluviale in cui 8 equipaggi in canoe canadesi si sono sfidati nella raccolta di rifiuti e plastiche nel fiume, alle corse in bicicletta sulla riva sinistra, a testimoniare l’esigenza di riqualificare anche questa sponda che ancora non si è dotata di una pista ciclabile, dalle passeggiate attive al mini tennis, al calcetto per i ragazzi.

Così come sono state tante le attività culturali, passeggiate con esperti d’arte e storia, tour cine-letterari, mostre, conferenze, musica dal vivo, street food, e quelle ambientali, dall’Oasi della biodiversità del WWF alle tantissime iniziative al Parco della Magliana. Un ricchissimo calendario di appuntamenti con l’obiettivo di coinvolgere la comunità – hashtag dell’evento è stato #nnamoafiume – e le Istituzioni sull’esigenza di tutelare un patrimonio immenso quale quello del Tevere. Con una partecipazione enorme, oltre 50mila, che ha fatto registrare un incremento del 15% sull’affluenza domenicale sul Tevere.

Simbolo della giornata l’inaugurazione del nuovo accesso da fiume del Parco Archeologico di Ostia antica, con la partenza del primo battello, con 107 passeggeri a bordo –  che è salpato da Ponte Marconi con destinazione Ostia Antica; un percorso che da fine ottobre sarà fruibile da tutti i romani e dai tanti turisti che avranno così l’opportunità di scoprire le bellezze archeologiche di Ostia antica e dei Porti imperiali attraverso una suggestiva ed emozionante discesa del Tevere, quale premessa importante della ripresa della navigabilità turistica.

Testimonial di questa edizione: il cantante Virginio che ha regalato un live speciale ai suoi fan e alla città di Roma, all’Arena Tevere Day, nel teatro naturale della Discesa degli Anguillara/Isola Tiberina; Chiara Censori, pluricampionessa mondiale di pattinaggio artistico inline e Lorenzo Guslandi, campione italiano Battle Inline Freestyle 2021; i neo-medagliati paralimpici, Alessia Scortechini, oro nella staffetta nuoto 4×100 stile libero, e Riccardo Menciotti, bronzo nella staffetta nuoto 4×100 misti, perché oltre alla riqualificazione ambientale occorre pensare anche all’accessibilità delle sponde del fiume.

Obiettivo raggiunto: portare i romani e non solo a riscoprire le tante bellezze del Tevere e la sua storia, nello spirito sociale e comune di prendersene di nuovo cura. Il Tevere Day ha voluto segnare, anche quest’anno, l’amore che la città ha per il suo fiume, perchè il Tevere Day non è solo un grande evento, ma un impegno comune e che continua, per far vivere il Tevere, il più antico monumento di Roma, che “ci scorre dentro”.

Con l’auspicio che questo si traduca in un impegno attivo delle tante, troppe, istituzioni preposte alla sua tutela e salvaguardia. Un appello che si rivolge in primis al nuovo sindaco, Roberto Gualtieri.

 

Giorgia Iacuele

Foto © Tevere Day

Tevere Day, Parco Archeologico, Ostia antica, Virginio, Ponte Marconi

“Communicating Europe in Italy, Shortcomings and opportunities”

Quanto i cittadini italiani sanno dell’Europa? Come percepiscono le istituzioni europee? E soprattutto quali sono i mezzi con cui vengono informati? Queste e molte altre le questioni che vengono affrontate in Communicating Europe in Italy, testo scritto a quattro mani da Andrea Maresi, responsabile media del Parlamento europeo in Italia, e Lucia D’Ambrosi, ricercatrice dell’Università di Macerata.

Il tema è più che mai attuale: dopo le ultime elezioni europee, infatti, l’attenzione da parte dei media e dunque dei cittadini verso le tematiche dell’Unione è sicuramente aumentata. Ma non abbastanza. Si può fare ancora molto, come spiegano gli autori nel loro libro, per superare alcuni limiti che, per esempio, ancora non permettono ai cittadini italiani di percepire le problematiche europee come questioni di politica interna piuttosto che estera e per poter considerare l’Europa come un’opportunità e non soltanto come un ostacolo.

Riguardo l’Europa permangono infatti molti luoghi comuni difficili da sfatare e una diffidenza che stenta a sparire. Ed è proprio qui che i media svolgono un ruolo fondamentale. Il libro di Maresi e D’Ambrosi si propone appunto come prezioso strumento per approfondire le modalità con le quali chi si occupa di comunicazione e informazione affronta le tematiche europee. Ad arricchire il saggio, contributi di professionisti che si occupano di informazione all’interno delle istituzioni, ma anche di docenti e giornalisti. E infatti l’analisi di Communicating Europe in Italy non riguarda soltanto la comunicazione pubblica all’interno dell’Unione europea, ma anche il rapporto esistente fra  istituzioni europee e cittadini da una parte, e i professionisti che si occupano di informazione dall’altra. I media italiani, infatti, continuano a dare poco spazio alle tematiche europee, rispetto a quanto non facciano i canali di informazione in molti degli altri Stati membri.

«Da noi, in particolare – spiega Maresi intervistato in occasione di PolCom2014 – è un problema sia politico che culturale, che frena quello che dovrebbe essere il flusso naturale delle informazioni che non hanno confine. I media italiani dedicano poco spazio ai temi “europei” trattandoli come alieni, distanti e raggruppandoli nelle informazioni di “politica estera”, concentrandosi troppo nell’analizzare da tutti i punti di vista dell’informazione nazionale, tralasciando pezzi importanti di decisioni prese assieme a Bruxelles dai 28 Stati e dal Parlamento europeo». Eppure qualcosa sta cambiando: «Negli ultimi tempi – continua Maresi –  grazie o a causa della crisi finanziaria, i media sono stati obbligati a parlare d’Europa, per il suo crescente ruolo in campo economico e monetario. Ma un gap formativo e di conseguenza informativo non si risolve in quattro e quattr’otto».

 

 

 

Giorgia Iacuele

Foto © Amazon

Communicating Europe, opportunities, Shortcomings, Italy, Parlamento europeo

La conoscenza dei simboli UE

La forza della simbologia degli elementi che la compongono

Un linguaggio semplice ma estremamente efficace per unire i Popoli nel progetto comune

Non bastano solo gli accordi tra Stati, iniziative economiche, conferenze e quant’altro per affermare la nascita di una unione così complessa come quella europea dove ogni nazione partecipante è il frutto di secoli e secoli di storia, di cultura di tradizioni che non possono e non debbono essere sradicati nella coscienza dei popoli. 

Ciò che può unire i popoli di una così variegata entità sovranazionale sono ancora una volta i simboli, il linguaggio più semplice, ma più penetrante, che esalta la propria apparenza ad un progetto comune chealtrimenti, sarebbe troppo labile per potersi identificare. Così l’Europa, pur nelle sue variegate realtà, ha saputo dare ai suoi cittadini, dei simboli in cui tutti si possono riconoscere, dal Portogallo ai Paesi Baltici.

UEM, european-union.europa.eu

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