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Ecco l’inverno: che bollette ci aspettano

Sono state settimane fondamentali quelle che ha vissuto l’Italia, ma in generale anche gli Stati europei, nel cercare una risposta il più efficace possibile per contrastare la pesante crisi energetica da cui è derivata la recessione economica. Di certezze ancora non ve ne sono, anche perché fondamentale sarà capire il livello di rigore della stagione invernale alle porte.

Consiglio europeo straordinario, Draghi, ECMWF, G20, manovra di bilancio 2023, Meloni, Price Cap, recessione economica

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Alle radici della guerra Russia-Ucraina,
le responsabilità degli episodi di Maidan

Le vere radici della guerra fra Russia ed Ucraina

una analisi di ROBERTO ROSSETI *

Qualcuno si sarà domandato perché alla Libreria Horafelix, in Roma, mercoledì 9 novembre si sia deciso,  su input  del Gruppo Pro Italia,  di presentare il libro di  Max Bonelli  “Antimaidan che ha visto la luce nel gennaio del 2015?
……… La risposta è molto semplice. 
Bastava leggerlo per comprendere, in tempi non sospetti, come già negli anni 2013-2014 fosse stata pianificata la progressiva, lenta ma continua, opera di assedio, distruzione e genocidio della popolazione russofona abitante nel Sud-Est dell’Ucraina ed in particolare nel Donbass e in Crimea.

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Georgia / Italia : potenziali sinergie in movimento

DALLA GEORGIA  …..CON AMORE

🇮🇹 L’Ambasciata d’Italia in Georgia è lieta di informare i visitatori della nostra pagina Facebook della riapertura del Desk dell’Agenzia ICE / Italian Trade Agency (ITA) di Tbilisi.
Per i dettagli visitare su fb :
http://ambtbilisi.esteri.it/Ambasciata_Tbilisi/it/ambasciata/news/dall_ambasciata/riapertura-del-desk-ice-di-tbilisi.html

ACIGEA, Aristocrazia Europeai, Italia - Georgia, Real Casa Bagrationi Imereti

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La Georgia, tra passato, presente e futuro:
una “Tavola Rotonda” in Firenze

Importante conferenza sulla Georgia, tra passato, presente e futuro

Partecipata conferenza culturale sulla Georgia, domenica scorsa a Firenze, presso la magnifica villa Castiglione, sulle bellissime colline di Impruneta. Ad organizzare l’incontro, al quale ha partecipato un qualificato pubblico di oltre un centinaio di persone, l’associazione culturale internazionale cristiana ecumenica Italia Georgia Eurasia (ACIGEA), fondata e presieduta dalla nobildonna ortodossa georgiana LALI PANCHULIDZE, giornalista della stampa estera di KARTULI TV, televisione nazionale georgiana.

ACIGEA, GEORGIA, Nato, RUSSIA

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Conflitto russo-ucraino, il ritiro da Kherson una strategia per una nuova offensiva

Le truppe dell’esercito russo si sono ritirate dalla cittadina ucraina di Kherson, capoluogo dell’omonimo ‘Oblastsituata nel pressi di un’estuario del fiume Dnepr, una delle quattro città che al referendum di settembre aveva votato per l’adesione alla Federazione Russa. La cittadina trovandosi sulla via per Odessa rappresenta un importante porto sul Mar Nero. 

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La guerra tra Ucraina e Federazione Russa:
le origini remote di un conflitto

La guerra in Ucraina non è un conflitto domestico. Non è l’atto di forza di un dittatore verso uno stato sovrano. Non è il risultato della mente malata di Putin. La guerra in Ucraina è l’evoluzione di tensioni profonde tra Occidente e Oriente; tra l’egemonia Americana e la volontà di multilateralismo delle economie emergenti. Perché, se da un lato è vero che la Russia, sin dall’annessione della Crimea, si è mossa per la soddisfazione di fini egoistici: ottenere il controllo di una più vasta porzione di territorio sulle coste del Mar Nero, e creare province cuscinetto tra paesi Nato e Russia. Dall’altro, la provocazione Americana ed Europea ha messo alle strette il gigante russo.

guerra ucraina, Putin, RUSSIA

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Per la terza volta il presidente del Brasile è Lula

La vittoria al ballottaggio contro l’attuale capo di Stato Jair Bolsonaro fa diventare Luiz Inácio Lula da Silva presidente in Brasile per la terza volta. A 77 anni riesce a riunire dietro di sé un’alleanza tanto forte da sconfiggere il bolsonarismo. 

Il Tribunale superiore elettorale ha ufficializzato la vittoria, col 98,86% del totale delle sezioni scrutinate, Lula ha ottenuto il 50,83% dei voti (59.596.247), contro il 49,17% di Bolsonaro (57.675.427).

Felicità e tristezza si alternano sui volti dei brasiliani al termine degli spogli del ballottaggio. Caroselli di auto e moto, grida dalle finestre degli appartamenti, suoni di clacson e bandiere al vento riempiono le strade delle principali Città. Da una parte i sostenitori dell’ex sindacalista, in lacrime di gioia, dall’altra il silenzio di delusione dei fan di Jair Bolsonaro. Le elezioni più polarizzate della storia del Paese spaccano la Nazione a metà. A Rio de Janeiro, la seconda metropoli più grande del Brasile, gli elettori in festa si sono riversati sulla spiaggia, inondando con la loro allegria il quartiere di Copacabana. Ma anche dalle “favelas” sulle colline partono fuochi di artificio a illuminare il cielo carioca.

«Oggi ha vinto il popolo brasiliano», ha sottolineato Lula. «Non si tratta di una vittoria mia o del partito, ma di un immenso movimento democratico. Hanno cercato di seppellirmi vivo ma ho avuto un processo di resurrezione nella politica brasiliana. Sono qui per governare il Paese in un momento difficile, ma troveremo le risposte. Il Brasile è pronto per lottare contro la crisi climatica e per la deforestazione zero dell’Amazzonia. La maggioranza del popolo ha lasciato detto chiaro che desidera più democrazia e non meno. Vuole più libertà, più uguaglianza e più fraternità».

«Dal 1 gennaio 2023 governerò per 215 milioni di brasiliani e non solo per quelli che hanno votato per me, perché non ci sono due Brasile. C’è un solo popolo, una sola Nazione. A nessuno interessa vivere in un Paese diviso in uno Stato di guerra permanente. Queste persone sono stanche di vedere l’altro come un nemico. È tempo di deporre le armi che non avrebbero mai dovuto essere impugnate». Le prime parole di Luiz Inácio Lula da Silva dopo la vittoria sanno di speranza. Ma saranno anche realtà?

Lula ha vinto ma non ha trionfato. Il Brasile si trova in una situazione difficile da gestire proprio perché è diviso all’interno. Dovrà affronterà uno scenario economico complesso e carico di incertezze, molto diverso dagli anni d’oro del suo primo mandato, con l’inflazione che può tornare a correre veloce e un’economia che rallenta la crescita. E Bolsonaro non scompare: resta il leader di un’opposizione fortissima al Congresso.

