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GIORNOXGIORNO 5 MARZO 2022 San Teofilo

V MARZO MMXXII

La guerra continua e continua l’esodo delle donne e dei bambini .

Sono ormai migliaia le donne e i bambini che hanno potuto varcare i confini, lasciare la guerra ed entrare in Polonia, Moldavia, Romania, Ungheria.

Gli uomini, quando hanno potuto, le hanno accompagnate fino al confine, hanno lasciato in sicurezza i loro affetti più cari poi sono tornati indietro, nelle loro città, nelle case, nelle strade a difendere la loro libertà, la loro storia.

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GIORNOXGIORNO 4 MARZO 2022 San Casimiro

IV MARZO MMXXII

Anche oggi è un giorno di passione per le città ucraine, per i civili e soprattutto per tutti i bambini che devono abbandonare le loro abitazioni e si devono separare anche dai loro papà che rimangono a difendere il Paese.

E’ una fuga da città che bruciano, è una fuga dall’orso russo che avanza, che distrugge e uccide. La grande “Madre” Russia non cambia, i giovani come me ricordano la Budapest del 1956, la Praga del 1968, oggi è la triste ora di Kiev, la città è in pericolo ma dopo, dopo quale città, quale Paese sarà la nuova vittima?

 

GIORNOXGIORNO 2 MARZO 2022 SANT’AGNESE DI BOEMIA

II MARZO MMXXII

Oggi sono le CENERI, inizia la QUARESIMA per la prossima PASQUA di resurrezione, speriamo di non dover raccogliere le ceneri dell’Ucraina.

Il paese è sotto attacco della “Madre” Russia, ma c’è un popolo che non si arrende e renderà dura la conquista della sua terra, non è l’Afganistan, qui combattono gli uomini, le donne con figli lasciano il Paese, le altre si uniscono agli uomini per lottare, fanno le infermiere, preparano le molotov e se necessario prendono un fucile.

 

 

 

Carnevale un viaggio tra i dolci (rigorosamente fritti) dell’Italia

A Carnevale ogni scherzo vale, in questo caso ogni fritto vale!

La parola d’ordine in questo periodo è appunto fritto, perchè è così che si presentano la maggior parte dei dolci tipici di Carnevale.

L’origine

Il Carnevale non ha una data fissa, dipende da quando cade Pasqua. Bisogna tornare parecchio indietro nel tempo per cercare le origini di questa festività, arrivando addirittura ai Saturniali dell’Antica Roma e alle feste dionisiache del periodo classico greco. Occasioni dove ci si abbandonava ai vizi, al gioco e allo scherzo e per non essere riconosciuti si usavano le maschere.

Per quanto riguarda l’origine del nome, invece,  è di derivazione latina dal termine carnem levare levare la carne, un’espressione che rimanda direttamente alle restrizioni quaresimali

Sinonimo di carnevale è Venezia, ma i dolci tipici di questo periodo non sono esclusivamente veneti. Cambiano gli ingredienti, le consistenze e le forme ma la caratteristica comune a tutti è che sono sempre rigorosamente fritti.

I dolci tipici di Carnevale veneziani 

Si dividono in tre “grandi” categorie: frittelle, chiacchiere e castagnole

Le FRITTELLE o fritoe

Non solo a Venezia, ma spopolano in tutta la regione, e appaiono molto prima che il Carnevale cominci. Sono così famose in Veneto che nel ‘700 vennero proclamate Dolce Nazionale dello Stato Veneto.
Le classiche, chiamate proprio veneziane, hanno solo l’uvetta, poi ci sono le ripiene, che sono poco più grandi e vengono farcite con vari tipi di creme.

I CROSTOLI ovvero le CHIACCHIERE (ma anche cenci, bugie e frappe)

In epoca romana si chiamavano frictilia e si preparavano proprio in occasione dei Saturniali. Sembrano molto semplici ma prepararli a regola d’arte non è per nulla scontato. Pasta stesa sottilissima e fritta in olio bollente.

Gli ingredienti sono gli stessi in tutta Italia ma quello che cambia in questo caso è il nome. Infatti ne hanno moltissimi: bugie in Piemonte e Liguria, rosoni a Modena e Romagna, merveilles ad Aosta, maraviglias in Sardegna, frappe nel Lazio. 

A Venezia li chiamano galàni, mentre in terra ferma sono semplicemente crostoli. L’unica differenza tra i due sta nella forma, i galàni sono strisce di pasta tagliata a forma di nastro, mentre i crostoli hanno la tipica forma rettangolare.

Le CASTAGNOLE

Sono palline fritte e ricoperte di zucchero. Anche questo dolce corre da nord a sud un po’ in tutt’Italia. In alcune regioni si trovano anche aromatizzate e ripiene di crema o ricotta. 

I dolci tipici di Carnevale in giro per l’Italia

I KRAPFEN dell’Alto Adige

Si tratta di un dolce tipico tedesco di antiche origini. C’è chi dice che siano stati inventati nel ‘600 dalla pasticciera viennese Cäcilie Krapf e chi sostiene che risalgano alla fine del 1400. Comunque sia sono delle bombe fritte, farcita con marmellata, crema o cioccolato.

frapfen

I TORTELLI milanesi

A Milano il Carnevale Ambrosiano dura ben 4 giorni in più, e si conclude non con il martedì ma con il sabato grasso.
Tipico fritto di milanese (oltre alla più nota cotoletta) sono le farsòe, dei bignè molto lievitati e fritti, farciti con creme, marmellata, uvetta e cubetti di mela (questi ultimi chiamati làciàditt).

dolci tipici Carnevale farsòe

TAGLIATELLE FRITTE dell’Emilia Romagna

Bologna viene chiamata “la grassa”, e mangiare tagliatelle con il ragù da quelle parti  è un dovere morale. A Carnevale il ragù viene lasciato da parte per lasciare il posto al fritto. Ed ecco la tagliatella fritta e “condita” con zucchero e scorza di limone.

dolci tipici Carnevale tagliatelle fritte

ARANCINI marchigiani 

Niente riso, piselli o ragù, gli arancini tipici di Ancona sono ben diversi dai classici siciliani. Sono infatti delle girelle di pasta lievitata, arricchita con scorza d’arancia e poi passata nel miele.
Ne esiste una variante con scorza di limone, li chiamano limoncini.

dolci tipici Carnevale arancini

La PIGNOLATA messinese

Una montagna di palline di pasta, ovviamente fritta, e ricoperta da due tipi di glasse: una bianca, aromatizzata al limone e una nera, al cioccolato. Dolce tipico della zona di Messina che, oltre al Carnevale, si trova tutto l’anno.

La Sostenibilità: impegno attuale e lascito per le future generazioni

 

“Sostenibilità” è una parola astratta ma in realtà la sua radice è molto concreta: deriva da sostenere. Se qualcosa è sostenibile vuol dire che si sorregge, rimane in piedi da sola. Praticamente sta in equilibrio.

 

Ma sostenibile può essere anche lo sviluppo, anche qualcosa che non rimane fermo, che è durevole: la capacità di mantenersi in equilibrio si protrae nel tempo.

Quindi parlare di un possibile sviluppo sostenibile vuol dire parlare della possibilità di un sistema di progredire in maniera equilibrata.

Gli elementi che devono essere presenti all’interno di un processo di sviluppo sostenibile e che  devono rimanere in equilibrio sono l’ ambiente, la società e l’economia.

 

Consideriamo innanzitutto la sostenibilità ambientale che è quella di cui si parla di più. La natura è un grande esempio di equilibrio ed armonia: si pensi al rapporto tra animali e piante, e tra animali e animali che traggono vantaggio l’uno dall’altro; si pensi anche al ciclo dell’acqua che in ciascuno dei suoi stadi consente lo sviluppo della vita di altri animali o dei vegetali.

L’uomo è stato parte di questo equilibrio per lungo tempo; lo ha cominciato ad alterare quando il suo uso della natura è stato talmente eccessivo da influire sugli equilibri della natura stessa che non è più riuscita a rigenerarsi.

E’ fuori di dubbio che dalla rivoluzione industriale l’uomo utilizza le risorse della natura (beni naturali) per produrre altri beni. Ma le risorse non sono infinite, e la natura ha sì capacità rigeneratrici  ma necessita di un determinato periodo di tempo per ricrearle.

Relativamente al rapporto dell’uomo con la natura oltre al discorso delle risorse c’è anche quello dell’impatto che l’uomo stesso ha in termini di inquinamento, ossia considerando quanto immette in natura.

