Giochi, il grande lavoro della Corte dei Conti – di Riccardo Pedrizzi

Salvo qualche segnalazione, come un lancio di agenzia dell’Adn Kronos, una dalle poche voci qualificate ed informate sul settore dei giochi, è passato del tutto sotto silenzio anche da parte degli organi di informazione specializzati del settore e – cosa ancora più incredibile – anche da parte delle associazioni di categoria di tutti i singoli comparti della filiera la pregevole deliberazione nr. 23/2021 sul “Fondo per il gioco d’azzardo patologico” della Sezione Centrale di Controllo sulla Gestione delle Amministrazioni dello Stato della Corte dei Conti.

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L’incubo della catastrofe per sovrappopolazione

Una popolazione che cresce in modo indefinito finirà prima o poi per esaurire le risorse e gli spazi vitali a sua disposizione. La specie umana nel corso della sua storia ha dovuto compensare, come tutte le altre specie presenti sul pianeta, il basso tasso di aspettativa di vita con uno sforzo verso una natalità illimitata. L’incredibile sviluppo della specie umana sulle altre specie e il collegato danno ambientale dovuto all’inquinamento del pianeta producono in tutti noi un’ansia latente.

La fantascienza racconta storie che vengono ambientate in un futuro immaginato. Uno dei più famosi autori di racconti di fantascienza, il biologo Isaac Asimov, nel 1979 scrisse un libro dal titolo “A Choiche of Catastrophes” (Catastrofi a Scelta, ed. Mondadori). Il libro è un’analisi di tutte le possibili apocalissi che incomberebbero sul pianeta Terra. Alla fine del libro Asimov ne focalizza una in particolare: la crescita della popolazione. Questo timore si ricollega alle teorie del Pastore della Chiesa Anglicana Thomas Malthus che pubblicò nel 1798 il celebre ” Saggio sul principio della popolazione” in cui sostenne che la popolazione tenderebbe a crescere più velocemente della disponibilità di alimenti. La ovvia conclusione dell’analisi è che una popolazione che cresce non può in alcun modo continuare a farlo in modo indefinito e finirà prima o poi per esaurire risorse e spazi vitali.

La teoria demografica di Malthus ispirò vari intellettuali e originò la corrente del malthusianesimo che sostiene il ricorso al controllo delle nascite per impedire l’impoverimento dell’umanità. Le sue idee furono riprese intorno al 1920 da Margaret Sanger (negli USA) che fondò la Planned Parenthood e più tardi divenne presidente della IPPF (International Planned Parenthood Federation). La Sanger fu anche la fondatrice del movimento “Sessualità libera” e ricoprì il ruolo di principale finanziatore nella ricerca sulle “Pillole Abortive”. Negli anni ’30 la famiglia Rockefeller comincia a finanziare la causa di Margaret Sanger, utilizzando il suo metodo di controllo delle nascite come soluzione alla crisi di quel tempo. Per l’America di quel tempo, infatti, la contraccezione, l’aborto e la sterilizzazione erano la risposta al fatto che al mondo circa un miliardo di persone viveva nella povertà. Nel 1957 fu pubblicato un trattato dal titolo “Popolazione: un dilemma internazionale”, il quale denunciava la crescita demografica come la più grande minaccia alla stabilità politica negli Stati Uniti e all’estero, nonché al progresso economico del paese. Nel 1966 il controllo della popolazione era parte integrante della politica estera statunitense. Il bilancio chiamato Food for Freedom identificò nell’esplosione demografica mondiale, in particolare in quella del terzo mondo, uno dei motivi della fame nel mondo, e decise che le donazioni destinate agli aiuti alimentari fossero investite nell’ambito dei programmi di pianificazione familiare nel terzo mondo. In tempi più recenti, nel 1972, il binomio malthusianesimo-ambientalismo emerge esplicitamente quando viene pubblicato “Il Rapporto sui limiti dello sviluppo”, commissionato al MIT dal Club di Roma. Il rapporto, basato su una simulazione al computer, prediceva le conseguenze della continua crescita della popolazione sull’ecosistema terrestre e sulla stessa sopravvivenza della specie umana.

