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Il Libro sull’Ambasciata d’Italia a Lisbona
presentato al “Circolo degli Esteri”

FINALMENTE  “DAL VIVO” LA PRESENTAZIONE  DEL LIBRO
“Il Palazzo dei Conti di Pombeiro – Residenza dell’Ambasciatore d’Italia a Lisbona”
DOPO CIRCA DUE ANNI DALLA PUBBLICAZIONE

A Roma, giovedì 15 settembre in una serata indimenticabile con inizio alle 18, presso il Circolo degli Esteri nel Salone dei Grandi Eventi, ha auto luogo la presentazione del Libro “Il Palazzo dei Conti di Pombeiro – Residenza dell’Ambasciatore d’Italia a Lisbona”.
Trattasi di un volume magistralmente curato dall’Ambasciatore Gaetano Cortese, ideatore ed artefice di questa splendida Collana dedicata ad illustrare le Sedi Diplomatiche Italiane più prestigiose e artisticamente rilevanti nelle capitali in Europa e nel resto del Mondo, come raccolte in uno Scrigno o, più precisamente in un “Cofanetto Magico”  (*1)

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Ambasciata d'Italia a Lisbona, Circolo degli Esteri

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Vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai: Xi-Jinping incontra Putin

Nelle giornate del 15 e 16 Settembre, si è svolto a Samarcanda, in Uzbekistan un importante vertice della Sco: l’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, al quale hanno preso parte i Paesi membri, la Turchia, l’Arabia Saudita, il Qatar, Egitto, e Paesi osservatori e Armenia ed Azerbaijan, nonostante i due Paesi siano recentemente in contrasto.

I Paesi che prendono parte a questo importantissimo incontro che ha l’obiettivo di approfondire la “cooperazione reciprocamente vantaggiosa e di promuovere lo sviluppo solido e costante del forum economico e di sicurezza”, fanno parte dal 2001 dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai.                                                                                                                       Il Gruppo dei Cinque o Gruppo di Shangai, fu fondato nel 1996 nella città dalla quale prendono il nome, dove siglarono l’unione con la firma del Trattato per il rafforzamento dell’appoggio militare nelle regioni di confine da parte dei capi di Stato di Kazakistan, Cina, Kirghizistan, Tagikistan e Russia. Nel 1997, a Mosca, gli stessi paesi firmarono il Trattato per la riduzione delle forze militari nelle regioni di confine. I successivi incontri si sono tenuti nel 1998 ad Almaty (Kazakistan), nel 1999 a Bishkek (Kirghizistan) e nel 2000 a Dušanbe (Tagikistan).      

Dal 2001 con l’ingresso dell’Uzbekistan divennero il Gruppo dei Sei e insieme, in Cina firmarono la Dichiarazione della Shanghai Cooperation Organization, con la quale, oltre ad esprimere un sentito encomio nei confronti dell’operato del Gruppo di Shanghai, veniva espressa la volontà di poter trasformare i meccanismi e gli accordi che legavano i sei stati membri in una forma di cooperazione ben più ampia ed articolata.                                                                                                            Quest’anno il vertice si è tenuto a Samarcanda, per la prima volta in presenza dallo scoppio della Pandemia, per il presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi-Jinping infatti, questa occasione rappresenta il primo viaggio fuori dal Paese dal lockdown e che precede la riunione di ottobre dei leader del Partito Comunista che lo potrebbe vedere in lizza per il terzo mandato.        

Dopo aver incontrato il presidente kirghiso Sadir japarov, al quale ha espresso pieno sostegno per l’indipendenza e la sovranità territoriale del Paese e l’opposizione alle interferenze straniere, è stato ricevuto da presidente uzbeko Shavkat Shavkat Mirziyoyev e ha partecipato alla cerimonia di apertura, per poi passare al momento, forse più atteso di questo anno: l’incontro con Vladimir Putin.                                                                                                                                                                    

Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa russa Tass, i due leader hanno in programma di “discutere l’agenda bilaterale e gli argomenti internazionali e regionali” senza tralasciare la questione Ucraina e Taiwan.

I due leader si erano precedentemente incontrati a Pechino poco prima dell’attacco in Ucraina, su cui la Cina non ha mai preso una posizione chiara. Pechino infatti ha sempre sostenuto le motivazioni addotte da Mosca in merito all’Operazione speciale, ma allo stesso tempo, non ha mai inviato supporto bellico, probabilmente per risparmiarsi le ingenti e durissime sanzioni emanate da Washington e dagli altri Paesi occidentali. «I tentativi di creare un mondo unipolare da parte dellOccidente hanno assunto forme assolutamente orribili» avrebbe dichiarato il presidente cinese al suo corrispettivo russo, il quale dopo aver affermato che chiarirà la posizione Russa in merito all’Ucraina e che comprende perfettamente i timori della Cina in merito, soprattutto per i recenti rapporti che quest’ultima ha con gli Usa. 

Anche per la Cina infatti i rapporti con gli Usa si sono incrinati, soprattutto dopo la visita nell’isola di Taiwan, della speaker Nancy Pelosi. In quell’occasione furono condotte delle esercitazioni militari da parte dell’esercito cinese, che prevedevano l’utilizzo di missili balistici nelle acque limitrofe all’isola. Nella giornata di mercoledì gli Usa hanno approvato un disegno di legge per fortificare i legami con Taipei e fornire maggiore equipaggiamento militare per scoraggiare un’invasione cinese.

Un vertice importante, che non vede solo i leader russo e cinese a confronto, nonostante la grande attenzione del media per l’evento. Per la ricercatrice in Chinese Studies all’Università di Trento Giulia Sciorati, l’incontro Xi-Putin è una parte dell’evento ben più grande che ha visto susseguirsi numerosi incontri bilaterali, come con il primo ministro indiano Narendra Modi, l’iraniano Ebrahim Raisi e il turco Recep Tayyp Erdogan con cui Putin ha discusso della questione del grano ucraino e della questione libica, sulla quale divergono per opinioni.

 

Gianfranco Cannarozzo

 

 

 

 

 

 

L’Uzbekistan, una importante realtà emergente
nell’Area dell’ Euro-Asia

XXXI ANNIVERSARIO DELL’INDIPENDENZA
DELLA REPUBBLICA DELL’UZBEKISTAN
 
 

Giovedì 15 settembre, nella splendida cornice dell’Hotel Parco dei Principi – come già annunciato precedentemente dalla Consul Press (Clik qui su > “UN PAESE EMERGENTE”), la Rappresentanza Diplomatica dell’Uzbekistan ha celebrato il trentunesimo anniversario dell’indipendenza nazionale, con un ricevimento alla presenza di numerosi ospiti, accolti all’ingresso della sala dall’Ambasciatore  S.E. Otabek Akbarov con la sua Consorte la Sig.ra Nisso Akbarovae. 

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Samarcanda. Cooperazione Euro-Asiatica, Uxbekistan

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Addio alla Regina Elisabetta

Sul trono da 70 anni la Regina Elisabetta ha regnato sin da quando suo padre, Re Giorgio VI, morì nel 1952. Nessuno nella storia ha mai regnato più di lei, già nel 2015 aveva superato il primato sino ad allora tenuto dalla sua trisavola Vittoria.