Sappiamo che la natura ha una capacità di assorbimento che però non può superare una certa soglia: oggi l’impatto ambientale è significativo sia come intensità che come qualità ( frequenza e intensità di azioni). Dal dopo guerra la natura non è stata più in grado di riassorbire da sola

l’inquinamento, la deforestazione e l’estinzione di specie animali e vegetali.

 

Per quanto riguarda la sostenibilità sociale si può affermare che tutte le persone nel mondo hanno diritto ad una natura intatta e hanno diritto di poter accedere alle stesse risorse.

E’ giusto e necessario: infatti ad ogni uso non condiviso delle risorse corrispondono conflitti, migrazioni e un ulteriore impatto ambientale.

 

Di sostenibilità economica si parla meno. Essa comporta che la sostenibilità ambientale e quella sociale non debbano essere un costo in più per l’economia di un paese.

Se parliamo di produzione possiamo pensare ad un’azienda che produce inquinando ma investe parte del profitto in attività sociali sul territorio. Questa ha sicuramente un costo economico maggiore di un’ azienda che produce lo stesso prodotto senza inquinare, che però non ha margini di guadagno da investire nel sociale.

 

Ma la storia della sostenibilità non è recente: ha le sue origini nel 1987 quando la Commissione Mondiale su Ambiente e Sviluppo pubblicò il Rapporto Brundtland (che prende il nome dalla Presidente della Commissione Gro Harlem Brundtland, ex primo ministro norvegese, medico, ambientalista, sostenitrice dei diritti delle donne e dell’istruzione per tutti), rapporto intitolato “Our Common Future”.

La commissione venne costituita nel 1983 perché gli anni Settanta furono caratterizzati da due crisi energetiche a seguito di guerre e situazioni politiche nei paesi produttori di petrolio che di fatto vincolavano l’economia mondiale. Il costo del petrolio era aumentato e la disponibilità era diminuita. Nei paesi occidentali si tagliò l’uso di energia con diverse iniziative e per la prima volta ci si era incominciati ad interrogare su come fosse possibile utilizzare le risorse del pianeta in modo tale da averne sempre a disposizione.

Dal rapporto era poi evidente che il problema doveva investire la comunità internazionale: la possibilità di uno sviluppo che guardasse al futuro doveva essere un obiettivo condiviso.

Lo sviluppo sostenibile secondo il rapporto è quello che soddisfa le necessità delle attuali generazioni senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare le proprie.

 

In sede ONU sono stati individuati 17 obiettivi che tutta la comunità internazionale deve raggiungere entro il 2030 per poter garantire al nostro pianeta e all’intera umanità uno sviluppo sostenibile.

Questi sono i 17 obiettivi

 

 

In particolare l’obiettivo 17 comporta che nessun obiettivo può essere raggiunto senza considerare gli altri.

Gli obiettivi sono stati definiti per chi è alla guida delle nazioni che dovrebbe perseguirli per definire le proprieazioni politiche. In quanto comuni anche ciascuno di noi deve tenerne conto nella propria azione quotidiana:le aziende da un lato e i singoli dall’altro.

È interessante notare a proposito degli obiettivi che sono tutti collegati tra loro: non c’è un ordine di importanza o di priorità; togliendone anche uno solo il sistema non trova equilibrio.

La sostenibilità è una questione di equilibrio, basta che uno di questi obiettivi non venga soddisfatto che non viene soddisfatto nessun altro obiettivo: bisogna centrarli tutti insieme!

 

Veronica Tulli

Logica Fuzzy, le decisioni logiche nel campo della complessità

Il termine logica deriva dalla parola greca “Logos” che ha molti significati, tra i quali: ragionamento, ragione, studio, spiegazione, parola, linguaggio. Dai filosofi presocratici in poi, lungo tutti i tentativi di poter comprendere il mondo, troviamo le varie forme del logos, il principio primo dal quale tutte le cose hanno origine e possono essere comprese, dal fuoco o l’acqua o gli atomi indivisibili di Democrito, al logos incarnato del prologo del Vangelo di Giovanni.

Col procedere della storia della civiltà la logica, intesa come studio del corretto modo di ragionare, è diventata lo strumento preliminare indispensabile per intraprendere lo studio di qualunque disciplina.

Partendo dall’analisi del linguaggio umano essa si è poi allargata alla matematica e ne ha sondato moltissimi aspetti regalandoci anche alcune splendide e sorprendenti conclusioni (dai teoremi di incompletezza di Godel alle definizioni di verità di Tarsky).

Noi umani abbiamo la caratteristica della razionalità che è legata al linguaggio e alle le relazioni tra individui. Tuttavia dobbiamo saper riconoscere che la razionalità non esaurisce lo specifico dell’ “animale uomo”. Il nostro essere in carne e ossa ci proietta nella nostra mortalità la quale apre le porte a quella inquietudine di fondo che ci consente anche di aprirci alla metafisica e alla  cultura dello spirito e del mistero, esista una forma profonda di Verità e di Conoscenza.

I nostri stessi Comportamenti sono una matassa inestricabile tra le pulsioni animalesche degli antenati delle caverne e la splendida razionalità cartesiana che abbiamo sviluppato negli ultimi due millenni. In questa sintesi tremenda e bellissima camminiamo sulla Terra noi umani che portiamo in una fragile struttura biologica e mortale, frutto di milioni di anni di evoluzione, la nostra razionalità potentissima e super-evoluta, ma nello stesso tempo cosi provvisoria e destinata a finire.

Dunque siamo una sintesi tra aspetti razionali e aspetti che non lo sono affatto e in questa nostra vita siamo condotti a volte a prendere decisioni vitali nelle quali non possiamo applicare del tutto criteri di razionalità Logica spesso per mancanza di una conoscenza dettagliata delle situazioni nelle quali siamo o a causa della limitatezza dei nostri sensi o perché non abbiamo tempo sufficiente per una analisi approfondita. In tutti questi casi le scelte sono quelle tipiche di un uomo che valuta istintivamente un grande numero di variabili che non conosce bene e esce con una decisione ma spesso non sa spiegare nel dettaglio il motivo della scelta.

La Logica sfumata o Logica Fuzzy, nata nel 1965 dai lavori di Lofti A. Zadeh, allora direttore del Dipartimento di Ingegneria Elettrica della Università di Berkeley è una forma di Logica che modella matematicamente questo stato di cose. Essa è stata sviluppata per poter offrire un aiuto a districarsi in casi nei quali non esiste la possibilità di applicare i criteri classici della Logica per mancanza di informazioni o per la necessità di scegliere in fretta. Essa costituisce un tentativo interessante di razionalizzare condizioni tipicamente umane di sintesi di aspetti razionali e irrazionali.

La Logica Aristotelica sostiene che non si può affermare e negare al tempo stesso, e afferma che non si può affermare che un certo essere sia, e contemporaneamente non sia. I suoi principi hanno influenzato in modo determinante il metodo scientifico occidentale e hanno lasciato in eredita la logica bivalente secondo cui ogni enunciato può essere solo vero o solo falso. Essa fa costante riferimento al principio di non contraddizione che ha pervaso tutto il pensiero matematico scientifico occidentale fino ai giorni nostri.

La Logica Sfumata di Zadeh lavora con le “variabili linguistiche”, cioè con categorie più o meno ordinate, e con insiemi dai contorni imprecisi, in cui gli elementi possano essere ambigui. Per esempio “Giovane” -“non molto giovane”- “di mezza età”, ecc sono etichette verbali che corrispondono ad insiemi sfumati, caratterizzati cioè da funzioni di appartenenza non binarie. La funzione di appartenenza degli insiemi che rispettano il requisito della mutua esclusività può assumere solo due valori (0 se l’oggetto non appartiene all’insieme, 1 se vi appartiene); l’analoga funzione fuzzy può invece assumere qualsiasi valore compreso tra 0 e 1. In questo modo, una persona che giudichiamo “abbastanza giovane” appartiene, poniamo, per lo 0,70 alla classe dei giovani e per lo 0,30 a quella dei non giovani. Secondo la Logica Sfumata, “giovane” e “non giovane” sono i poli di un continuum tra i quali esistono molte gradazioni; anziché tracciare un confine netto tra A e non-A (giovane e non-giovane) in corrispondenza di un punto scelto in modo più o meno arbitrario, la Logica Sfumata traccia una curva, che descriva come la proprietà “essere giovane” passi gradatamente dal manifestarsi in grado pieno al non manifestarsi affatto. La stessa parola Sfumato rappresenta bene il passaggio da una Logica bianco-nero cioè vero che si contrappone a falso e “questo elemento appartiene a questo insieme” con qualcosa di confuso e di poco chiaro in cui non è possibile capire tutto perché non tutto è capibile dato che i contorni delle cose non sono distinguibili e spesso non si può neanche definire una cosa in modo inequivocabile (chi sono io? chi sei tu?). Negli insiemi Sfumati non vale il principio di non contraddizione quindi se una cosa è vera non è escludibile che sia vero anche il suo contrario.

