“La buona Amministrazione fiduciaria” e le manifestazioni antitaliane

“La strage dimenticata” a Mogadiscio dell’ 11 gennaio 1948

L’eccidio avvenne a Mogadiscio. Nei primi giorni del mese di gennaio 1948 doveva giungere una Commissione dell’ONU, la “Commissione Quadripartita” composta dai membri delle potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale. La Delegazione aveva mandato di verificare che l’ex colonia italiana potesse essere posta sotto l’Amministrazione fiduciaria italiana della Somalia, e giungere all’indipendenza nel giro di alcuni anni.
Cosa che avvenne con ottimi risultati e la Repubblica italiana con 6 mesi di anticipo terminò ai primi del 1960 tale mandato lasciando un Paese in ordine.
La Somalia italiana veniva, occorre sottolineare, ben Amministrata e i somali ne erano riconoscenti, molti erano arruolati nel corpo PAI Polizia Africa Italiana e prestavano servizio nella stessa Roma anche negli anni Quaranta durante la guerra.

Raffaele Panico 

Italia, onu, Mogadiscio, Somalia, Amministrazione Fiduciaria, Oltremare

Continua a leggere

Villle abbandonate in Italia – le foto di una bellezza decadente

 

 

Thomas Jorion, classe 1976, è un urbex photographer di Parigi che da più di vent’anni gira il mondo alla ricerca di case estive ed edifici abbandonati, ha fotografato palazzi e ville estive in cui non si penserebbe mai di andare né di giorno né di notte.

È un piacere per me condividere queste immagini, ma ovviamente il piacere più grande resta visitare i luoghi che rappresentano. Sentirli, scoprirli e poi fotografarli.

Nella prima parte della sua carriera Jorion si è dedicato ai palazzi risalenti al periodo coloniale francese in Vietnam, Cina e Madagascar, il cui risultato è sintetizzato nel progetto Vestige d’Empire; nella seconda parte, protagonista del suo lavoro,  è stata l’Italia. La sua esplorazione, prolungatasi per un decennio, lo ha portato a scattare scorci di dimore del diciottesimo e diciannovesimo secolo in tutta la penisola, riunite nel libro Veduta edito da Éditions de La Martinière.

Nel 2009 ho fotografato per la prima volta dei palazzi in Italia, e sono rimasto affascinato dai loro colori e affreschi, molto diversi da quelli francesi. In seguito sono tornato più volte, intensificando le visite dal 2016, quando ho intuito ci fossero ancora molti altri luoghi da visitare.”

Questi luoghi sono stati individuati da Jorion tramite un’attenta analisi delle vedute satellitari e l’aiuto delle persone incontrate lungo il suo viaggio. Al momento degli scatti il fotografo ha sempre utilizzato la sua “fotocamera di grande formato, negativi 4×5,” e sfruttato la luce naturale affermando il volere di condividere  “la bellezza di questi palazzi italiani così come sono. La ricchezza delle decorazioni e la diversità delle architetture tra il nord e il sud dell’Italia”.

Nelle didascalie di accompagnamento alle 150 foto contenute nel libro Veduta vengono indicati l’anno di realizzazione dello scatto e la regione italiana in cui si trova il luogo. Non viene mai indicata, invece, la sua esatta posizione o il nome, sostituito da una parola evocativa. Del resto, come ogni urbexer che si rispetti, Jorion non è molto incline a rendere noti i dettagli dei luoghi che ha fotografato.

 

luoghi abbandonati italia foto

PIRITE, LOMBARDIA, 2020.

 
luoghi abbandonati italia foto

NOTTURNO, PUGLIA, 2018.

 
luoghi abbandonati italia foto

L’ARCANGELO, SICILIA, 2019.

 
luoghi abbandonati italia foto

CORTIGIANA, SICILIA, 2020.

 
luoghi abbandonati italia foto

AQUILONE, EMILIA-ROMAGNA, 2019

 
luoghi abbandonati italia foto

SFURIATA, TOSCANA, 2019.

 
luoghi abbandonati italia foto

VEDETTA, LIGURIA, 2018.

 
luoghi abbandonati italia foto

SERPENTINO, LOMBARDIA, 2016.

 

thomas jorion, veduta

1° Gennaio 2021 – Venerdì MMXXI

BENVENUTO ANNO NUOVO
Al  DIAVOLO il 2020 … Anno “bisesto” / Anno “funesto” ! 

***  *****  ***
un Auspicio che nel 2021 il Covid 19 sia definitivamente debellato, 
 come quando,  nel 2003, un eroico medico italiano salvò l’umanità dalla Sars.
clik su > Carlo Urbani

2020, 2021, SARS. Covid 19. Carlo Urbani, RadioRTR99

Continua a leggere

Giorgio Galli: ripensare il socialismo nel sistema globale e nei processi del XXI secolo

L’intervista, rilasciata il 4 dicembre del 2007, sviluppa ed espone la terza edizione de la “Storia del socialismo italiano – da Turati al dopo Craxi”. Qui ripubblicata integralmente. Molta parte illustra e discorre del libro sulla storia del socialismo italiano giunto alla terza edizione, per i tipi della Baldini Castoldi Dalai, 2007 Milano, altri contributi e spunti sono estrapolati da audiovisivi come parte dei suoi interventi a convegni, presentazioni di libri e varie conferenze tenute dall’emerito ed autorevole professore Giorgio Galli negli scorsi anni [ nota *]

