Addio a Giovanni Gastel, con i suoi scatti ha esaltato la moda made in italy

 
Il fotografo Giovanni Gastel, che con i suoi scatti ha esaltato la moda made in Italy, grazie a campagne pubblicitarie per i marchi più prestigiosi che hanno fatto il giro del mondo, è morto il 13 marzo a Milano per le complicazioni da Covid. Aveva 65 anni. Era stato ricoverato all’ospedale in Fiera a causa dell’aggravarsi dello stato di salute dopo essere stato colpito dal virus.

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Festa nazionale del Kuwait: ambasciatore Al-Sabah, “gratitudine all’Italia e al suo popolo”

In occasione della 60° Festa Nazionale e del 30°anniversario della Liberazione del Kuwait, l’Ambasciatore Sheikh Azzam Mubarak Al-Sabah ha organizzato nella sua residenza un evento celebrativo riservato alla piccola comunità kuwaitiana in Italia.

“Esprimiamo il nostro sincero ringraziamento e gratitudine al popolo italiano amico, al suo governo e al suo coraggioso esercito che hanno contribuito a sostenere il diritto del Kuwait di liberare le sue terre e ripristinare la sua sovranità, e questo è ciò che il popolo e il governo del Kuwait non dimenticheranno”, ha affermato l’ambasciatore intrattenendosi con i pochi ospiti presenti all’evento, fortemente selezionati per rispettare le norme nazionali anti-covid.

NAZIONALE, ambasciatore, Kuwait

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Nellie Bly – si finse pazza per raccontare la verità

 

C’è un legame forte tra la delicata storia della follia e quella – altrettanto delicata – delle donne. A lungo i matti, i folli sono stati considerati dei reietti, spogliati completamente della loro umanità e respinti ai margini, rinchiusi in quei manicomi in cui nessuno poteva vederli. Altrettanto a lungo le donne sono state considerate inferiori, socialmente poco utili (all’infuori della procreazione), rinchiuse in quelle case spacciate per il loro luogo naturale. E non appena una donna cercava di uscire da quel luogo naturale, avanzando il diritto di essere autonoma e di poter avere un valore sociale ecco che quella donna diventava subito pazza, strega, isterica. Se guardiamo bene la storia della follia è una storia prevalentemente femminile, perché folle è spesso ciò che non può essere compreso, che si presenta come illogico, che non può essere controllato e che per questo spaventa.

Sappiamo bene che tanto il tema della salute mentale quanto quello delle donne è stato interessato, soprattutto a partire dagli anni ’50, da un lento e importante processo di emancipazione. Ma questo processo non si sarebbe mai potuto verificare senza l’intervento diretto di alcuni personaggi che hanno lottato per creare condizioni favorevoli al cambiamento. E quando parliamo di storia della follia e storia delle donne non possiamo non pensare a lei: Nellie Bly. 

Elizabeth Jane Cochran (il suo vero nome) nasce a Cochran’s Mill, Pennsylvania, nel 1864, ed è la tredicesima di quindici figli. Il padre, un giudice benestante, muore quando Elizabeth ha solo sei anni e la madre, per non restare sola a gestire quindici figli, decide di risposarsi poco dopo. Il secondo marito però si rivela presto per quello che è: un uomo alcolizzato e violento, che alzava spesso le mani in casa. Proprio a lui è legata la prima esperienza giudiziaria di Elizabeth che, appena adolescente, si trova a testimoniare durante il processo di divorzio della madre e a scoprire dentro se stessa un senso viscerale di fastidio nei confronti delle ingiustizie e delle discriminazioni, in primis di quelle ai danni delle donne e dei poveri.

A 16 anni si trasferisce a Pittsburgh, sperando di trovare lavoro come maestra. Sta sfogliando le pagine del Pittsburgh Dispatch, alla ricerca di un annuncio di lavoro, quando le capita sottomano un articolo intitolato What Girls Are Good For (A cosa servono le ragazze), dai toni particolarmente sessisti. Indignata dalla lettura Elizabeth prende carta e penna e scrive al direttore del giornale, confutando punto per punto il contenuto discriminatorio dell’articolo con uno stile di scrittura così chiaro e al tempo stesso inconfondibile, che quel direttore non può fare altro che chiamarla e offrirle un lavoro. È lui a proporle di scrivere sotto pseudonimo e di chiamarsi Nellie Bly, dal titolo di una celebre canzone di Stephen Foster.  Elizabeth diventa così la prima donna giornalista della storia e in breve tempo si distingue per la scelta di un tipo particolare di giornalismo: quello investigativo. Si intrufola ovunque, soprattutto nelle fabbriche, per denunciare la condizione dei poveri e delle donne. Il suo obiettivo è uno soltanto: raccontare la verità e dare voce a chi non viene ascoltato.  

In un periodo in cui alle donne non vengono praticamente riconosciuti diritti l’immagine di una ragazzina un po’ scarmigliata e piena di motivazione, che se ne va in giro a denunciare abusi e discriminazioni, dà particolarmente fastidio e George Madden, allora direttore del Pittsburgh Dispatch, è costretto a ridimensionare il lavoro di Nellie, relegandola alle pagine femminili del giornale. Ma la posta in gioco per lei è ormai più alta di un semplice guadagno: riguarda ciò che vuole essere davvero e il ruolo sociale che ha deciso di ricoprire. Così lascia il lavoro sicuro di Pittsburgh e decide di trasferirsi a New York. Ha 23 anni ed è il 1887 quando bussa alla porta di Joseph Pulitzer. Vuole lavorare per il suo quotidiano, il New York World, vuole scrivere grandi inchieste e ha una proposta ben precisa da fargli.

Di fronte a Manhattan si trova infatti un’isola, dalla forma stretta e allungata, chiamata Roosevelt Island (ai tempi Blackwell Island); una zona residenziale, tra le cui case svetta il Women’s Lunatic Asylum, un sanatorio femminile dove vengono internate, a scopo teorico di cura, donne affette da patologie mentali. Attorno a quel luogo c’è un alone di mistero, perché nessuno ci può entrare, a meno che non sia considerato malato. Nellie propone a Pulitzer un articolo sul Women’s Lunatic Asylum: vuole capire cosa succede lì dentro.

Per farlo ha una solita possibilità: fingersi pazza. Pulitzer accetta.
Il giorno stesso Nellie torna a casa, si fa un ultimo bagno, si esercita davanti allo specchio, prova alcune espressioni da “matta”. Si veste e si dirige a passo svelto verso una casa per donne indigenti e chiede un alloggio. Glielo concedono, ma da subito la responsabile e le altre donne si accorgono che in lei qualcosa non va: ripete spesso le stesse parole, sembra non ricordarsi nulla, ride a caso. Con una visita superficiale un medico stabilisce che è insane (matta) e viene direttamente spedita al Women’s Lunatic Asylum. Improvvisamente Nellie si ritrova in un contesto di abusi, disumanità, crimini e soprusi nei confronti di donne che vengono bollate come matte, ma che matte non lo sono affatto (non tutte, almeno – premesso che ci si dovrebbe intendere sul significato della parola); sono povere. Scopre che il Women’s Lunatic Asylum è un luogo in cui vengono relegate le donne che non possono mantenersi da sole, quelle che sono state ripudiate dai mariti o, ancora, quelle che hanno avuto dei figli al di fuori dal matrimonio. E che queste donne vengono spogliate, quotidianamente sedate tramite oppiacei molto forti, costrette a vivere al freddo e in condizioni igieniche terrificanti, picchiate e spesso uccise.