In Logica Sfumata i paradossi classici della Logica come ad esempio il paradosso del mentitore che generavano un regresso all’infinito nella Logica tradizionale sono sdoganati attribuendo un concetto di “verità parziale” alle assunzioni.

Ma la cosa veramente sorprendente è che le prime applicazioni della Logica Sfumata a sistemi reali si sono dimostrate molto ben funzionanti, segno che la “realtà” comprende in un qualche senso la Logica Sfumata e la riconosce valida. Per esempio il riconoscimento di immagini in moltissimi campi, dalla diagnostica medica al telerilevamento satellitare ai riconoscimenti facciali. Ma le applicazioni più sorprendenti sono quelle nelle quali si simula meglio il comportamento delle scelte umane e quindi la Logica Sfumata si applica nei Sistemi che autoapprendono e scelgono la miglior soluzione nei contesti che mutano. Ad esempio dei microprocessori a Logica Sfumata sono stati montati su lavatrici che scelgono autonomamente il tipo di lavaggio a seconda del carico o del livello di macchie dei tessuti o vengono inseriti nei quadri comando delle metropolitane per decidere il numero di corse ottimali in funzione dell’affollamento e cosi via.

L’ultimo aspetto da sottolineare in questo tipo di approccio è una considerazione sulle “stranezze” del Mondo Microscopico descritte dalla Meccanica Quantistica. Il Principio di Indeterminazione o la natura ondulatoria della Materia, l’Entanglement o la presenza di Materia Oscura potrebbero farci pensare che le categorie della Logica e l’associato nostro modo di pensare tradizionale debba lasciare il passo a nuovi modi di descrivere la realtà. Essi sono senz’altro sorprendenti e sulla prima fastidiosi ma forse si rivelano più adatti a descrivere un Mondo che, mano mano che si scopre meglio, risulta sempre più diverso da come ce lo aspettiamo.

Nicola Sparvieri

TRA MITO E LEGGENDA: IL VAMPIRO

Il vampiro è un essere mitologico o folcloristico che sopravvive nutrendosi del sangue o meglio dell’essenza vitale di altre creature, ed è diventata il protagonista principale del genere horror. Entità di tipo vampirico siano diffuse in numerose culture ed epoche, il termine “vampiro” si cominciò a usare solo agli inizi del XVIII secolo, dove le leggende sui vampiri erano molto diffuse, soprattutto i vampiri erano noti come βρυκόλακας (vrykolakas) in Grecia e strigoi in Romania.   

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La caduta del muro e la fine del socialismo reale

La caduta del muro di Berlino non è stata soltanto l’esito del fallimento politico del socialismo reale. Non è neanche stata la fine di una classe politica, quella sovietica, bollita e ridotta soltanto al più bieco politichese arido e ottuso che tratta i dissidenti con brutale violenza reazionaria. No, la caduta del muro ha rappresentato qualcosa di molto più profondo. Essa incarna il fallimento definitivo di un razionalismo semplicista che proponeva finalmente il raggiungimento di una società giusta per tutti, applicando delle semplici regole sociali inderogabili. Regole quali l’eliminazione della proprietà privata, la casa e il lavoro per tutti e una gestione collettiva soltanto nominale e in realtà rigorosamente controllata dal partito unico. Questi principi venivano attuati mediante la gestione centralizzata dell’economia e di tutti i mezzi di produzione e di comunicazione di massa in una assoluta mancanza di dissidenza interna.

Questa idea della società e dell’egemonia del proletariato su tutte le altre classi è stata sviluppata da Marx e Engels a metà Ottocento e, come tutti sappiamo, ha trovato concreta realizzazione in Russia, a inizio Novecento, a seguito della rivoluzione bolscevica che ha visto in Lenin uno dei leader principali. Lo stato socialista che ne è derivato, l’Unione Sovietica, è quindi il primo esperimento di “socialismo reale” nel mondo.

La società socialista qui sopra descritta ha la caratteristica di non essere nativa in una nazione particolare, ma si sviluppa, tramite una rivoluzione, in qualunque stato. In questo senso essa non è dipendente da un uomo che ne è l’iniziatore ma è un fenomeno globale che si sviluppa come lotta di classe tra aristocrazia, clero, borghesia e proletariato, rurale o industriale. In questo modo la storia stessa dell’umanità viene interpretata come lo “sforzo” di ottenere l’egemonia di una classe su tutte le altre.

Va da sé che l’esportabilità della rivoluzione social-comunista produce una reazione in tutti gli stati liberali che si sentono da essa minacciati. La presenza stessa di partiti comunisti, collegati e finanziati dall’Unione Sovietica, in ogni nazione costituisce una minaccia. La Germania di Hitler, il comune nemico nazista sia delle democrazie occidentali che dell’Unione Sovietica, consente una paradossale, temporanea, alleanza tra i due antagonisti. Ma, finita la Seconda guerra mondiale, le ostilità riprendono più forti di prima. Il mondo viene proprio diviso in due blocchi convenendo perfino sui confini delle zone di influenza e da allora fino alla caduta del muro di Berlino è guerra fredda tra i sovietici e il cosiddetto mondo libero.

L’Umanità non è nuova al tentativo di voler realizzare una società perfetta e giusta. Platone parlava di uno stato governato dai filosofi e cercò praticamente di realizzarlo a Siracusa anche a suo rischio personale. La politica, nella sua concezione più alta, ha il fine di arrivare a una società giusta. Essa si può realizzare passando attraverso una rivoluzione più o meno violenta in cui il passato si abbatte e viene ricostruito il nuovo, oppure accettando un processo più lungo ma meno aggressivo che è quello delle riforme che, con piccoli cambiamenti, arriva più lentamente allo stesso risultato. Chiaramente nello scegliere la via riformista è necessario che, almeno sui fondamentali, tutti i governi che si succedono abbiano le stesse finalità. Questo purtroppo non è sempre così e spesso ci si ritrova a compiere larghi cerchi inutili ritrovandosi alla fine al punto di partenza.

Molti in buona fede hanno creduto veramente al socialismo reale e per essi bisogna avere profondo rispetto. Il punto, però, è che nello sforzarsi di compiere il bene si possono anche produrre milioni di morti! E allora ci si chiede: dov’è l’errore? In quale punto l’analisi ha difettato? Perché, dopo aver applicato con precisione la ricetta indicata dal filosofo del comunismo, non si è raggiunto il risultato sperato? Io credo che l’uomo non si possa ridurre semplicisticamente a un insieme di bisogni da soddisfare. Non basta farlo mangiare e dargli una casa per farlo vivere in una pace sociale forzata per risolvere tutti i suoi problemi. L’uomo ha una complessità molto più elevata di questo. Ridurre tutto a un problema economico e monetizzabile vuol dire pensare all’uomo come a poco più che un animale cui devi dare ogni giorno da mangiare, cambiare l’acqua e pulire la gabbietta. Non c’è soltanto la dimensione corporea e mentale ma anche una innata e incontenibile esigenza di libertà che non si può in alcun modo limitare, e possono anche passare settant’anni e milioni di morti, ma verrà comunque fuori per abbattere qualunque muro.

Nicola Sparvieri

FIDENE-NUOVO SALARIO, LA STORIA DEI QUARTIERI AL NUOVO BIBLIOPOINT

Roma – Sabato 15 gennaio alle ore 10 Typimedia Editore partecipa all’inaugurazione del neonato BiblioPoint “Senza confini” ospitato all’interno dell’IC Fidenae in via don Giustino Russolillo con le letture di alcuni estratti del volume fresco di stampa sulla Storia di Fidene-Nuovo Salario, tra gli ultimi nati dell’apprezzata collana sulla Storia di Roma che in questi anni ha raccontato più di 30 quartieri.

Il volume di Giulia Zaccardelli è uno dei 100 (+1) libri donati dalla casa editrice alla prima biblioteca di quartiere, un progetto che ha coinvolto il III Municipio, Biblioteche di Roma e il comitato di quartiere Fidene.

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Salomone e la regina del sud

I re­sti del pa­laz­zo del­la re­gi­na di Saba, ri­sa­len­te al de­ci­mo se­co­lo avan­ti Cri­sto sono sta­ti sco­per­ti nel 2008 sot­to i ru­de­ri di un al­tro edi­fi­cio co­strui­to da un re cri­stia­no vis­su­to suc­ces­si­va­men­te. 

