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La pandemia ci ha fatto scoprire la fatica digitale

 

 

 

Il distanziamento sociale imposto dal nuovo coronavirus ha avuto un impatto evidente sulle nostre vite digitali. Non è chiaro se quest effetto sarà duraturo, né quando (e se) le nostre vite torneranno “normali”. Non sappiamo nemmeno se quelle stesse vite digitali usciranno fortificate o irrimediabilmente corrose da tutto questo.

Nel frattempo, un po’ alla volta, stiamo scoprendo la fatica digitale. Si tratta di una condizione difficile da riconoscere, che si manifesta talvolta in forme collaterali, ma ugualmente diffusa e in qualche maniera evidente. La vita digitale imposta dagli avvenimenti è faticosa e meno affascinante di quanto avremmo immaginato.

Lo dicono gli insegnanti, alle prese con la tecnologia che li connette ai loro studenti, se ne accorgono i lavoratori in smart working dal soggiorno di casa, lo segnalano gli studiosi che spiegano, per la verità non da ieri, come piccoli ostacoli tecnologici apparentemente innocui – per esempio il ritardo di ricezione del segnale audio/video nelle chat – siano fenomeni che, mentre la semplificano e la rendono possibile, complicano e rendono più stressante la nostra vita di relazione. Quello della nuova era digitale è un processo caotico, in cui euforia e difficoltà si manifestano allo stesso tempo.

La fatica digitale è una delle molte imperfezioni delle nostre esperienze online. Nuove frontiere che abbiamo idealizzato e descritto per molto tempo con benevola attenzione e che ora, mentre la storia improvvisamente le impone, mostrano anchei propri limiti.

L’elefante nella stanza
La tecnologia è da diversi decenni un tema inevitabile: lo era anche prima dall’emergenza coronavirus, ma è stata a lungo un elemento di completamento della nostra vita che molti sceglievano di ignorare. Nel tempo la tecnologia si è fatta ingombrante perché attraverso di essa, dopo l’esplosione di internet, si sono andate applicando nuove forme del dominio politico ed economico. Tuttavia la sua raggiunta centralità non ne ha cancellato i limiti, così come non ne ha potuto disinnescare le ulteriori aspirazioni di potenza. La discussione e le polemiche di questi giorni in Italia intorno alla app per tracciare i contatti dell’epidemia di coronavirus ne sono un buon esempio.

Se il dilemma centrale dei prossimi anni continuerà a oscillare tra il saper controllare la tecnologia e l’esserne invece controllati, forse una simile elaborazione potrà arricchirsi di una nuova consapevolezza. Saranno i momenti di stress come questo del lockdown mondiale ad aiutarci a ridisegnare i confini della nostra infatuazione (o della nostra avversione) verso gli ambienti digitali.

L’elefante nella stanza resta in ogni caso il fatto che la mancanza di presenza fisica, tipica dei contesti digitali, è lontanissima dall’essere risolta. Ed è una forma di riduzione che per ora non siamo in grado di accettare. La fatica digitale ne è solo un aspetto. È nel momento del confronto con il “prima” che la ricchezza della nostra vita di relazione precedente alla quarantena si mostra in tutta la sua evidenza.

Mentre nei prossimi mesi ci attendono nuove forme di fatica analogica, che è il sentimento che ci assale quando osserviamo le ipotesi di vita sociale dopo il coronavirus e il distanziamento sociale (per esempio le immagini dei ristoranti, o delle cabine degli aerei, o delle spiagge attrezzate con nuovi angoscianti diaframmi di sicurezza), sappiamo già che la fatica digitale è destinata a restare. Se la barriera di plexiglass che divide gli amanti in un ristorante di Wuhan o Milano è un presidio forse necessario ma temporaneo, il senso di straniamento e distanza delle interfacce digitali appartiene in maniera nativa a quelle tecnologie.

Non è chiaro se il successo delle piattaforme digitali potrà confermarsi quando altre tecnologie di relazione torneranno disponibili

I sistemi di videoconferenza che dominano le nostre vite familiari e lavorative durante la quarantena (Zoom, una delle piattaforme più utilizzate, nel mese di gennaio era stata scaricata ogni giorno da una media di circa 56mila persone, mentre nella sola giornata del 23 marzo, nonostante le molte polemiche che l’hanno riguardata, ha toccato 2,13 milioni di download) rispondono egregiamente alla logica del “good enough”, l’approccio sociale alle tecnologie che domina in questi tempi di bassa risoluzione digitale.