 Raffaele Panico

 Nel suo libro “Storia del socialismo italiano – da Turati al dopo Craxi” (ed. Baldini Castoldi Dalai – 2007 Milano) Giorgio Galli ha ripercorso vicende storiche che attraversano tutta la vita politica italiana, dall’ultimo decennio dell’Ottocento agli anni Sessanta e Settanta del Novecento. Dalle analisi di Giorgio Galli emerge un particolarismo tutto italiano che riguarda la storia del socialismo e la premessa della sua scomparsa “nell’incompiuta democrazia rappresentativa italiana”. Le eccezioni del sistema politico italiano sembrano essere presenti già nel movimento socialista prima, durante e dopo l’intervento italiano nel primo conflitto mondiale. Una costante, nel sistema politico dell’Italia, già nei primi del Novecento e per tutto il secolo: l’anomalia del Partito socialista italiano rispetto alle altre formazioni socialiste in Europa. Formule e slogan non a caso ricorrenti come il “né aderire, né sabotare” che ritornano – e siamo nell’estate del 1979 quando – scrive Giorgio Galli – la stampa così definisce l’atteggiamento di Craxi di fronte al primo governo Cossiga. 

Giorgio Galli, sistema politico italiano, socialismo, democrazie, totalitarismi

Continua a leggere

Ho fatto uno “steig”
gli errori più comuni degli italiani quando parlano inglese

Chiediamo “feedback” e non riscontri, organizziamo “meeting” anziché riunioni, non abbiamo scadenze da rispettare ma “deadline” e utilizziamo il verbo-non verbo “spoilerare” per indicare un’azione – come definisce l’Accademia della Crusca – volta a rivelare, in rete o in altri contesti, dettagli rilevanti della trama di un libro, un film, una serie televisiva, rovinando l’effetto sorpresa.

Così “spoiler” e altri vocaboli anglofoni sono entrati a far parte del linguaggio comune, perfino irrompendo in alcuni dizionari della romantica lingua di Dante, complessa ed elegante, dove lo stile puntuale e articolato mal si coniuga con l’estrema sintesi e l’inequivocabile immediatezza dell’inglese.

Oggi, quasi si fatica a pensare alla traduzione in italiano di alcune locuzioni inglesi ormai divenute di uso comune – come banalmente “check-in”, “brunch” e così via – dunque, ci si dà un tono sfoggiando un linguaggio intriso di vocaboli inglesi e non solo nelle relazioni d’affari, dove l’anglofonia non è una tendenza ma un lessico necessario.

E se è vero che nell’inglese del business l’utilizzo delle strutture grammaticali sempre corrette e una pronuncia perfetta tendono a lasciare più spazio a un linguaggio settoriale e pratico, fermo restando una buona base linguistica, è altrettanto vero che nel quotidiano tutti sembrano masticare la lingua inglese, anche grazie allo smisurato ricorso che se ne fa sui social network, capaci di amplificare la realtà facendoci apparire ciò che non siamo anche nelle competenze linguistiche.

Eppure, il Rapporto EPI – English Proficiency Index 2018 di EF Education – quello sì – parla chiaro: su un campione di 88 Paesi nel mondo, l’Italia è al 34esimo posto per livello medio di competenza nella lingua inglese e al 24esimo in Europa – preceduta dalla Francia – con Lombardia ed Emilia-Romagna in testa, le regioni italiane che registrano i livelli di migliore conoscenza dell’inglese rispetto alle altre.

Ma quali sono gli errori più comuni degli italiani che evidenziano la loro scarsa attitudine nell’apprendimento dell’inglese?

Eccone 5.

  • La traduzione letterale delle frasi

Pretendere di impostare una frase o un discorso mettendo in atto la traduzione letterale dall’italiano è un grave errore. Non resta quindi che “mettere in pausa” l’emisfero cerebrale abituato ad una lingua di matrice latina e iniziare a “pensare in inglese”. Oltre alla costruzione sintattica completamente diversa fra le due lingue, bisogna tener conto delle espressioni idiomatiche che in italiano non trovano alcuna traduzione sensata, come, ad esempio, “I can’t wait” che letteralmente potremmo tradurre come “non posso aspettare”, mentre significa “non vedo l’ora”.

  • I false friends

In inglese esistono molte parole che, pur mostrando una radice simile ad altri vocaboli italiani, significano tutt’altro e traggono in inganno; ad esempio “library” vuol dire “biblioteca” e non “libreria”, così come “parents” significa “genitori” e non “parenti”.

  • Le pronunce e gli accenti

L’italiano medio che millanta di conoscere l’inglese è presto smascherato quando ci dirà di aver fatto uno stage, pronunciando “steig”, traducendo la “a” con “ei” come da vocabolario inglese.Stage” è una parola francese che in italiano traduciamo “tirocinio” e trova la sua corrispondenza in inglese con “internship”.

Mutatis mutandis, anche “management” è un’altra parola che molti italiani pronunciano “manàgement”, mentre l’accento starebbe sulla prima “a” del vocabolo.

  • La differenza tra “Sorry” ed “Excuse me”

Gli italiani generalmente confondono le due espressioni, ignorando che “sorry” viene utilizzato per scusarsi con qualcuno, mentre excuse me” per richiamare l’attenzionedi qualcuno, affinché risponda ad una domanda o alla richiesta di un’informazione.

  • La negazione doppia in una frase

Se in italiano non c’è alcuna regola che vieta l’uso della doppia negazione in una frase, in inglese la frase negativa è costruita in modo diverso. La frase “non ho visto nessuno”, infatti, in italiano è corretta, mentre in inglese “I didn’t see nobody” non lo è. Dunque, la forma corretta sarebbe “I didn’t see anyone”.