Questa tendenza a reagire all’incontrollato boom demografico è stata, in buona parte, fisiologica. Queste prime reazioni si possono catalogare come reazioni “a caldo”. Ma col passare del tempo negli USA cominciò a diffondersi un progetto di pianificazione familiare ideato da Frederick Jaffe, (presidente del Guttmacher Institute dal 1968 al 1978). Egli fu vicepresidente anche della International Planned Parenthood Federation, e mise a punto per conto di queste istituzioni un memorandum di proposte per ridurre la fertilità umana. Queste proposte, attraverso Bernard Berelson presidente della Population Council, diventeranno oggetto di analisi anche da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) prevedendo in tal modo di limitare a livello sociale la fertilità mediante alcuni strumenti di azione. Le proposte sono suddivise in tre parti, una prima parte ad “impatto universale” basate su una destrutturazione della famiglia, una sorta di ingegneria sociale atta a scardinare la propensione alla natalità. La seconda parte ad “impatto selettivo” avrebbe dovuto agire in funzione della condizione economica (deterrenti economici) con un meccanismo che consente maggiore natalità ai ricchi. La terza parte si focalizza su “controllo sociale” attraverso estensione dei metodi di contraccezione ed aborto. Si può notare che, dal 1969 ad oggi molte di queste misure sono state introdotte nella legislazione di molti paesi sviluppati.

Questa tendenza pienamente presente e operante a livello globale che chiamerei neomalthusiana vuole incidere sui governi da un lato e sulla cultura e le usanze globali dall’altro, introducendo nuovi valori morali. Ad esempio, vi sono correnti molto forti sia nell’ONU (ed anche nella UE) con una visione anti natalità molto accentuata. Dietro i cosiddetti diritti riproduttivi si cela, nell’accezione dell’Onu, più che altro, i diritti a non riprodursi. Vi sono anche esempi di manipolazione linguistica adottati in ambito Onu. Per esempio: il “materiale per il pronto soccorso ostetrico”, su cui l’Unpfa (il Fondo ONU per la Popolazione) investe ingenti fondi, maschera i kit abortivi; il termine gender – “genere” – sostituisce “sesso”, per cancellare ogni dimensione procreativa; similmente, “genitorialità” sostituisce “maternità” e “paternità”; ecc.

Altre due costrizioni sociali ad impatto universale del memorandum di Jaffe, sono quelle che suggeriscono l’alterazione dell’immagine tradizionale della famiglia, “l’istruzione obbligatoria dei bambini” e “l’incoraggiamento ad una maggiore omosessualità”. Queste due costrizioni sociali riaffiorano oggi prepotentemente ben amalgamate nell’ideologia gender. Detto memorandum riteneva che qualsiasi forma di sessualità fra adulti, non dannosa e senza procreazione, alla luce del problema del controllo delle nascite, dovesse essere considerata un “diritto morale” dell’uomo.

Per alcuni, tutto ciò non sarebbe un problema serio, in quanto viene ritenuto non essere possibile modificare la natura di un individuo obbligandolo a perseguire comportamenti sessuali che non desidera. Il punto è che l’obiettivo del metodo Jaffe è quello di agire sull’educazione sessuale dei giovani in modo da indurli ad uno stile di vita che riduca o rimuova la propensione alla natalità una volta diventati adulti. Questo, come potrebbe dimostrare qualunque pedagogista o psicologo dell’età evolutiva è estremamente facile, basta infatti orientare il bambino, che per sua natura è caratterizzato da mancanza di autocontrollo, facilità di indottrinamento e maggiore incoscienza, a fare esperienze che alterino la sua idea della sessualità dissociandola dal concepimento.

Ma quali sono stati fino ad ora i risultati di questa politica globale di lotta alla natalità con ogni mezzo?