Pro­ba­bil­men­te la re­gi­na era ori­gi­na­ria di Ma­rib, un in­se­dia­men­to ad est di Sa­na’a, nel­l’at­tua­le Ye­men, che era la ca­pi­ta­le del­l’an­ti­ca Saba. Ma­rib era si­tua­ta nel pun­to in cui si in­cro­cia­va­no le ca­ro­va­ne che tra­spor­ta­va­no in­cen­so in di­re­zio­ne del mar Ros­so e l’in­te­ra re­gio­ne con il pas­sa­re de­gli anni, a cau­sa dei for­tu­na­ti e fio­ren­ti com­mer­ci, pre­se il nome di Ara­bia Fe­lix.

Quin­di la re­gi­na di Saba, se ve­ra­men­te è esi­sti­ta, era nata e vi­ve­va a Ma­rib, al cen­tro del de­ser­to. La leg­gen­da vuo­le che ella fos­se straor­di­na­ria­men­te bel­la e af­fa­sci­nan­te e che fos­se ric­chis­si­ma. La sua mi­ti­ca pre­sen­za era cir­con­da­ta dal­lo splen­do­re di gran­di tem­pli e pa­laz­zi an­che se que­sto oggi a noi non sem­bra pos­si­bi­le in una ter­ra così de­so­la­ta e ari­da. Gli sca­vi ar­cheo­lo­gi del­l’e­ra mo­der­na, però, han­no sco­per­to un gran­dio­so si­ste­ma d’ir­ri­ga­zio­ne che tra­sfor­mò il de­ser­to in un giar­di­no col­ti­va­bi­le e ric­co di pa­sco­li. L’ac­qua pro­ve­ni­va dal­la gran­dio­sa diga di Ma­rib, lun­ga 640 me­tri ed alta 11 si­tua­ta in pie­no de­ser­to in fon­do allo Wadi Ad­ha­na. Di que­sta diga sono an­co­ra evi­den­ti le ro­vi­ne che co­sti­tui­sco­no una del­le me­ra­vi­glie in­ge­gne­ri­sti­che del mon­do an­ti­co, ri­ma­ste pe­ral­tro igno­te al mon­do me­di­ter­ra­neo, ed è una del­le prin­ci­pa­li ra­gio­ni del­la ec­ce­zio­na­le fio­ri­tu­ra del­la cul­tu­ra sa­bea che fece dei traf­fi­ci del­l’in­cen­so e di al­tre pre­zio­se spe­zie etio­pi­che il mo­ti­vo prin­ci­pa­le del­la sua ric­chez­za e del­la sua mi­ti­ca fama. 

Il do­mi­nio dei Sa­bei si esten­de­va an­che sul con­ti­nen­te afri­ca­no com­pren­den­do l’at­tua­le, Eri­trea, So­ma­lia e so­prat­tut­to l’E­tio­pia, dove ad Axum ven­ne sta­bi­li­ta la sede dei so­vra­ni del­l’im­pe­ro axu­mi­ta e il cui sito at­tua­le è l’og­get­to del ri­tro­va­men­to de­gli ar­cheo­lo­gi te­de­schi.

Da un pun­to di vi­sta sto­ri­co, i ri­fe­ri­men­ti alla re­gi­na di Saba che pos­se­dia­mo sono pre­sen­ti, ol­tre che nel­la Bib­bia, an­che nel Co­ra­no e nel Ke­bra Na­ga­st, il Li­bro del­la Glo­ria dei Re del­l’E­tio­pia, un an­ti­co te­sto di straor­di­na­rio in­te­res­se e Li­bro Sa­cro per i Ra­sta­fa­ria­ni (o Ra­sta) che si pre­sen­ta­no come ere­di del cri­stia­ne­si­mo da Hai­lé Se­las­sié (Ra­sTa­fa­ri) a Bob Mar­ley con la sua mu­si­ca Reg­gae. 

Nel li­bro sa­cro del Ke­bra Na­ga­st (scrit­to tra il 300 e il 400 DC ma ul­ti­ma­to nel 1300) ven­go­no ri­por­ta­te sto­rie del tut­to si­mi­li a quel­le Bi­bli­che da Ada­mo, ed i suoi fi­gli Abe­le, Cai­no e poi ri­fe­ri­men­ti a Noè e Set; ad Abra­mo e alla sua ami­ci­zia con Dio. La di­scen­den­za di Abra­mo poi co­no­sce­rà l’Ar­ca del­l’Al­lean­za, co­strui­ta se­con­do i det­ta­mi co­mu­ni­ca­ti da Dio a Mosè sul mon­te Si­nai, e ge­lo­sa­men­te cu­sto­di­ta dal po­po­lo ebrai­co nel­la ten­da e, suc­ces­si­va­men­te, nel Tem­pio di Ge­ru­sa­lem­me fat­to co­strui­re dal sag­gio Re Sa­lo­mo­ne, fi­glio del Re Da­vi­de e del­la bel­lis­si­ma Be­tsa­bea.

Ma sen­za dub­bio per i cre­den­ti Ra­sta la vi­cen­da chia­ve che il Li­bro rac­con­ta è rap­pre­sen­ta­ta dal­l’in­con­tro tra il so­vra­no di Israe­le Sa­lo­mo­ne, e la re­gi­na di Saba, chia­ma­ta nel Li­bro Ma­ke­da o la Re­gi­na del Sud, che “in­na­mo­ra­ta del­la sua sag­gez­za” af­fron­ta il lun­go viag­gio fino a Ge­ru­sa­lem­me per co­no­scer­lo ed ap­pren­der­ne le vir­tù. Il Li­bro de­scri­ve l’in­con­tro tra i due so­vra­ni e il loro pro­fon­do ed ap­pas­sio­nan­te amo­re che ne de­ri­va, e che pro­vo­che­rà de­gli im­por­tan­ti cam­bia­men­ti nel­la vita del­la Re­gi­na e nel­la sto­ria suc­ces­si­va del suo po­po­lo. An­zi­tut­to la Re­gi­na Ma­ke­da de­ci­de da al­lo­ra che non ado­re­rà più il Sole come i suoi avi, ben­sì il Dio di Israe­le, come Sa­lo­mo­ne, suo uni­co e de­fi­ni­ti­vo amo­re. 

Inol­tre il Li­bro rac­con­ta che il Re, dopo aver tra­scor­so una not­te in­sie­me alla Re­gi­na, al mat­ti­no se­guen­te ha una vi­sio­ne pre­mo­ni­tri­ce di una di­scen­den­za. Pri­ma che Ma­ke­da par­ta per tor­na­re al suo re­gno, il Re le re­ga­la un anel­lo spe­cia­le da do­na­re al loro fu­tu­ro fi­glio. Dal­la loro unio­ne in­fat­ti na­sce­rà un bam­bi­no, Bay­na-Le­h­kem (Fi­glio del Sag­gio), in se­gui­to Im­pe­ra­to­re col ti­to­lo di Me­ne­lik I, ori­gi­ne del­la stir­pe dei so­vra­ni d’E­tio­pia. 

Que­sti, rag­giun­ti i ven­ti­due anni, par­te da Axum alla ri­cer­ca del pa­dre as­sie­me al pre­zio­so anel­lo di Re Sa­lo­mo­ne. Il Re lo ac­co­glie con tut­ti gli ono­ri e in­si­ste per­ché re­sti a re­gna­re con lui. Egli, de­ci­so a tor­na­re nel­la ter­ra ma­ter­na, co­strui­sce una co­pia in le­gno del­l’Ar­ca, e tra­fu­ga l’o­ri­gi­na­le ver­so l’E­tio­pia. 

Il tra­sfe­ri­men­to del­l’Ar­ca vie­ne quin­di let­to sim­bo­li­ca­men­te come un pas­sag­gio del­la di­scen­den­za bi­bli­ca di Israe­le in Etio­pia, e quin­di per i Ra­sta­fa­ria­ni il Li­bro sa­cro del­la Glo­ria dei Re spie­ga il nes­so tra il re­gno di Israe­le e quel­lo di Etio­pia, rap­pre­sen­ta­to da Me­ne­lik I e dal­la sua di­scen­den­za. L’E­tio­pia è quin­di la nuo­va ter­ra elet­ta da Dio, al po­sto di Israe­le.