Tuttavia, considerati gli errori più banalmente diffusi e il luogo comune sull’italiano medio che, all’estero, anziché cercare di parlare inglese, inizia a gesticolare e mimare o tira un sospiro di sollievo se incontra connazionali ai quali accodarsi, sembra che in Italia la scarsa attitudine all’inglese non sia iscritta nel corredo genetico, ma nasca a scuola, dove, secondo Peter Sloan, professore e autore di molti corsi di lingua distribuiti in libreria, vengono usati metodi improntati soprattutto sulla grammatica e poco sulla conversazione.

D’altra parte, la normativa relativa all’introduzione del Clil – Content and Language Integrated Learning, apprendimento integrato di contenuto e lingua, sull’insegnamento della lingua inglese nei licei e negli istituti tecnici, trova ancora difficoltà nell’essere applicata.

 
 

Accademia della Crusca, italiano, inglese

Città italiane: dove si vive meglio?
l’indagine annuale di “Italia Oggi – La Sapienza”

UNA “GUIDA RAGIONATA PER DECIDERE, se possibile,
OVE  LAVORARE,  RISIEDERE E VIVERE  “MEGLIO 

Il Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche dell’Università La Sapienza di Roma con il contributo di Cattolica Assicurazioni, ogni anno da 22 anni e su richiesta del Quotidano “Italia Oggi”, ha elaborato uno studio statistico completo sulla qualità del ella vita nelle città italiane (*1). L’indagine è stata coordinata dal Prof. Alessandro Polli, Ricercatore di Statistica Economica e Professore aggregato di Teoria Statistica presso la Sapienza. 

dove si vive meglio, classifica città italiane

Continua a leggere

Par Condicio: Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran presso lo Stato Italiano precisa e comunica

Una dichiarazione dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran presso lo Stato Italiano – Roma, con premessa d’augurio per una sereno Natale e un felice anno nuovo a tutti i colleghi giornalisti italiani, qui riportiamo tanto per dovere di informazione e per garantire la parità di trattamento, quanto per un principio antico quanto moderno di pluralismo della comunicazione. Un criterio di equa visibilità è meritoriamente sintetizzato nel latino “Par Condicio” o, in inglese equal time. Dichiarazione diramata a tutte le direzioni, e redazioni, dei mass media, qui di seguito, integralmente pubblichiamo. Tanto, si ribadisce, per coscienza elettiva al dialogo tra Popoli, Culture e Persone; senza frapposte faziose opzioni per partito preso, o muri frapposti senza riflessione, solo per alimentare le poco o per niente sensate campagne mediatiche strumentali, non solo non utili – come dire – ma su posizioni sideralmente opposte ai fini dell’augurio auspicato nella premessa dei saluti che recita precisamente: “Cari giornalisti, voglio in anticipo augurarvi un sereno Natale e un felice anno nuovo”.  Parole condivisibili di un dialogo come ponte per i passi che il nuovo anno affretta e appresta dinanzi al nostro percorso, per il dialogo e costruttiva speranza. Saluti e auguri che sono certamente ricambiati!

In copertina: esclusiva foto d’Archivio – da fermo immagini – da intervista
televisiva del novembre 2006 avvenuta in Iran, alla guida spirituale Khamenei

Raffaele Panico

“Cari giornalisti, voglio in anticipo augurarvi un sereno Natale e un felice anno nuovo. Come sai, la scorsa settimana un terrorista – che si è presentato come giornalista – di nome Ruhollah Zam è stato giustiziato. Aveva commesso numerosi crimini contro il popolo iraniano, uccidendo dozzine di iraniani ed era una spia diretta per i servizi di intelligence di paesi ostili […]  A seguito della pubblicazione di notizie false e fake (anche, Ndr) su di lui sui media italiani, l’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran in Italia ha rilasciato un comunicato per chiarire l’esecuzione di questo terrorista […] grati, se prendi l’iniziativa di pubblicarlo sui tuoi media e di inviarci il link”. Prosegue la dichiarazione del collega giornalista dell’Iran con l’augurio, molto gradito, di “Avere sempre successo, essere orgogliosi e felici” cui parimenti da parte italiana, ricambiamo.

Iran, Ruhollah Zam, diritti umani, Par Condicio, Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran presso lo Stato Italiano

Continua a leggere

“La Pizza è meglio della Camorra”:
la storia di un trentenne che ha portato la pizza a Brescia

“PIZZA MADRE”*… *   DA FRATTAMAGGIORE A BRESCIA

Il segreto della pasta, i prodotti Dop e un successo imprevisto anche grazie alla “pizza con le orecchie”. La storia di Ciro, giovane trentenne del napoletano, che ha scelto di portare in Lombardia la pizza “Sono partito con 350 euro in tasca, ora i calciatori del Brescia vengono a cena da me”.

Frattamaggiore è un comune del Napoletano di cui si occupa più la cronaca giudiziaria che non quella enogastronomica. Trentamila abitanti, povertà diffusa e la Camorra come unica via per arrivare a fine mese. Nel 1990 è qui che nasce Ciro Di Maio. Mamma casalinga, papà che oscilla tra lavoretti senza futuro e le sirene della malavita, sorelle che si portano a casa il lavoro da calzolaie per pagare le bollette. Ciro cresce qui, senza immaginarsi un futuro diverso. Le sue prime esperienze nel lavoro sono a 14 anni, poi si iscrive all’Alberghiero, ma a 18 anni lascia gli studi e inizia a lavorare.
Il rischio che la Camorra lo inghiotta è sempre alto ed il padre Eugenio “Geggè” lo sa bene a causa del suo passato ma – con tutte le sue forze, con grande coraggio e rischio – è riuscito ad abbandonare quel mondo per fare crescere i suoi figli lontano dai soldi facili e le minacce, abbracciando la fede e l’estrema povertà.
Mio padre è cambiato completamente per salvare la sua famiglia. Ha rischiato la sua vita per noi – racconta Ciro – Ha scelto di farci vivere in povertà proprio per non farci tentare dalla ricchezza, l’esca della camorra per tanti ragazzi”.