Le proiezioni dell’ ONU ci consegnano per il 2050 una Terra con poco più di 9 miliardi di persone, in cui cresce la percentuale di popolazione africana (+8,4% rispetto al 2000) e si contrae ulteriormente la percentuale della popolazione europea (solo il 7,6% della popolazione mondiale, – 4,3% rispetto al 2000). Queste proiezioni evidenziano una diminuzione della fertilità passando dall’attuale livello mondiale di 2,5 bambini per donna a 2,1. Infatti, il dato certo è che al crescere dello sviluppo economico diminuisce il tasso di fertilità, ovvero il numero di figli per donna il cui valore minimo deve essere 2.1 per assicurare il ricambio generazionale. L’incremento dei paesi sviluppati è fittizio in quanto deriva esclusivamente dai flussi migratori.

La conclusione di questa politica è che i paesi più sviluppati hanno ormai un tasso di crescita negativo ed inferiore a quello necessario al ricambio generazionale (2.1) e riescono a colmare tale lacuna solo attraverso i movimenti migratori da altri paesi. Paradossalmente in alcuni paesi il problema che si presenta attualmente non è più limitare la crescita della popolazione, ma come impedirne l’estinzione e gestire il crescente numero di anziani. È in questo contesto che spingere su Eutanasia e Suicidi Assistiti trova la sua ragione d’essere. Le nazioni che si trovano a ridosso di questa fase demografica negativa sono quelle nazioni in Europa e USA che verso la fine degli anni 60 hanno portato avanti una programmazione anti natalità investendo ingenti risorse finanziarie nella messa a punto di sostanze contraccettive ed abortive.

Aumentare il livello di vita dei paesi più poveri è il mezzo più naturale di equilibrare il tasso di crescita. La risposta non sembra dunque nelle campagne di denatalità imposte dall’alto o in strategie di ingegneria sociale ma in una distribuzione della ricchezza e delle risorse che lasci all’uomo ed alla donna quella libertà e responsabilità personale di procreare che la natura gli ha concesso.

Se si riequilibrasse la ricchezza di cui il nostro pianeta è dotato, e che appartiene a tutti, si arriverebbe al controllo demografico partendo dalla responsabilità di ciascuno, e si raggiungerebbe la regolamentazione dei flussi migratori in modo naturale e autodeterminato.

Nicola Sparvieri

neomalthusianesimo, sovrappopolazione, sviluppo demografico

Music City, la musica sbarca nel metaverso

Live show, band musicali internazionali ed emergenti, ma anche club e una moltitudine di fan. Con “Music City” l’industria musicale entra nel metaverso, la tecnologia e l’idea di base sono made in Italy.

È italiano il più grande progetto musicale sul metaverso. Si chiama “Music City” e nasce nell’ecosistema per l’innovazione dell’incubatore Next Heroes, con Velvet Media alla direzione del marketing e la partecipazione di AnotheReality allo sviluppo tecnico. L’obiettivo finale è creare il primo Metaverso interamente dedicato alla musica.

metaverso, music city

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GIORNOXGIORNO 8 MARZO 2022 San Giovanni di Dio

VIII MARZO MMXXII

 

Un’immagine, anche se è l’istantanea di un momento, e non ce ne può essere una tale e quale, se la esaminiamo attentamente, sembra che ci parli, che ci voglia raccontare qualcosa, se noi vogliamo ascoltarla.

C’è una folla, in uno spazio aperto, sembra sereno e ben illuminato, quindi è una zona sicura per persone che fuggono da una guerra.

Fa freddo, certamente molto freddo, molti hanno il capo coperto, cappotti e alcuni anche colli imbottiti.

Ucraina

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GIORNOXGIORNO 6 MARZO 2022 Santa Coletta Boylet

VI MARZO MMXXII

LA GUERRA CHIAMA ALTRA GUERRA

La prima guerra mondiale iniziata nel 1914, per 2 colpi di pistola sparati a Sarajevo, finì nel 1918 con milioni di morti tra militari e civili.

Soltanto 20 anni dopo, quasi per rettificare dei confini stabiliti alla fine della “grande guerra”, nel settembre del 1939 scoppiò un nuovo conflitto in Europa che, negli anni successivi, interessò gli altri continenti e aprì la via all’arma atomica e alla missilistica per successive guerre e nuove distruzioni.

Ucraina

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GIORNOXGIORNO 5 MARZO 2022 San Teofilo

V MARZO MMXXII

La guerra continua e continua l’esodo delle donne e dei bambini .