Benché tali piattaforme non abbiano al momento alternative e mostrino il proprio fascino tecnologico a una platea di utenti fino a ieri inimmaginabile, non è chiaro se una simile successo potrà confermarsi quando altre tecnologie di relazione torneranno disponibili. Tecnologie secolari, come una panchina al parco, una partita a tennis, una sera d’estate in un cinema all’aperto.

Per queste ragioni non saprei rispondere alla domanda che è rimasta qui sospesa fino ad ora; una domanda che sento ripetere spesso in questi giorni, e che incuriosisce e affascina anche me: cioè se davvero la quarantena per il coronavirus sarà un fattore decisivo per ridurre le nostre diffidenze verso le tecnologie.

Non so se i milioni di persone che oggi si arrabattano su piattaforme di videoconferenza come Meet, Zoom o Skype, che ne stanno scoprendo trucchi e difetti, domani continueranno a usarle per un aperitivo con gli amici o per il lavoro, per una lezione online o per qualsiasi altra cosa, nel momento in cui le vecchie alternative torneranno disponibili.

Nei paesi come l’Italia, che mostrano da sempre un basso tasso di adozione delle nuove tecnologie (molte delle quali nel frattempo non sono più per nulla nuove) esiste una dominante culturale difficile da contrastare. Quando alla fine della prima decade degli anni duemila si osservò la più inattesa e convinta adozione di massa di una piattaforma digitale in Italia e gli utenti di Facebook passarono dal milione del settembre 2008 ai dieci milioni del 2009 ai venti milioni del 2011, molti analisti immaginarono che questo sarebbe stato il primo grande passo verso una nazione nuova. Si pensava che l’utilizzo del social network avrebbe fatto da apripista alla vita digitale dei cittadini i quali, nel frattempo, ne avrebbero potuto scoprire le molte opportunità.

Dieci anni dopo, il Digital economy and society index (Desi), un indice che misura i livelli complessivi di digitalizzazione dei paesi dell’Unione europea, mette l’Italia al 24º posto tra i 28 stati dell’Unione. L’innamoramento per Facebook, insomma, non ha modificato lo scenario e la dominante culturale dell’Italia allergica al digitale è rimasta sostanzialmente intatta.

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È quindi possibile che la conversione digitale obbligatoria che le nostre vite, quelle degli insegnanti e degli studenti, quelle dei lavoratori e dei pensionati, stanno subendo in queste settimane, non influirà in maniera sostanziale sul nostro futuro. È altrettanto possibile che il digitale, vissuto oggi come vera e propria àncora di salvezza, crei una sorta di imprinting positivo del quale osserveremo gli effetti.

In entrambi i casi, paradossalmente, i limiti culturali che oggi le tecnologie di relazione sociale mostrano con grande evidenza potranno essere considerati, parafrasando un vecchio detto del Jargon File caro agli informatici del secolo scorso, non un difetto ma un pregio (“It’s not a bug, it’s a feature”).

La fatica digitale sarà un pregio, a patto che un simile bug orienti il percorso della nostra vita di esseri connessi verso l’unica traiettoria ragionevole fra le poche possibili. Quella secondo cui vita analogica e vita digitale sappiano trasformarsi in un unicum inestricabile.

Una sola vita, insomma, in grado di contenere la nostra umanità e il nostro destino di esseri tecnologici. Un unico grande cervello che dovrà “rassegnarsi alla pace”, come scrisse profeticamente Franco Carlini tanti anni fa.

 
 
 

Corsica e Italia durante la Liberazione dai nazisti tedeschi

Corsica e l’Italia: dalla seconda guerra mondiale alla Liberazione dai nazisti.
Riflessioni solari e mediterranee dalle «Memorie storiche militari 1977»

Raffaele Panico

Un volume miscellaneo «Memorie storiche militari 1977» raccolta di studi e ricerche elaborati dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, a distanza di tanti anni suscita interesse e respiro culturale per il lungo difficile processo di integrazione europea all’indomani dell’ultima guerra sul nostro continente. Il volume edito a Roma consta di 258 pagine, diviso in quattro parti, con “Saggi”, “Profili biografici”, “Testimonianze” e “Ricerche”. Non per specifica nota di aggiornamento di settore o per specialisti, ma per la periodizzazione di fasi tra gli eventi della tragedia della seconda guerra un saggio assume e merita rivisitazione.