Durante la sua infanzia approfondisce tanti interessi come letteratura e teatro. Ma studia anche arte e musica e impara ad andare a cavallo fino a diventare un’eccellente cavallerizza. All’età di soli diciotto anni diviene consigliere di Stato, che in Inghilterra è una figura di alto rilievo, essendo la persona che affianca il re nelle decisioni importanti. Per fare pratica nella politica, la regina Elisabetta II incontra settimanalmente il primo ministro per discutere di importanti decisioni circa gli affari del Commonwealth. Durante la seconda guerra mondiale si spende in prima linea facendo pratica come soldato (con il ruolo di secondo tenente) nelle mansioni dell’esercito che prevedono l’utilizzo delle donne. Impara anche a guidare i camion, a riparare i motori e a cavarsela in qualsiasi situazione o problematica che veda impiegati mezzi o autoveicoli. Il 20 novembre del 1947 si sposa con un suo lontano cugino, il Duca di Edimburgo Philip Mountbatten. La principessa Elisabetta ha solo 21 anni ma è già una donna matura e dal carattere deciso e determinato. Dal suo matrimonio nascono quattro figli: il principe Carlo, il principe Andrea, la principessa Anna e il principe Edoardo.

La sua incoronazione, che ha luogo il 2 giugno 1953, è il primo evento di quel tipo ad essere ripreso da un emittente televisiva. Alla cerimonia sono presenti tutti i rappresentati politici della Bretagna, i primi ministri e i capi di tutti i Paesi del Commonwealth e i maggiori rappresentanti di Stati stranieri. Nel 1977 Elisabetta celebra il Giubileo d’Argento, ossia il 25° anniversario della sua ascesa al trono, mentre nel 2002 solenni festeggiamenti celebrano i suoi 50 anni con la corona. Il lungo Governo della Regina Elisabetta ha coinciso con la graduale trasformazione dell’Impero britannico nel Commonwealth. Lei, da sempre convinta conservatrice delle tradizioni istituzionali, morali e religiose, ha avuto modo di confrontarsi con un numero notevole di primi ministri, dalle forti personalità (tra gli altri Winston Churchill, Margaret Thatcher, Tony Blair) e di differente provenienza politica, con cui ha saputo misurarsi criticamente, badando a difendere il ruolo e le funzioni della corona. Il suo regno inoltre ha rafforzato il legame di affetto che unisce il popolo britannico alla casa reale. La regina, inoltre, è stata il comandante in capo delle forze armate, il governatore supremo della Chiesa d’Inghilterra e a capo del Commonwealth.

“London Bridge” è il nome del protocollo che il Governo britannico adotta con la morte della regina Elisabetta II. Il piano si divide in undici giorni, che partono dal D-Day, cioè il giorno della morte della sovrana, per arrivare al D-Day 10, quando il funerale verrà celebrato nell’abbazia di Westminster. A cascata vengono avvertiti il primo ministro, il segretario di gabinetto (il più alto funzionario del Regno Unito) e alcuni dei ministri e funzionari più anziani.

Il premier annuncia l’evento all’ufficio del consiglio privato, che coordina il lavoro del Governo per conto del monarca. Una volta che tutti i ministri e gli altri funzionari hanno avuto la comunicazione, si abbassano a mezz’asta le bandiere di Whitehall. Successivamente, l’ufficio del ministero degli Esteri inizia a comunicare la notizia ai Governi dei 51 Stati membri del Commonwealth delle Nazioni, del quale la regina è ufficialmente il capo.

Dopo le comunicazioni ufficiali, la notizia è trasmessa alla Press Association che la diffonderà ai media di tutto il Mondo, il piano coinvolge anche internet e social media. Il sito web della famiglia reale diventa una pagina nera con una breve dichiarazione, che conferma la morte della regina. Il sito web del Governo britannico mostra un banner nero in alto. Anche tutte le pagine dei social media dei dipartimenti governativi mostrano un banner nero e cambiano la foto del profilo con lo stemma del dipartimento. I contenuti non urgenti non vengono pubblicati. I retweet sono esplicitamente vietati, a meno che non siano autorizzati dal responsabile delle comunicazioni del Governo centrale

Il giorno successivo alla morte della regina, il consiglio di successione proclama il nuovo monarca, che in questo caso dovrebbe essere Carlo, alla presenza del primo ministro e dei ministri più importanti. A seguito della cerimonia di proclamazione, il nuovo sovrano si riunirà con i ministri.

Il terzo giorno, cioè il D-Day 2, il corpo della regina verrà portato a Londra. Dato che il decesso è avvenuto a Balmoral, in Scozia, verrà attivata l’operazione Unicorn. Il suo corpo verrà trasportato a Londra con il treno reale, se possibile. In caso contrario, scatterà l’operazione Overstudy, che prevede il trasferimento della bara in aereo. Il primo ministro e i ministri saranno tenuti a presenziare a una cerimonia per accogliere la bara. Dal terzo all’undicesimo giorno il nuovo monarca girerà il Paese per ricevere le condoglianze ufficiali.

Mentre il sesto giorno il corpo della regina verrà trasportato nell’abbazia di Westminster, dove si svolgeranno le esequie, dopo essere stato portato a Buckingham Palace. L’undicesimo giorno si terranno i funerali. A mezzogiorno saranno osservati due minuti di silenzio in tutta la Nazione. In seguito si svolgeranno alcune processioni a Londra e Windsor. Un servizio funebre verrà celebrato anche nella Cappella di San Giorgio al Castello di Windsor e la regina sarà sepolta nella Cappella commemorativa del re Giorgio VI del castello.

Giorgia Iacuele

Morte Regina Elisabetta, Regina Elisabetta, Regno Unito

15.09.2022: Celebrazione del 31° Anniversario
per l’Indipendenza della Repubblica dell’Uzbekistan

UZBEKISTAN – UN PAESE EMERGENTE 
POTENZIALI PARTENERSHIP E SINERGIE CON L’ITALIA
   
    

La Repubblica dell’Uzbekistan, costituitasi nel 1924 e confederatasi con l’URSS nel 1925, è poi divenuta indipendente nel 1991.
L’Uzbekistan è tra i Paesi più popolosi dell’Asia Centrale, la sua capitale è la Città di Tashkent e vanta importanti moschee, mausolei, nonché numerosi luoghi legati alla “Via della Seta”, l’antica rotta commerciale che collegava la Cina al Mar Mediterraneo.

31° Anniversario Indipendenza, Ambasciata Uzbekistan, Italia -Uzbekistan

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Comunicato Stampa dell’Ambasciata dell’Iran
in ricordo dell’anniversario del 30 Agosto 1991

L’Iran, Paese in prima linea nella lotta al terrorismo
e, purtroppo, grande vittima del terrorismo

Alla Redazione della Consul Press è pervenuto via mail il presente comunicato da parte dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran, preceduto da queste brevi righe che qui riportiamo:  

Good morning, the statement of the Embassy of the Islamic Republic of Iran regarding the commemoration of August 30, in which the late President and Prime Minister of Iran were martyred by the terrorist agents of the People’s Mojahedin Organization, is attached. Thank you for publishing this statement and sending me the link. 