Sono ormai migliaia le donne e i bambini che hanno potuto varcare i confini, lasciare la guerra ed entrare in Polonia, Moldavia, Romania, Ungheria.

Gli uomini, quando hanno potuto, le hanno accompagnate fino al confine, hanno lasciato in sicurezza i loro affetti più cari poi sono tornati indietro, nelle loro città, nelle case, nelle strade a difendere la loro libertà, la loro storia.

Ucraina

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GIORNOXGIORNO 4 MARZO 2022 San Casimiro

IV MARZO MMXXII

Anche oggi è un giorno di passione per le città ucraine, per i civili e soprattutto per tutti i bambini che devono abbandonare le loro abitazioni e si devono separare anche dai loro papà che rimangono a difendere il Paese.

E’ una fuga da città che bruciano, è una fuga dall’orso russo che avanza, che distrugge e uccide. La grande “Madre” Russia non cambia, i giovani come me ricordano la Budapest del 1956, la Praga del 1968, oggi è la triste ora di Kiev, la città è in pericolo ma dopo, dopo quale città, quale Paese sarà la nuova vittima?

 

Kiev, Ucraina

Imparare una nuova lingua ci restituisce la memoria?

La chiamano amnesia digitale: stiamo affidando agli strumenti tech tutto quello che potremmo ricordare da soli, di fatto diminuendo la nostra capacità mnemonica. Una persona su due non ricorda il numero di telefono dei propri figli, uno su tre nemmeno quello del partner.

apprendimento linguistico, babbel

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GIORNOXGIORNO 2 MARZO 2022 SANT’AGNESE DI BOEMIA

II MARZO MMXXII

Oggi sono le CENERI, inizia la QUARESIMA per la prossima PASQUA di resurrezione, speriamo di non dover raccogliere le ceneri dell’Ucraina.

Il paese è sotto attacco della “Madre” Russia, ma c’è un popolo che non si arrende e renderà dura la conquista della sua terra, non è l’Afganistan, qui combattono gli uomini, le donne con figli lasciano il Paese, le altre si uniscono agli uomini per lottare, fanno le infermiere, preparano le molotov e se necessario prendono un fucile.

 

 

 

Ucraina

Carnevale un viaggio tra i dolci (rigorosamente fritti) dell’Italia

A Carnevale ogni scherzo vale, in questo caso ogni fritto vale!

La parola d’ordine in questo periodo è appunto fritto, perchè è così che si presentano la maggior parte dei dolci tipici di Carnevale.

L’origine

Il Carnevale non ha una data fissa, dipende da quando cade Pasqua. Bisogna tornare parecchio indietro nel tempo per cercare le origini di questa festività, arrivando addirittura ai Saturniali dell’Antica Roma e alle feste dionisiache del periodo classico greco. Occasioni dove ci si abbandonava ai vizi, al gioco e allo scherzo e per non essere riconosciuti si usavano le maschere.

Per quanto riguarda l’origine del nome, invece,  è di derivazione latina dal termine carnem levare levare la carne, un’espressione che rimanda direttamente alle restrizioni quaresimali

Sinonimo di carnevale è Venezia, ma i dolci tipici di questo periodo non sono esclusivamente veneti. Cambiano gli ingredienti, le consistenze e le forme ma la caratteristica comune a tutti è che sono sempre rigorosamente fritti.

I dolci tipici di Carnevale veneziani 

Si dividono in tre “grandi” categorie: frittelle, chiacchiere e castagnole

Le FRITTELLE o fritoe

Non solo a Venezia, ma spopolano in tutta la regione, e appaiono molto prima che il Carnevale cominci. Sono così famose in Veneto che nel ‘700 vennero proclamate Dolce Nazionale dello Stato Veneto.
Le classiche, chiamate proprio veneziane, hanno solo l’uvetta, poi ci sono le ripiene, che sono poco più grandi e vengono farcite con vari tipi di creme.