Nato nel 1945 nello Stato brasiliano rurale di Pernambuco. A 7 anni tutta la sua famiglia si trasferì a Santos, nello Stato di San Paolo. Lula lasciò la scuola dopo la quarta elementare per lavorare come lustrascarpe. A 14 anni trovò il suo primo lavoro regolare in una fabbrica di rame e decise di riprendere gli studi per ottenere il diploma equivalente al conseguimento della scuola superiore. A 19 anni perse il mignolo della mano sinistra mentre stava lavorando il fabbrica e fu allora che iniziò la sua attività sindacale. Il suo impegno per i lavoratori lo portò poi alle elezioni che lo decretarono presidente dal 2003 al 2011.

Nel 1980 nacque il Partito del Lavoratori che non aderì a nessuna Internazionale e alle prime elezioni pluripartitiche ottenne il 3,5% dei voti. Nel 1986, con le prime vere libere elezioni, raddoppiò i suoi consensi fino al 6,9%. Quell’anno, Lula conquistò un seggio al Congresso brasiliano.

Forte della suo impegno nel sindacato dei lavoratori dell’acciaio (del quale fu eletto presidente nel 1978), infatti, il nuovo leader del Brasile permise all’allora nascente Partito dei Lavoratori di ottenere alla prima turnazione una percentuale sufficiente per garantirne la sopravvivenza e la crescita. Nonostante la sconfitta, infatti, le elezioni del 1982 permisero al Partito dei Lavoratori di raddoppiare le sue percentuali appena quattro anni dopo.

Nel 2002, Lula divenne il candidato presidente contro il leader di centro José Serra del partito della Social democrazia brasiliana. L’ex sindacalista e vinse le elezioni con il 61% delle preferenze: ottenne 52,4 milioni di voti ovvero il numero più alto della storia democratica del Brasile. Il 29 ottobre del 2006 fu riconfermato presidente con oltre il 60% dei voti al ballottaggio battendo il candidato del PSDB Geraldo Ackim.

Portò avanti un progetto per cercare di sradicare la fame dal Brasile seguendo le orme di Fernando Henrique Cardoso. Lula ampliò questi programmi con “Fome Zero“, iniziativa che prevedeva la costruzione di cisterne per l’acqua nella regione semi-arida di Sertão, azioni per contrastare le gravidanze tra le adolescenti e rafforzare l’agricoltura familiare distribuendo una quantità minima di denaro ai poveri.

Altro grande programma sociale fu “Bolsa Familia“, che prevedeva anche quote per il cibo e il gas da cucina ed è stato preceduto dalla creazione del nuovo ministero per lo Sviluppo Sociale e la Lotta alla fame. La fusione ridusse notevolmente i costi amministrativi e i tempi burocratici per le famiglie coinvolte. Il programma fu elogiato a livello internazionale nonostante alcune critiche interne al Paese.

Nel 2016, infatti, venne coinvolto nella Operação Lava Jato (Operazione Autolavaggio) e fu accusato di aver ricevuto denaro e favori da parte di imprese. Il 4 marzo dello stesso anno fu fermato e interrogato per tre ore per l’accusa di corruzione. Lula respinse le accuse, ma dopo un anno fu condannato per aver ricevuto, secondo la magistratura, tangenti del valore di 3,7 milioni di reais (valuta ufficiale del Brasile dal 1º luglio 1994). In primo grado fu condannato a nove anni e mezzo di prigione, ma rimase libero in attesa dell’appello.

In secondo grado la pena, però, fu aumentata a 12 anni e la Corte suprema respinse il suo appello contro la provvisoria esecutività della sentenza. Il 7 aprile 2018, dopo aver tenuto un discorso di fronte al sindacato dei lavoratori metallurgici dell’ABC a São Bernardo do Campo, Lula si consegnò spontaneamente alla Polizia Federale.

Nel novembre del 2019 il Tribunale supremo federale decise di scarcerarlo in attesa della sentenza definitiva dopo 580 giorni di detenzione. Mentre nel 2021 fu prosciolto da ogni accusa, tornando quindi eleggibile e riacquisendo i suoi diritti politici.

Giorgia Iacuele

Brasile, elezioni, Lula

Test nucleare russo ai confini con l’Ucraina

Secondo il quotidiano britannico Times Vladimir Putin è pronto a effettuare un test nucleare ai confini dell’Ucraina. La Nato avrebbe già allertato i propri membri delle intenzioni del numero uno del Cremlino inviando un’informativa di intelligence. A supporto dell’ipotesi di un possibile test nucleare, ci sono le immagini satellitari che hanno individuato un treno gestito dalla divisione nucleare segreta russa diretto verso l’Ucraina. Dopo giorni di escalation verbale sulla minaccia atomica della Russia, Vladimir Putin sarebbe pronto a un inquietante gesto dimostrativo per alzare ancor di più il tiro nello scontro con l’Occidente.

La presenza del treno atomico russo e i suoi movimenti non indicano per forza un test nucleare in arrivo. Il carico è rappresentato da mezzi del dodicesimo Direttorato, che si occupa della custodia delle testate nucleari. Ad esempio ci sono le autoblindo Kamaz 43269 “Vystrel”, con torretta e cannoncino da 30 millimetri. Il filmato del treno è stato geolocalizzato a Sergiyev Posad, a nord di Mosca. Sulla linea ferroviaria che porta anche al Vologda 20, il magazzino centrale degli ordigni al plutonio. Ma a ottobre in Russia si tengono le esercitazioni Grom.

Quindi ci sono altre spiegazioni alla presenza del treno. Potrebbe essere una forma di segnalazione all’Occidente del fatto che Mosca sta innalzando il confronto. Oppure la Russia potrebbe condurre la consueta esercitazione autunnale di deterrenza strategica. Quindi questo treno potrebbe mostrare una preparazione per questa esercitazione».

Una mossa, quella del test nucleare, che confermerebbe la «pericolosità» di un Putin che si trova con le «spalle al muro», come dichiarato dal direttore della Cia, Bull Burns, in un’intervista alla Cbs. Accanto al possibile test già ipotizzato del siluro Poseidon, che sarebbe in rampa di lancio dal sommergibile Belgorod di recente intercettato nel mar Artico, il nuovo avvertimento sarebbe rappresentato da un treno militare della divisione nucleare in movimento in direzione dell’Ucraina. Il presidente russo deve «essere preoccupato, non solo di ciò che sta accadendo sul campo di battaglia in Ucraina, ma anche di ciò che sta accadendo in patria e a livello internazionale», ha sottolineato ancora il numero uno dell’intelligence Usa, ricordando che, nonostante la promessa di «un’amicizia senza limiti», la Cina ha rifiutato di offrire supporto militare per l’offensiva in Ucraina.