Segue il comunicato già in lingua italiana, precisando che la nostra Redazione si è permessa di modificare qualche termine per rendere più scorrevole la lettura della traduzione. 

30 Agosto 1981, Irak, Organizz.ne azione Mojahedin Popolo Iran (MKO)

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La Russia bombarda edifici civili in Ucraina

A Mykolaiv è stata colpita la fermata di un autobus e 4 persone sono state uccise mentre 7 sono rimaste ferite. Sono tanti i civili uccisi dagli attacchi russi dall’inizio della guerra in Ucraina a febbraio. 

Le forze russe hanno bombardato anche il centro di Kharkiv. Le autorità locali hanno reso noto che ad essere colpiti sono un edificio a due piani e un istituto scolastico. «Il servizio di emergenza statale è a lavoro per sgomberare le macerie e cercare eventuali persone intrappolate. Attualmente non ci sono notizie di morti o feriti o uccisi», afferma il sindaco Ihor Terekhov.

Una delle tante nottate complicate per l’Ucraina dato che anche nell’oblast meridionale di Kherson il bilancio dei bombardamenti nelle ultime ore è di sette morti e sei feriti. Negli attacchi sono state distrutte o danneggiate diverse case in quattro insediamenti. Secondo quanto riferito, le forze russe hanno rubato veicoli civili e una nave passeggeri che avrebbero utilizzato per attraversare il fiume Dnipro nell’area del ponte Antonovsky danneggiato.

Anche la Russia potrebbe essere inclusa tra le città sponsor del terrorismo come Cuba, Corea del Nord, Iran e Siria. Il Senato americano infatti ha approvato all’unanimità una risoluzione non vincolante, per chiedere al segretario di Stato Antony Blinken di includere nella lista anche la Russia. In particolare per le azioni in Cecenia, Georgia, Siria e Ucraina che hanno portato alla morte di migliaia di “innocenti uomini, donne e bambini”.

Il 27 luglio 2022 è stato inaugurato, quindi è operativo, il centro di coordinamento congiunto di Istanbul. Da lì i rappresentanti di Russia, Ucraina, Turchia e Nazioni Unite, cinque per parte, controlleranno il rispetto dell’intesa siglata il 22 luglio. Inoltre monitoreranno il passaggio delle navi cariche di decine di milioni di tonnellate di grano attraverso un percorso libero da mine. Al momento a mancare sono solo le navi. Da Kiev la speranza è che il primo carico possa partire già questa settimana.

Il ministro della Difesa Hulusi Akar, l’uomo cui il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha messo in mano le redini di questo negoziato, si è limitato a dire che «i preparativi per la partenza della prima nave proseguono».

La Turchia continua a muoversi come un ombra tra la Russia e l’Ucraina per un negoziato. La mediazione sul grano è stata sicuramente facilitata dalla mediazione delle Nazioni Unite. Ma già nei mesi precedenti l’invasione dell’Ucraina Erdoğan aveva tentato un imponente offensiva diplomatica nel tentativo di far sedere allo stesso tavolo il presidente russo Vladimir Putin e l’ucraino Volodimir Zelensky.

Il Cremlino aveva annunciato la presenza di Putin in Turchia a fine febbraio, visita poi saltata dato che la Russia ha deciso di sferrare l’attacco. Fallito il tentativo di prevenire il conflitto Erdoğan ha continuato a muoversi in equilibrio tra le parti e ha spostato l’obiettivo sul cessate il fuoco riuscendo a mantenere il ruolo di mediatore senza compromettersi né con Kiev né con Mosca.

L’unico incontro dei ministri degli Esteri russo e ucraino, ad Antalya, per il cessate il fuoco, si è arenato sulle immagini provenienti da Bucha e Irpin, come ammesso proprio dal capo della diplomazia turca, Mevlut Cavusoglu.

Abbandonata l’ipotesi di un cessate il fuoco si è passati alla trattativa per il corridoio del grano. Dopo due mesi l’accordo c’è stato, le firme arrivate, ma la delegazione ucraina ha specificato che nessun accordo sarebbe stato siglato con la Russia, bensì con Turchia e Nazioni Unite.

A 12 ore dalle firme l’esercito russo ha colpito il porto di Odessa, uno dei tre da cui si attende la partenza dei carichi di grano, insieme a Chernomorsk e Yuzhni. Un attacco che ha fatto vacillare l’accordo ma il centro operativo è pronto.

L’attesa per l’apertura era stata preceduta dall’incontro tra Erdoğan e Putin a Teheran, lo scorso 19 luglio. Il primo e unico di un leader Nato con il presidente russo dall’inizio del conflitto.

Erdoğan ha definito la trattativa per il corridoio del grano “ardua e faticosa”, ma i missili su Odessa hanno subito fatto capire che la parte più difficile sarà mantenere l’accordo in piedi. Allo stesso tempo va ricordato che l’intesa ha durata limitata, appena 120 giorni (inizialmente erano 90), per far uscire decine di milioni di tonnellate di grano. Una corsa contro il tempo in cui ancora una volta torna in primo piano il ruolo della Turchia.

La sicurezza del percorso è garantita da Ankara, perché non vi saranno scorte da parte di navi militari nonostante il presidente turco avesse dato la disponibilità della marina turca. Una condizione resa necessaria sia dalla natura umanitaria dell’intesa, ma soprattutto dal rifiuto opposto sia da Russia che Ucraina. Ciò però aumenta il rischio di incidenti e attacchi, rischio che la presenza della marina di Ankara avrebbe forse scongiurato. Il ruolo del centro di coordinamento congiunto è fondamentale per dettare il percorso alle navi in uscita dato che non vi sarà sminamento.

Condizione che si conosceva, imposta da Kiev sin dall’inizio del negoziato nel timore che la Russia ne potesse approfittare e colpire. Il centro di coordinamento congiunto dovrà monitorare le tre diverse rotte in uscita dai porti di Odessa, Chernomorsk e Yuzhny e farle convergere in un unico tragitto verso Istanbul. Qui le navi dovranno fermarsi, scaricare e poi tornare indietro. Ciò previo via libera che sarà dato dopo un’ispezione mirata a controllare che non portino armi in Ucraina, condizione voluta dalla Russia.

Ankara ha anche garantito alla Russia la sicurezza delle proprie navi che transitano attraverso il Mar Nero e trasportano frumento e fertilizzante. Inoltre ha garantito a Kiev che le navi russe non entreranno in acque ucraine.

L’accordo contiene la garanzia reciproca che non vi saranno attacchi durante le operazioni di carico e trasporto. Ma i missili su Odessa sono stati un avvertimento. Il Cremlino ha smentito di aver colpito il porto, mentre Kiev ha accusato la Russia di aver immediatamente violato l’accordo. Il corridoio del grano rappresenta una trattativa nata con il fine di scongiurare una crisi alimentare di portata mondiale. Secondo l’Onu sta affamando 47 milioni di persone nei Paesi africani. Ma che si manifesta nell’aumento dei prezzi anche in Europa. Circa il 50% del grano bloccato nei porti ucraini è destinato a progetti del World Food Programme in Africa.