Considerata matta anche Nellie viene sottoposta alle stesse torture.Ogni sera le viene somministrata una terapia oppiacea che ingurgita e poi vomita, mettendosi due dita in gola, per cercare di mantenere la lucidità. Registra tutto quello che succede, scrive ogni cosa, assiste alla metamorfosi di donne che cercano di resistere con tutte le loro forze a quella violenza, ma che trovano nella follia (quella vera) la loro unica via di fuga.

Prendete una donna sana fisicamente e mentalmente, rinchiudetela, tenetela inchiodata a una panca per tutto il giorno, impeditele di comunicare, di muoversi, di ricevere notizie, fatele mangiare cose ignobili. In due mesi sprofonda nella follia.

Rischia anche lei di essere uccisa, perché quella lucidità che conserva la rende un soggetto pericoloso agli occhi dei medici e delle infermiere. Le hanno da poco iniettato un veleno letale quando un avvocato mandato da Pulitzer bussa alle porte del sanatorio chiedendo che lei venga subito liberata. I medici la rianimano in extremis.

Nellie esce dal Women’s Lunatic Asylum promettendo alle compagne che avrebbe lottato con tutte le sue forze per loro. Quando sta per prendere il traghetto per tornare a Manhattan chiede all’uomo che l’aveva liberata: “Quanti giorni sono stata qui dentro?” E lui le risponde: “dieci, signorina. Dieci giorni”. Da questa esperienza nasce la super inchiesta Ten Days in a Mad-House (oggi diventata libro) che desta scalpore e accende i riflettori su quel luogo dell’orrore. Viene aperta un’inchiesta sul Women’s Lunatic Asylum e grazie alla testimonianza di Nellie vengono presi provvedimenti molto seri: i finanziamenti al sanatorio vengono aumentati per migliorare le condizioni delle pazienti, e vengono stabiliti nuovi criteri per valutare la salute mentale delle donne.

Nel frattempo la sua fama fa il giro del paese e Nellie diventa un modello di riferimento per tutte le ragazze che, come lei, amavano scrivere e odiavano le ingiustizie e che finalmente possono vedere nel giornalismo uno sbocco lavorativo concreto.

L’anno successivo, ormai assidua collaboratrice del New York World, non è più solo lei a proporre idee, ma è anche Pulitzer ad assegnarle direttamente dei temi da trattare. È così che nasce la sua seconda grande impresa: battere il record realizzato da Jules Verne, che aveva compiuto il giro del mondo in 80 giorni. Nellie parte nel novembre nel 1889 da Hoboken, da sola, e rientra a New York il 25 gennaio del 1890. Ci ha messo in tutto 72 giorni a girare il mondo: il record è battuto e porta alla stesura del reportage Nellie Bly’s Book: Around the World in Seventy-two Days, che la rende una star indiscussa del giornalismo dell’epoca.

Conosce Robert Seaman, se ne innamora e dopo qualche anno lo sposa. Prova ad abbandonare il giornalismo, per dedicarsi a una vita più tranquilla, ma la sua è una vera vocazione e con le mani in mano non ci sa stare. Così, quando scoppia la guerra diventa la prima cronista dona inviata al fronte, e si trasferisce in Europa.

Pochi anni dopo, però, a soli 52 anni si ammala di polmonite e muore, nella sua amata New York. Ritenuta una delle donne più influenti della storia degli Stati Uniti, nel 1998 Nellie è stata inserita nella National Women’s Hall of Fame, per ricordarci che, molto di quello che abbiamo e che possiamo fare oggi lo dobbiamo a lei.

 

 

 

nellie bly

Donne chef – la cucina non è solo deGLI chef

articolo di Martina Tripi via Vita su Marte 

 

Vi prego non chiamiamole quote rosa, queste donne chef sono talmente cazzute che potrebbero, e forse dovrebbero, governare il mondo. Gestiscono ristoranti, collezionano stelle Michelin come fossero figurine Panini, fondano associazioni benefiche e si occupano anche delle proprie famiglie.
La cucina è donna, ma fin troppo a lungo è stata dominata dagli uomini, ricordiamolo sempre: il talento non ha genere.

Tutto molto bello ma…

Però rifletteteci: ancora oggi nell’immaginario collettivo la donna in cucina è colei che alleva, nutre e coccola la famiglia, mentre l’uomo ci appare nella sua divisa intonsa, pronto a dirigere una brigata venerante, come il nuovo sex symbol dei nostri tempi.
Le cose stanno ormai cambiando, grazie al cielo! A suon di eccellenze l’universo femminile si è fatto strada anche in questo campo, dimostrando, ovviamente, di esserne più che all’altezza.

Voglio cominciare con una premessa: segue una lista di donne che cucinano per professione portando a casa grandi risultati e che, non solo secondo me, lasceranno il segno nella storia.
Ma oltre a loro ce ne sono tante altre, mi duole davvero non averle inserite tutte, ma vi avrei obbligati a leggere questo articolo fino alla vecchiaia.

SheF Valeria Piccini: dalla Maremma con amore

Chef donne Valeria Piccini

SheF – She+F – non è un nomignolo, ma un vero e proprio marchio registrato che, se la pandemia non avesse stravolto il mondo e i piani di tutti, sarebbe diventato un progetto concreto per supportare le aspiranti chef.

Valeria Piccini è stata fortunata perché la sua carriera ha coinciso con la famiglia, anche se non è sempre stato facile, ma è ben cosciente di quanto sia complicato per una donna far conciliare la vita privata e un lavoro che richiede tante ore di servizio.

Non bisogna mollare

Per questo vorrebbe incoraggiare le donne a conquistarsi il proprio posto nel mondo culinario, senza farsi abbattere da barriere e stereotipi, ormai passati e senza senso.
Se lo dice lei, che è riuscita a trasformare la trattoria di un paesino da 200 abitanti in un ristorante bistellato, possiamo fidarci. Da Caino ha ottenuto un successo sorprendente, la prima stella è arrivata nel 1991 e la seconda nel ’99, grazie a una cucina che attinge dalla tradizione e la rinnova, con particolare attenzione alla qualità degli ingredienti, che vanno sfruttati fino all’ultimo grammo, per evitarne ogni spreco.

dolce stellato
Uno dei piatti di Da Caino

Vicky Lau – le prime due stelle Michelin in rosa di tutta l’Asia

Chef donne Vicky Lau

In Asia non era mai accaduto prima che una donna vincesse ben due stelle Michelin, quest’anno però la chef Vicky Lau ha piacevolmente stupito col suo risultato senza precedenti.
La Hong Kong & Macau Guide le ha assegnato il riconoscimento per il lavoro svolto nel suo ristorante di Hong Kong, la TATE Dining Room, dove propone una cucina innovativa, d’impronta franco-cinese.