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Anni ’80: i prodotti (purtroppo fuori commercio) che hanno fatto la storia

soldinoIl Soldino poteva considerarsi benissimo il re delle merendine (per me era il Tegolino che fortunatamente esiste ancora ma in una nuova forma). Un quadrato di morbido pan di spagna ricoperto da cioccolato, ed al centro una monetina, un vero e proprio cioccolatino. Da mangiare rigorosamente in due tempi.

sprint

Lo Sprint un barattolone arancione rivale del Nesquik, una polvere di malto ed orzo anche al gusto di cacao, che sotto il tappo nascondeva sempre una sorpresa.

palicao

Dei biscottini dalla consistenza croccante, che se tuffati nel latte si scioglievano facendolo diventare una sorta di cioccolata calda. I Palicao io li ho sempre mangiati da soli e me li ricordo buonissimi!

UAO la merendina gelato che voleva insegnare l’inglese ai bambini, una sorta di Cucciolone più “colto”.

tortine-di-frutta

 

Le Tortine di Frutta me le ricordo appena, e per quel poco che sono durate non erano così male. Piccole tortine farcite con ciliegie o mele a pezzi e ricoperte dalla caratteristica cupoletta come l’apple pie, la famosa torta di mele americana.

merenda-più

Antenata del Kinder Fetta al Latte, questa era della Motta. Gelato all’interno di fette di pan di spagna al cacao, semplice ma buona.

 

 

 

biricche

Anche della Biricche ho un vaghissimo ricordo, forse perchè l’avrò provate una volta sola. Delle crostatine bicolori con due tipi di crema: nocciola e cioccolato bianco e nocciola e cioccolato fondente.  Sopra una nocciola intera che faceva un po’ da spartiacque, da mangiare subito o tenerla da parte alla fine.

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“È Piedone il gelatone col cacao sul ditone!”. Recitava così lo stacchetto che accompagnava la pubblicità di questo gelato dell’Eldorado, gusto di fragola, ditone al cioccolato e la sua inconfondibile forma di “piedone”.

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Oltre alle celebri Coca Cola e Pepsi, sempre in lotta tra loro, esisteva una terza bevanda zuccherina: la One o One della San Pellegrino. Con la sua etichetta blu e rossa, iniziò la produzione a fine anni ’80, ebbe vita breve anche a causa della lunga battaglia contro la Coca Cola per concorrenza sleale, e sappiamo tutti come andò a finire.

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E poi ci sono loro le Pat Bon, le patatine della Findus a forma di lettere dell’alfabeto o ripiene di ketchup. Oggi sono fuori produzione in quanto la Findus si è dedicata solo alla versione Casarecce e Classiche.

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Questo non me lo ricordo, ma forse perchè anche da bambina, come adesso, il formaggio spalmabile non mi è mai piaciuto, però all’epoca andava. Dover era un formaggio cremoso della Kraft la cui particolarità era proprio la confezione, che come la Nutella, era un bicchiere di vetro riutilizzabile.

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Il gelato nascosto in uno snack ai cereali”. Prima gelato alla crema racchiuso in due biscotti al cacao, poi gelato alla vaniglia ricoperto di cacao, il Camillino parla da solo.

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Io ero più per la concorrenza però non posso dire di non aver mai bevuto un succo di frutta Billy. Confezione bianca con la faccia dell’arancia che sorseggiava il succo in primo piano a ricordare il gusto più diffuso. All’arancia ma anche mela e pompelmo.

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Caramello, miele e vaniglia, chi non ricorda il Trio Nestlè? I famosi cereali misti a tre gusti con Qui, Quo e Qua sulla confezione.

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Il wafer per eccellenza, Urrà della Saiwa. Un biscotto ricoperto da cioccolato con 5 strati di cialda e crema all’interno. 

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Non ricordo neanche questo però se fosse ancora in commercio non me lo lascerei scappare. Un cornetto surgelato con all’interno gelato alla vaniglia, forse qualcosa di molto simile al gelato fritto cinese, ma questo era un vero croissant da fare al forno… Perchè sei fuori produzione?!

 

winner-algidaIl Winner, uno dei gelati più fighetti del tempo, predecessore del Winner Taco (uscito e rimesso in produzione per fortuna). Non era altro che una sorta di Mars fatto gelato, cioccolato croccante fuori e dentro caramello con gelato alla vaniglia.

 

tortorelle

Al mattino la dolcezza e la delicatezza hanno messo le ali recitava la pubblicità, antesignane dei Pan di Stelle, le Tortorelle erano dei biscotti di frolla con degli zuccherini sopra. Ovviamente il gioco era mangiare prima tutte le tortore e solo dopo il biscotto.