Giorgia Iacuele

Bombardamenti, RUSSIA, Ucraina

“Yujo Festival” nella Provincia di Trento:
Gemellaggio tra Castello Tesino e Giappone

PRIMA EDIZIONE DELLO “YUJO FESTIVAL”  CASTELLO TESINO 

A Castello Tesino (TN) si è svolta la prima edizione dello Yujo Festival, dal 4 al 7 agosto 2022, fortemente voluto dall’Amministrazione Comunale per creare un rapporto d’amicizia tra Castello Tesino ed il Giappone.
Durante il corso della manifestazione si sono susseguiti incontri culturali importanti i cui temi affrontati vanno dall’arte, alla cultura, all’innovazione, ai famosi treni proiettile sino al dialogo interreligioso tra Cristianesimo e Buddhismo, nonché alle similitudini tra il Comune Trentino ed il Sol Levante.

Castello Tesino, Fondazione Italia Giappone, Giappone, Yujo Festiva

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A Firenze, la premiazione Seven Stars Edizione 2022.

Premium International Florence Seven Stars Edizione 2022

A Firenze, Sabato 25 Giugno, a ridosso della Festività di San Giovanni, Patrono della città di Firenze, si è svolta la Cerimonia per la premiazione dei Vincitori “Premium International Florence Seven Stars Edizione 2022”, sulla Gran Terrazza Belvedere al Palazzo Plus Florence di Firenze.
Eccezionale “Madrina” della Cerimonia la Prof.ssa Marisa Settembrini, dell’Accademia di Brera di Milano.  La premiazione è avvenuta nel corso del Gran Concerto d’Estate Fiorentina, tenuto dai valenti professionisti dell’Accademia Fiorentina di MusicArea di Firenze sul “Belvedere” del Plus Florence. 
L’intervento che segue è stato già pubblicato sul “Giornale Diplomatico” e ripreso dalla Consul Press, su cortese consenso della stessa Testata

Florence Seven Stars Edizione 2022, Giornale Diplomatico.

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Le donne in Afghanistan non hanno più diritti

Amnesty International denuncia nuovamente la violazione dei diritti delle donne e delle bambine in Afghanistan. Il rapporto titola ”Morte al rallentatore: le donne e le bambine sotto il regime dei talebani”.

Amnesty denuncia la “soffocante repressione” dei diritti umani di donne e bambine in Afghanistan. «»Da quando, nell’agosto 2021, hanno assunto il controllo dell’Afghanistan, i talebani stanno violando i diritti delle donne e delle bambine all’istruzione, al lavoro e alla libertà di movimento, azzerando il sistema di protezione e sostegno per le donne che fuggono dalla violenza domestica, arrestando donne e bambine per minime infrazioni a norme discriminatorie e contribuendo all’aumento dei matrimoni infantili, precoci e forzati», denuncia l’Ong in un comunicato.

 

«A poco meno di un anno dalla presa del potere dei talebani, le loro spietate politiche stanno privando milioni di donne e bambine del diritto a vivere in modo sicuro, libero e prosperoso», ha dichiarato Agne’s Callamard, segretaria generale di Amnesty International. «Considerate nel loro insieme, quelle politiche formano un sistema che discrimina le donne e le bambine in quasi ogni aspetto della loro vita. La comunità internazionale deve pretendere urgentemente che i talebani rispettino i diritti delle donne e delle bambine», ha aggiunto. Una missione di ricerca di Amnesty ha visitato l’Afghanistan a marzo scorso, nell’ambito di una più ampia indagine avviata a settembre 2021 e terminata il mese scorso. In tutto sono state intervistate 90 donne e 11 bambine di età compresa tra i 14 e i 74 anni, residenti in 20 delle 34 province dell’Afghanistan.

«Fino a circa un anno fa vivevo a Kabul, dove lavoravo come redattrice capo di un settimanale e al tempo stesso ero ricercatrice presso il ministero per lo Sviluppo rurale. Visitavo le famiglie contadine per raccogliere informazioni sulle loro condizioni di vita e sui loro problemi e suggerimenti, poi li consegnavo al ministero per lavorare a soluzioni. Quando i talebani hanno preso il potere, tutto è cambiato: sono dovuta fuggire in Iran con mia sorella e mio fratello. Purtroppo gli altri della famiglia non sono potuti venire perché non avevano il passaporto. La nostra vita è passata da cento a zero in un attimo».

R.S. ha 26 anni ed è tra le rifugiate afghane che l’associazione Arci è riuscita a portare in Italia grazie ai corridoi umanitari, un protocollo siglato lo scorso novembre tra il ministero dell’Interno e degli Affari esteri con varie organizzazioni della società civile per far giungere in Italia in sicurezza 1.200 profughi afghani da Pakistan e Iran. L’arrivo all’aeroporto Leonardo Da Vinci è stato il primo e altri sono attesi anche da Cei, Chiese protestanti e Tavola valdese.

All’agenzia di stampa Dire R.S. racconta la sua storia chiedendo di mantenere l’anonimato, anzitutto a garanzia della sicurezza dei propri familiari in Afghanistan. Nel suo Paese, sottolinea, era esposta per tante ragioni: essere una donna laureata, una giornalista che scriveva di questioni sociali e femminili e una impiegata del precedente Governo per i diritti delle comunità rurali l’hanno automaticamente resa un bersaglio dei talebani, che tuttora continuano a perseguire chiunque rappresenti una minaccia alla sopravvivenza del loro Emirato.

Il giorno in cui i talebani sono entrati a Kabul, prendendo il controllo dei palazzi del potere, il 15 agosto 2021, R.S. lo ricorda bene: «Ero al lavoro, erano le 11 e ho iniziato a vedere un andirivieni di persone in strada, i volti tesi e preoccupati. Tutti avevamo già capito che la situazione era pessima. Ho impiegato quasi tre ore per tornare a casa piedi, non c’erano più taxi, lungo la strada ho visto anche qualche scontro tra la polizia e i talebani». La caduta della Repubblica sconvolge la vita del Paese e il Peiramoon Weekly, la testata per cui R.S. lavora, è costretta a chiudere. «Ci hanno minacciato» ricorda la cronista. «Ci hanno inviato una lettera in cui ci informavano che se avessimo scritto ancora, ci avrebbero ucciso. E così abbiamo smesso di lavorare».

A rimetterci non è solo il mondo dei media – secondo Reporters without borders oltre il 40% delle testate afghane ha chiuso – ma anche magistrati, insegnanti, attivisti, funzionari. «Conosco persone che sono state minacciate, torturate» dichiara la reporter. «Molte altre sono state rapite e non si sa più dove siano. Anche di molte ragazze si è persa traccia: per le donne la situazione è diventata terribile». R.S. però guarda al futuro: «Sono felicissima di essere in Italia. Voglio cominciare una nuova vita. Per prima cosa, voglio imparare l’italiano e poi voglio prendere un master, trovare un lavoro e portare qui il resto della mia famiglia rimasta a Kabul. La situazione lì è orribile e sapere i miei cari lì mi preoccupa. Ringrazio tutti per l’aiuto che ci state dando».