Da Mosca però, è arrivata la dichiarazione del direttore del Dipartimento per la non proliferazione e il controllo degli armamenti del ministero degli Esteri russo Vladimir Yermakov che ha ribadito l’impegno per la «inammissibilità della guerra nucleare». Il Cremlino, invece, glissa. Sollecitato su un eventuale ricorso all’atomica, il portavoce Dmitry Peskov ha replicato che «Mosca non intende prendere parte alla retorica nucleare alimentata nei media occidentali da politici e capi di Stato». Più esplicito è stato l’ambasciatore russo a Parigi, Alexei Meshkov, che in un’intervista alla tv CNews ha assicurato che «per ora la Russia non ha motivo di utilizzare armi nucleari tattiche», ricordando che «nella dottrina russa ci sono soltanto due motivi per i quali noi potremmo utilizzare armi nucleari: un attacco con armi nucleari contro la Russia o i suoi alleati, o un attacco con armi convenzionali che metta in pericolo la nostra stessa esistenza».

Secondo l’analista Konrad Muzyka, l’unità è responsabile delle munizioni nucleari, del loro stoccaggio e della manutenzione, e potrebbe essere impiegata in un “esercizio di deterrenza strategica“. Gli spostamenti del convoglio ferroviario erano stati segnalati già domenica dal canale Telegram filorusso Rybar, che descriveva i blindati caricati con nuovi pezzi d’artiglieria equipaggiati con cannoni, mitragliatrici e lanciagranate. Per Andrew Futter, professore dell’Università di Leicester ed esperto di armi atomiche, l’aver mobilitato il treno delle divisione nucleare rappresenta al momento un avvertimento lanciato da Putin all’Occidente.

Sulla preparazione di una provocazione nucleare, però, le intelligence alleate restano caute. «Non abbiamo nessuna indicazione che le forze armate russe stiano mobilitando mezzi o personale connessi al loro arsenale nucleare: tutto al momento è nella norma», ha spiegato un alto funzionario della difesa occidentale. Ma la Nato non ha smentito ufficialmente il report del Times e il timore di un gesto sconsiderato dello zar di fronte ai rivolgimenti negativi sul terreno ucraino, da Kharkiv a Kherson, resta forte.

Pure gli analisti degli Stati Uniti, come riportato dal New York Times, dubitano che l’impiego di armi nucleari tattiche possa comportare dei vantaggi militari significativi per Mosca. Ma ritengono che, eventualmente, i russi potrebbero lanciare un proiettile da 150 millimetri, armato con una testa nucleare, da un sistema di artiglieria posizionato all’interno dell’Ucraina, oppure una testata da mezza tonnellata, con un missile lanciato dal territorio russo. Gli obiettivi potrebbero essere una base militare ucraina o una città di piccole dimensioni.

La minaccia resta, comunque, presente, almeno secondo Kiev, tanto che il Consiglio comunale della capitale ucraina ha fornito ai centri di evacuazione pillole a base di ioduro di potassio in preparazione per un possibile attacco nucleare. La tensione resta alta anche a livello diplomatico, con il “no” dell’Ucraina a un possibile dialogo con Putin. Il presidente Volodymyr Zelensky ha ratificato la decisione del Consiglio di sicurezza e difesa nazionale che afferma l’impossibilità di condurre negoziati con il presidente russo.

Pronta la risposta del Cremlino che si è detto disposto ad aspettare “un nuovo presidente ucraino” con cui negoziare. Zelensky, intanto, ha avuto un colloquio telefonico con il presidente Usa, Joe Biden, durante il quale il numero uno della Casa Bianca ha ribadito che gli Usa non riconosceranno le annessioni dei territori ucraini alla Russia e ha confermato nuovi aiuti militari a Kiev da 625 milioni di dollari, compresi altri quattro sistemi missilistici Himars.

Il presidente ucraino ha sentito anche la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, auspicando una sua visita a Kiev. Zelensky ha ringraziato l’Italia anche in merito al nuovo decreto sull’invio delle armi appena esaminato dal Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica). Un invio, quello delle armi a Kiev, sul quale ha ironizzato l’ambasciata russa in Italia che, su Twitter, ha sottolineato come “le forniture di armi all’Ucraina non aiutano a risolvere il problema del caro-bollette”.

“Ho avuto un colloquio telefonico con la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni. Ci è stata sottolineata la volontà di continuare a sostenere l’Ucraina dopo la formazione del nuovo Governo italiano”. Queste le testuali parole scritte su Telegram dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky. “Abbiamo parlato della necessità di introdurre ulteriori sanzioni contro la Russia. In particolare rafforzando l’ottavo pacchetto di sanzioni Ue ed evitando l’emissione di visti turistici ai cittadini russi da parte degli Stati della Ue”, ha aggiunto. Zelensky ha quindi “ringraziato per il sostegno incrollabile alla sovranità e all’integrità territoriale del nostro Stato”.