Nel 2015 la svolta della sua vita. Trova per caso un lavoretto a Brescia da pizzaiolo per la catena “Rossopomodoro”, che ha aperto uno spazio a ridosso del multisala cittadino, a due minuti dal casello autostradale. È l’inizio di un’avventura che non immagina. La catena decide di lasciare la gestione in mano a sei soci, tra di loro c’è anche Ciro, che si era distinto tra tutti per il suo impegno. A poco a poco compera le quote degli altri, aiutato anche da un manager che di nome fa Eugenio, come il padre. E riesce poi a riassumere tutti i colleghi di lavoro che rischiavano di rimanere a casa.

È così che è iniziata l’avventura “Pizza Madre”, il suo locale a Brescia che oggi impiega una quindicina di persone ed è noto per la veracità delle sue pizze, ma anche per il suo menù alla carta di alta cucina. “Ci amano perché rappresentiamo la tradizione napoletana della buona cucina”, dice Ciro. In menù ha la pizza verace, ma anche il “battilocchio”, la pizza fatta da un impasto fritto nell’olio bollente e subito servito avvolto in carta paglia. “Utilizziamo ingredienti semplici, ma tutti freschi e selezionati. Anche per questo abbiamo ottenuto la fiducia di alcuni calciatori del Brescia Calcio, che mi chiedono dopo le partite o in certe occasioni speciali di cucinare per loro”.

Il passaparola è la miglior arma, tra le altre anche Eva Henger è stata da lui e per una sera si è messa a cucinare pizze, usando i presidi che Ciro dona a tutte le sue pizze. Solo per citarne alcuni: Olio Dop, Mozzarella di Bufala Campana dop, pomodorino del Piennolo, Ricotta di Bufala omogeneizzata e Porchetta di Ariccia Igp. Alla fine, però, l’elemento premiante è sempre la pasta.
Scegliamo ogni giorno il livello esatto di idratazione, in base all’umidità di giornata”, spiega. “Ne esce un impasto molto lievitato, morbido, idratato. Seguiamo la tradizione anche nelle forme. Odio le pizze rotonde e realizzate come fossero un programma di un computer. Le pizze devono avere le orecchie e se c’è più pomodoro da una parte è perché usiamo pomodori veri, non salsine che si spalmano omogeneamente. Siamo veraci, anche le nostre pizze devono esserlo”.

FONTE:   Ufficio Stampa PK Communication

*UN’AVVENTURA …..INIZIATA PER SFUGGIRE DAI RISCHI E DAI PERICOLI DELLA CAMORRA,
DIVENUTA UN IMPEGNO DI RISCATTO SOCIALE …E CHE, PER MOLTI GIOVANI,
GIA’ POTRA’ ASSUMERE GLI ASPETTI DI UNA SPERANZA O DI UNA LEGGENDA.

 

 

 

 

 

ciro, pizza madre brescia

Willy Monteiro – un cortometraggio
per ricordare l’eroe ucciso a Roma

IL CORAGGIO DI UN GIOVANE, DA SOLO
CONTRO LA FEROCIA DEL “BRANCO” 

La Side Academy di Verona lavora ad un progetto diretto da Sarah Arduini, vincitrice dell’Oscar.
Il CEO e fondatore, Stefano Siganakis preannunncia:   “I protagonisti saranno degli alieni, è il nostro modo di riflettere su razzismo e bullismo”. Se ne parlerà all’Open Day del 19 dicembre.

willy monteiro, Side Academy - Verona

Continua a leggere

Gentilini i biscotti romani da 130 anni

 

fonte https://www.vitasumarte.com

I biscotti Gentilini sono i biscotti di Roma per antonomasia. Lo storico marchio che da centotrent’anni sforna prelibatezze e quando si passa sulla Tiburtina, vicino la loro azienda, l’odore di burro che inebria la strada è quello buono, quello dei biscotti della nonna di una volta.

Una storia fatta di dolci e biscotti che, da quasi un secolo e mezzo, appartiene sempre alla stessa famiglia. “Tutto ha inizio nel 1890 quando Pietro Gentilini, dopo aver lavorato come garzone tra Toscana ed Emilia Romagna e dopo un’importante esperienza in vari Paesi dell’America Latina, approda a Roma e apre il suo primo forno, situato in uno dei quartieri simbolo della città, l’Esquilino” dice Francesca Germanò, la responsabile marketing dell’azienda.

I classici Osvego, i Vittorio profumati al limone, le Margherite, i Brasil al cacao, i Novellini e le fette biscottate sono i prodotti di punta del marchio, quelli che hanno fatto la storia dei biscotti Gentilini, ma periodicamente compaiono anche nuovi prodotti assortite, come la crema spalmabile al latte e miele,

Per i biscotti storici seguiamo le nostre ricette antiche, patrimonio prezioso per la nostra azienda. Le nuove ricette sono frutto di un attento studio, sia del mercato, per riuscire a comprendere al meglio le esigenze dei consumatori, sia delle materie prime e delle tecniche di lavorazione. L’attenzione agli ingredienti ha ruolo fondamentale ed è per questo che selezioniamo soltanto le materie prime di più alta qualità. La nostra strategia rimarrà salda ai valori fino ad oggi condivisi, ossia diffondere e difendere la cultura della qualità in tutti i suoi aspetti. Questo significa una continua ricerca di miglioramento, la ricerca di prodotti gustosi, nutrienti e dai sapori autentici, proseguendo nell’utilizzo di ingredienti preziosi e unici”.