Come previsto, sono arrivati, con un volo proveniente da Islamabad, 230 profughi afghani che erano rifugiati in Pakistan dallo scorso agosto. Il loro ingresso in Italia è reso possibile grazie al protocollo di intesa con lo Stato italiano, firmato il 4 novembre 2021 da Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Tavola Valdese, Arci, Caritas Italiana, IOM, INMP e UNHCR.

Insieme ad altri arrivi dall’Iran saranno oltre 300 i rifugiati afghani che verranno accolti in Italia grazie ai corridoi umanitari, un progetto totalmente a carico delle associazioni proponenti e possibile grazie alla generosità e all’impegno gratuito e volontario di tanti cittadini italiani, che hanno offerto le loro case per ospitare, ma anche congregazioni religiose, ONG e diversi soggetti della società civile. Tra queste Solidaire, che in collaborazione con Open Arms, ha contribuito all’organizzazione del volo dal Pakistan.

Giorgia Iacuele

 

Afghanistan, Amnesty international, Diritti, Donne

Approvato accordo Ue sul gas

I ministri Ue competenti per l’Energia, riuniti a Bruxelles per un consiglio straordinario, hanno approvato l’ultima proposta di compromesso della presidenza ceca dell’Ue. Un accordo che però è stato concesso solo dopo essersi garantiti una serie di deroghe che rischiano di svuotare tutto il piano.

I 10 punti:

  • Taglio del 15% dei consumi, rispetto alla media degli ultimi cinque anni, tra il primo agosto 2022 e il 31 marzo 2023. Volontario, diventa però obbligatorio in caso della dichiarazione dello Stato di allerta per grave crisi energetica.
  • L’allerta può essere proposta dalla Commissione europea se ritiene vi siano le condizioni (insufficiente offerta di gas o eccessiva richiesta per un inverno molto freddo), o se a chiederlo sono almeno cinque Stati membri. A decidere sull’effettiva attuazione saranno gli Stati Ue a maggioranza qualificata.
  • Per l’Italia, insieme a Spagna e Portogallo, c’è uno sconto dell’8% (dunque riduzione solo del 7%) per via del basso livello di interconnessione con il resto dell’Ue.
  • L’Italia potrebbe beneficiare anche di sconti legati al livello di scorte di gas, se sono superiori a quanto richiesto dalla normativa Ue.
  • Le isole, Irlanda, Cipro e Malta, sono esentate in quanto non connesse con la rete energetica Ue e dunque non possono eventualmente aiutare altri Stati in difficoltà.
  • Possibile esenzione anche per le Repubbliche baltiche: sono ancora connesse, come ai tempi dell’Urss, alla rete elettrica russa. Se Mosca decide di tagliarle fuori, devono poter usare tutto il gas necessario per produrre energia.
  • Possibili sconti per i Paesi come la Francia che nel 2021 hanno dovuto aumentare oltre l’8% i consumi di gas per produrre energia. Per esempio Parigi ha dovuto chiudere metà delle centrali nucleari per manutenzione.
  • Esenzioni trasversali per settori vitali, come la siderurgia e la chimica.
  • La normativa d’emergenza resta in vigore un anno, ma può esser prorogata.
  • In una dichiarazione separata, la Commissione Europea sta svolgendo “lavoro urgente” sulla fattibilità di tetti ai prezzi del gas nonché sulla riforma del mercato dell’elettricità, i cui prezzi sono tuttora legati a quelli del gas.

Giorgia Iacuele

Accordo, Gas, Unione europea

“L’Europa ferita dalla guerra”:
editoriale di Pedrizzi su “Intervento nella società”

L ’EUROPA  FERITA  DALLA  GUERRA  
Riccardo Pedrizzi: “Cattolici uniti con Papa Francesco per bloccare il conflitto”

” INTERVENTO NELLA SOCIETA’ ”  – Sintesi del Sommario nell’ultimo numero del Trimestrale
# L’analisi del ruolo del Pontefice nella ricerca della pace tra Russia e Ucraina
# La testimonianza di Fausto Bertinotti sulle difficoltà dell’Occidente nella gestione dell’emergenza
# La crisi economica, i bonus, la sicurezza alimentare, il quadro politico italiano in questa fase di fibrillazione

a cura di FABIO FIORENTINO 

Fausto Bertinotti, Guerra in Europa, le sanzioni alla Russia, Papa Francesco, Riccardo Pedrizzi

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Shinzo Abe ucciso durante un comizio

L’ex primo ministro giapponese è morto dopo essere stato colpito da un proiettile durante un evento elettorale a Nara.

La dinamica degli eventi, avvenuti in piena luce e ripresi dalle telecamere, è abbastanza chiara. Abe aveva iniziato da poco più di un minuto il suo comizio in vista delle elezioni parziali per il rinnovo della Camera alta nipponica, quando ci sono stati due spari. L’ex premier si è accasciato, la sua camicia macchiata di sangue. Membri dello staff si sono precipitati a soccorrerlo, mentre agenti di sicurezza vestiti di nero si avventavano su un uomo apparentemente giovane.

«Abbiamo tentato di rianimarlo per quattro ore», ha riferito il responsabile del pronto soccorso dell’ospedale di Nara. «Due ferite hanno provocato due diverse emorragie, abbiamo cercato di bloccarle, ma la situazione era molto critica. L’ex premier giapponese era in stato di arresto cardiopolmonare già sulla scena del crimine». Il medico ha affermato che non sono stati rilevati segni vitali al suo arrivo nella struttura.

«Abe ha riportato due ferite sulla parte anteriore del collo, uno dei proiettili è penetrato nel cuore. È stato curato da un’équipe di oltre 20 medici ma è stato impossibile fermare l’emorragia», ha aggiunto in conferenza Hidetada Fukushima, professore di medicina d’urgenza.

Nato a Tokyo è stato il primo ministro più longevo politicamente nella storia del Giappone post-bellico con la doppia esperienza alla guida del Governo, finita sempre per motivi di salute. Nella prima, a cavallo tra il 2006 e il 2007, conquistò il titolo di premier più giovane ad approdare alla Kantei. Mentre nella seconda consolidò il record alla guida del Governo, dal 2012 al 2020.

L’ex premier, 67 anni, fa parte di una delle famiglie politiche più blasonate del Giappone, del partito Liberal Democratico (Jiminto). Suo nonno, Nobusuke Kishi, fu primo ministro dal 1957 al 1960, dopo aver passato tre anni nel carcere di Sugamo alla fine della Seconda guerra mondiale sospettato (ma mai processato) di essere un criminale di Classe A avendo ricoperto l’incarico di ministro durante il gabinetto in tempo di guerra. Mentre suo fratello, Nobuo Kishi, è l’attuale ministro della Difesa.

Abe, un convinto conservatore, si è battuto per il superamento del pacifismo costituzionale. Ha promosso il processo di rafforzamento delle capacità difensive nipponiche accelerate ora dall’attuale esecutivo di Fumio Kishida, tra l’aggressione dell’Ucraina da parte della Russia e la minaccia crescente della Cina. Sollecitò l’approvazione delle leggi per consentire al Giappone di esercitare il diritto di “autodifesa collettiva” o di aiutare militarmente un alleato sotto attacco. Con ciò creò irritazione e sospetti nei Paesi vicini, non solo in Cina ma anche in Corea del Sud. Abe salì al potere nel 2012 chiudendo l’esperienza del partito Democratico con la sua “Abenomics“: un pacchetto di politiche espansive e di riforme per tentare di sollevare il Paese dalla cronica deflazione e per rilanciarne la crescita economica con una politica monetaria accomodante e una spesa fiscale enorme, insieme a interventi strutturali per far fronte al rapido invecchiamento della popolazione.