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Il Twister, altro gelato icona. La prima versione era vaniglia e cioccolato, più avanti è stato deciso di aggiungere un terzo gusto con l’aggiunta della nocciola.

orsi-sgranocchini

E poi gli Orsi Sgranocchini, dei biscottini a forma di orsetto, croccanti da tuffare nel latte o da mangiare così. Semplicemente bellissimi.

frollis

Non potevano mancare i Frollis, i cugini dei Palicao. Anche loro classici biscottini di frolla da colazione da mettere in un tazzone di latte.,

ciocorì-biancorì

Ciocorì e Biancorì, cioccolato fondente e bianco con riso soffiato. Il cioccolato che fa crock con protagonisti la coppia di roditori, il maschietto del fondente e la femminuccia del bianco.

 

biscotti-colussi

Sempre per la colazione c’era L’Allegra Compagnia, altri biscottini questa volta della Colussi. Protagonisti un tale Gioele, Kiss me Licia ed i Puffi (gli unici che io ricordi). Semplici biscottini di frolla alla vaniglia o al cacao, con all’interno una sorpresa che rispecchiava il protagonista della convenzione.

blob-gelato

Il Blob, il gelatevolissimevolmente cono tutto tondo. Una sfera di gelato alla vaniglia ricoperta da cioccolato fondente e granella di nocciole, per tutti quelli a cui non piaceva il classico Cornetto Algida.

 

Oltre l’Italia, le lingue e i dialetti neolatini

Il Romancio o Ladino: lingua del Canton Grigioni e delle Provincie di Bolzano e Trento

Raffaele Panico

La lingua Romancia o Ladina è sopravvissuta per secoli nelle isolate valli tra l’Italia, la Svizzera, l’Austria e dal 1947 anche in Slovenia. Il romancio è un antico idioma dalle origini latine che stava diventando sempre più marginale. È la quarta lingua ufficiale elvetica ed è tutelato anche in Italia, sensibile alle minoranze etniche autoctone. Infatti, l’uso del tedesco ha portato ad una riduzione delle persone che lo parlano. La lingua Ladina o Romancia aveva massima estensione attorno l’anno mille. Geograficamente copriva un’estensione che va dalle Alpi centro-orientali, la Lombardia (Ducato di Milano fine Quattrocento) e la Svizzera (oggi il Canton Ticino e il Canton Grigioni); le Alpi orientali (le attuali Province italiane dell’Alto Adige e del Trentino, e nell’area nord dello spartiacque, il Tirolo, fino alle Alpi Giulie, il Friuli e l’attuale Slovenia occidentale, aree delle province dell’ex Regno d’Italia. Il ladino deriva dall’incontro e fusione delle popolazioni germaniche e celtiche dell’Impero Romano rifugiatesi nelle valli delle Alpi orientali a partire dal V secolo, quando trovavano rifugio dalle invasioni dei barbari, Rugi, Avari e Slavi.

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CONGIUNTI: chi sono? Chi si potrà incontrare il 4 maggio?

 

Chi sono i congiunti? Da quanto il 26 aprile il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha annunciato l’inizio della cosiddetta fase due a partire dal 4 maggio, sono cominciate le discussioni sul significato della parola “congiunti”. Il decreto consente infatti “gli spostamenti per incontrare i congiunti”, facendo immediatamente sorgere la questione sul tipo di legami che definiscono questa categoria di soggetti.

All’articolo uno, il nuovo decreto in vigore dal 4 maggio dice: “Sono consentiti solo gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità ovvero per motivi di salute e si considerano necessari gli spostamenti per incontrare congiunti, purché venga rispettato il divieto di assembramento e il distanziamento interpersonale di almeno un metro e vengano usate protezioni delle vie respiratorie”.

Secondo i giuristi, il termine “congiunti” è ambiguo e non corrisponde a una definizione legale precisa, quindi può dare adito a diverse interpretazioni da parte della forza pubblica, tanto che il 27 aprile Palazzo Chigi ha annunciato che presto pubblicherà un questionario di domande e risposte proprio per chiarire gli articoli del decreto che riguardano questo aspetto.

L’avvocato Carla Quinto, esperta di diritto di famiglia, spiega: “La parola congiunti è presente solo all’articolo 307 del codice penale, secondo cui i prossimi congiunti sono gli ‘ascendenti, discendenti, coniuge, la parte di un’unione civile tra persone dello stesso sesso, fratelli, sorelle, gli affini nello stesso grado, gli zii e i nipoti”. In questo elenco non sono presenti né i cugini, né gli amici, né i fidanzati. “A mio parere rimangono escluse tutte quelle persone che hanno un legame stabile, ma non certificato né da un matrimonio né da una forma di unione civile, questo potrebbe ledere il principio di uguaglianza, intesa come uguale possibilità di godere di uguali diritti anche se non si è formalizzata un’unione”, continua Quinto.