Giorgia Iacuele

Putin, RUSSIA, test nucleare, Ucraina, Zelensky

La minaccia nucleare dopo i referendum nelle regioni separatiste

Il presidente Putin ha annunciato un referendum per l’annessione delle zone sotto controllo russo. In particolare le Repubbliche autoproclamate di Donetsk e Lugansk e delle Regioni di Cherson e Zaporozhye, in Ucraina. I residenti delle due Repubbliche saranno chiamati a rispondere sulla seguente domanda: “Supportate l’annessione della Repubblica alla Russia in materia federale?”. Quelli delle due Regioni dovranno invece rispondere con un si o con un no alla domanda “Siete a favore della secessione delle Regioni dall’Ucraina, e alla creazione di un Paese indipendente e alla conseguente annessione alla Russia come soggetto federale?”. L’agenzia di stampa della Federazione russa TASS riporta che le quattro Regioni oggetto del referendum hanno dichiarato il loro impegno di massima trasparenza e legittimazione, aprendo al monitoraggio da parte di osservatori internazionali. Ma nonostante questa dichiarazione è ovvio che hanno poca credibilità, convocati nel giro di tre giorni in territori che sono o sotto occupazione o addirittura in pieno conflitto. Dopo la tenuta di questi referendum, indetti dal 23 al 27 settembre 2022, il cui esito è ovviamente scontato, la Duma, camera bassa del parlamento russo, potrà proclamare questi territori come parte della Federazione russa. Putin in conferenza stampa ha affermato: «Se l’integrità territoriale del nostro Paese è minacciata, utilizzeremo senz’ombra di dubbio tutti i mezzi a nostra disposizione per proteggere la Russia e il nostro popolo, e questo non è un bluff». È evidente dal discorso di Putin che “l’Operazione militare speciale” non ha funzionato. Da qui la necessità di adottare misure che dovrebbero servire per invertire la rotta. Prima fra tutte la mobilitazione di 300 mila uomini, come ha chiarito il ministro della Difesa Shoigu. Tale massiccio richiamo alle armi modifica notevolmente i rapporti di forza sul terreno anche se non si parla ancora di una mobilitazione generale, cui speriamo non si debba arrivare mai. Tuttavia si passa dall’attuale guerra fatta da militari professionisti a una guerra di popolazione di leva. Cioè di giovani attualmente impegnati in altre occupazioni che vengono richiamati alle armi. Il Governo russo dovrà far fronte a una nuova reazione interna che non si limiterà soltanto agli attuali sporadici segnali di protesta di pochi dissidenti. Si tratta piuttosto di un ben più grande numero di famiglie i cui ragazzi hanno ricevuto le cartoline di precetto e sono costrette a partire per la guerra. Naturalmente per poter fare questo Putin deve riconoscere in qualche modo che non è più un’operazione militare speciale ma che si tratta di difendere il territorio russo. I referendum servono appunto a trasformare lo status di quelli occupati o contesi in Regioni della madrepatria. E questo cambiamento di status, nell’ottica del presidente potrebbe portare anche al ricorso a ogni tipo di armamenti e di qui la minaccia del nucleare. L’alto rappresentante dell’Ue per gli Affari Esteri, Joseph Borrel ha dichiarato che «I referendum illegali sono un’altra sfacciata violazione dell’indipendenza e della sovranità territoriale dell’Ucraina e una seria violazione della Carta delle Nazioni Unite». A questo fa eco il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca Jake Sullivan che ha affermato: «I referendum annunciati dalla Russia sono una farsa e dimostrano debolezza. Gli Stati Uniti non riconosceranno mai il loro risultato e continueranno a fornire all’Ucraina l’assistenza militare necessaria per affrontare l’eventuale negoziato da una posizione di forza». L’occidente sta quindi, in maniera compatta, rispondendo all’escalation russa con l’intenzione di voler continuare a fornire armi all’ucraina. Volendo riassumere le soluzioni attualmente disponibili diciamo che da parte occidentale i leader auspicano un trionfo militare dell’Ucraina, mentre la Russia risponde sollevando di molto il livello dello scontro minacciando il ricorso al nucleare. La solidarietà politica, economica, e di assistenza di varia natura per ribadire che l’Ucraina non è sola, è sicuramente una attività da dover conservare e implementare. Però per tentare di riaprire il tavolo delle trattative è necessario che il contesto globale del conflitto sia preso in maggiore considerazione. Forse sarebbe necessario considerare con attenzione la politica delle sanzioni alla Russia e la fornitura di armi occidentali all’Ucraina. Mi sembra piuttosto ovvio che per riaprire i negoziati di pace si debba condurre l’opinione pubblica a considerare i rischi di un allargamento del conflitto piuttosto che continuare a sottolineare le ragioni di ciascuno dei contendenti. Gli ucraini stanno riscuotendo dei successi nella loro controffensiva a nord-est e a sud intorno a Kherson. Di conseguenza non hanno interesse a sospendere le ostilità e mettersi a trattare. E Putin, dall’altro lato, ha dimostrato con questa iniziativa dei referendum la sua volontà di mettere l’Ucraina, l’Occidente e il resto del Mondo di fronte al fatto compiuto. Vuole creare una seconda Crimea, e non sembra di voler recedere da questa intenzione. La situazione è in peggioramento e occorre un’inversione che può passare solo attraverso un cambio nell’opinione pubblica internazionale.

Nicola Sparvieri

guerra russo-ucraina, nucleare, referendum

Il Libro sull’Ambasciata d’Italia a Lisbona
presentato al “Circolo degli Esteri”

FINALMENTE  “DAL VIVO” LA PRESENTAZIONE  DEL LIBRO
“Il Palazzo dei Conti di Pombeiro – Residenza dell’Ambasciatore d’Italia a Lisbona”
DOPO CIRCA DUE ANNI DALLA PUBBLICAZIONE

A Roma, giovedì 15 settembre in una serata indimenticabile con inizio alle 18, presso il Circolo degli Esteri nel Salone dei Grandi Eventi, ha auto luogo la presentazione del Libro “Il Palazzo dei Conti di Pombeiro – Residenza dell’Ambasciatore d’Italia a Lisbona”.
Trattasi di un volume magistralmente curato dall’Ambasciatore Gaetano Cortese, ideatore ed artefice di questa splendida Collana dedicata ad illustrare le Sedi Diplomatiche Italiane più prestigiose e artisticamente rilevanti nelle capitali in Europa e nel resto del Mondo, come raccolte in uno Scrigno o, più precisamente in un “Cofanetto Magico”  (*1)

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Ambasciata d'Italia a Lisbona, Circolo degli Esteri

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Vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai: Xi-Jinping incontra Putin

Nelle giornate del 15 e 16 Settembre, si è svolto a Samarcanda, in Uzbekistan un importante vertice della Sco: l’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, al quale hanno preso parte i Paesi membri, la Turchia, l’Arabia Saudita, il Qatar, Egitto, e Paesi osservatori e Armenia ed Azerbaijan, nonostante i due Paesi siano recentemente in contrasto.

I Paesi che prendono parte a questo importantissimo incontro che ha l’obiettivo di approfondire la “cooperazione reciprocamente vantaggiosa e di promuovere lo sviluppo solido e costante del forum economico e di sicurezza”, fanno parte dal 2001 dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai.                                                                                                                       Il Gruppo dei Cinque o Gruppo di Shangai, fu fondato nel 1996 nella città dalla quale prendono il nome, dove siglarono l’unione con la firma del Trattato per il rafforzamento dell’appoggio militare nelle regioni di confine da parte dei capi di Stato di Kazakistan, Cina, Kirghizistan, Tagikistan e Russia. Nel 1997, a Mosca, gli stessi paesi firmarono il Trattato per la riduzione delle forze militari nelle regioni di confine. I successivi incontri si sono tenuti nel 1998 ad Almaty (Kazakistan), nel 1999 a Bishkek (Kirghizistan) e nel 2000 a Dušanbe (Tagikistan).      

Dal 2001 con l’ingresso dell’Uzbekistan divennero il Gruppo dei Sei e insieme, in Cina firmarono la Dichiarazione della Shanghai Cooperation Organization, con la quale, oltre ad esprimere un sentito encomio nei confronti dell’operato del Gruppo di Shanghai, veniva espressa la volontà di poter trasformare i meccanismi e gli accordi che legavano i sei stati membri in una forma di cooperazione ben più ampia ed articolata.                                                                                                            Quest’anno il vertice si è tenuto a Samarcanda, per la prima volta in presenza dallo scoppio della Pandemia, per il presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi-Jinping infatti, questa occasione rappresenta il primo viaggio fuori dal Paese dal lockdown e che precede la riunione di ottobre dei leader del Partito Comunista che lo potrebbe vedere in lizza per il terzo mandato.        

Dopo aver incontrato il presidente kirghiso Sadir japarov, al quale ha espresso pieno sostegno per l’indipendenza e la sovranità territoriale del Paese e l’opposizione alle interferenze straniere, è stato ricevuto da presidente uzbeko Shavkat Shavkat Mirziyoyev e ha partecipato alla cerimonia di apertura, per poi passare al momento, forse più atteso di questo anno: l’incontro con Vladimir Putin.                                                                                                                                                                    

Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa russa Tass, i due leader hanno in programma di “discutere l’agenda bilaterale e gli argomenti internazionali e regionali” senza tralasciare la questione Ucraina e Taiwan.