Unire la tradizione con l’innovazione funziona sempre, visto che oggi Biscotti Gentilini vanta un fatturato pari a trenta milioni di euro (le cifre sono del 2019) e settemila biscotti e fette biscottate sfornate ogni minuto. 
Un made in Italy da preservare.

gentilini

Prada Marfa – quel negozio di Prada in mezzo al deserto

“Buon giorno Upper East Siders. È Gossip girl che vi parla, la vostra unica fonte di informazioni sulle scandalose vite dell’elite di Manhattan.”

Questo è l’incipit di ogni puntata di Gossip Girl, celebre serie tv americana trasmessa dal 2007 al 2012. Famosa per raccontare la vita di un gruppo di liceali e delle loro famiglie della “New York bene” si è fatta conoscere anche per tutto il glam che ha portato, tra una borsa di Chanel e un sandalo di YSL, gioielli e limousine e appartamenti lussuosi. Ma c’era un altro dettaglio che colpiva lo spettatore quando i protagonisti si ritrovavano nell’attico della famiglia di Serena Van Der Woodsen. Un quadro con scritta nera su sfondo bianco che recitava Prada Marfa —> 1837 MI. Quel quadro diventò un vero fenomeno di costume negli anni in cui fu trasmessa la serie, tanto che venne rivisitato e riprodotto.  

 

Prada Marfa esiste per davvero, è infatti un’installazione artistica permanente realizzata nel 2005 dal duo scandinavo Elmgreen & Dragset, insieme agli architetti Ronald Rael e Virginia San Fratello.

La curiosa opera si trova nel bel mezzo del deserto del Chihuahua, in Texas, a circa 60 km da Marfa, piccola cittadina con poco più di mille abitanti che però divenne un punto riferimento per tutti gli appassionati d’arte quando nel 1971 Donald Judd, artista e architetto del movimento minimalista, vi si stabilì. 

L’opera anche se si trova sul territorio di Valentine, è stata finanziata dal Ballroom Marfa, centro di cultura e arte contemporanea, e dall’Art Production Fund, ed è per questo che il titolo vuole essere un riferimento chiaro a Marfa.

Prada Marfa non è altro che la fedele riproduzione di una boutique di Prada. Le insegne nere con logo bianco, il colore delle pareti, l’illuminazione e la pavimentazione sono tutti dettagli replicati dai veri negozi del marchio milanese. Sebbene l’opera non sia stata commissionata dalla maison italiana, Miuccia Prada ha voluto offrire il proprio appoggio ai due artisti, fornendo il “finto” negozio di alcuni accessori della del brand, e permettendo loro di utilizzare il logo Prada senza conseguenze legali. 

 
L’installazione nasce, in realtà, come un’opera di land art in quanto l’idea originale era il deterioramento della struttura stessa, abbandonata in un territorio ostile, senza alcun intervento di riparazione o restauro. Per questo motivo, i materiali usati per la costruzione dell’opera erano tutti biodegradabili. Alcuni giorni dopo l’inaugurazione, però, l’opera fu vandalizzata con scritte in vernice spray  mentre i prodotti di Prada furono rubati. Da allora la struttura e ogni oggetto all’interno è dotato di allarme, le vetrine installate sono resistenti agli urti, e dato i numerosi episodi di vandalismo, l’opera viene ciclicamente restaurata e ripulita, tradendo così le intenzioni originali degli artisti. 
Il lavoro di Elmgreen & Dragset fu concepito come una denuncia nei confronti del consumismo americano, del retail tourism, della gentrificazione, stagliandosi come una provocazione ironica verso il materialismo occidentale. Va tuttavia sottolineato che nel 2005, quando l’opera fu realizzata, Instagram e Facebook e di conseguenza la selfie culture che hanno originato, non esistevano. Con il passare degli anni, Prada Marfa è diventata una tappa obbligata per ogni blogger, influencer divenendo lo sfondo perfetto per selfie e foto.
Paradossalmente le migliaia di immagini di gente che salta di fronte al finto store sono la rappresentazione del tipo di società che l’opera voleva proprio andare a colpire e criticare, diventando esso stesso un atto consumistico, un luogo da utilizzare in funzione dei social, perdendo il proprio potenziale comunicativo.
Nonostante si siano ritenuti molto soddisfatti del successo del loro lavoro, Elmgreen & Dragset, non hanno potuto fare a meno di sottolineare che l’opera ha assunto, però un’identità diversa da quella originaria. Come hanno dichiarato i due artisti, i musei sono luoghi in cui l’arte va a morire, mentre l’arte pubblica vive di vita propria. Prada Marfa quindi non era concepito solo per dialogare con gli elementi naturali e il paesaggio che la circondano, ma è nata anche per dialogare con le persone che la visitano, che vivono ognuno a modo proprio l’esperienza dell’arte. Come ha dichiarato Elmgreen al Guardian, “Quando le persone interagiscono con l’arte, anche un atto vandalico può essere visto come qualcosa di positivo, significa che le persone hanno voce in capitolo sullo spazio pubblico.”
È forse ironico che per non incorrere in azioni legali e per evitare l’abbattimento dell’opera, Prada Marfa si fregi oggi del titolo di museo. 

prada, marfa, gossip girl

“The age of new visions” – nuovi focus e Altaroma posticipata a febbraio

Altaroma posticipa di un mese la consueta edizione invernale, gl eventi infatti si svolgeranno dal 17 al 20 febbraio 2021. Ne da notizia Silvia Venturini Fendi in occasione dell’ultimo appuntamento di ‘The age of new visions’, forum online organizzati da Altaroma, Unicredit, Camera Nazionale della Moda Italiana, Pitti Immagine e Nomisma. I talk digital hanno raccontato il sistema della moda che verrà, riflettendo sugli scenari economici e sulle strategie da attuare per agevolare la ripartenza del settore.

altaroma, silvia vetturini fendi

Continua a leggere

Roma – una passeggiata tra l’arte di Caravaggio, Bernini e Raffaello

Roma spesso viene definita come un museo a cielo aperto, basta girare un angolo e trovarsi in una piazza, davanti ad una chiesa, davanti ad un monumento, una statua o un obelisco, o semplicemente davanti ad un muro di ben 2000 anni.