La cucina è creatività e impegno

I suoi piatti raccontano una storia, come suggerisce il menù di otto portate che ha chiamato proprio “Edible Stories”.
Ciò che più stupisce della sua carriera è che prima di diventare una dea dei fornelli si occupava di grafica pubblicitaria in America. Poi, di punto in bianco, spinta dalla voglia di dare ancora più sfogo alla sua creatività, si è iscritta prima a un corso base di tre mesi presso Le Cordon Bleu a Bangkok per poi conquistarsi il Gran Diplôme di nove mesi al corso Le Cordon Bleu Dusit. Una vera fuoriclasse.

Ode to Read Fruit
“Ode to Red Fruit”, composta da croccante meringa allo yogurt, sorbetto al lampone e mousse di cioccolato bianco all’osmanto.

Hélène Darroze: chef donne famose? Vabbè ciao!

 Hélène Darroze cuoca donna

Hélène appartiene alla quarta generazione di una stirpe di ristoratori francesi, ha mosso i suoi primi passi al fianco di Alain Ducasse, nel suo Le Luis XV a Montecarlo e oggi è una delle chef più importanti del mondo.
Quest’anno ha ricevuto una seconda stella Michelin per il suo ristorante di Parigi Marsan ed è stata premiata con tre stelle Michelin nella guida Gran Bretagna e Irlanda per Hélène Darroze at The Connaught, il ristorante londinese che si trova all’interno del Connaught Hotel.

Un’icona della cucina moderna

Hélène è una mamma single che ha anche contribuito alla fondazione dell’associazione Le Bonne Etoile, in aiuto dei bambini più svantaggiati e per la quale ha ricevuto l’onorificenza di cavaliere dell’Ordine nazionale della Legion d’onore.
Il mondo la riconosce, ormai, come un’icona femminile dell’alta cucina: è a lei che ha pensato la Pixarquando nel 2007 ha creato il personaggio di Colette per Ratatuille ed è sempre a lei che si è ispirata la Mattel quando nel marzo 2018 ha realizzato Barbie Chef, in occasione dell’International Women’s Day .

Alice Waters: si comincia sempre dall’ingrediente

Donne Chef Alice Waters

Nel suo ristorante di Berkeley Chez Panisse ha definitivamente stravolto la cucina americana, che fino al suo arrivo era fatta di fast food e cibi preconfezionati. Da lei un pasto si prepara partendo dall’ingrediente, è al mercato la mattina che si decide cosa mettere sul menù che, ovviamente, cambia ogni giorno.

I progetti che segneranno la Nazione

Nel 1996 ha dato vita al progetto Edible Schoolyard, creando un orto a disposizione della cucina della scuola e coltivato proprio dagli alunni. Ha anche aiutato Michelle Obama a realizzare un laboratorio di agricoltura biologica nel giardino della Casa Bianca.
Non è, quindi, assolutamente un caso che sia vicepresidente di Slow Food International, associazione di cui incarna alla perfezione i valori da quando cominciò a muovere i primi passi nella cucina, dopo un viaggio in Francia dal quale tornò in America cambiata per sempre.

Claire Vallée e la rivincita delle bionde… vegane

Chef donne_Claire Vallée

La cucina francese e la carne sono un tutt’uno, quindi la scelta da parte della Guida Michelin Francia 2021di premiare un ristorante vegano è stata sorprendentemente lungimirante.
L’Ona – che sta per Origine Non Animale – di Claire Vallée non è di certo il primo ristorante a eliminare la carne né, tantomeno, il primo ad aggiudicarsi un riconoscimento simile, ma ogni piccolo passo verso l’innovazione è una grande conquista per la cucina. Non si può trascurare quanto l’alimentazione senza carne e senza derivati sia oggi parte integrante delle nostre vite.

Claire Vallée_piatto
Dessert de carottes confites à la passion, meringue géranium, éclats de chocolat noir, crème au yuzu, tuile de citron. | Ph. Cecile Labonne
So’ soddisfazioni

Ma sapete qual è la cosa che dà più soddisfazione? Claire Vallée ha aperto il suo ristorante nel 2016 solo grazie al crowdfunding e al supporto di una banca verde. Gli altri istituti bancari non credevano possibile che un ristorante simile potesse ottenere successo. La chef si è guadagnata la sua rivincita, dimostrando al mondo che passione e perseveranza possono tuttoTiè!-.

Antonia Klugmann e la sua stanza tutta per sé

Chef donne_Antonia Klugmann

Mi dovete spiegare perché se è Gordon Ramsay a fare il giudice il fatto che sia uno str*** lo renda figo, mentre quando si tratta di Antonia Klugmann diventa un’arpia da riempire di insulti. La cosa non mi torna!
Quando era ancora chef al Venissa, nell’isola di Mazzorbo, un certo giornalista che s’inorgoglisce nell’autodefinirsi “acceso misogino” di lei ha scritto: “…al Venissa si serve in tavola l’ideologia del gender: per me indigesta, ma de gustibus .”

Non entrerei nel merito di quell’articolo che comunque potete leggere qui; piuttosto mi concentrerei sul fatto che Antonia Klugmann, insieme a tante altre sue colleghe, ha ricevuto spesso il classico trattamento che si riserva alle donne che dimostrano autorità nel mondo del lavoro.
È successo anche quando ha sostituito Cracco a MasterChef, dove ha dimostrato un carattere bello tosto, che l’ha condotta, però, a trasformarsi nel bersaglio di tanti leoni da tastiera frustrati, che le hanno detto veramente le peggio cose.

Ma che ce frega, noi abbiamo la cucina!

Il suo è un ristorante di confine: L’argine a Vencò si trova in provincia di Gorizia, poco distante dal fiume che ne ha ispirato il nome, a solo un chilometro dalla Slovenia. Ma è anche il confine ideale fra ciò che l’ha formata e quello che la ispira quotidianamente.

Quando parla di donne in cucina, Antonia Klugmann lo fa citando Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, dove l’autrice s’interrogava sullo scarso numero di scrittrici nel suo tempo. Il problema è profondamente culturale: la donna è ancora subissata da una serie di compiti che le sono stati attribuiti a livello sociale e che spesso le impediscono di pensare e progettare.

Serve uno spazio dove poter dare libero sfogo alla creatività e per chef Klugmann è proprio la cucina. Non ha mai dato ai suoi colleghi dei maschilisti, anzi, nell’intervista rilasciata a La Cucina Italiana nel numero di cui è stata direttore per un mese proprio l’anno scorso, ha detto: “La prima volta che sono entrata in cucina non mi sono vista femmina o maschio, ho visto me stessa”.