«Ero frustato e insoddisfatto di Shinzo Abe, ho mirato per ucciderlo». Queste le parole del quarantunenne Tetsuya Yamagami che ha sparato all’ex premier giapponese, secondo quanto riferito dalla polizia nipponica citata dalla tv Nhk.

Yamagami, residente a Nara, secondo fonti governative era ex militare membro della Forza di autodifesa marittima. Le scarse informazioni sul profilo dell’uomo che ha colpito Shinzo Abe si limitano ai suo trascorsi nelle “forze di autodifesa” come si chiamano le forze armate giapponesi. Avrebbe prestato servizio nella Marina fino al 2005. Avrebbe colpito l’ex premier “per odio“, ma – secondo la polizia – dopo l’arresto Yamagami avrebbe escluso “motivazioni politiche”.

Il suo però è stato un rancore così profondo da averlo spinto a costruire da solo l’arma. Ha realizzato una “doppietta“, assemblando le parti forse seguendo le istruzioni trovate sul web. Le immagini dell’arresto di Yamagami mostrano l’arma avvolta nel nastro adesivo, un metodo per occultarla, ma anche per rinforzarne la struttura. Le dimensioni sono poco più grandi di una pistola: quelle dei fucili “a canne mozze” usate dai rapinatori degli anni Settanta. Il calibro appare superiore alle cartucce da 12 dei fucili da caccia. Due i colpi a disposizione, sparati a distanza ravvicinata. L’attentatore aveva assicurato l’arma al dorso con una tracolla, per compensare il rinculo provocato dall’esplosione del primo colpo.

La polizia ha fornito alcuni dettagli sulle dimensioni della pistola utilizzata spiegando che è lunga 40 centimetri. Secondo gli investigatori l’attentatore potrebbe avere una licenza per la caccia e ci sono indagini in corso.

In Giappone le armi da fuoco sono molto rare, con una circolazione estremamente limitata e vincoli severi all’utilizzo pure per le forze di polizia. Infatti, gli agenti circolano con la pistola solo in situazioni straordinarie e anche la scorta di Abe ha affrontato l’attentatore senza usare le armi.

La polizia della prefettura di Nara ha riferito di aver trovato diverse armi artigianali come quella usata per l’omicidio in casa di Tetsuya Yamagami.

Reazioni

Il primo ministro Fumio Kishida, rientrato d’urgenza alla Kantei con tutto il Governo dopo aver sospeso con tutti i partiti di opposizione la campagna elettorale per il rinnovo della Camera Alta in programma domenica 10 luglio, ha condannato «nel modo più deciso possibile» l’attentato, definito come «inaccettabile». Si è detto «senza parole» per la morte di Shinzo Abe.

Il ministro della Difesa del Governo giapponese, Nobuo Kishi, ha parlato di un atto imperdonabile.

Condanna in termini più duri è arrivata dalla Cina, Paese col quale il Giappone intrattiene rapporti tesi. In effetti Abe, che in un primo momento da capo del Governo aveva tentato una distensione con Pechino, col tempo era diventato sempre più duro. Queste tensioni si sono ripercosse anche nel web cinese, dove diversi netizen nazionalisti hanno dileggiato oggi la figura del defunto ex primo ministro nipponico. Ma, a livello ufficiale, il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino Zhao Lijian è stato netto nell’esprimere solidarietà alla famiglia e al popolo giapponese.

Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel si è detto “scioccato e rattristato dal vile attacco a Shinzo Abe mentre svolgeva le sue mansioni professionali”. Su Twitter ha anche scritto: “Un vero amico, strenuo difensore dell’ordine multilaterale e dei valori democratici. L’Ue è al fianco del popolo giapponese e del premier Fumio Kishida in questi tempi difficili. Vicinanza alla sua famiglia”.

“È venuta a mancare una persona meravigliosa, un grande democratico” – ha scritto in un tweet la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. “Un campione dell’ordine mondiale multilaterale. Sono in lutto con la sua famiglia, i suoi amici e tutto il popolo giapponese. Questo brutale e vile assassinio di Shinzo Abe sconvolge il Mondo intero”.

Il premier, Mario Draghi, ha espresso il più profondo cordoglio del Governo e suo personale per la morte di Shinzo Abe. «L’Italia è sconvolta per il terribile attentato, che colpisce il Giappone, il suo libero dibattito democratico. Abe è stato un grande protagonista della vita politica giapponese e internazionale degli ultimi decenni, grazie al suo spirito innovatore, alla sua visione riformatrice. L’Italia si stringe ai suoi cari, al Governo e all’intero popolo giapponese».

«La morte di Abe è una tragedia per il Giappone», ha dichiarato il presidente americano Joe Biden. Poi, si è definito «sbalordito, indignato e profondamente rattristato dalla notizia che il mio amico sia stato colpito e ucciso».

L’ambasciatore Usa a Tokyo Rahm Emanuel ha affermato: «Siamo tutti rattristati e scioccati dalla vicenda dell’ex premier Shinzo Abe. Abe-san è stato un leader eccezionale del Giappone e un alleato incrollabile degli Usa. Il Governo degli Stati Uniti e il popolo americano stanno pregando per la Abe-san, la sua famiglia e il popolo giapponese».

“Assolutamente inorridito e rattristato nel sentire dello spregevole attacco a Shinzo Abe. I miei pensieri sono con la sua famiglia e i suoi cari”, ha scritto su Twitter il premier uscente britannico Boris Johnson.

Il premier thailandese, Prayut Chan-O-Cha, è rimasto “molto scioccato” dall’attentato all’ex premier giapponese Shinzo Abe. Ad affermarlo il ministro degli Esteri, Don Pramudwinai, parlando con i giornalisti a Bangkok.

Il premier indiano Narendra Modi su Twitter scrive: “Sono profondamente addolorato per l’attacco al mio caro amico Abe. I nostri pensieri e le nostre preghiere sono con lui, la sua famiglia e il popolo giapponese”.

 

Giorgia Iacuele 

Giappone, Shinzo Abe

In Macedonia del Nord proteste contro l’adesione all’Unione europea

In Macedonia del Nord ci sono state nuove proteste contro la proposta di mediazione francese per favorire l’avvio del negoziato di adesione all’Ue. Le proteste sono avvenute in coincidenza con i colloqui che il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha avuto con la dirigenza locale. Un sit–in davanti alla sede del Governo con slogan quali “Dimissioni, dimissioni“, e “Macedonia, solo Macedonia, mai Macedonia del Nord“. Per le opposizioni, la proposta francese accettata dal Governo ma ancora in discussione in Parlamento e in vari consessi istituzionali, è contraria agli interessi macedoni e altro non è che una capitolazione dinanzi alle richieste identitarie bulgare. Si tratta, a loro avviso, di un ultimatum inaccettabile. Alcuni hanno sistemato delle piccole tende davanti al Governo, dove è stata annunciata una nuova manifestazione di protesta.