I due leader si erano precedentemente incontrati a Pechino poco prima dell’attacco in Ucraina, su cui la Cina non ha mai preso una posizione chiara. Pechino infatti ha sempre sostenuto le motivazioni addotte da Mosca in merito all’Operazione speciale, ma allo stesso tempo, non ha mai inviato supporto bellico, probabilmente per risparmiarsi le ingenti e durissime sanzioni emanate da Washington e dagli altri Paesi occidentali. «I tentativi di creare un mondo unipolare da parte dellOccidente hanno assunto forme assolutamente orribili» avrebbe dichiarato il presidente cinese al suo corrispettivo russo, il quale dopo aver affermato che chiarirà la posizione Russa in merito all’Ucraina e che comprende perfettamente i timori della Cina in merito, soprattutto per i recenti rapporti che quest’ultima ha con gli Usa. 

Anche per la Cina infatti i rapporti con gli Usa si sono incrinati, soprattutto dopo la visita nell’isola di Taiwan, della speaker Nancy Pelosi. In quell’occasione furono condotte delle esercitazioni militari da parte dell’esercito cinese, che prevedevano l’utilizzo di missili balistici nelle acque limitrofe all’isola. Nella giornata di mercoledì gli Usa hanno approvato un disegno di legge per fortificare i legami con Taipei e fornire maggiore equipaggiamento militare per scoraggiare un’invasione cinese.

Un vertice importante, che non vede solo i leader russo e cinese a confronto, nonostante la grande attenzione del media per l’evento. Per la ricercatrice in Chinese Studies all’Università di Trento Giulia Sciorati, l’incontro Xi-Putin è una parte dell’evento ben più grande che ha visto susseguirsi numerosi incontri bilaterali, come con il primo ministro indiano Narendra Modi, l’iraniano Ebrahim Raisi e il turco Recep Tayyp Erdogan con cui Putin ha discusso della questione del grano ucraino e della questione libica, sulla quale divergono per opinioni.

 

Gianfranco Cannarozzo

 

 

 

 

 

 

L’Uzbekistan, una importante realtà emergente
nell’Area dell’ Euro-Asia

XXXI ANNIVERSARIO DELL’INDIPENDENZA
DELLA REPUBBLICA DELL’UZBEKISTAN
 
 

Giovedì 15 settembre, nella splendida cornice dell’Hotel Parco dei Principi – come già annunciato precedentemente dalla Consul Press (Clik qui su > “UN PAESE EMERGENTE”), la Rappresentanza Diplomatica dell’Uzbekistan ha celebrato il trentunesimo anniversario dell’indipendenza nazionale, con un ricevimento alla presenza di numerosi ospiti, accolti all’ingresso della sala dall’Ambasciatore  S.E. Otabek Akbarov con la sua Consorte la Sig.ra Nisso Akbarovae. 

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Samarcanda. Cooperazione Euro-Asiatica, Uxbekistan

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Addio alla Regina Elisabetta

Sul trono da 70 anni la Regina Elisabetta ha regnato sin da quando suo padre, Re Giorgio VI, morì nel 1952. Nessuno nella storia ha mai regnato più di lei, già nel 2015 aveva superato il primato sino ad allora tenuto dalla sua trisavola Vittoria.

Durante la sua infanzia approfondisce tanti interessi come letteratura e teatro. Ma studia anche arte e musica e impara ad andare a cavallo fino a diventare un’eccellente cavallerizza. All’età di soli diciotto anni diviene consigliere di Stato, che in Inghilterra è una figura di alto rilievo, essendo la persona che affianca il re nelle decisioni importanti. Per fare pratica nella politica, la regina Elisabetta II incontra settimanalmente il primo ministro per discutere di importanti decisioni circa gli affari del Commonwealth. Durante la seconda guerra mondiale si spende in prima linea facendo pratica come soldato (con il ruolo di secondo tenente) nelle mansioni dell’esercito che prevedono l’utilizzo delle donne. Impara anche a guidare i camion, a riparare i motori e a cavarsela in qualsiasi situazione o problematica che veda impiegati mezzi o autoveicoli. Il 20 novembre del 1947 si sposa con un suo lontano cugino, il Duca di Edimburgo Philip Mountbatten. La principessa Elisabetta ha solo 21 anni ma è già una donna matura e dal carattere deciso e determinato. Dal suo matrimonio nascono quattro figli: il principe Carlo, il principe Andrea, la principessa Anna e il principe Edoardo.

La sua incoronazione, che ha luogo il 2 giugno 1953, è il primo evento di quel tipo ad essere ripreso da un emittente televisiva. Alla cerimonia sono presenti tutti i rappresentati politici della Bretagna, i primi ministri e i capi di tutti i Paesi del Commonwealth e i maggiori rappresentanti di Stati stranieri. Nel 1977 Elisabetta celebra il Giubileo d’Argento, ossia il 25° anniversario della sua ascesa al trono, mentre nel 2002 solenni festeggiamenti celebrano i suoi 50 anni con la corona. Il lungo Governo della Regina Elisabetta ha coinciso con la graduale trasformazione dell’Impero britannico nel Commonwealth. Lei, da sempre convinta conservatrice delle tradizioni istituzionali, morali e religiose, ha avuto modo di confrontarsi con un numero notevole di primi ministri, dalle forti personalità (tra gli altri Winston Churchill, Margaret Thatcher, Tony Blair) e di differente provenienza politica, con cui ha saputo misurarsi criticamente, badando a difendere il ruolo e le funzioni della corona. Il suo regno inoltre ha rafforzato il legame di affetto che unisce il popolo britannico alla casa reale. La regina, inoltre, è stata il comandante in capo delle forze armate, il governatore supremo della Chiesa d’Inghilterra e a capo del Commonwealth.

“London Bridge” è il nome del protocollo che il Governo britannico adotta con la morte della regina Elisabetta II. Il piano si divide in undici giorni, che partono dal D-Day, cioè il giorno della morte della sovrana, per arrivare al D-Day 10, quando il funerale verrà celebrato nell’abbazia di Westminster. A cascata vengono avvertiti il primo ministro, il segretario di gabinetto (il più alto funzionario del Regno Unito) e alcuni dei ministri e funzionari più anziani.

Il premier annuncia l’evento all’ufficio del consiglio privato, che coordina il lavoro del Governo per conto del monarca. Una volta che tutti i ministri e gli altri funzionari hanno avuto la comunicazione, si abbassano a mezz’asta le bandiere di Whitehall. Successivamente, l’ufficio del ministero degli Esteri inizia a comunicare la notizia ai Governi dei 51 Stati membri del Commonwealth delle Nazioni, del quale la regina è ufficialmente il capo.