I fidanzati e la cassazione
Al di fuori del codice penale, invece, non è chiaro cosa si debba intendere per congiunto. Dopo la pubblicazione del decreto, molti giuristi hanno argomentato che una sentenza della corte di cassazione (46351/2014) ha stabilito che anche un fidanzato è da considerarsi un congiunto, cioè qualcuno con cui si ha un solido e duraturo legame affettivo a “prescindere dall’esistenza di rapporti di parentela o affinità giuridicamente rilevanti come tali”. In seguito alle critiche, in una nota del 27 aprile Palazzo Chigi ha chiarito che i congiunti sono “parenti e affini, coniuge, conviventi, fidanzati stabili, affetti stabili”.

Ma la discussione si è spostata quindi sul concetto di “affetto stabile” e sulla possibilità di dimostrare “la stabilità” di un rapporto. “Se si ammette di estendere il concetto di congiunti a qualsiasi relazione affettiva o amichevole, la norma sarebbe svuotata di contenuto, perché non vi sarebbe evidentemente più alcun limite al suo perimetro applicativo”, spiega in un articolo il Sole 24 ore. D’altro canto, ribadisce l’avvocata Quinto: “È importante in questo momento emanare provvedimenti che sappiano cogliere la diversità delle formazioni sociali che stanno tutte affrontando una grave crisi e garantire l’uguaglianza dei diritti”.

Basti pensare ai single, o agli anziani soli senza figli. Durante la quarantena sono stati spesso aiutati da una rete di amici e conoscenti, che però hanno dovuto agire al limite della legalità. In altri paesi europei sono state consentite visite di amici e fidanzati, nel rispetto di tutte le norme sulla sicurezza e fatto salvo il divieto di assembramento.

Ma a questo punto, il governo dovrà specificare con ulteriori documenti che cosa intende esattamente per congiunti. Tra l’altro, secondo il nuovo Dpcm (decreto del presidente del consiglio dei ministri), sarà possibile rientrare dall’estero in Italia per incontrare “i congiunti” o per rientrare nel proprio domicilio o residenza. “Gli italiani che rientrano in patria, al momento dell’arrivo, dovranno comunicare i motivi del viaggio, l’indirizzo completo dell’abitazione o della dimora in Italia dove sarà svolto il periodo di quarantena, il mezzo di trasporto privato che verrà utilizzato per raggiungere la stessa e il proprio recapito telefonico”.

 

 

Tutela del Lavoro nel modo delle scuole
– Fisascat Cisl, Roma

COMUNICATO STAMPA SINDACALE 

Pulizia nelle scuole, Imperatori (Fisascat-Cisl Roma): “Oltre mille lavoratori nel Lazio esclusi da internalizzazione. Per alcuni di loro, oltre al danno, un’inaccettabile beffa. ….. Gioco subdolo e pericoloso: alcune società inviano lettere di trasferimento a oltre 50 Km di distanza, costringendo di fatto il personale alle dimissioni. Nessuno deve restare escluso”

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“Dopo il danno, un’inaccettabile ‘beffa’: 1024 lavoratrici e lavoratori sul territorio laziale, esclusi dal processo di internalizzazione degli appalti per la pulizia delle scuole di Stato, sono ‘in sospensione non retribuita’, ovvero senza alcun soldo in tasca, e ancora in attesa di ricevere l’assegno del Fondo di integrazione salariale (Fis): oltre a ciò, alcuni di loro stanno ricevendo in questi giorni lettere di messa a disposizione che prevedono il trasferimento in altre regioni, oltre i 50 Km di distanza e gli 88 minuti di percorrenza, essendo di fatto costretti a dimettersi per giusta causa perché impossibilitati a raggiungere il nuovo luogo di lavoro”.
E’quanto denuncia Sara Imperatori, della Fisascat-Cisl di Roma Capitale e Rieti, aggiungendo che “le loro dimissioni comporterebbero l’esclusione dal processo di internalizzazione. Si tratta di un gioco subdolo e pericoloso, che sta mettendo profondamente in difficoltà numerose famiglie, che hanno come unica prospettiva l’apertura del fondo di integrazione salariale aperto da tutte le società”.
“Come abbiamo sempre affermato, congiuntamente agli altri sindacati confederali – conclude -, adesso lo ribadiamo: nessuno deve restare escluso dalla ‘Fase 2 dell’internalizzazione, che riguarda 4mila lavoratori in Italia e 1024 a Roma e nel Lazio. Si deve agire presto e bene a tutela di migliaia di persone. Non serve propaganda, ma fatti concreti: faremo tutto il possibile per ottenerli”.