Per Kovacevski, premier macedone, la proposta pone le questioni storiche bilaterali con la Bulgaria al di fuori del quadro negoziale, ed esse saranno risolte fra le parti. La proposta europea consente l’avvio incondizionato dei negoziati di adesione con l’Ue.

«Siamo consapevoli delle preoccupazioni sulla vostra identità nazionale, potete contare sul mio sostegno sistematico ai vostri diritti legittimi», afferma Charles Michel a Skopje al termine dei colloqui con la dirigenza locale. Parlando in conferenza stampa con il premier macedone Dimitar Kovacevski, il presidente del Consiglio Ue ha lanciato un appello a dire sì alla proposta francese per superare lo stallo con la Bulgaria e consentire l’avvio del negoziato della Macedonia del Nord con Bruxelles. «Un’opportunità storica, troppo importante per lasciarsela sfuggire».

«Spetta al Parlamento prendere una decisione definitiva sulla proposta francese, che consenta l’avvio del negoziato con l’Ue», riferisce il premier macedone Dimitar Kovacevski. «Dopo che avrà ricevuto le conclusioni del Parlamento, il Governo presenterà ufficialmente la sua risposta all’Unione europea. La proposta in discussone in questi giorni in Macedonia del Nord include le nostre osservazioni e le opinioni da noi chiaramente espresse. Stiamo proteggendo l’interesse pubblico e l’identità nazionale macedone. Poi ha sottolineato come nella proposta in discussione la lingua macedone viene equiparata in tutto e per tutto alle altre lingue della Ue. «Noi macedoni siamo orgogliosi della nostra storia, lingua, identità con tutti i suoi aspetti».

L’allargamento è il processo che consente ai Paesi di aderire all’Unione europea, dopo che questi hanno soddisfatto una serie di condizioni politiche ed economiche.

Tutto parte dalla presentazione della domanda di adesione all’Ue e la sua accettazione. Conseguentemente i Paesi possono avviare un processo che comprende una serie di tappe atte a contribuire la preparazione del Paese a un’eventuale adesione.

L’allargamento dell’Unione europea incoraggia le riforme democratiche ed economiche nei Paesi che desiderano diventare membri e promuove una maggiore stabilità e prosperità in Europa.

Tutti i Paesi candidati devono soddisfare i criteri di Copenaghen (denominati dopo il Consiglio europeo di Copenaghen del 1993 che li ha definiti). Quindi per diventare Stati membri bisogna assolvere:

  • criteri politici: istituzioni stabili che garantiscano la democrazia, lo Stato di diritto, i diritti umani nonché il rispetto e la tutela delle minoranze;
  • criteri economici: un’economia di mercato funzionante e la capacità di far fronte alla concorrenza e alle forze di mercato;
  • capacità amministrativa e istituzionale di attuare efficacemente l’acquis dell’Ue (insieme di diritti comuni) e capacità di assumere gli obblighi risultanti dall’adesione.

Ad essere importante è anche la capacità dell’Unione europea di assorbire nuovi membri, pur mantenendo lo slancio dell’integrazione.

Benefici

  • maggiore prosperità per tutti gli Stati membri
  • maggiore stabilità in Europa
  • maggiore peso dell’Ue sulla scena mondiale

Dal 1957 il numero degli Stati membri dell’Unione europea è via via aumentato. Nel 2004 vi aderirono contemporaneamente dieci Paesi. In precedenza erano stati ammessi da uno a tre Stati alla volta.

Dopo molte adesioni, nel 2020 il Regno Unito è stato il primo Paese a uscire dall’Ue.

Nel 2004 si è compiuta la più grande fase di allargamento della storia, che ha visto l’adesione di Polonia, Ungheria, Slovenia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Lettonia, Estonia, Lituania, Cipro e Malta. Nel 2007 sono entrati altri due Stati: la Bulgaria e la Romania. La Croazia è stata l’ultimo Paese ad aderire all’Ue il 1° luglio 2013.

Per rilanciare e accelerare il processo di adesione il Consiglio dell’Ue e il Consiglio europeo hanno approvato una nuova metodologia di allargamento nel marzo 2020.

La nuova metodologia offre ai Paesi candidati maggiori opportunità di rafforzare le misure di integrazione a condizione che i Paesi abbiano compiuto progressi sufficienti delle riforme.

  • Integrazione più stretta del Paese con l’Ue e un lavoro volto ad accelerare l’integrazione e l’inserimento progressivo nelle politiche, nel mercato e nei programmi dell’Ue, garantendo al tempo stesso condizioni di parità;
  • aumento delle opportunità di finanziamento e di investimento, anche attraverso uno strumento di sostegno preadesione basato sui risultati e orientato alle riforme e una cooperazione più stretta con le istituzioni finanziarie internazionali per mobilitare sostegno.

In caso di stallo o recesso delle riforme da parte di un Paese candidato, la metodologia prevede la possibilità di imporre sanzioni.

La nuova metodologia è stata inclusa nei quadri di negoziazione esistenti e sarà integrata in quelli futuri di negoziazione con i Paesi candidati.

Successivi allargamenti dell’Ue

  • 2013: Croazia
  • 2007: Bulgaria e Romania
  • 2004: Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria
  • 1995: Austria, Finlandia e Svezia
  • 1986: Portogallo e Spagna
  • 1981: Grecia
  • 1973: Danimarca, Irlanda e Regno Unito

Avvio dei negoziati di adesione

  • Serbia – gennaio 2014
  • Montenegro – giugno 2012
  • Turchia – ottobre 2005

Decisioni relative all’avvio dei negoziati di adesione

  • Ucraina e Moldavia – Paesi candidati da giugno 2022
  • Albania – da giugno 2014
  • Repubblica di Macedonia del Nord – da dicembre 2005.

 

Giorgia Iacuele

Adesione Unione europea, Macedonia del Nord, Unione europea

Nuovo Governo cinese

Pechino dà il via libera al nuovo Governo cinese che include quattro funzionari sotto sanzioni Usa fra i 26 funzionari. Si tratta di del capo esecutivo in pectore John Lee, il ministro della Sicurezza Chris Tang, il ministro degli Affari continentali Erick Tsang e il segretario capo dell’amministrazione Eric Chan.