 

Asma Khan e la sua brigata in rosa

Chef donne_Amsa Khan

Siete mai stati a Londra? La cucina indiana è sicuramente fra le più diffuse e amate dagli inglesi. I piatti di Asma Khan ne esplorano tutte le declinazioni, raccontando la storia della sua famiglia e delle sue origini.
Dopo il trasferimento a Londra insieme al marito, Asma si ritrovò a vivere a lungo in uno stato di desolata solitudine, che riuscì a colmare solo tornando in India a farsi insegnare la cucina di casa.
Di rientro a Londra cominciò ad accogliere le persone nella propria cucina, con dei Supper Club, che diventarono letteralmente virali. Qualche anno dopo aprì Darejeeling Express, il suo ristorante a Covent Garden.

Sorellanza ai fornelli

Asma è la chef dell’uguaglianza: la sua cucina è composta esclusivamente da donne che hanno alle spalle storie difficili, lei le accoglie, offrendo loro un mestiere e tutto il supporto di cui hanno bisogno.
Giungendo da una terra che non fa emergere la donna e che l’ha obbligata tutta la vita a misurarsi con la colpa di essere una secondogenita femmina, Asma ha fatto il possibile per affermarsi. Il suo fascino indiscusso è stato ritratto in una delle più belle puntate della serie Netflix Chef’s Tables, vi consiglio di guardarla!

Jessica Préalpato: la migliore pastry chef del mondo

pastry chef

Fare la rivoluzione è così tipicamente francese, ma rivoluzionare la cucina di Alain Ducasse è da veri impavidi.
Jessica Préalpato arriva dalla tradizionale formazione pasticcera a suon di burro e croissant. Nel 2015 inizia a lavorare al Plaza Athénée, ristorante parigino nel quale il mito indiscusso dell’alta cucina Alain Ducasse ha scelto di non servire carne – pur continuando a servire pesce.
Si parla di naturalité: una cucina sensibile alle nuove necessità alimentari legate alla sostenibilità e alla salute.

Liberté, Naturalité, Desseralité

Qui nasce anche il concetto di desseralité – dessert + naturalité – coniato dalla Préalpato: via gli zuccheri, le creme e le decorazioni che fanno tanto ancien régime e dentro tutta la dolcezza della frutta all’apice della sua maturità, erbe e vegetali.

Jessica Préalpato_il dessert

E se i primi esperimenti non hanno incontrato i gusti del Maestro, alla fine la pastry chef più famosa del mondo l’ha a dir poco conquistato. Nel 2019 Ducasse Editions ha pubblicato il suo libro intitolato, appunto, Desseralité, che raccoglie le ricette di chef Préalpato e gli abbinamenti più innovativi.

 

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Hayley Arceneaux sarà la più giovane statunitense a viaggiare nello spazio

Hayley Arceneaux si è unita alla prima missione spaziale civile, essendo stata scelta per essere una delle quattro persone che prenderanno parte al primo volo spaziale privato a bordo di un’astronave della compagnia SpaceX, che appartiene al magnate Elon Musk.

Arceneaux, ventinovenne ed originaria della Louisiana, dopo aver sconfitto un tumore osseo molto raro diagnosticatole quando aveva 10 anni, porterà a termine la missione straordinaria di  viaggiare nello spazio. Diventerà così la più giovane civile nordamericana a farlo, la prima Cajun (appartiene ad una minoranza etnica presente sia in Canada che in nord America) e la prima persona con una protesi ad una gamba.

Le protesi ossee, a causa dei severi requisiti medico fisco imposti agli astronauti, avrebbero minato al suo desiderio di viaggiare nello spazio come astronauta della NASA, ma grazie al lancio di missioni spaziali private la situazione è cambiata. Come afferma l’Arceneaux stessa “Fino a questa missione, non avrei mai potuto essere un’astronauta. Questa missione sta aprendo i viaggi nello spazio a persone che non sono fisicamente perfette”.

La sua partecipazione alla missione spaziale Inspiration4 è stata resa pubblica il mese scorso. Una missione benefica su iniziativa del miliardario Jared Isaacman e in cui Arceneaux fa le veci del St. Jude Children’s Research Hospital, dove oggi lavora come assistente medico.

L’avventura spaziale avrà inizio il prossimo ottobre a Cape Canaveral, in Florida, e sarà il primo volo commerciale della storia. La Dragon orbiterà attorno alla Terra per diversi giorni per poi atterrare nell’Atlantico. Se tutto procederà per il meglio, e senza alcun imprevisto, questa missione sarà un traguardo che aprirà la porta a chiunque se lo possa permettere economicamente di iniziare a viaggiare nello spazio con voli commerciali.

 

Hayley Arceneaux

Tutela delle coste e il mare d’inverno. Occorrono azioni concrete a difesa del territorio del Belpaese

LATINA la “nuova, la città capoluogo dell’Agro pontino è in prima fila per il programma che si svolgerà domenica prossima, 7 marzo. La 33.ma edizione di “Mare d’Inverno”! È una delle iniziative più importanti e significative a livello nazionale per la salvaguardia delle nostre coste. Aderiranno in molti e domenica sarà occasione di stare in spiaggia con gli amici di “Fare Verde” per testimoniare la coscienza di comunità nazionale a tutela del bene paesistico e naturale del nostro grande e bellissimo Paese-Italia.

On.le Nicola Procaccini, patrocinio della Commissione Ue-Rappresentanza per l'Italia, Mare d'Inverno, Fare Verde

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Masterchef Italia – Maxwell e le sue mille vite

Masterchef, maxwell

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Tim Burton dirigerà una nuova serie
con protagonista Mercoledì Addams

Alcuni giorni fa, The Hollywood Reporter ci ha fatto sapere che Netflix sta preparando uno spin-off di La Famiglia Addams, nello specifico una serie di otto episodi incentrati su una delle icone della nostra infanzia: Mercoledì. Wednesday – questo il titolo della nuova narrazione seriale – sarà diretto nientemeno che da Tim Burton, nonché prodotto dal regista assieme agli showrunner Al Gough e Miles Millar (Smallville, Into the Badlands), e si concentrerà sui suoi anni da studentessa alla Nevermore Academy, dove tenterà di imparare a padroneggiare i suoi poteri psichici.

Creato nel 1938 dal disegnatore Charles Addams – caricaturista della rivista The New Yorker con la passione per il dark humor – il fumetto originale di La famiglia Addams è stato adattato per il cinema e la televisione in numerose occasioni nel corso degli anni. Prima c’è stata una serie televisiva della ABC negli anni ‘60, con John Astin e Carolyn Jones come protagonisti. Poi negli anni ‘70 è seguita una seconda serie, stavolta animata; quindi, la storia della sinistra famiglia è stata ripresa e resa popolare in tutto il mondo negli anni ‘90, con i due lungometraggi interpretati da Anjelica Huston, Raul Julia e Christina Ricci (nel ruolo di Mercoledì): l’indimenticabile La famiglia Addams (1991) e il sequel La famiglia Addams 2 (1993). Poco tempo dopo, si è tornati a produrre una serie televisiva animata, e alla fine degli anni ‘90, Tim Curry e Daryl Hannah, rispettivamente nei ruoli dei coniugi Gomez e Morticia, hanno dato vita a un matrimonio da star in un altro noto lungometraggio – La famiglia Addams si riunisce – e in una serie televisiva – La nuova famiglia Addams che molti di noi ricordano ancora. Più recentemente, Nathan Lane e Bebe Neuwirth hanno portato la sinistra famiglia anche a Broadway.