Roma, 28 aprile 2020

Caterina Mangia
Ufficio Stampa

Coronavirus e moda: bisogna ripartire dalla sostenibilità

Ripartire, da dove?

Se c’è una cosa che il fashion system, italiano e non solo, ha dimostrato in questi mesi di difficoltà è la capacità di reazione, la prontezza nel cercare un modo per risolvere le cose, che poi è alla base del concetto stesso di resilienza.

Sono tantissimi i marchi, da quelli del lusso a quelli di fast fashion, che si sono adoperati per riconvertire una parte dei propri stabilimenti per realizzare mascherine e camici per medici e infermieri: da Prada a Gucci passando per Valentino, Armani e Salvatore Ferragamo, solo per citarne alcuni. Dallo tsunami che il coronavirus ha riversato sulle aziende di moda e dal modo in cui queste hanno reagito emergono due questioni di importanza sostanziale: la prima è che il settore è stato in grado di muoversi e mettersi in gioco per uno scopo superiore al profitto; la seconda è che una catena di produzione lunga e sparpagliata geograficamente (globalizzata) ha dei limiti enormi.

Nuovi valori

Un nuovo senso di comunità: ecco cosa sta emergendo da questa crisi. Una sorta di nuovo pensiero comunista, lontano dal comunismo storico. La banale scoperta che per battere il virus servono coordinamento e cooperazione globale è a suo modo rivoluzionaria. Stiamo riscoprendo quanto abbiamo bisogno gli uni degli altri”. Sono parole di Slavoj Žižek, filosofo sloveno, su Robinson di Repubblica convinto come molti altri che l’epidemia di Covid-19 stia lasciando strascichi importanti non solo sulla salute e sull’economia, ma anche sulla nostra socialità, sul modo in cui stiamo con gli altri. Se davvero ci sarà la definizione di una nuova scala di valori nei consumatori, allora le aziende dovranno sapervi aderire. L’aver dimostrato di saper agire per una ragione più importante del profitto (come la solidarietà umana), pone le basi per la diffusione di un modello aziendale “purpose driven”, guidato da uno scopo. E questo scopo per le aziende di moda non può che essere la sostenibilità ambientale e sociale, già valore condiviso tra le fasce più giovani di consumatori prima della diffusione della Sars-Cov-2 verso il quale si stavano piano piano orientando tanti marchi con iniziative a volte strutturate, altre meno.

Secondo Fashion Revolution, il movimento globale nato per cambiare il sistema moda in seguito al crollo del Rana Plaza in Bangladesh nel 2013, ogni anno vengono prodotti oltre 150 miliardi di capi d’abbigliamento, la maggior parte dei quali viene usato pochissime volte prima di essere gettato via. Un consumo di abbigliamento spropositato e in costante crescita anno dopo anno che ha un impatto ambientale e sociale enorme, soprattutto in quelle aree dell’Asia dove è concentrata la gran parte della produzione mondiale. Bene, anche questo consumismo sfrenato potrebbe uscire ridimensionato dall’epidemia di Covid-19. Ne è convinta Li Edelkoort, la più nota anticipatrice di tendenze di moda e design, che in una intervista di inizio marzo al magazine Dezeen ha dichiarato: “Sembra che stiamo entrando in una quarantena di massa del consumo durante la quale impareremo come essere felici solo con un vestito semplice, riscoprendo i nostri preferiti tra quelli che già possediamo, leggendo un libro dimenticato e cucinando tanto per rendere la vita bellissima. L’impatto del virus sarà culturale e cruciale per costruire un mondo alternativo e profondamente diverso”. E ancora: “Dovremo raccogliere le macerie e reinventarci tutto da ciò che resta una volta che il virus sarà sotto controllo. E questo è il passaggio per cui nutro più speranza: un nuovo e migliore sistema da adottare, con maggior rispetto del lavoro umano e delle sue condizioni. Alla fine saremo costretti a fare quello che avremmo dovuto fare fin dall’inizio”.

Cambiare la filiera

Il cambiamento radicale verso una moda guidata dal valore della sostenibilità impone alle aziende di prendersi la piena responsabilità dei costi non solo economici della produzione di abiti e accessori. Significa volgarmente metterci la faccia in ogni passaggio della filiera di produzione, controllarla, certificarla, garantirla.