Vi è poi un’al­tra se­zio­ne del Li­bro nel­la qua­le è rac­con­ta­to di come un an­ge­lo an­nun­ci alla ma­dre di San­so­ne, un na­zi­reo, che il fi­glio avreb­be un gior­no li­be­ra­to Israe­le dai Fi­li­stei, e la in­vi­ti a far­lo cre­sce­re il­li­ba­to. Dio è dun­que ge­ne­ro­so con San­so­ne per la sua in­te­gri­tà, e gli dona una for­za spro­po­si­ta­ta le­ga­ta al fat­to di non ta­glia­re mai i suoi ca­pel­li. Dà­li­la, fi­glia di un av­ver­sa­rio Fi­li­steo, lo se­du­ce e ta­glia i suoi ca­pel­li nel son­no. Dio, per pu­nir­lo, lo fa al­lo­ra cat­tu­ra­re dai suoi stes­si ne­mi­ci, che lo ac­ce­ca­no e gli ta­glia­no i lun­ghi ca­pel­li in­trec­cia­ti, ren­den­do­lo de­bo­le e im­pri­gio­nan­do­lo. San­so­ne, con le sue ul­ti­me for­ze fa crol­la­re tut­to il pa­laz­zo dove era pri­gio­nie­ro, uc­ci­den­do i suoi ne­mi­ci e se stes­so. I ra­sta­fa­ria­ni sono co­mu­ne­men­te co­no­sciu­ti per i ca­pel­li an­no­da­ti che for­ma­no del­le lun­ghe e dure cioc­che. La mu­si­ca Reg­gae di Bob Mar­ley e Pe­ter Tosh si rifà di­ret­ta­men­te a que­sta tra­di­zio­ne ap­pro­da­ta in Gia­mai­ca ne­gli anni 70.

Quan­to det­to fi­no­ra sul­la Re­gi­na di Saba e sul­la sua straor­di­na­ria sto­ria è ri­ca­va­ta dal­le in­for­ma­zio­ni con­te­nu­te nel Li­bro Sa­cro dei Ra­sta­fa­ria­ni ma cosa pos­sia­mo dire di lei che de­ri­vi dal­la tra­di­zio­ne bi­bli­ca ed evan­ge­li­ca che è a noi più vi­ci­na? E quan­to di quel­lo che pro­vie­ne dal­la no­stra tra­di­zio­ne può es­se­re coe­ren­te con la sto­ria leg­gen­da­ria che i Ra­sta rac­con­ta­no di lei?

An­che l’an­ti­co te­sta­men­to ha ri­fe­ri­men­ti al viag­gio del­la Re­gi­na di Saba per co­no­sce­re Sa­lo­mo­ne (1 Re 10,4), ed an­che il van­ge­lo di Mat­teo (12,42) “Ecco ora qui c’è più di Gio­na! La re­gi­na del Sud si le­ve­rà a giu­di­ca­re que­sta ge­ne­ra­zio­ne e la con­dan­ne­rà, per­ché essa ven­ne dal­l’e­stre­mi­tà del­la ter­ra per ascol­ta­re la sa­pien­za di Sa­lo­mo­ne. Ecco ora qui c’è più di Sa­lo­mo­ne!”.

Sa­lo­mo­ne nel­la sto­ria ebrai­ca è ri­ma­sto per ec­cel­len­za come l’em­ble­ma del sa­pien­te, ce­le­bra­to dal­la Bib­bia come au­to­re di “3.000 pro­ver­bi e 1.005 poe­sie”, ca­pa­ce di dis­ser­ta­re di bo­ta­ni­ca e di zoo­lo­gia (1Re 5,9-13). Ma la sua fi­gu­ra è le­ga­ta so­prat­tut­to alla po­li­ti­ca in­ter­na, este­ra e re­li­gio­sa. Egli era nato dal­l’a­mo­re di suo pa­dre Da­vi­de per la bel­lis­si­ma Be­tsa­bea, spo­sa­ta pro­vo­can­do la mor­te del suo le­git­ti­mo ma­ri­to Urià l’Hit­ti­ta (2Sa­mue­le 11-12). A Sa­lo­mo­ne sono sta­ti at­tri­bui­ti il li­bro del­la Sa­pien­za, il can­ti­co dei can­ti­ci e il Qo­he­let-Ec­cle­sia­ste ol­tre che l’in­te­ro li­bro dei Pro­ver­bi. 

La sua suc­ces­sio­ne era sta­ta dif­fi­ci­le per­ché di mez­zo c’e­ra un al­tro pre­ten­den­te, Ado­nia, fi­glio di Da­vi­de e di un’al­tra sua mo­glie, Ag­ghìt. Ma una vol­ta as­sun­to il po­te­re, Sa­lo­mo­ne s’e­ra ri­ve­la­to un abi­le capo di Sta­to. Aprì rap­por­ti com­mer­cia­li col co­los­so eco­no­mi­co vi­ci­no, la Fe­ni­cia, in par­ti­co­la­re col re di Tiro, Hi­ram. Fu que­st’ul­ti­mo a con­ce­der­gli as­si­sten­za tec­ni­ca du­ran­te l’at­tua­zio­ne del­la mag­gio­re del­le gran­di ope­re mes­se in can­tie­re da Sa­lo­mo­ne, quel­la del­l’e­di­fi­ca­zio­ne del tem­pio di Ge­ru­sa­lem­me, im­pre­sa du­ra­ta set­te anni, e del pa­laz­zo rea­le che di anni ne ri­chie­se ben tre­di­ci.

A que­sto pro­po­si­to l’e­ven­to del­la vi­si­ta di Sta­to del­la re­gi­na di Saba, fu an­che un’o­pe­ra­zio­ne di pro­pa­gan­da po­li­ti­ca per esal­ta­re il suo go­ver­no (1 Re 10,1-10). Ma al di là di que­sto non po­trem­mo mai sa­pe­re cosa pas­sa­va nel cuo­re del Re Sa­lo­mo­ne e se la sua re­la­zio­ne con la Re­gi­na del Sud sia sta­ta an­che una au­ten­ti­ca e sen­ti­ta pas­sio­ne.

Ri­ma­ne il fat­to che la re­gi­na di Saba è una fi­gu­ra mi­ti­ca an­che per la no­stra tra­di­zio­ne. Essa è la Sha­ron Sto­ne del­l’an­ti­chi­tà. Una fi­gu­ra af­fa­sci­nan­te e mi­ste­rio­sa im­mor­ta­la­ta nel­la Bib­bia e ce­le­bra­ta an­che nel­l’ar­te, da un ora­to­rio di Han­del a un bal­let­to di Ot­to­ri­no Re­spi­ghi, e rap­pre­sen­ta­ta nei di­pin­ti di Raf­fael­lo, Tin­to­ret­to e Pie­ro del­la Fran­ce­sca. La sua re­la­zio­ne con il Re Sa­lo­mo­ne rap­pre­sen­ta ideal­men­te an­che una spe­ran­za che pos­sa crear­si fi­nal­men­te quel le­ga­me au­ten­ti­co tra la no­stra ci­vil­tà del nord e quel­la real­tà afri­ca­na del sud che amia­mo e che ci è cara al di là di ogni pos­si­bi­le le­ci­ta di­scus­sio­ne sui flus­si mi­gra­to­ri.

Nicola Sparvieri

25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Un ciclamino per tutte le lavoratrici del Car

Domani, 25 novembre 2021, si celebrerà la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Per l’occasione, Il Centro Agroalimentare Romano donerà una piantina di ciclamino a ciascuna delle oltre 500 donne che lavorano quotidianamente all’interno delle sue strutture. Alla piantina sarà abbinato un biglietto che riporta, oltre al numero antiviolenza 1522, predisposto dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, la frase “La violenza sulle donne nega a tutti noi un mondo migliore”, a rappresentare l’impegno su questo importante e delicatissimo tema da parte del Car.

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Mitra, il sole, l’amicizia, il patto

Mitra il sole, il patto, l’accordo, è una divinità dell’induismo, della religione persiana e un dio ellenistico e romano, fu adorato nelle religioni  misteriche dal primo secolo a.C. al quinto secolo d.C.  Numerosi sono del resto gli aspetti in comune fra questi culti, esaminerò in questo articolo le origini e le differenze tra i tanti.

Mitra é un nome di divinità molto antica, le notizie sui suoi culti sono scarse e frammentarie. Quello ellenistico/romano non ha lasciato alcun testo e sembra molto diverso dal Mitra dei Veda e dello zoroastrismo.

Anche l’Avestā, il testo fondamentale della religione persiana, non è giunto fino a noi integralmente e le parti sopravvissute che riguardano Mitra sono costituite solo da inni, trasmessi tramite la tradizione orale: nei frammenti che ci sono giunti Mitra conduce la battaglia finale contro i demoni.