Rispetto a quest’ultimo adattamento, Wednesday sarà una produzione MGM/UA Television e costituirà, come dice Netflix, “il debutto di Tim Burton come regista in televisione”, sebbene 30 anni fa, quando era praticamente sconosciuto, abbia realizzato un adattamento televisivo di Aladdin – intitolato Aladdin and His Wonderful Lamp – per la serie Faerie Tale Theatre (1982), e subito dopo, nel 1986, si sia messo dietro la macchina da presa per dirigere un famoso episodio dell’antologia televisiva Alfred Hitchcock Presents.

Teddy Biaselli, uno dei registi della nuova serie originale, durante la presentazione del progetto ha dichiarato che è stata una sorpresa per la rete poter contare sul regista cult, il quale ha raggiunto l’apice della sua fama negli anni ‘90, e le cui ultime creazioni hanno avuto meno impatto rispetto ai suoi classici Beetlejuice – Spiritello porcello (1988), Edward mani di forbice (1990), Nightmare Before Christmas (1993), Batman – Il ritorno (1992), Mars Attacks (1996) o Il pianeta delle scimmie (2001). Per lo spin-off di The Addams Family, i produttori hanno deciso di concentrarsi sul personaggio della ragazza, considerandola “il lupo solitario definitivo”. Come ha spiegato Biaselli a Deadline Hollywood:

Abbiamo ricevuto la chiamata che il regista visionario e fan di lunga data della famiglia Addams, Tim Burton, che desiderava fare il suo debutto alla regia televisiva con questa serie. Tim ha un discreto passato nel raccontare storie di potere su rinnegati sociali come, Edward mani di forbice, Lydia Deetz e Batman. E ora porterà la sua visione unica a Mercoledì e ai suoi inquietanti compagni di classe alla Nevermore Academy.

Ed è assolutamente vero. Mercoledì, così come prima di lei Lydia Deetz di Beetlejuice o Edward mani di forbice, sono personaggi emarginati ma al contempo vincenti e padroni del proprio potere personale. Ricordo ancora con piacere di aver trovato, nella mia infanzia, un modello in quel personaggio iconico che è Mercoledì: intelligente, ironica, severa e divertente, non convenzionale e politicamente scorretta, capace di maneggiare abilmente arco, frecce, corrente elettrica e coltelli, e di uccidere letteralmente suo fratello come parte della sua macabra routine di gioco. Una ragazzina che dorme fingendo di essere morta, si veste di nero e si vanta di essere diversa, proponendo così un’alternativa ai due stereotipi dominanti, la ragazzina “smorfiosa” vestita di rosa e la “maschiaccia” che gareggia con i ragazzi ed è ossessionata dallo sport. Mercoledì è un personaggio multidimensionale, una ragazzina intellettuale e ribelle, che ha le sue opinioni ed è determinata a essere sé stessa, indipendentemente dal parere altrui.

Ecco perché attendiamo con impazienza la premiere di questo nuovo adattamento, per vedere come Mercoledì si adatterà ai nuovi tempi, e se, ancora una volta, i ragazzi e le ragazze delle nuove generazioni troveranno in lei un personaggio in cui specchiarsi.

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“CARE WHAT YOUTH WEAR”
progetto internazionale di promozione della consapevolezza su ambiente e lavoro equo attraverso la moda

La moda è un potente strumento di stimolo nei giovani di tutto il mondo della consapevolezza in merito a tematiche quali ambiente, lavoro equo e corretto delle risorse naturali.  Gli indumenti che una persona indossa la collegano, infatti, a un processo globale di produzione e distribuzione.

CARE WHAT YOUTH WEAR

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Curiosità, misteri e maledizioni:
quello che non sai sulla roulette

Vincite Record, credenze popolari e Misteri

a cura di Francesco Valente *

Spesso dietro a quello che potrebbe sembrare un semplice passatempo si nascondono miti, credenze popolari e curiosità, come nel caso della roulette. Per questo motivo LeoVegas ha pubblicato l’infografica “Gira la roulette: curiosità e falsi miti così da fare luce su 5 particolarità poco conosciute e 5 elementi da sfatare.

roulette

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Steve Jobs – il fondatore della Mela più famosa del mondo

 
L’incredibile storia del Signore delle mele: Steve Job, un californiano geniale e irascibile che ha messo la tecnologia nelle mani di tutti.

Computer e smartphone sono diventati i migliori amici dell’uomo, e se è cambiato il modo in cui ascoltiamo la musica o guardiamo l’orologio, ed il cellulare è diventato un apparecchio tuttofare, molta parte del merito (o no?) è sua.

Alcuni aspetti della vita di Steve Jobs sono stati avvolti dal mistero, a partire dalla nascita che avvenne il 24 febbraio 1955, ma dove? C’è chi dice che sia nato a San Francisco e chi sostiene che il piccolo Steven Paul sia nato in Wisconsin. Apple si è sempre rifiutata di fornire questa informazione, finchè la biografia ufficiale svelò l’arcano confermando la nascita di Jobs a San Francisco. I genitori erano entrambi due studenti universitari; il padre, Abdulfattah “John” Jandali, di origine siriana, sarebbe poi diventato un professore di scienze politiche, la madre invece era americana. Entrambi temendo di non poter garantire un futuro dignitoso al proprio figlio, decisero di darlo in adozione. «Voleva che fossi affidato a una coppia di laureati» raccontò Jobs in un discorso. «Quando scoprì che la mia madre adottiva non aveva finito il college, e il marito neppure il liceo, si rifiutò di firmare le carte. Finché non le garantirono che sarei andato all’università».

Come stabilito nel “patto di adozione” nel 1972 Steve Jobs si iscrisse al Reed College, in Oregon; ma ben presto capì che quei corsi non erano interessanti e che la vita del college era troppo costosa per le casse di famiglia. Così decise di lasciare i corsi ufficiali e di seguire solo quelli che gli interessavano tra cui quello di calligrafia, dove imparò tutto su scrittura, lettere e caratteri. Queste conoscenze sarebbero state alla base, molti anni dopo, delle capacità tipografiche e soprattutto stilistiche del Macintosh.

Per risparmiare lasciò la camera del dormitorio facendosi ospitare da amici, iniziò a raccogliere bottiglie di Coca-Cola vuote per restituirle ai venditori e avere in cambio cinque centesimi, arrivò a fare 10 km a piedi per raggiungere il tempio Hare Krishna dove, la domenica, si mangiava gratis. Secondo Leander Kahney (autore della biografia non autorizzata Nella testa di Steve Jobs, Sperling & Kupfer) provò anche una dieta a base di sole mele, nella speranza che ciò, e chissà perché, gli permettesse di non lavarsi.

Stay hungry stay foolish, il più famoso discorso e testamento spirituale di Jobs, sottotitolato in italiano

Tornato in California, Steve rispolverò la passione per l’elettronica iniziando a lavorare per Atari, uno dei primi produttori di videogame. In seguito con il suo amico e collega Steve Wozniak, decise di mettersi in proprio e nel 1976 fondò la Apple Computer. Sede della società era il garage di casa, il logo una mela morsicata, capitale sociale poco, molto poco. Per finanziarsi Jobs fu costretto a vendere il suo furgone Volkswagen, mentre Wozniak la sua calcolatrice scientifica.