Non togliendo nulla ai tantissimi musei capitolini, si possono ugualmente vedere opere di grandi artisti come Caravaggio, Bernini, Raffaello, Bramante, Guercino in modo del tutto gratuito.

Come? Semplicemente visitando le numerose chiese che le ospitano.

Caravaggio: Chiesa di San Luigi dei Francesi 

A Piazza di San Luigi de’ Francesi, tra il Pantheon e Piazza Navona, si trova l’omonima chiesa, un vero e proprio gioiello d’arte barocca, famosa per ospitare i tre capolavori assoluti di Caravaggio. All’interno, nella Cappella Contarelli, si trovano Il Martirio di San Matteo, La Vocazione di San Matteo e San Matteo e l’angelo

Visitors look at a painting by Italian artist Caravaggio "The Inspiration of Saint Matthew" (R) in the Contarelli Chapel in the Church of St. Louis of the French (San Luigi dei Francesi), on November 28, 2015 in Rome. AFP PHOTO / ANDREAS SOLARO / AFP / ANDREAS SOLARO (Photo credit should read ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)

Caravaggio, Bernini, Raffaello: Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio

Proseguendo verso Piazza Navona, si trova la Basilica di Sant’Agostino, una meraviglia del Rinascimento italiano. Al suo interno, c’è la Madonna del Loreto, detta anche Madonna del Pellegrini, altra celebre opera di Caravaggio.

Madonna del Loreto di Caravaggio, detta anche Madonna del Pellegrini, opera di Caravaggio

Quando Caravaggio viene incaricato di realizzare questo dipinto, decide di utilizzare come modella, Maddalena Antognetti (detta Lena), prostituta e sua amante. Infatti questa Madonna ha un abbigliamento povero, tipico dei popolani, lontano dalla figura angelica e ultraterrena, a cui ci ha abituati l’immaginario iconografico religioso. L’unico elemento divino è rappresentato dalla posizione dei piedi che stanno sulle punte e dimostra che la Madonna stia come per toccare il terreno dopo essere scesa dal cielo 

piedi madonna dei pellegrini caravaggio

Il terzo pilastro di sinistra della navata centrale ospita invece il Profeta Isaia (1512), importante affresco di Raffaello, mentre sull’altare maggiore, realizzato nel 1627 dal Bernini, si trova la Vergine con Bambino proveniente dalla chiesa di Santa Sofia a Costantinopoli. Infine la pala raffigurante Sant’Agostino, Giovanni Evangelista e Girolamo del Guercino (1591-1666) situata nella cappella del transetto destro.

Caravaggio e Bernini: Basilica di Santa Maria del Popolo 

Una tra le chiese più belle di Roma è la Basilica di Santa Maria del Popolo famosa per conservare al suo interno le opere d’arte di Caravaggio, Raffaello, Bramante, Bernini e Pinturicchio. Nella Cappella Cerasi si trovano la Crocifissione di San Pietro e la Conversione di San Paolo entrambe di Caravaggio.La pala d’altare, invece, raffigurante l’Assunzione della Vergine, è di Annibale Caracci. La Cappella Chigi è, invece, stata disegnata e progettata da Raffaello Sanzio, su commissione del banchiere Agostino Chigi.

Bernini: Chiesa di Santa Maria della Vittoria

In via XX Settembre, tra Porta Pia e Via Nazionale, c’è la chiesa di Santa Maria della Vittoria. Famoso al suo interno lo spettacolare gruppo scultoreo della Transverberazione di Santa Teresa d’Avila di Gian Lorenzo Bernini, compiuta per il cardinale veneziano Federico Cornaro tra il 1644 e il 1652. Il gruppo scultoreo con santa Teresa d’Avila e l’angelo che le trafigge il cuore con un dardo, sono illuminati da una luce spiovente dall’alto, come guidata dai raggi metallici dorati sullo sfondo.

Una delle opere d’arte più celebrate della storia: l’Estasi di Santa Teresa di Bernini, nella chiesa di Santa Maria della Vittoria.

Bernini: Chiesa di San Francesco a Ripa

Altro quartiere ricco d’arte è Trastevere, famoso anche per le sue intricate viuzze e per i ristoranti che propongono cucina tipica. Nella Chiesa di San Francesco a Ripa, nella via che porta lo stesso lo nome, sopra l’altare della cappella Paluzzi Albertoni, vi è la scultura della Beata Ludovica Albertoni scolpita da Gian Lorenzo Bernini per il cardinale Paluzzi  tra il 1671 e il 1675. La parete di fondo, sempre secondo i suggerimenti di Gian Lorenzo Bernini, è stata scenograficamente arretrata per permettere alla luce di penetrare nell’ambiente da due finestre laterali nascoste, creando un effetto quasi soprannaturale, proprio come nell’Estasi di Santa Teresa della chiesa di Santa Maria della Vittoria.