Esso, inoltre, presenta somiglianze con il Libro di Daniele e con gli Oracoli di Istaspe (un testo ellenistico del I secolo a.C.) e perciò i suoi rapporti col mondo ebraico ed ellenistico sono oggetto di accese discussioni. Molti studiosi ritengono che il testo persiano porti i segni di ripetute revisioni e aggiunte a un non ben definito, e forse addirittura inesistente, libro che doveva esistere prima dell’Avestā, un cosiddetto “substrato avestano”. Anche in questa parte la parte finale, l’escatologia di Mitra, non si trova e sarebbe dovuta essere una sua battaglia contro i demoni.

Alla fine del XIX secolo il contenuto della religione mitraica dell’età imperiale fu ricostruito dallo studioso Franz Cumont come una combinazione in culto sincretico del Mithra persiano con altre divinità persiane e probabilmente anatoliche (Turchia moderna). Dopo il congresso di Manchester del 1971, gli studiosi si sono orientati a sottolineare le differenze fra il nuovo culto e quello indo-persiano.

                         Mitra nel mondo Indo-Persiano

Mitra come culto nasce nel 1200 a.C. e compare nei Veda come uno degli Aditya, una delle divinità solari, dio dell’amicizia e degli affari, governatore del giorno. Nella civiltà persiana, dove il suo nome veniva reso come Mithra, assunse anche le caratteristiche marziali che i Veda assegnano a Indra e acquistò col tempo sempre maggiore importanza fino a diventare una delle maggiori divinità dello Zoroastrismo, divenendo la divinità solare per eccellenza, dio dell’onestà, dell’amicizia e dei contratti.

In entrambe le culture, si distingue per la sua stretta relazione con gli dei che regnano sugli Asura (ahura in iranico) e proteggono l’ordine cosmico (Rta per i Veda, Asha in iranico): Varuna in India e Ahura Mazda in Iran. Mitra/Mithra, quindi, potrebbe essere una divinità proto-indo-iranica  il cui nome originario può essere ricostruito come Mitra.

                     Etimologia e origine della parola

La parola “Mitra” può significare due cose riferita al Dio che porta questo nome e in relazione al paese dove viene pronunciata:

  1. amicizia, secondo le fonti indiane
  2. patto, accordo, contratto per ciò che riguarda le fonti iraniche
  3. Il termine alleanza si riferisce invece al senso traslato di entrambe le lingue/culture

Il più antico riferimento conosciuto del nome Mitra si trova su un’iscrizione di un trattato risalente approssimativamente al 1400 a.C. stipulato tra gli Ittiti e il regno hurrita di Mitanni . Il trattato è garantito da cinque dei indo-iranici: Indra, Mitra, Varuna e i due cavalieri, gli Ashvin o Nasatya. Gli Hurriti erano guidati da una casta aristocratica guerriera che adorava questi dei.

              Mitra nei Veda, colui che genera la luce all’alba

Negli inni vedici, Mitra è sempre invocato insieme con Varuna, tanto che le due divinità sono combinate nel termine Mitravaruna.
Varuna è signore del ritmo cosmico delle sfere celesti, mentre Mitra genera la luce all’alba. Nel più tardo rituale vedico una vittima bianca viene prescritta per Mitra, una nera per Varuna. Nel Šatapatha Brāhmana queste due divinità sono note come l’Uno appaiato,descritto come “il Consiglio ed il Potere”: Mitra rappresenta il sacerdozio, Varuna il potere regale come riportato da Georges Dumèzil nel suo Mitra-Varuna: An Essay on Two Indo-European Representations of Sovereignty(1990).

                            Mitra nel mondo iranico

La riforma di Zarathustra  mantenne molte divinità del più antico panteon indo-iranico, riducendole di numero, in una complessa gerarchia, retta dagli Amesha Spenta: questi erano I “Benefici Immortali” che erano proposti alla tutela del supremo Ahura Mazda, il “Signore Saggio”, e come tutto il cosmo erano parte del Bene o del Male.

In tarde parti dell’Avestā, Mithra si mette in luce tra gli esseri creati, guadagnandosi il titolo di “Giudice delle Anime”. Come protettore della verità e nemico dell’errore, Mithra occupò una posizione intermedia nel pantheon zoroastriano come il più grande degli yaza ta, gli esseri creati da Ahura Mazdā per aiutarlo nella distruzione del male e l’amministrazione del mondo. Egli divenne il rappresentante divino di Ahura-Mazda sulla terra ed era incaricato di proteggere i giusti dalle forze demoniache di Angra Mainyu.

Mitra era una divinità che rappresentava verità e legalità e, nell’entrare al regno fisico, un dio dell’aria e della luce. Come nemico degli spiriti del male e delle tenebre, proteggeva le anime e, come psicopompo, ovvero guida delle anime, le accompagnava in “Paradiso” (concetto e anche parola di origine persiana). Poiché la luce è accompagnata dal calore, era il dio della vegetazione e della crescita: ricompensava il bene con la prosperità e combatteva il male. Mitra era detto onnisciente, infallibile, sempre attento e che mai riposa o chiude gli occhi. La nascita di Mitra veniva celebrata al solstizio d’inverno, chiamato in persiano Shab-e Yalda, come si addice a un dio della luce. In Mesopotamia, Mitra era facilmente identificato con Shamash, dio del sole e della giustizia.

Come dio che concede la vittoria, Mitra era una divinità preminente nel culto ufficiale del primo Impero persiano, dove erano a lui consacrati il settimo mese e il sedicesimo giorno degli altri mesi. Mitra il “Grande Re” era particolarmente adatto come dio tutelare dei regnanti: nomi regali che incorporano il nome del dio (es. “Mitridate”) compaiono nell’onomastica dei Parti e degli Armeni, nonché in Anatolia, Ponto e Cappadocia. Il suo culto si estese prima con l’impero dei Persiani in tutta l’Asia minore, per poi propagarsi per tutto l’impero di Alessandro Magno e dei suoi successori.

I principi parti dell’Armenia erano sacerdoti ereditari di Mitra: molti templi furono eretti al dio in Armenia, che rimase una delle ultime roccaforti del culto zoroastriano di Mitra fino a quando divenne il primo regno ufficialmente cristiano.

La divinità Anahita, che governava gli eventi meteorologici e che poi si fonde con la mesopotamica Ishtar, a sua volta rappresentata come il pianeta Venere, appariva essere talvolta la consorte di Mitra. Non risultano, invece, fonti per affermare che Anahita ne fosse la madre.

                           Mitra nel mondo Greco-Romano

Il culto di Mitra cominciò a manifestarsi nell’impero romano quando fu introdotta la processione degli equinozi da parte di Ipparco di Nicea(190-120 a.C), che aveva identificato in Mitra la potenza celeste che li causava.

Il culto di Mitra nell’impero romano inizia forse a Pergamo (Eolide-Misia) o a Tarso in Cilicia(oggi provuncia di Mersin in Turchia). Il dio entra nella storia greco-romana con l’espandersi dell’Impero romano: culti d’origine orientale vengono adottati dalla popolazione dell’Impero e interpretati in chiave misterica, sa qui il culto di Mitra  si diffuse a Roma all’incirca nel I secolo d.C. mentre non divenne mai popolare nell’entroterra greco. in seguito fu accolto da molti imperatori come una religione ufficiale, di pari passo con la diffusione del cristianesimo.

Nella mitologia greca Mitra è una delle divinità solari, nonché protettore dei re del Ponto, degli imperatori dei Parti (molti dei quali ebbero il nome Mitridate = dono di Mitra) e delle armi dei pirati della Cilicia (come visto per associazione di Mitra anche con l’Indra vedico). Per gli attributi che lo accompagnano e per il valore simbolico delle azioni a lui attribuite, nella cultura ellenistica Mitra era spesso accomunato ad Apollo o alla divinità solare Elio, Il sacrificio caratteristico di questo nuovo culto, assente nel culto indo-persiano, era la tauroctonia. Il culto mitraico sembra essersi diffuso soprattutto nell’esercito e nella burocrazia imperiale. Nella mitologia romana Mitra era il dio delle legioni e dei guerrieri.

                                   La tauroctonia

In ogni tempio romano dedicato a Mitra il posto d’onore era dedicato alla rappresentazione di Mitra nell’atto di sgozzare un toro sacro. Mitra è rappresentato come un giovane energico, indossante un berretto frigio, una corta tunica che s’allarga sull’orlo, brache e mantello che gli sventola alle spalle. Mitra afferra il toro con forza, portandogli la testa all’indietro mentre lo colpisce al collo con una spada corta. La raffigurazione di Mitra è spesso mostrata in un angolo diagonale, col volto girato verso l’alto.