Sulla scia di questo primo successo arrivò l’Apple II, il primo computer fatto e finito, in modo che una volta tirato fuori dalla scatola, poteva essere pronto da usare, senza nessuna parte da montare. Successivamente arrivò Apple III che risultò un flop a causa dei problemi di surriscaldamento. Nel progetto non era stata prevista la ventola di raffreddamento perché a Jobs non piaceva, ritenendola poco elegante.

Nel dicembre 1979 visitò il centro ricerche della Xerox, dove stavano studiando un sistema che avrebbe permesso di comandare i computer attraverso semplici menu a icone. Fu la svolta, e proprio grazie a questa idea Jobs e il suo team riuscirono a trasformare il computer in un elettrodomestico alla portata di tutti. Nel 1984 venne lanciato il Macintosh, il primo computer controllato da due nuovi accessori: la tastiera e un nuovo apparecchio battezzato mouse. Le quotazioni della Apple schizzarono alle stelle, ed iniziò l’eterna disputa tra i fan della Mela e quelli che utilizzavano computer di altre aziende. Alla Apple nacque anche la particolare figura del “Mac evangelista”, un tecnico “mistico” con la missione di convincere amici e parenti della superiorità del Macintosh rispetto al resto.

Riguardo alla vita privata e sentimentale sembra che a vent’anni fosse fidanzato con Joan Baez, icona della musica folk americana e già compagna di Bob Dylan, uno dei suoi miti. Secondo Alan Deutschman, autore di un’altra biografia non autorizzata (I su e giù di Steve Jobs), la storia sarebbe finita perché la Baez sarebbe stata troppo vecchia per avere un bambino. Un rapporto complicato, quello con la paternità; quando nel 1978 la sua prima ragazza Chris Ann gli comunicò di essere incinta, lui non fece una piega e reagì come se la cosa non lo riguardasse. La figlia Lisa nacque così in una comune. Nel 1991, durante un rito buddhista, Jobs sposò Laurene Powell con cui avrebbe poi messo al mondo tre figli.

Nel frattempo il rapporto con Apple iniziò ad incrinarsi; dopo continui contrasti con l’amministratore dell’epoca, nel 1985, Jobs fu costretto a dimettersi. Proprio lui che quella realtà l’aveva creata in garage e resa una compagnia da 2 miliardi di dollari e 4 mila dipendenti, veniva messo alla porta, perché ritenuto improduttivo e fuori controllo. «Essere licenziato da Apple» raccontò in seguito, «fu la cosa migliore che potesse capitarmi. […] Mi liberò dagli impedimenti permettendomi di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita». Di sicuro non se ne rese conto subito.

Nuovamente nei panni del debuttante, Jobs fondò la NeXT con l’idea di produrre computer all’avanguardia; per 10 milioni di dollari ne rilevò poi un’altra, da George Lucas, il regista di Star Wars. La NeXT non decollò, vendendo appena 50 mila computer in 8 anni, mentre la Pixar (così fu ribattezzata l’altra società) si manteneva a galla a fatica. Ma proprio quando Jobs stava per affondare ed anche la stessa Apple, a causa di scelte sbagliate, a metà degli anni ’90 i loro destini si incrociarono. Jobs convinse i “rivali” di Apple a scegliere un rivoluzionario programma sviluppato da NeXT come base per i nuovi computer, gli iMac. Così Apple acquistò la NeXT stessa e nel 1996 Steve Jobs tornò a casa da numero uno.

Anche la Pixar si rimise in sesto con il debutto, nel 1995, nelle sale cinematografiche americane di Toy Story, primo film realizzato completamente con sistemi di animazione digitale. Fu un successo. Il primo di quello che sarebbe diventato ben presto il più importante studio di animazione di Hollywood.

Tornato al timone della Apple, Jobs si trovò ad affrontare una profonda crisi finanziaria e lo fece ricorrendo ai licenziamenti di massa. Sempre secondo una delle biografie non allineate, sembra che bloccasse i dipendenti negli ascensori, interrogandoli sul loro ruolo in azienda. Se a Jobs la risposta non piaceva, potevano essere licenziati anche su due piedi. Una pratica che divenne famosa con l’espressione “essere stevizzati”. Jobs era sì famoso per le sue intuizioni folgoranti, ma al tempo stesso aveva un carattere difficile, pignolo ed egocentrico.

Proprio queste caratteristiche del suo carattere, secondo i suoi fan, sono il segreto delle sue vittorie. Dal rientro in azienda non ha più sbagliato un colpo. Nell’ottobre del 2001 ha presentato l’oggetto che ha cambiato il nostro modo di ascoltare la musica: l’iPod. Qualche anno dopo nacque iTunes, il negozio virtuale dove si possono scaricare dischi e canzoni si legalmente, quindi a pagamento, dal web con il computer er poi esser copiate nel proprio iPod ed essere ascoltate ovunque. Un fenomeno mondialeche Apple ha celebrato nel 2010 dopo aver tagliato il traguardo dei 10 miliardi di canzoni scaricate.

Nel 2004 gli venne diagnosticato un rarissimo tumore al pancreas. «I dottori mi dissero di mettere ordine nei miei affari» raccontò a una classe di studenti, «e questo significa prepararsi a dire ai figli in pochi mesi ciò che pensavi di poter dire loro in dieci anni. Significa dire addio». Dopo l’operazione si rituffò negli affari decidendo di lanciare, o meglio di inventare, un iPod capace anche di telefonare.

Nel 2007, svelò al pubblico l’iPhone, un cellulare dal design minimalista senza tastiera, con schermo sensibile al tocco, con capacità musicali e in grado di navigare nel Web come un computer di casa. Le sue presentazioni erano dei veri e propri eventi. Il suo linguaggio e la sua mimica, il suo abbigliamento sempre uguale (jeans e maglionicino a collo alto nero) ma tutto studiato a tavolino.

L’iPhone divenne un oggetto di culto da subito, il giorno in cui venne lanciato ne furono venduti 500 mila e con l’iPad, venne creato addirittura un nuovo mercato.

La malattia tornò di nuovo quando Jobs aveva iniziato a condurre una vita più “tranquilla”  abbracciando completamente il buddismo. Si era dato uno stipendio di appena un dollaro l’anno, anche continuando a possedere molte azioni Apple e godere di vari benefit. Il 17 gennaio 2011 Apple annunciò che Steve Jobs aveva chiesto un nuovo congedo medico, precisando però che sarebbe rimasto CEO e, continuando a occuparsi delle principali questioni strategiche ma sostituito per le questioni di tutti i giorni da Tim Cook. Il 24 agosto si dimise da amministratore delegato di Apple annunciando di voler chiedere al Consiglio di Amministrazione la conferma di Tim Cook come suo successore. Morì il 5 ottobre 2011, a 56 anni, e fu sepolto nell’Alta Mesa Memorial Park di Palo Alto, insieme ad altri imprenditori dell’alta tecnologia informatica, come il co-fondatore di HP, David Packard e l’ingegnere Frederick Emmons Terman, con i quali Jobs lavorò per alcuni mesi estivi come dipendente all’età di 13 anni.