L’epidemia scoppiata in Cina a gennaio 2020 ha smascherato, prima ancora che il virus si diffondesse nel resto del mondo, uno dei limiti dell’avere catene di produzione lunghissime e sparpagliate geograficamente: non solo non se ne ha il controllo in termini di costi sociali e ambientali, ma nel caso di imprevisti si rischia di non essere in grado di gestirle. Al contrario prediligere una supply chain corta e meno globalizzata favorisce la flessibilità della stessa e permette di assumersene la piena responsabilità in termini di inquinamento ambientale e condizioni di lavoro dei suoi operai. L’ha spiegato bene sulle pagine di WWD Hakan Karaosman, esperto di filiera di produzione sostenibile nel settore moda presso la Commissione Economica delle Nazioni Unite per l’Europa: “I marchi di moda che hanno preso iniziative concrete per creare delle supply chain più corte, più resilienti e più trasparenti hanno potuto constatare che le situazioni inaspettate possono essere controllate meglio. In aggiunta quei brand che hanno creato una cultura della filiera di produzione attraverso l’impegno e la leadership responsabile hanno già dimostrato che le catene di produzione sostenibili portano ad avere dei vantaggi competitivi in termini di prestazioni operative”.

È il momento di pensare a come ripartire dopo questo stop forzato. Sarà una strada lunga e difficile considerando che tutta la produzione e la promozione delle collezioni SS20, FW20 e SS21 dovrà essere rivista e riadattata. Però sarà anche l’opportunità per provare a scrivere un futuro diverso per il settore su una pagina bianca, o quasi, che passi per una reale presa di coscienza da parte del mondo della moda sul suo impatto ambientale, sociale e culturale.

 
 

Note sul “25 Aprile” da una visuale
…..di Monarchia-LiberalDemocratica

25 APRILE 1945 CONSIDERAZIONI IMPOLITICHE

in una analisi di DOMENICO  GIGLIO *
  con “note a margine” (*1) di Giuliano Marchetti

Il 25 aprile fu la data della insurrezioni di tutte le forze patriottiche e partigiane (*2) deciso dal CLNAI e dal comando militare dello stesso, avendo le forze alleate, delle quali facevano parte anche i Gruppi di Combattimento del Regio Esercito, sferrato l’offensiva definitiva contro le linee germaniche, sfondandole ed avanzando su tutto il fronte, dal Tirreno all’Adriatico, raggiungendo Bologna e puntando verso  la pianura  lombardo-veneta. In realtà le operazioni belliche terminarono alle ore 14 del 2 maggio, dopo  la resa delle truppe tedesche, firmata  il 29  aprile nelle  Reggia  di Caserta.

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Intervista a tutto tondo per Alice Mignani
professionista impegnata a 360°

UGO ALBANO INTERVISTA ALICE MIGNANI VINCI

Sulla Consul Press sono stati recentemente pubblicati due articoli a firma di Alice Mignani Vinci – criminologa forense, assistente sociale, comunicatrice  …e non solo.
Noi della Redazione confidiamo che tale poliedrica professionista desideri proseguire a collaborare con la nostra Testata. Pertanto, per una sua presentazione in modo simpatico ai nostri lettori, abbiamo ritenuto pubblicare un’ articolata intervista rilasciata proprio dalla medesima ad UGO ALBANO – suo collega nella professione di assistente sociale, nonché brillante giornalista.      

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“Consiglio d’Europa” e consigli all’Europa, da due autori della Britannia o Regno Unito

A.J.TOYNBEE e H.TREVOR-ROPER

Raffaele Panico

Ha scritto Hugh Trevor-Roper, storico inglese specialista in Storia dell’età moderna e della Germania nazista, su Arnold Joseph Toynbee nel giugno 1957: “Toynbee […] non solo predica un vangelo di deliberato oscurantismo; egli sembra voler fiaccare la nostra volontà, voler dare il benvenuto alla nostra sconfitta; sembra guardare con crudele sarcasmo la fine della nostra civiltà, non perché sia favorevole alla forma di civiltà che ci vuole distruggere, ma perché è animato da ciò che potremmo soltanto chiamare un «desiderio masochistico di essere conquistati». […] Egli brama spiritualmente la nostra sconfitta.”
Arnold Joseph Toynbee era uno storico esperto di storia comparata e filosofo della storia che, durante la prima guerra mondiale aveva operato per conto dell’“Intelligence” inglese, e venne poi delegato alla Conferenza di Pace di Parigi nel 1919. Hitler nel 1936 lo volle ricevere e lui si portò nel suo quartier generale.