Dopo le comunicazioni ufficiali, la notizia è trasmessa alla Press Association che la diffonderà ai media di tutto il Mondo, il piano coinvolge anche internet e social media. Il sito web della famiglia reale diventa una pagina nera con una breve dichiarazione, che conferma la morte della regina. Il sito web del Governo britannico mostra un banner nero in alto. Anche tutte le pagine dei social media dei dipartimenti governativi mostrano un banner nero e cambiano la foto del profilo con lo stemma del dipartimento. I contenuti non urgenti non vengono pubblicati. I retweet sono esplicitamente vietati, a meno che non siano autorizzati dal responsabile delle comunicazioni del Governo centrale

Il giorno successivo alla morte della regina, il consiglio di successione proclama il nuovo monarca, che in questo caso dovrebbe essere Carlo, alla presenza del primo ministro e dei ministri più importanti. A seguito della cerimonia di proclamazione, il nuovo sovrano si riunirà con i ministri.

Il terzo giorno, cioè il D-Day 2, il corpo della regina verrà portato a Londra. Dato che il decesso è avvenuto a Balmoral, in Scozia, verrà attivata l’operazione Unicorn. Il suo corpo verrà trasportato a Londra con il treno reale, se possibile. In caso contrario, scatterà l’operazione Overstudy, che prevede il trasferimento della bara in aereo. Il primo ministro e i ministri saranno tenuti a presenziare a una cerimonia per accogliere la bara. Dal terzo all’undicesimo giorno il nuovo monarca girerà il Paese per ricevere le condoglianze ufficiali.

Mentre il sesto giorno il corpo della regina verrà trasportato nell’abbazia di Westminster, dove si svolgeranno le esequie, dopo essere stato portato a Buckingham Palace. L’undicesimo giorno si terranno i funerali. A mezzogiorno saranno osservati due minuti di silenzio in tutta la Nazione. In seguito si svolgeranno alcune processioni a Londra e Windsor. Un servizio funebre verrà celebrato anche nella Cappella di San Giorgio al Castello di Windsor e la regina sarà sepolta nella Cappella commemorativa del re Giorgio VI del castello.

Giorgia Iacuele

Morte Regina Elisabetta, Regina Elisabetta, Regno Unito

15.09.2022: Celebrazione del 31° Anniversario
per l’Indipendenza della Repubblica dell’Uzbekistan

UZBEKISTAN – UN PAESE EMERGENTE 
POTENZIALI PARTENERSHIP E SINERGIE CON L’ITALIA
   
    

La Repubblica dell’Uzbekistan, costituitasi nel 1924 e confederatasi con l’URSS nel 1925, è poi divenuta indipendente nel 1991.
L’Uzbekistan è tra i Paesi più popolosi dell’Asia Centrale, la sua capitale è la Città di Tashkent e vanta importanti moschee, mausolei, nonché numerosi luoghi legati alla “Via della Seta”, l’antica rotta commerciale che collegava la Cina al Mar Mediterraneo.

31° Anniversario Indipendenza, Ambasciata Uzbekistan, Italia -Uzbekistan

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Comunicato Stampa dell’Ambasciata dell’Iran
in ricordo dell’anniversario del 30 Agosto 1991

L’Iran, Paese in prima linea nella lotta al terrorismo
e, purtroppo, grande vittima del terrorismo

Alla Redazione della Consul Press è pervenuto via mail il presente comunicato da parte dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran, preceduto da queste brevi righe che qui riportiamo:  

Good morning, the statement of the Embassy of the Islamic Republic of Iran regarding the commemoration of August 30, in which the late President and Prime Minister of Iran were martyred by the terrorist agents of the People’s Mojahedin Organization, is attached. Thank you for publishing this statement and sending me the link. 

Segue il comunicato già in lingua italiana, precisando che la nostra Redazione si è permessa di modificare qualche termine per rendere più scorrevole la lettura della traduzione. 

30 Agosto 1981, Irak, Organizz.ne azione Mojahedin Popolo Iran (MKO)

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La Russia bombarda edifici civili in Ucraina

A Mykolaiv è stata colpita la fermata di un autobus e 4 persone sono state uccise mentre 7 sono rimaste ferite. Sono tanti i civili uccisi dagli attacchi russi dall’inizio della guerra in Ucraina a febbraio. 

Le forze russe hanno bombardato anche il centro di Kharkiv. Le autorità locali hanno reso noto che ad essere colpiti sono un edificio a due piani e un istituto scolastico. «Il servizio di emergenza statale è a lavoro per sgomberare le macerie e cercare eventuali persone intrappolate. Attualmente non ci sono notizie di morti o feriti o uccisi», afferma il sindaco Ihor Terekhov.

Una delle tante nottate complicate per l’Ucraina dato che anche nell’oblast meridionale di Kherson il bilancio dei bombardamenti nelle ultime ore è di sette morti e sei feriti. Negli attacchi sono state distrutte o danneggiate diverse case in quattro insediamenti. Secondo quanto riferito, le forze russe hanno rubato veicoli civili e una nave passeggeri che avrebbero utilizzato per attraversare il fiume Dnipro nell’area del ponte Antonovsky danneggiato.

Anche la Russia potrebbe essere inclusa tra le città sponsor del terrorismo come Cuba, Corea del Nord, Iran e Siria. Il Senato americano infatti ha approvato all’unanimità una risoluzione non vincolante, per chiedere al segretario di Stato Antony Blinken di includere nella lista anche la Russia. In particolare per le azioni in Cecenia, Georgia, Siria e Ucraina che hanno portato alla morte di migliaia di “innocenti uomini, donne e bambini”.

Il 27 luglio 2022 è stato inaugurato, quindi è operativo, il centro di coordinamento congiunto di Istanbul. Da lì i rappresentanti di Russia, Ucraina, Turchia e Nazioni Unite, cinque per parte, controlleranno il rispetto dell’intesa siglata il 22 luglio. Inoltre monitoreranno il passaggio delle navi cariche di decine di milioni di tonnellate di grano attraverso un percorso libero da mine. Al momento a mancare sono solo le navi. Da Kiev la speranza è che il primo carico possa partire già questa settimana.

Il ministro della Difesa Hulusi Akar, l’uomo cui il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha messo in mano le redini di questo negoziato, si è limitato a dire che «i preparativi per la partenza della prima nave proseguono».

La Turchia continua a muoversi come un ombra tra la Russia e l’Ucraina per un negoziato. La mediazione sul grano è stata sicuramente facilitata dalla mediazione delle Nazioni Unite. Ma già nei mesi precedenti l’invasione dell’Ucraina Erdoğan aveva tentato un imponente offensiva diplomatica nel tentativo di far sedere allo stesso tavolo il presidente russo Vladimir Putin e l’ucraino Volodimir Zelensky.

Il Cremlino aveva annunciato la presenza di Putin in Turchia a fine febbraio, visita poi saltata dato che la Russia ha deciso di sferrare l’attacco. Fallito il tentativo di prevenire il conflitto Erdoğan ha continuato a muoversi in equilibrio tra le parti e ha spostato l’obiettivo sul cessate il fuoco riuscendo a mantenere il ruolo di mediatore senza compromettersi né con Kiev né con Mosca.