Isole ponziane, al largo del promontorio del Circeo nel Basso Lazio, dove l’Europa non è utopia

L’incontro domani con gli operatori economici per il progetto “Ventotene-Santo Stefano”

Isole ponziane, al largo del golfo di Gaeta nel Basso Lazio. Oggi, 18 febbraio, a Ventotene è stato presentato alla stampa il progetto “Ventotene-Santo Stefano” alla comunità isolana come importante opportunità da implementare. È in programma domani, venerdì 18 febbraio, a partire delle 15.00, l’incontro online per fare il punto sul progetto integrato di recupero del complesso di Santo Stefano. Con questa iniziativa viene restituito ai cittadini di Ventotene il progetto strategico degli esperti, che nasce da una progettazione partecipata fortemente voluta dalla Commissaria Silvia Costa, momento finale di ascolto della cittadinanza avviato nei mesi precedenti. All’incontro parteciperanno le figure chiave della comunità: dal Sindaco, Gerardo Santomauro, alle associazioni, agli imprenditori e ai cittadini tutti. In parallelo al progetto strategico, si parlerà di sviluppo futuro insieme a Paolo Orneli, Assessore allo Sviluppo Economico della Regione Lazio.

Isole ponziane, progetto “Ventotene-Santo Stefano per il recupero dell’ex Carcere borbonico”

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Il rosso oggi non è una zona, è un colore che ci piace tanto!

“Luna Rossa” e il suo doppio tra sport e camorra.

Il dominio assoluto italiano sui britannici nella vela – 2021, e quel
riferimento alla guerra di camorra nel film di un Ventennio fa – 2001

Raffaele Panico

Oggi è una giornata densa di miti e simboli. Nell’altro emisfero, l’australe dove la disposizione geografica della Nuova Zelanda riprende lo Stivale al rovescio. La volontà dei nostri Migliori italiani si è manifestata dopo aver imposto un dominio assoluto sui britannici, in mare, dove conducono per 4-0 la Finale della Prada Cup contro l’Ineos-Uk del Regno Unito. Sulla terraferma intanto l’America’s Cup Events (ACE) aveva proposto il rinvio di una settimana dell’atto conclusivo, per la solita emergenza legata al lockdown ovvero tradotto in italiano confinamento. Un rinvio per l’allerta portata a livello 2, in vigore nella capitale neozelandese fino a lunedì prossimo. C’è stata una Conferenza preceduta da un comunicato durissimo da parte di Tina Symmans, CEO di ACE (America’s Cup Events, gli organizzatori della Coppa) contro Noi che, a casa in questi mesi di confinamento o lockdown – che dir si voglia – ci immedesimiamo nei nostri Migliori campioni all’Estero.

Filmografia, sport, Luna rossa

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Chiacchiere, frappe, bugie, crostoli – il dolce di carnevale d’eccellenza

 
  • bugie (Piemonte, Liguria);
  • cenci o crogetti (Valdarno);
  • chiacchiere (Umbria, basso Lazio, Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Campania, Calabria, Sicilia, ma anche a Milano, in Lunigiana, in Emilia settentrionale e in alcune zone della Sardegna);
  • cioffe (Abruzzo, Molise);
  • cresciole (Pesaro);
  • cróstoli o gróstoli (Veneto, Trentino, Friuli Venezia Giulia, alcune zone della Liguria);
  • cunchielli (in alcune aree del Molise); fiocchetti (Montefeltro, Romagna);
  • frappe (Lazio, Aquilano, Umbria, alcune zone delle Marche e dell’Emilia);
  • frappole-sfrappole-sfrappe (alcune zone della Toscana, Marche, Bologna e Bassa Romagna);
  • galàni (zona tra Venezia, Padova e, in parte, Verona);
  • galarane o saltasù (Bergamo, Sondrio);
  • gale (Vercelli, Novara);
  • gasse (Montefeltro);
  • guanti (Alife, zona del Matese);
  • intrigoni (Reggio Emilia);
  • lattughe (Mantova, Brescia);
  • maraviglias (Sardegna)
  • merveilles (Valle d’Aosta);
  • sprelle (provincia di Piacenza);
  • stracci (alcune zone della Toscana);
  • melatelli (se con miele, Maremma toscana);
  • risòle (Cuneo e sud del Piemonte);
  • rosoni (Modena, Romagna);
  • stracci, lasagne, pampuglie, manzole, garrulitas (in sardo).

I nomi sono infinite ed anche le varianti locali sono infinite, ma il principio alla base della ricetta è pressoché lo stesso: un impasto di farina, zucchero, uova cui viene aggiunta una componente alcolica (acquavite, grappa, vin santo, marsala), fatta poi una sfoglia sottile e tagliata a strisce smerlettate, viene fritto e spolverato di zucchero.

La prima traccia risale ai tempi degli antichi romani, dove il Crustularius, il pasticciere che preparava il crustulum, friggeva questa crosta croccante che veniva poi passata nel miele. Il crustulum è, a sua volta, un’evoluzione della lagana, discendente del lasanon dei Greci. Si preparava impastando farina di farro o frumento con acqua, tagliata a strisce, al forno o fritta, e condita con sale. Veniva poi consumata con ceci e porri, così come scrive Orazio nelle Satire: inde domum me ad porris et ciceri refero laganique catinum.

Per quanto sia un dolce tipico, tradizionale e popolare, ci sono pochissimi ricettari che ne trattano in modo preciso. Nei grostoli di Bartolomeo Scappi (Opera, 1570), al posto delle uova, per colorare l’impasto, troviamo lo zafferano. Dal Basso Medioevo sappiamo che non sono più addolciti col miele ma con lo zucchero, ma riuscire a trovare le dosi e le proporzioni precise è ancora difficile. Le varianti regionali, provinciali e pure comunali delle “croste” sono decine, ognuna con differenze legate, allo spessore della pasta, alla forma ma soprattutto alle dentellature del bordo.

In Veneto ci sono sia i crostoli che i galani, più sottili e allungati e chiamati così dallo spagnolo gala, cioè fiocco sfarzoso e grazioso da indossare in occasioni mondane e frivole, al collo. In Toscana c’è il cencio (già attestato nel XIII sec.), quindi la frappa o sfrappa (1427, dal francese antico: frangia, lembo frastagliato di vestiti, ma anche da frappare “ingannare, ciarlare, millantare”), le chiacchiere (propriamente: chiacchiere delle monache), le bugie, gli intrigoni, a rifarsi al significato figurato di “inganno”, bugia”.

Qualunque sia il nome, e le varianti, restano sempre strisce di pasta, più o meno spessa, rese croccanti dall’olio bollente che fanno del Carnevale il dolce d’eccellenza. 