Un serpente  e un cane sembrano bere dalla ferita del toro (dalla quale a volte sono rappresentate delle gocce di sangue che stillano); uno scorpione, invece, cerca di ferire i testicoli del toro. Questi animali sono proprio quelli che danno nome alle costellazioni che si trovavano sull’equatore celeste, nei pressi della costellazione del Toro, nel periodo tra il 2000 a.C. e la nascita di Cristo ( appunto l’era del Toro), quando durante l’equinozio di primavera il Sole era nella costellazione del Toro (Ulansey).

Steve Jobs – il fondatore della Mela più famosa del mondo

 
L’incredibile storia del Signore delle mele: Steve Job, un californiano geniale e irascibile che ha messo la tecnologia nelle mani di tutti.

Computer e smartphone sono diventati i migliori amici dell’uomo, e se è cambiato il modo in cui ascoltiamo la musica o guardiamo l’orologio, ed il cellulare è diventato un apparecchio tuttofare, molta parte del merito (o no?) è sua.

Alcuni aspetti della vita di Steve Jobs sono stati avvolti dal mistero, a partire dalla nascita che avvenne il 24 febbraio 1955, ma dove? C’è chi dice che sia nato a San Francisco e chi sostiene che il piccolo Steven Paul sia nato in Wisconsin. Apple si è sempre rifiutata di fornire questa informazione, finchè la biografia ufficiale svelò l’arcano confermando la nascita di Jobs a San Francisco. I genitori erano entrambi due studenti universitari; il padre, Abdulfattah “John” Jandali, di origine siriana, sarebbe poi diventato un professore di scienze politiche, la madre invece era americana. Entrambi temendo di non poter garantire un futuro dignitoso al proprio figlio, decisero di darlo in adozione. «Voleva che fossi affidato a una coppia di laureati» raccontò Jobs in un discorso. «Quando scoprì che la mia madre adottiva non aveva finito il college, e il marito neppure il liceo, si rifiutò di firmare le carte. Finché non le garantirono che sarei andato all’università».

Come stabilito nel “patto di adozione” nel 1972 Steve Jobs si iscrisse al Reed College, in Oregon; ma ben presto capì che quei corsi non erano interessanti e che la vita del college era troppo costosa per le casse di famiglia. Così decise di lasciare i corsi ufficiali e di seguire solo quelli che gli interessavano tra cui quello di calligrafia, dove imparò tutto su scrittura, lettere e caratteri. Queste conoscenze sarebbero state alla base, molti anni dopo, delle capacità tipografiche e soprattutto stilistiche del Macintosh.

Per risparmiare lasciò la camera del dormitorio facendosi ospitare da amici, iniziò a raccogliere bottiglie di Coca-Cola vuote per restituirle ai venditori e avere in cambio cinque centesimi, arrivò a fare 10 km a piedi per raggiungere il tempio Hare Krishna dove, la domenica, si mangiava gratis. Secondo Leander Kahney (autore della biografia non autorizzata Nella testa di Steve Jobs, Sperling & Kupfer) provò anche una dieta a base di sole mele, nella speranza che ciò, e chissà perché, gli permettesse di non lavarsi.

Stay hungry stay foolish, il più famoso discorso e testamento spirituale di Jobs, sottotitolato in italiano

Tornato in California, Steve rispolverò la passione per l’elettronica iniziando a lavorare per Atari, uno dei primi produttori di videogame. In seguito con il suo amico e collega Steve Wozniak, decise di mettersi in proprio e nel 1976 fondò la Apple Computer. Sede della società era il garage di casa, il logo una mela morsicata, capitale sociale poco, molto poco. Per finanziarsi Jobs fu costretto a vendere il suo furgone Volkswagen, mentre Wozniak la sua calcolatrice scientifica.

Sulla scia di questo primo successo arrivò l’Apple II, il primo computer fatto e finito, in modo che una volta tirato fuori dalla scatola, poteva essere pronto da usare, senza nessuna parte da montare. Successivamente arrivò Apple III che risultò un flop a causa dei problemi di surriscaldamento. Nel progetto non era stata prevista la ventola di raffreddamento perché a Jobs non piaceva, ritenendola poco elegante.

Nel dicembre 1979 visitò il centro ricerche della Xerox, dove stavano studiando un sistema che avrebbe permesso di comandare i computer attraverso semplici menu a icone. Fu la svolta, e proprio grazie a questa idea Jobs e il suo team riuscirono a trasformare il computer in un elettrodomestico alla portata di tutti. Nel 1984 venne lanciato il Macintosh, il primo computer controllato da due nuovi accessori: la tastiera e un nuovo apparecchio battezzato mouse. Le quotazioni della Apple schizzarono alle stelle, ed iniziò l’eterna disputa tra i fan della Mela e quelli che utilizzavano computer di altre aziende. Alla Apple nacque anche la particolare figura del “Mac evangelista”, un tecnico “mistico” con la missione di convincere amici e parenti della superiorità del Macintosh rispetto al resto.

Riguardo alla vita privata e sentimentale sembra che a vent’anni fosse fidanzato con Joan Baez, icona della musica folk americana e già compagna di Bob Dylan, uno dei suoi miti. Secondo Alan Deutschman, autore di un’altra biografia non autorizzata (I su e giù di Steve Jobs), la storia sarebbe finita perché la Baez sarebbe stata troppo vecchia per avere un bambino. Un rapporto complicato, quello con la paternità; quando nel 1978 la sua prima ragazza Chris Ann gli comunicò di essere incinta, lui non fece una piega e reagì come se la cosa non lo riguardasse. La figlia Lisa nacque così in una comune. Nel 1991, durante un rito buddhista, Jobs sposò Laurene Powell con cui avrebbe poi messo al mondo tre figli.

Nel frattempo il rapporto con Apple iniziò ad incrinarsi; dopo continui contrasti con l’amministratore dell’epoca, nel 1985, Jobs fu costretto a dimettersi. Proprio lui che quella realtà l’aveva creata in garage e resa una compagnia da 2 miliardi di dollari e 4 mila dipendenti, veniva messo alla porta, perché ritenuto improduttivo e fuori controllo. «Essere licenziato da Apple» raccontò in seguito, «fu la cosa migliore che potesse capitarmi. […] Mi liberò dagli impedimenti permettendomi di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita». Di sicuro non se ne rese conto subito.

Nuovamente nei panni del debuttante, Jobs fondò la NeXT con l’idea di produrre computer all’avanguardia; per 10 milioni di dollari ne rilevò poi un’altra, da George Lucas, il regista di Star Wars. La NeXT non decollò, vendendo appena 50 mila computer in 8 anni, mentre la Pixar (così fu ribattezzata l’altra società) si manteneva a galla a fatica. Ma proprio quando Jobs stava per affondare ed anche la stessa Apple, a causa di scelte sbagliate, a metà degli anni ’90 i loro destini si incrociarono. Jobs convinse i “rivali” di Apple a scegliere un rivoluzionario programma sviluppato da NeXT come base per i nuovi computer, gli iMac. Così Apple acquistò la NeXT stessa e nel 1996 Steve Jobs tornò a casa da numero uno.

Anche la Pixar si rimise in sesto con il debutto, nel 1995, nelle sale cinematografiche americane di Toy Story, primo film realizzato completamente con sistemi di animazione digitale. Fu un successo. Il primo di quello che sarebbe diventato ben presto il più importante studio di animazione di Hollywood.

Tornato al timone della Apple, Jobs si trovò ad affrontare una profonda crisi finanziaria e lo fece ricorrendo ai licenziamenti di massa. Sempre secondo una delle biografie non allineate, sembra che bloccasse i dipendenti negli ascensori, interrogandoli sul loro ruolo in azienda. Se a Jobs la risposta non piaceva, potevano essere licenziati anche su due piedi. Una pratica che divenne famosa con l’espressione “essere stevizzati”. Jobs era sì famoso per le sue intuizioni folgoranti, ma al tempo stesso aveva un carattere difficile, pignolo ed egocentrico.

Proprio queste caratteristiche del suo carattere, secondo i suoi fan, sono il segreto delle sue vittorie. Dal rientro in azienda non ha più sbagliato un colpo. Nell’ottobre del 2001 ha presentato l’oggetto che ha cambiato il nostro modo di ascoltare la musica: l’iPod. Qualche anno dopo nacque iTunes, il negozio virtuale dove si possono scaricare dischi e canzoni si legalmente, quindi a pagamento, dal web con il computer er poi esser copiate nel proprio iPod ed essere ascoltate ovunque. Un fenomeno mondialeche Apple ha celebrato nel 2010 dopo aver tagliato il traguardo dei 10 miliardi di canzoni scaricate.