L’unico incontro dei ministri degli Esteri russo e ucraino, ad Antalya, per il cessate il fuoco, si è arenato sulle immagini provenienti da Bucha e Irpin, come ammesso proprio dal capo della diplomazia turca, Mevlut Cavusoglu.

Abbandonata l’ipotesi di un cessate il fuoco si è passati alla trattativa per il corridoio del grano. Dopo due mesi l’accordo c’è stato, le firme arrivate, ma la delegazione ucraina ha specificato che nessun accordo sarebbe stato siglato con la Russia, bensì con Turchia e Nazioni Unite.

A 12 ore dalle firme l’esercito russo ha colpito il porto di Odessa, uno dei tre da cui si attende la partenza dei carichi di grano, insieme a Chernomorsk e Yuzhni. Un attacco che ha fatto vacillare l’accordo ma il centro operativo è pronto.

L’attesa per l’apertura era stata preceduta dall’incontro tra Erdoğan e Putin a Teheran, lo scorso 19 luglio. Il primo e unico di un leader Nato con il presidente russo dall’inizio del conflitto.

Erdoğan ha definito la trattativa per il corridoio del grano “ardua e faticosa”, ma i missili su Odessa hanno subito fatto capire che la parte più difficile sarà mantenere l’accordo in piedi. Allo stesso tempo va ricordato che l’intesa ha durata limitata, appena 120 giorni (inizialmente erano 90), per far uscire decine di milioni di tonnellate di grano. Una corsa contro il tempo in cui ancora una volta torna in primo piano il ruolo della Turchia.

La sicurezza del percorso è garantita da Ankara, perché non vi saranno scorte da parte di navi militari nonostante il presidente turco avesse dato la disponibilità della marina turca. Una condizione resa necessaria sia dalla natura umanitaria dell’intesa, ma soprattutto dal rifiuto opposto sia da Russia che Ucraina. Ciò però aumenta il rischio di incidenti e attacchi, rischio che la presenza della marina di Ankara avrebbe forse scongiurato. Il ruolo del centro di coordinamento congiunto è fondamentale per dettare il percorso alle navi in uscita dato che non vi sarà sminamento.

Condizione che si conosceva, imposta da Kiev sin dall’inizio del negoziato nel timore che la Russia ne potesse approfittare e colpire. Il centro di coordinamento congiunto dovrà monitorare le tre diverse rotte in uscita dai porti di Odessa, Chernomorsk e Yuzhny e farle convergere in un unico tragitto verso Istanbul. Qui le navi dovranno fermarsi, scaricare e poi tornare indietro. Ciò previo via libera che sarà dato dopo un’ispezione mirata a controllare che non portino armi in Ucraina, condizione voluta dalla Russia.

Ankara ha anche garantito alla Russia la sicurezza delle proprie navi che transitano attraverso il Mar Nero e trasportano frumento e fertilizzante. Inoltre ha garantito a Kiev che le navi russe non entreranno in acque ucraine.

L’accordo contiene la garanzia reciproca che non vi saranno attacchi durante le operazioni di carico e trasporto. Ma i missili su Odessa sono stati un avvertimento. Il Cremlino ha smentito di aver colpito il porto, mentre Kiev ha accusato la Russia di aver immediatamente violato l’accordo. Il corridoio del grano rappresenta una trattativa nata con il fine di scongiurare una crisi alimentare di portata mondiale. Secondo l’Onu sta affamando 47 milioni di persone nei Paesi africani. Ma che si manifesta nell’aumento dei prezzi anche in Europa. Circa il 50% del grano bloccato nei porti ucraini è destinato a progetti del World Food Programme in Africa.

Giorgia Iacuele

Bombardamenti, RUSSIA, Ucraina

“Yujo Festival” nella Provincia di Trento:
Gemellaggio tra Castello Tesino e Giappone

PRIMA EDIZIONE DELLO “YUJO FESTIVAL”  CASTELLO TESINO 

A Castello Tesino (TN) si è svolta la prima edizione dello Yujo Festival, dal 4 al 7 agosto 2022, fortemente voluto dall’Amministrazione Comunale per creare un rapporto d’amicizia tra Castello Tesino ed il Giappone.
Durante il corso della manifestazione si sono susseguiti incontri culturali importanti i cui temi affrontati vanno dall’arte, alla cultura, all’innovazione, ai famosi treni proiettile sino al dialogo interreligioso tra Cristianesimo e Buddhismo, nonché alle similitudini tra il Comune Trentino ed il Sol Levante.

Castello Tesino, Fondazione Italia Giappone, Giappone, Yujo Festiva

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A Firenze, la premiazione Seven Stars Edizione 2022.

Premium International Florence Seven Stars Edizione 2022

A Firenze, Sabato 25 Giugno, a ridosso della Festività di San Giovanni, Patrono della città di Firenze, si è svolta la Cerimonia per la premiazione dei Vincitori “Premium International Florence Seven Stars Edizione 2022”, sulla Gran Terrazza Belvedere al Palazzo Plus Florence di Firenze.
Eccezionale “Madrina” della Cerimonia la Prof.ssa Marisa Settembrini, dell’Accademia di Brera di Milano.  La premiazione è avvenuta nel corso del Gran Concerto d’Estate Fiorentina, tenuto dai valenti professionisti dell’Accademia Fiorentina di MusicArea di Firenze sul “Belvedere” del Plus Florence. 
L’intervento che segue è stato già pubblicato sul “Giornale Diplomatico” e ripreso dalla Consul Press, su cortese consenso della stessa Testata

Florence Seven Stars Edizione 2022, Giornale Diplomatico.

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Le donne in Afghanistan non hanno più diritti

Amnesty International denuncia nuovamente la violazione dei diritti delle donne e delle bambine in Afghanistan. Il rapporto titola ”Morte al rallentatore: le donne e le bambine sotto il regime dei talebani”.

Amnesty denuncia la “soffocante repressione” dei diritti umani di donne e bambine in Afghanistan. «»Da quando, nell’agosto 2021, hanno assunto il controllo dell’Afghanistan, i talebani stanno violando i diritti delle donne e delle bambine all’istruzione, al lavoro e alla libertà di movimento, azzerando il sistema di protezione e sostegno per le donne che fuggono dalla violenza domestica, arrestando donne e bambine per minime infrazioni a norme discriminatorie e contribuendo all’aumento dei matrimoni infantili, precoci e forzati», denuncia l’Ong in un comunicato.

 

«A poco meno di un anno dalla presa del potere dei talebani, le loro spietate politiche stanno privando milioni di donne e bambine del diritto a vivere in modo sicuro, libero e prosperoso», ha dichiarato Agne’s Callamard, segretaria generale di Amnesty International. «Considerate nel loro insieme, quelle politiche formano un sistema che discrimina le donne e le bambine in quasi ogni aspetto della loro vita. La comunità internazionale deve pretendere urgentemente che i talebani rispettino i diritti delle donne e delle bambine», ha aggiunto. Una missione di ricerca di Amnesty ha visitato l’Afghanistan a marzo scorso, nell’ambito di una più ampia indagine avviata a settembre 2021 e terminata il mese scorso. In tutto sono state intervistate 90 donne e 11 bambine di età compresa tra i 14 e i 74 anni, residenti in 20 delle 34 province dell’Afghanistan.