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Dior sceglie il Castello di Sammezzano come set per il suo cortometraggio

Dior ha scelto il Castello di Sammezzano come luogo protagonista per il suo nuovo cortometraggio Le Châteu du Tarot – Il Castello dei Tarocchi. Il video realizzato da Matteo Garrone insieme alla direttrice creativa di Dior Maria Grazia Chiuri, è volto a promuovere la collezione e Haute Couture primavera-estate 2021 della maison.

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Dalla tomba alla culla di Dante Alighieri

Per la Storia Culturale degli Italiani a 700 anni
dalla dipartita a Ravenna 14 settembre 1321

Raffaele Panico

Preludio. Settecento anni fa, la presenza diffusa della malaria in precise aree d’Italia, sembra certo, portò alla morte di Dante Alighieri. Morte sopraggiunta il 14 settembre 1321 a Ravenna dopo giorni di febbri malariche. Dante Alighieri era nato si presume, il 22 maggio 1265 la data più credibile. Questa è dovuta ad alcune allusioni autobiografiche da lui portate nella “Vita Nova” e in un canto dell’Inferno. In alcuni versi del “Paradiso” appare che certo è nato sotto il segno zodiacale dei Gemelli.

D’altra parte se certa è la data della dipartita, incerta come una volta era la paternità, è la data della nascita quando non vi erano registrazioni presso l’anagrafe comunale e soltanto lo “stato delle anime” stilato quando avveniva con pennino ed inchiostro dal prete della parrocchia. Questa morte per epidemia malarica è più che probabile, storicamente è verosimile, anche se allora non vi era il referto del medico legale, e sia giunto a noi oggi un atto notarile.

Sul tema specifico, il rapporto di Dante con il futuro che appartiene a Dio, citando i versi del Paradiso, canto XXXIII:  

“Oh abbondante grazia ond’io presunsi/

ficcar lo viso per la luce etterna,/

tanto che la veduta vi consunsi!/

  Nel suo profondo vidi che s’interna,/

legato con amore in un volume,/

ciò che per l’universo si squaderna:/

  sustanze e accidenti e lor costume/

quasi conflati insieme, per tal modo/

che ciò ch’i’ dico è un semplice lume./

…voglio ricordare, che era un giorno d’autunno del 2002, a Roma, in via Savoia presso l’abitazione conversando con un mio eccellente illustre professore, chiesi sulle rime sopra a Lui, ed egli, guardandomi fisso dopo un silenzio, disse: “vedi, solo su questo tema, per tutto quanto è stato scritto, potremmo riempire di libri, opuscoli, taccuini, eccetera eccetera tutto questo stabile nel suo volume intero svuotato del tutto e riempito sul tema che mi rappresenti, dalle fondamenta al soffitto.

Dante Alighieri, celebrazioni

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Ricordiamo Bernando Schiavuzzi che come Arturo Bianchini studiava la malaria

Almanacco del 10 febbraio. Studiosi illustri dell’epidemie e delle emergenze sanitarie

Raffaele Panico

Arturo Bianchini, nato a Terracina, è conosciuto come studioso della malaria nell’Agro pontino; a lui sono state dedicate molte scuole ed istituti scolastici in provincia di Latina. Sul Bianchini si può trovare molto nell’Archivio di Stato di Latina, nelle Biblioteche pontine, e anche in “La Storia della pianura pontina…” dove si riportano i suoi studi sulla malaria e spopolamento del territorio pontino.  Nell’attuale temperie e ricerca sulle epidemie nella storia, non ci si può non imbattere negli studi sul campo dei ricercatori del passato a noi prossimo. Ed è avvenuto per accostamento su voci e questi argomenti e temi ritrovare nella penisola istriana, geograficamente penisola della stessa penisola italiana, Bernardo Schiavuzzi, che era nato a Pirano, in Istria, l’11 Marzo 1849. Nato da una antica famiglia d’origine dalmata di Sebenico poi stabilitasi a Pirano nel sec. XIII.

Interessante la biografia di Schiavuzzi. Compie le scuole elementari a Pirano, frequenta il Ginnasio a Capodistria e infine si laurea in Medicina a Graz nel 1874. Dopo aver lì esercitato medicina da Graz torna in patria come medico di base a Pirano fino al 1883, poi a Monfalcone fino al 1885 e infine a Pola fino al 1887. Nel 1878 è medico riservista durante la campagna militare in Bosnia-Erzegovina.

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La ricostruzione della “Scuola di Reino”,
nel territorio del Sannio

UN CASUS BELLI, all’ombra della Provincia di Benevento  

La Consul Press ha avuto occasione di conoscere alcuni episodi e notizie riguardanti il Comune di Reino, in Provincia di Benevento, a seguito denuncia da parte di alcuni Consiglieri di minoranza con una lettera aperta del 31.07.2020.
Pertanto, cerchiamo di riepilogare sinteticamente quanto è stato esposto alla nostra Redazione.

Miur, Comune di Reino, ricostruzione edificio scolastico

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La Thailandia è tra i migliori 5 paesi al mondo per la capacità di contenimento del COVID-19

Buone notizie dall’Asia e dall’emisfero Australe. Il centro studi accademico australiano
“Lowy Institute” 
ha classificato la Thailandia al quarto posto su 98 paesi in tutto il mondo

Il TAT – acronimo – di Tourism Authority of Thailand con grande soddisfazione ci segnala la posiziona della Thailandia la quale, in una ricerca condotta da un importante Accademia australiana, è stata classificata al quarto posto, su 98 paesi del mondo, per la qualità della sua risposta all’emergenza e alla crisi della Pandemia COVID-19. Interessante seguire l’analisi, l’iter, le valutazioni e l’aggregazione dei dati, i criteri e i fondamenti della ricerca. Il Lowy Institute è giunto ai risultati finali che hanno visto dare il massimo dei voti alla Nuova Zelanda, con il Vietnam al secondo posto, seguito da Taiwan, Thailandia e Cipro che completano la classifica dei cinque virtuosi migliori Paesi nel Mondo intero. L’Italia, siamo andati a verificare, è stata posizionata al 59.mo posto sul totale dei 98 Paesi, quindi posizione appena sufficiente. Segnaliamo nella stessa nota e si veda il link dello studio che, “la Cina non è stata inclusa in questa classifica a causa della mancanza di dati pubblicamente disponibili sui test”. Mentre continua la nota “I dati per Taiwan sono forniti separatamente da quelli della Cina”.

a cura di Raffaele Panico

Paesi virtuosi all'emergenza Covid 19, TAT - acronimo - di Tourism Authority of Thailand, centro studi “Lowy Institute”, Italia posizione 59 su 98 Paesi

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Hermès – truffa milionaria con finti show room

Un vero colpo da maestri. Eva Kant e Diabolik si congratulerebbero con la banda di truffatori che è stata appena arrestata dalle autorità parigine. The Times ha riportato la notizia che una gang di lestofanti ha assoldato per circa 4 anni alcune collaboratrici online e studenti delle scuole di recitazione per impersonare clienti altolocati e acquistare beni di lusso presso alcuni store europei di Hermès, con focus sulle famose borse dal valore di circa 8mila euro l’una.

hermes, truffa

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