Estasi della Beata Ludovica Albertoni di Gian Lorenzo Bernini nella Chiesa San Francesco a Ripa a Trastevere

Immagini: ANDREAS SOLARO |wikipedia.org

 

Roma, Raffaello, caravaggio, bernini

Rakovski Christian Gregorievitch il tradimento, giustiziato e disperso tra le nevi della Siberia

Come si fanno le Rivoluzioni

Rakovski con i suoi 33 nomi era Consulente dello Zar Nicola II, di Kerenskij il capo
dei menscevichi, poi amico di Lenin, intimo di Trotsky, e di Stalin, che lo farà fuori

 

Raffaele Panico

Il preludio. Negli anni del fuoco di paglia oggi estinto nell’oblio del rapporto Mitrokhin, verso il finire degli anni Novanta e l’inizio degli anni Dieci, in una conversazione tra giornalisti in salone di un bar, a Roma, in via del Corso, alcune note anch’esse dimenticate sono interessati rileggerle, a vent’anni dalla conversazione tra thè e biscotti, e ad oltre 100 dalla fiamma della rivoluzione d’Ottobre. Nulla hanno a che fare con le 6 casse del rapporto Mitrokhin, che erano una rilettura dell’Intelligence inglese relativa alla documentazione scritta a mano e portata, in diverse occasioni dall’ex agente appunto, Mitrokhin, che trascriveva su voluminosi quaderni i suoi appunti ispirati alla lettura dei documenti sovietici. Dalla Russia li portava nei paesi Baltici e quindi a Londra.

Stalin, Christian Gregorievitch Rakovski, Horia Sima

Continua a leggere

Kenzo – una storia di moda tra Tokyo e Parigi

 
 

Kenzo, lo stilista giapponese famoso per le sue stampe dai colori brillanti e per le sue sfilate sceniche, è venuto a mancare il 4 ottobre scorso, all’età di 81 anni, per complicanze da Coronavirus.

La sua è stata arte, più che moda, strettamente al mondo del teatro, del cinema e dell’arredamento, ispirata alla Giungla, al Giappone, ai fiori ma anche anche al fascino intramontabile di Parigi.

Kenzo Takada, questo il suo nome completo, ha sempre preferito farsi chiamare semplicemente Kenzo ed è tra i primi stilisti giapponesi ad essere diventato famoso in Occidente. Arrivato a Parigi nel 1964, pensando di restarci solo per sei mesi, ci è rimasto per oltre 50 anni. Ha rivoluzionato la moda, liberandola dall’autorità e dai canoni della haute couture, rendendola più divertente e leggera.

Gli abiti hanno stampe animalier, fiorite e dai colori forti, e le sue sfilate sono state dei veri e propri spettacoli con modelle danzanti e finali sorprendenti.

storia di kenzo

Kenzo è nato il 27 febbraio del 1939, vicino ad Osaka dove i suoi genitori gestivano un hotel. Il suo interesse alla moda è nato grazie alle riviste rubate alle sorelle. Inizialmente, e per accontentare i genitori, ha frequentato la facoltà di letteratura ma l’abbandona presto per entrare all’accademia Bunka, a Tokyo (curiosità è uno dei primi studenti maschi a frequentarla).

Grazie al premio Soen gli si spalancarono numerose porte. Inizialmente disegnava abiti nei grandi magazzini ma la sua vita cambiò in occasione delle Olimpiadi del 1964, quando per via di alcuni interventi, il suo appartamento venne distrutto, e ricevette 10 mesi di affitto come risarcimento. Investì questi soldi in un viaggio che lo portò prima tra Hong Kong, Singapore e Mumbai,  poi fino in Francia, a Parigi dove iniziò la sua avventura.

A Parigi Kenzo inizia a vendere i suoi bozzetti agli stilisti dell’alta moda. Nel 1970 aprì una sua piccola boutique, Jungle Jap, con pareti floreali dipinte da lui ispirandosi al tema della Giungla e al Giappone. I suoi abiti sono moderni e divertenti, con proporzioni originali e grandi volumi, grazie all’uso del cotone, molto diversi da quelli degli stilisti occidentali. Kenzo voleva distinguersi, perciò si mise a disegnare in modo diverso, usando i tessuti dei kimono e fonti d’ispirazione differenti e questa divenne la sua forza.

Il successo arrivò subito, nel 1971 quando Elle pubblicò in prima pagina uno dei suoi lavori e la sfilata organizzata nel suo piccolo negozio attirò giornalisti da tutto il mondo. Kenzo al tempo non aveva alcun tipo di accordo nè con fornitori e nè con i produttori, infatti tutti i suoi abiti erano cuciti a mano da lui e dai suoi collaboratori, comprava lui stesso le stoffe a Parigi e le mixava assieme ai tessuti portati dal suo paese d’origine. 

Le sfilate turno un suo punto di forza e tratto distintivo, organizzate nel suo negozio proponevano vestiti preconfezionati durante le settimana della haute couture. Innovò il sistema moda facendo sfilare i vestiti per la primavera in primavera e quelli per l’inverno in inverno, e suscitò scalpore per l’aver proposto abiti unisex. Le sfilate più spettacolari e memorabili furono quella del 1977 nel leggendarioStudio 54, famosissimo locale notturno di Manhattan e quella del 1979 nella tenda di un circo che si concluse con donne in abiti trasparenti a cavallo e con Kenzo su un elefante.

le sfilate dello stilista giapponese
fonte vitasumarte

kenzo

Botero ed il perchè i suoi dipinti sono “tondi”

La domanda può suonare insolita ma al tempo stesso anche lecita. Il noto pittore colombiano Fernando Botero, nato a Medellín nel 1932, ci ha da sempre abituati a vedere nei suoi quadri uomini e donne molto tonde, figure morbide e decisamente in sovrappeso. La risposta a questa domanda la dà lo stesso pittore:

Non dipingo donne grasse. Nessuno ci crederà, ma è vero. Ciò che io dipingo sono volumi. Quando dipingo una natura morta dipingo sempre un volume, se dipingo un animale lo faccio in modo volumetrico, e lo stesso vale per un paesaggio. Sono interessato al volume, alla sensualità della forma. Se io dipingo una donna, un uomo, un cane o un cavallo, ho sempre quest’idea del volume, e non ho affatto un’ossessione per le donne grasse.