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“CONSIGLIO D’EUROPA” e consigli all’Europa, dall’Italia dei Diritti e dei Doveri

Europa e i Doveri dell’Uomo, secondo Giuseppe Mazzini

Raffaele Panico

Roma, ottobre 1972 si stampa l’edizione critica dei “Doveri dell’Uomo” di Giuseppe Mazzini, a cura della Camera dei Deputati, promossa per le onoranze del centenario di questo Grande Italiano – patriota, pensatore e politico. Il Comitato era presieduto da Sandro Pertini, allora Presidente della Camera dei Deputati, ed era composto da illustri componenti dei due rami del Parlamento. 

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ITALIA & RUSSIA, la Bella Donna e la Madre Russia, bellezze nel Mondo che si parlano alla finestra

Nuovi scenari per l’Italia “Indipendenti sempre isolati mai”

Raffaele Panico

La celebre frase di Visconti Venosta, “Indipendenti sempre isolati mai”, il diplomatico, politico e più volte ministro degli Esteri, veniva spesso da lui ripetuta per la visione geopolitica del Regno d’Italia. L’Italia veniva effigiata come una Bella Donna contesa tra le altre potenze europee. Tali ricordi sono evocati per tentare di riannodare la malasorte della storia degli italiani. Storia lacerata dalla guerra – 10 giugno 1940, la fine della belligeranza attiva – l’armistizio dell’8 settembre 1943, l’inizio della guerra civile, gli eserciti invasori in pesanti scontri fino al 1945 sul Belpaese e le conseguenze a “cascata” dopo il Trattato di Pace 10 febbraio 1947. Fasi importanti e occorre con realismo ricordare che gli americani avrebbero voluto un trattato molto più favorevole per l’Italia (Linea Wilson sul confine orientale, scongiurarono l’annessione della Valle d‘Aosta, erano per una estesa Amministrazione o status quo per le Colonie pre-fasciste, come avvenne solo per la Somalia fino al 1960). Dopo la tragedia del 1940-45 l’Italia riprende il percorso grazie all’aiuto degli USA, con il piano che prende il nome dal generale Marshall allora Segretario di Stato americano. Un intervento importante per la ricostruzione e la ripresa, che poi portò a vivere tra la fine degli anni Cinquanta e la fine dei Sessanta un decennio di grande crescita economica. Un decennio di diffusione del benessere economico certo con delle luci e ombre nella società civile.

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“Food therapy”: in quarantena con i libri di cucina

In questo periodo di “reclusione” forzata, che ci vede costretti a casa, cosa possiamo fare? Sistemare ed ordinare, fare il cambio di stagione, diventare personal training di se stessi, guardare tutto ciò che le piattaforme possono offrirci (a proposito ringrazio anche l’ultima arrivata Disney + !), improvvisarci chef e magari anche dare spazio ai libri visto che il tempo e la calma non mancano. Certo lettura più azzeccata sarebbe il Decamerone di Boccaccio ma visto che agli italiani piace parlare del cibo perché non unire l’utile al dilettevole leggendo libri che appunto trattano come tema principale il cibo?

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GERMANIA – il PIANO VALCHIRIA: controllo degli Stranieri e dell’Opposizione Interna

Passi storici tra reale e surreale,
Mondo vecchio e Mondo che verrà

Raffaele Panico

Germania oggi. Quanti sono gli stranieri nel Paese teutonico? Dati riferiti al 31 dicembre 2018 ci dicono di 10,9 milioni di presenze senza cittadinanza, pari al 13,1% sul totale di 82,9 milioni di tedeschi. Tra gli stranieri erano circa 620 mila gli italiani. Nello stesso periodo in Italia su 60 milioni di cittadini gli stranieri risultavano circa 5,2 milioni, in percentuale l’8,5% della popolazione.
Questo il dato prossimo di riferimento di presenze straniere nei due Paesi al tempo del Mondo di prima, cioè “Ante Covid-19”. Ed oggi, che siamo bombardati non dalla RAF inglese o dagli Alleati, bensì dai media che ci propinano ora minuti e quarti d’ora ad ogni giro di telecomando, dati terribili sulle morti giorno dopo giorno, quante presenze e quanti milioni di italiani se la passano molto male in termini di sussistenza?
Di tanto in tanto si riportano alcuni dati statistici intermezzati dai consigli sanitari sulla quarantena forniti agli italiani che tengono duro e sopportando sperano. Oltre ai dati inquietanti della massa impressionante di migliaia di persone decedute, tra i caduti in prima linea, oltre 129 medici, decine di infermieri e addetti in “prima linea” e, dato che ci aspetta, a data da definirsi, un Mondo nuovo che verrà, cosa è stato in realtà progettato?

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