«Fino a circa un anno fa vivevo a Kabul, dove lavoravo come redattrice capo di un settimanale e al tempo stesso ero ricercatrice presso il ministero per lo Sviluppo rurale. Visitavo le famiglie contadine per raccogliere informazioni sulle loro condizioni di vita e sui loro problemi e suggerimenti, poi li consegnavo al ministero per lavorare a soluzioni. Quando i talebani hanno preso il potere, tutto è cambiato: sono dovuta fuggire in Iran con mia sorella e mio fratello. Purtroppo gli altri della famiglia non sono potuti venire perché non avevano il passaporto. La nostra vita è passata da cento a zero in un attimo».

R.S. ha 26 anni ed è tra le rifugiate afghane che l’associazione Arci è riuscita a portare in Italia grazie ai corridoi umanitari, un protocollo siglato lo scorso novembre tra il ministero dell’Interno e degli Affari esteri con varie organizzazioni della società civile per far giungere in Italia in sicurezza 1.200 profughi afghani da Pakistan e Iran. L’arrivo all’aeroporto Leonardo Da Vinci è stato il primo e altri sono attesi anche da Cei, Chiese protestanti e Tavola valdese.

All’agenzia di stampa Dire R.S. racconta la sua storia chiedendo di mantenere l’anonimato, anzitutto a garanzia della sicurezza dei propri familiari in Afghanistan. Nel suo Paese, sottolinea, era esposta per tante ragioni: essere una donna laureata, una giornalista che scriveva di questioni sociali e femminili e una impiegata del precedente Governo per i diritti delle comunità rurali l’hanno automaticamente resa un bersaglio dei talebani, che tuttora continuano a perseguire chiunque rappresenti una minaccia alla sopravvivenza del loro Emirato.

Il giorno in cui i talebani sono entrati a Kabul, prendendo il controllo dei palazzi del potere, il 15 agosto 2021, R.S. lo ricorda bene: «Ero al lavoro, erano le 11 e ho iniziato a vedere un andirivieni di persone in strada, i volti tesi e preoccupati. Tutti avevamo già capito che la situazione era pessima. Ho impiegato quasi tre ore per tornare a casa piedi, non c’erano più taxi, lungo la strada ho visto anche qualche scontro tra la polizia e i talebani». La caduta della Repubblica sconvolge la vita del Paese e il Peiramoon Weekly, la testata per cui R.S. lavora, è costretta a chiudere. «Ci hanno minacciato» ricorda la cronista. «Ci hanno inviato una lettera in cui ci informavano che se avessimo scritto ancora, ci avrebbero ucciso. E così abbiamo smesso di lavorare».

A rimetterci non è solo il mondo dei media – secondo Reporters without borders oltre il 40% delle testate afghane ha chiuso – ma anche magistrati, insegnanti, attivisti, funzionari. «Conosco persone che sono state minacciate, torturate» dichiara la reporter. «Molte altre sono state rapite e non si sa più dove siano. Anche di molte ragazze si è persa traccia: per le donne la situazione è diventata terribile». R.S. però guarda al futuro: «Sono felicissima di essere in Italia. Voglio cominciare una nuova vita. Per prima cosa, voglio imparare l’italiano e poi voglio prendere un master, trovare un lavoro e portare qui il resto della mia famiglia rimasta a Kabul. La situazione lì è orribile e sapere i miei cari lì mi preoccupa. Ringrazio tutti per l’aiuto che ci state dando».

Come previsto, sono arrivati, con un volo proveniente da Islamabad, 230 profughi afghani che erano rifugiati in Pakistan dallo scorso agosto. Il loro ingresso in Italia è reso possibile grazie al protocollo di intesa con lo Stato italiano, firmato il 4 novembre 2021 da Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Tavola Valdese, Arci, Caritas Italiana, IOM, INMP e UNHCR.

Insieme ad altri arrivi dall’Iran saranno oltre 300 i rifugiati afghani che verranno accolti in Italia grazie ai corridoi umanitari, un progetto totalmente a carico delle associazioni proponenti e possibile grazie alla generosità e all’impegno gratuito e volontario di tanti cittadini italiani, che hanno offerto le loro case per ospitare, ma anche congregazioni religiose, ONG e diversi soggetti della società civile. Tra queste Solidaire, che in collaborazione con Open Arms, ha contribuito all’organizzazione del volo dal Pakistan.

Giorgia Iacuele

 

Afghanistan, Amnesty international, Diritti, Donne

Approvato accordo Ue sul gas

I ministri Ue competenti per l’Energia, riuniti a Bruxelles per un consiglio straordinario, hanno approvato l’ultima proposta di compromesso della presidenza ceca dell’Ue. Un accordo che però è stato concesso solo dopo essersi garantiti una serie di deroghe che rischiano di svuotare tutto il piano.

I 10 punti:

  • Taglio del 15% dei consumi, rispetto alla media degli ultimi cinque anni, tra il primo agosto 2022 e il 31 marzo 2023. Volontario, diventa però obbligatorio in caso della dichiarazione dello Stato di allerta per grave crisi energetica.
  • L’allerta può essere proposta dalla Commissione europea se ritiene vi siano le condizioni (insufficiente offerta di gas o eccessiva richiesta per un inverno molto freddo), o se a chiederlo sono almeno cinque Stati membri. A decidere sull’effettiva attuazione saranno gli Stati Ue a maggioranza qualificata.
  • Per l’Italia, insieme a Spagna e Portogallo, c’è uno sconto dell’8% (dunque riduzione solo del 7%) per via del basso livello di interconnessione con il resto dell’Ue.
  • L’Italia potrebbe beneficiare anche di sconti legati al livello di scorte di gas, se sono superiori a quanto richiesto dalla normativa Ue.
  • Le isole, Irlanda, Cipro e Malta, sono esentate in quanto non connesse con la rete energetica Ue e dunque non possono eventualmente aiutare altri Stati in difficoltà.
  • Possibile esenzione anche per le Repubbliche baltiche: sono ancora connesse, come ai tempi dell’Urss, alla rete elettrica russa. Se Mosca decide di tagliarle fuori, devono poter usare tutto il gas necessario per produrre energia.
  • Possibili sconti per i Paesi come la Francia che nel 2021 hanno dovuto aumentare oltre l’8% i consumi di gas per produrre energia. Per esempio Parigi ha dovuto chiudere metà delle centrali nucleari per manutenzione.
  • Esenzioni trasversali per settori vitali, come la siderurgia e la chimica.
  • La normativa d’emergenza resta in vigore un anno, ma può esser prorogata.
  • In una dichiarazione separata, la Commissione Europea sta svolgendo “lavoro urgente” sulla fattibilità di tetti ai prezzi del gas nonché sulla riforma del mercato dell’elettricità, i cui prezzi sono tuttora legati a quelli del gas.

Giorgia Iacuele

Accordo, Gas, Unione europea

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