Nel 2004 gli venne diagnosticato un rarissimo tumore al pancreas. «I dottori mi dissero di mettere ordine nei miei affari» raccontò a una classe di studenti, «e questo significa prepararsi a dire ai figli in pochi mesi ciò che pensavi di poter dire loro in dieci anni. Significa dire addio». Dopo l’operazione si rituffò negli affari decidendo di lanciare, o meglio di inventare, un iPod capace anche di telefonare.

Nel 2007, svelò al pubblico l’iPhone, un cellulare dal design minimalista senza tastiera, con schermo sensibile al tocco, con capacità musicali e in grado di navigare nel Web come un computer di casa. Le sue presentazioni erano dei veri e propri eventi. Il suo linguaggio e la sua mimica, il suo abbigliamento sempre uguale (jeans e maglionicino a collo alto nero) ma tutto studiato a tavolino.

L’iPhone divenne un oggetto di culto da subito, il giorno in cui venne lanciato ne furono venduti 500 mila e con l’iPad, venne creato addirittura un nuovo mercato.

La malattia tornò di nuovo quando Jobs aveva iniziato a condurre una vita più “tranquilla”  abbracciando completamente il buddismo. Si era dato uno stipendio di appena un dollaro l’anno, anche continuando a possedere molte azioni Apple e godere di vari benefit. Il 17 gennaio 2011 Apple annunciò che Steve Jobs aveva chiesto un nuovo congedo medico, precisando però che sarebbe rimasto CEO e, continuando a occuparsi delle principali questioni strategiche ma sostituito per le questioni di tutti i giorni da Tim Cook. Il 24 agosto si dimise da amministratore delegato di Apple annunciando di voler chiedere al Consiglio di Amministrazione la conferma di Tim Cook come suo successore. Morì il 5 ottobre 2011, a 56 anni, e fu sepolto nell’Alta Mesa Memorial Park di Palo Alto, insieme ad altri imprenditori dell’alta tecnologia informatica, come il co-fondatore di HP, David Packard e l’ingegnere Frederick Emmons Terman, con i quali Jobs lavorò per alcuni mesi estivi come dipendente all’età di 13 anni.

Isole ponziane, al largo del promontorio del Circeo nel Basso Lazio, dove l’Europa non è utopia

L’incontro domani con gli operatori economici per il progetto “Ventotene-Santo Stefano”

Isole ponziane, al largo del golfo di Gaeta nel Basso Lazio. Oggi, 18 febbraio, a Ventotene è stato presentato alla stampa il progetto “Ventotene-Santo Stefano” alla comunità isolana come importante opportunità da implementare. È in programma domani, venerdì 18 febbraio, a partire delle 15.00, l’incontro online per fare il punto sul progetto integrato di recupero del complesso di Santo Stefano. Con questa iniziativa viene restituito ai cittadini di Ventotene il progetto strategico degli esperti, che nasce da una progettazione partecipata fortemente voluta dalla Commissaria Silvia Costa, momento finale di ascolto della cittadinanza avviato nei mesi precedenti. All’incontro parteciperanno le figure chiave della comunità: dal Sindaco, Gerardo Santomauro, alle associazioni, agli imprenditori e ai cittadini tutti. In parallelo al progetto strategico, si parlerà di sviluppo futuro insieme a Paolo Orneli, Assessore allo Sviluppo Economico della Regione Lazio.

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Il rosso oggi non è una zona, è un colore che ci piace tanto!

“Luna Rossa” e il suo doppio tra sport e camorra.

Il dominio assoluto italiano sui britannici nella vela – 2021, e quel
riferimento alla guerra di camorra nel film di un Ventennio fa – 2001

Raffaele Panico

Oggi è una giornata densa di miti e simboli. Nell’altro emisfero, l’australe dove la disposizione geografica della Nuova Zelanda riprende lo Stivale al rovescio. La volontà dei nostri Migliori italiani si è manifestata dopo aver imposto un dominio assoluto sui britannici, in mare, dove conducono per 4-0 la Finale della Prada Cup contro l’Ineos-Uk del Regno Unito. Sulla terraferma intanto l’America’s Cup Events (ACE) aveva proposto il rinvio di una settimana dell’atto conclusivo, per la solita emergenza legata al lockdown ovvero tradotto in italiano confinamento. Un rinvio per l’allerta portata a livello 2, in vigore nella capitale neozelandese fino a lunedì prossimo. C’è stata una Conferenza preceduta da un comunicato durissimo da parte di Tina Symmans, CEO di ACE (America’s Cup Events, gli organizzatori della Coppa) contro Noi che, a casa in questi mesi di confinamento o lockdown – che dir si voglia – ci immedesimiamo nei nostri Migliori campioni all’Estero.

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Ricordiamo Bernando Schiavuzzi che come Arturo Bianchini studiava la malaria

Almanacco del 10 febbraio. Studiosi illustri dell’epidemie e delle emergenze sanitarie

Raffaele Panico

Arturo Bianchini, nato a Terracina, è conosciuto come studioso della malaria nell’Agro pontino; a lui sono state dedicate molte scuole ed istituti scolastici in provincia di Latina. Sul Bianchini si può trovare molto nell’Archivio di Stato di Latina, nelle Biblioteche pontine, e anche in “La Storia della pianura pontina…” dove si riportano i suoi studi sulla malaria e spopolamento del territorio pontino.  Nell’attuale temperie e ricerca sulle epidemie nella storia, non ci si può non imbattere negli studi sul campo dei ricercatori del passato a noi prossimo. Ed è avvenuto per accostamento su voci e questi argomenti e temi ritrovare nella penisola istriana, geograficamente penisola della stessa penisola italiana, Bernardo Schiavuzzi, che era nato a Pirano, in Istria, l’11 Marzo 1849. Nato da una antica famiglia d’origine dalmata di Sebenico poi stabilitasi a Pirano nel sec. XIII.

Interessante la biografia di Schiavuzzi. Compie le scuole elementari a Pirano, frequenta il Ginnasio a Capodistria e infine si laurea in Medicina a Graz nel 1874. Dopo aver lì esercitato medicina da Graz torna in patria come medico di base a Pirano fino al 1883, poi a Monfalcone fino al 1885 e infine a Pola fino al 1887. Nel 1878 è medico riservista durante la campagna militare in Bosnia-Erzegovina.

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La Thailandia è tra i migliori 5 paesi al mondo per la capacità di contenimento del COVID-19

Buone notizie dall’Asia e dall’emisfero Australe. Il centro studi accademico australiano
“Lowy Institute” 
ha classificato la Thailandia al quarto posto su 98 paesi in tutto il mondo

Il TAT – acronimo – di Tourism Authority of Thailand con grande soddisfazione ci segnala la posiziona della Thailandia la quale, in una ricerca condotta da un importante Accademia australiana, è stata classificata al quarto posto, su 98 paesi del mondo, per la qualità della sua risposta all’emergenza e alla crisi della Pandemia COVID-19. Interessante seguire l’analisi, l’iter, le valutazioni e l’aggregazione dei dati, i criteri e i fondamenti della ricerca. Il Lowy Institute è giunto ai risultati finali che hanno visto dare il massimo dei voti alla Nuova Zelanda, con il Vietnam al secondo posto, seguito da Taiwan, Thailandia e Cipro che completano la classifica dei cinque virtuosi migliori Paesi nel Mondo intero. L’Italia, siamo andati a verificare, è stata posizionata al 59.mo posto sul totale dei 98 Paesi, quindi posizione appena sufficiente. Segnaliamo nella stessa nota e si veda il link dello studio che, “la Cina non è stata inclusa in questa classifica a causa della mancanza di dati pubblicamente disponibili sui test”. Mentre continua la nota “I dati per Taiwan sono forniti separatamente da quelli della Cina”.

a cura di Raffaele Panico

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Hermès – truffa milionaria con finti show room

Un vero colpo da maestri. Eva Kant e Diabolik si congratulerebbero con la banda di truffatori che è stata appena arrestata dalle autorità parigine. The Times ha riportato la notizia che una gang di lestofanti ha assoldato per circa 4 anni alcune collaboratrici online e studenti delle scuole di recitazione per impersonare clienti altolocati e acquistare beni di lusso presso alcuni store europei di Hermès, con focus sulle famose borse dal valore di circa 8mila euro l’una.

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