Botero quindi dipinge dei volumi, delle grandezze e non delle persone in sovrappeso. Ciò che inizialmente, avvicinandosi alla sua opera, potrebbe sembrare una fissazione, non lo è perchè l’artista semplicemente dilata le figure ampliandone i volumi, per una sua personale idea di arte figurativa. 
Da dove parte questo suo amore per la dilatazione? Nei primi anni della sua carriera, durante un viaggio in Europa, Botero rimane affascinato dai pittori italiani del ‘300 e del ‘400, soprattutto della scuola fiorentina, Giotto, Piero della Francesca, e Andrea Mantegna, dell’arte rinascimentale di Tiziano, ma anche dagli artisti spagnoli tra cui Goya. Questi pittori lo hanno ispirato particolarmente, tanto da riprodurre diverse copie dei loro capolavori. Come ad esempio le famose riproduzioni de la Gioconda e la Dama con l’ermellino di Leonardo da Vinci, e quella dei Duchi di Urbino di Piero della Francesca.

Botero rimane fedele all’arte figurativa di quell’epoca, ma nei suoi lavori, ricerca una realtà figurativa personale, creando delle forme irreali e concentrandosi quindi sulla forma e sul volume. In questo modo vuole cane avvicinare della cultura classica a quella della cultura popolare sudamericana.

L’artista rivela anche emotivamente distante dai suoi soggetti, e questa freddezza fa scomparire dai personaggi la dimensione morale e psicologica. Gli sguardi sono sempre persi nel vuoto, gli occhi non sbattono mai le ciglia, sembra quasi che osservino senza guardare. Tuttavia queste forme generose evocano la vita, l’abbondanza, l’energia e la sensualità. Il colore rimane tenue, i toni dolci. Tutti i suoi personaggi sono poi rappresentati nei momenti quotidianiBotero e il difficile rapporto con la critica

Per quanto riguarda il rapporto con la critica, spesso è snobbato se non addirittura contestato. In un articolo del 2011 apparso sulla rivista Art in America Magazine, la critica Charmaine Picard riporta un giudizio pesante sull’artista “non ha assolutamente niente a che fare con l’arte contemporanea”, c’è anche chi l’definito un semplice un fenomeno commerciale. Anche se le critiche sono molte però è molto amato dal pubblico e forse questo lo sia deve proprio ai suoi personaggi che grazie alla loro rotondità non possono che non essere simpatici.

botero

Lusso e moda: la finanza, una risorsa fondamentale ai tempi della pandemia

Il lockdown e la pandemia hanno messo in evidenza le debolezze dei comparti moda e lusso. Per affrontare le continue e crescenti incertezze del mercato, le aziende hanno capito che non basta più semplicemente diversificare, sia geograficamente che per segmenti, ma è necessario dimostrare una certa solidità finanziaria diversificando i finanziamenti. È così che abbiamo visto moltiplicarsi le operazioni finanziarie durante la pandemia.

lusso e moda, green bond, finanziamneti

Continua a leggere

Fiavet Lazio: avviato il primo corso di formazione
per intermediario assicurativo

 PERCORSO FORMATIVO INTERAMENTE GRATUITO
PER GLI ASSOCIATI FIAVET LAZIO ISCRITTI AL FONDO FORTE 

“Siamo orgogliosi di poter annunciare che l’Associazione, dopo un lungo periodo di lavoro, ha dato il via al primo corso di Formazione per Intermediario Assicurativo a titolo accessorio, che apre le porte a nuove opportunità lavorative nell’ambito del settore dell’intermediazione”. E’ quanto ha comunicato il Presidente di Fiavet Lazio, Ernesto Mazzi, nell’annunciare, non senza una nota di soddisfazione, questa importante iniziativa che offre la possibilità agli agenti di viaggio, soprattutto in questo sfortunatissimo periodo, di trovare nuovi sbocchi lavorativi.

FIAVET - Lazio, Fondo Forte, formazione intermediari assicurativi

Continua a leggere

La carta degli aiuti umanitari Gumanitarnaj Karta

Piattaforma russa: il portale digitale per l’assistenza e lo sviluppo internazionale promosso con dati e fonti pubbliche 

Raffaele Panico 

Il 23 novembre l’Agenzia Federale Rossotrudnichestvo ha presentato la prima piattaforma russa dedicata agli aiuti umanitari – “Gumanitarnaja Karta” (“Mappa di aiuti umanitari”) – che consoliderà i dati provenienti da fonti pubbliche sull’assistenza umanitaria fornita dalla Federazione Russa e sui progetti volti alla promozione dello sviluppo internazionale.

Russia, aiuti e assistenza, promozione sviluppo internazionale

Continua a leggere

© 2013-2020 Consul Press. Testata registrata presso il Tribunale di Roma, N° 87 del 24/4/2014.
Editore: Associazione Culturale "Pantheon" - Direttore Responsabile: Antonio Parisi
Sede: via Tagliamento, 9 - 00198 Roma (RM). Telefono: (+39) 06 92593748 - Posta elettronica: info@consulpress.eu