Governo, Hong Kong

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Il volume sull’Ambasciata d’Italia al Cairo
presentato trionfalmente a Venezia il 10 Giugno

NELLA CITTA DELLA LAGUNA E DEL CANAL GRANDE,
CELEBRATA L’AMBASCIATA D’ITALIA LAMBITA DAL NILO 

A VENEZIAesattamente 12 giorni or sono, nel pomeriggio di Venerdì 10 Giugno – è stato presentato il libro sulla “Ambasciata Italiana al Cairo”, nelle versioni italiana, araba e inglese, quale ultima fatica …per ora (*1) dell’Ambasciatore Gaetano Cortese, nel suo ruolo di ‘Coordinatore e Curatore’ di una splendida Collana dedicata alle Sedi delle Rappresentanze Diplomatiche Italiane all’estero, come già evidenziato dalla  Consul Press in data 4 Giugno. (< Clicca Qui !)
Trattasi di una Collana pubblicata dall’Editore Carlo Colombo di Roma, nata nel 2000 e che nel 2020 ha festeggiato il suo Primo Ventennale con una “Serata di Gala” alla Farnesina (< Clicca Qui !)
Una Collana composta da pregevoli e pregiati volumi, autentici capolavori grafici che – illustrando le Ambasciate d’Italia nel mondo – costituiscono e rappresentano uno spaccato o, meglio, un compendio o, ancor più, una “visione sintetica” di architettura, di arte e di cultura, nonché dello “Stile” e della “Storia” d’Italia. (*2)

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Amb, Ambasciata Italiana al Cairo, Arch. Ketty Migliaccio, Cortese - Cantini - Vattani, ni

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Il 20 Giugno, l’omaggio della NIAF
in Roma all’Altare della Patria

OGGI LA N.I.A.F.  HA DEPOSTO UNA CORONA D’ALLORO 
SULLA TOMBA DEL “MILITE IGNOTO” ALL’ALTARE DELLA PATRIA 

La visita della Delegazione della Niaf in Italia – iniziata domenica 12 Giugno – dopo una fitta serie di contatti ed incontri, sta oggi volgendo quasi al termine.
Pertanto la Consul Press desidera sintetizzare in 3 punti alcune tematiche che hanno rivestito particolare rilevanza durante i colloqui intercorsi e precisamente: 
A) Il problema della conservazione della lingua italiana all’estero;
B) Lo sviluppo del “Turismo delle Radici” per riportare in Italia i discendenti degli Emigranti; 
C) La difesa dell’immagine di Cristoforo Colombo, fatta oggetto di attacchi nel continente Nordamericano. 

Calvelli, Columbus Day.ILITE, Milite ignoto, NIAF

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Kremlino v/ Kiev e la guerra tra Russia-Ucraina:
una tragedia che doveva essere evitata

L’Occidente stanco e molto disattento …..
l’Europa non solo assente, ma  “inesistente” 

_____________ un’analisi di MASSIMO ROSSI  

La guerra in Ucraina dopo la pandemia (che, per miracolo, pare finita nei nostri talk show) è un “male” che ha messo a dura prova l’Occidente incapace di ragionare se non su dove fare l’aperitivo. 
La risposta dell’Occidente ad una crisi socio-economica che si trascina dal 2014 (nel silenzio più totale dei media di massa) è stata dapprima una timida presa di posizione sperando in un colpo di testa del cosacco Vladimir Putin, poi una “energetica” (quanto disumana) risposta con sanzioni economiche, poi – siccome non c’era verso di fare sto aperitivo in pace – di inviare armi alla parte che sembra essere quella aggredita.

Afghanistan NkIEV, Biden, Kiev, Kremlino, Putin, Zelens'kyj

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Cairo, conferenza regionale. Europa, Israele ed Egitto firmano un accordo storico

Ci sono voluti diversi mesi e un grande impegno da partr della diplomazia internazionale per cercare di trovare una alternativa al gas russo.

Nel corso della conferenza regionale al Cairo, l’Unione europea, Israele ed Egitto hanno siglato un accordo di carattere storico sull’esportazione del gas naturale, considerando che è la prima volta che  il gas israeliano arriva in Europa.

L’accordo prevede la suddivisione del gas a metà tra Asia ed Europa. Il gas dall’Egitto verrà liquefatto in GNL (gas liquido naturale) attraverso il nuovo gasdotto che verrà realizzato grazie alla collaborazione dei due Paesi orientali e che verrà realizzato nel Golfo Persico, col nome di North Field East e serviranno circa 30 miliardi di dollari per poterlo realizzare, ma la produzione di gas passerrà dalle 77 milioni di tonnellate annue, a circa 126 milioni di tonnellate entro il 2027.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è detta soddisfatta del progetto aggiungendo però che nel tempo bisognerà esplorare l’uso di infrastrutture per le energie rinnovabili in quanto questa rappresenterà il futuro.

La QatarEnergy, società statale, per velocizzare i tempi di realizzazione ha dichiarato di aver aperto il nuovo giacimento in collaborazione con un gruppo di operatori occidentali.

La quota più importante spetterà alla Total, che avrà il 6,25 per cento della nuova area di espansione.

Tra le società che dovrebbero far parte del consorzio che svilupperà il giacimento sembrerebbe esserci anche Eni, anche se non ci sono dichiarazioni in merito da parte della società.

Anche alcune bigoil americane risultano far parte del consorzio come Conoco-Philips e ExxonMobil.

La firma del memorandum è arrivata all’indomani della dichiarazione della russa Gazprom di aver diminuito del 40%  “per questioni tecniche legate presumibilmente alla mancata consegna di alcuni pezzi di ricambio”, le forniture di gas attraverso il gasdotto North Stream 1, situato nel Mar Baltico.

«Una questione politica» ha invece sostenuto il primo ministro dell’Economia e del Clima Robert Habeck.

Tarek el-Molla, ministro del petrolio egiziano ha sottolineato l’importanza di questo accordo, come una “pietra miliare”, un momento importante per quanto riguarda la cooperazione tra Egitto, Israele ed Ue, ma anche un avvicinamento tra i membri dell’East Mediterranean Gas Forum, di cui fanno parte Grecia, Francia, Italia, Giordania, Israele ed Egitto.

In merito alla vicenda, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen affida a twitter il suo commento sulla vicenda dichiarando che: «Con questo accordo lavoreremo sulla fornitura stabile di gas naturale all’Ue dalla regione del Mediterraneo orientale. Ciò contribuirà alla nostra sicurezza energetica. E stiamo costruendo infrastrutture adatte alle energie rinnovabili, l’energia del futuro».

Questa collaborazione tra Unione Europea, Egitto e Israele dovrebbe preannunciare quanto accadrà nella Cop27, la conferenza sul clima in cui dovrebbe venire annunciata una partnership in merito all’idrogeno verde.

L’israeliana Karine Elharrar, ministro dell’Energia ha dichiarato che «Egitto e Israele prendono l’impegno di condividere il loro gas naturale con l’Europa e di portare aiuto nella crisi energetica. Stiamo spianando una nuova strada di partenariato, solidarietà e sostenibilità»

I Paesi europei però non sono tutti ugualmente dipendenti dal gas russo, quindi stanno cercando di diversificare i propio approvviggionamenti in base alle necessità. L’Italia ad esempio ha siglato un accordo con l’Algeria per un aumento del 40% dell’import e punta lo sguardo anche all’Angola e al Congo, mentre la Germania, che importava il 66% del gas russo, guarda all’Africa con la speranza di aumentare le importazioni dal Senegal per un totale di circa 10 milioni di tonnellate entro il 2030.

Non è solo il caso della Germania, moltissimi Paesi europei guardano all’Africa con speranza, ma gli esperti sono piuttosto critici inquanto il Paese non sarebbe in grado, almeno in breve tempo, ad aumentare esponenzialmente la produzione di gas naturale. Per non parlare poi dei problemi interni di alcuni Paesi.

Gianfranco Cannarozzo

 

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