I CROSTOLI ovvero le CHIACCHIERE (ma anche cenci, bugie e frappe)

In epoca romana si chiamavano frictilia e si preparavano proprio in occasione dei Saturniali. Sembrano molto semplici ma prepararli a regola d’arte non è per nulla scontato. Pasta stesa sottilissima e fritta in olio bollente.

Gli ingredienti sono gli stessi in tutta Italia ma quello che cambia in questo caso è il nome. Infatti ne hanno moltissimi: bugie in Piemonte e Liguria, rosoni a Modena e Romagna, merveilles ad Aosta, maraviglias in Sardegna, frappe nel Lazio. 

A Venezia li chiamano galàni, mentre in terra ferma sono semplicemente crostoli. L’unica differenza tra i due sta nella forma, i galàni sono strisce di pasta tagliata a forma di nastro, mentre i crostoli hanno la tipica forma rettangolare.

Le CASTAGNOLE

Sono palline fritte e ricoperte di zucchero. Anche questo dolce corre da nord a sud un po’ in tutt’Italia. In alcune regioni si trovano anche aromatizzate e ripiene di crema o ricotta. 

I dolci tipici di Carnevale in giro per l’Italia

I KRAPFEN dell’Alto Adige

Si tratta di un dolce tipico tedesco di antiche origini. C’è chi dice che siano stati inventati nel ‘600 dalla pasticciera viennese Cäcilie Krapf e chi sostiene che risalgano alla fine del 1400. Comunque sia sono delle bombe fritte, farcita con marmellata, crema o cioccolato.

frapfen

I TORTELLI milanesi

A Milano il Carnevale Ambrosiano dura ben 4 giorni in più, e si conclude non con il martedì ma con il sabato grasso.
Tipico fritto di milanese (oltre alla più nota cotoletta) sono le farsòe, dei bignè molto lievitati e fritti, farciti con creme, marmellata, uvetta e cubetti di mela (questi ultimi chiamati làciàditt).

dolci tipici Carnevale farsòe

TAGLIATELLE FRITTE dell’Emilia Romagna

Bologna viene chiamata “la grassa”, e mangiare tagliatelle con il ragù da quelle parti  è un dovere morale. A Carnevale il ragù viene lasciato da parte per lasciare il posto al fritto. Ed ecco la tagliatella fritta e “condita” con zucchero e scorza di limone.

dolci tipici Carnevale tagliatelle fritte

ARANCINI marchigiani 

Niente riso, piselli o ragù, gli arancini tipici di Ancona sono ben diversi dai classici siciliani. Sono infatti delle girelle di pasta lievitata, arricchita con scorza d’arancia e poi passata nel miele.
Ne esiste una variante con scorza di limone, li chiamano limoncini.

dolci tipici Carnevale arancini

La PIGNOLATA messinese

Una montagna di palline di pasta, ovviamente fritta, e ricoperta da due tipi di glasse: una bianca, aromatizzata al limone e una nera, al cioccolato. Dolce tipico della zona di Messina che, oltre al Carnevale, si trova tutto l’anno.

carnevale, dolci fritti, frappe

La Sostenibilità: impegno attuale e lascito per le future generazioni

 

“Sostenibilità” è una parola astratta ma in realtà la sua radice è molto concreta: deriva da sostenere. Se qualcosa è sostenibile vuol dire che si sorregge, rimane in piedi da sola. Praticamente sta in equilibrio.

 

Ma sostenibile può essere anche lo sviluppo, anche qualcosa che non rimane fermo, che è durevole: la capacità di mantenersi in equilibrio si protrae nel tempo.

Quindi parlare di un possibile sviluppo sostenibile vuol dire parlare della possibilità di un sistema di progredire in maniera equilibrata.

Gli elementi che devono essere presenti all’interno di un processo di sviluppo sostenibile e che  devono rimanere in equilibrio sono l’ ambiente, la società e l’economia.

 

Consideriamo innanzitutto la sostenibilità ambientale che è quella di cui si parla di più. La natura è un grande esempio di equilibrio ed armonia: si pensi al rapporto tra animali e piante, e tra animali e animali che traggono vantaggio l’uno dall’altro; si pensi anche al ciclo dell’acqua che in ciascuno dei suoi stadi consente lo sviluppo della vita di altri animali o dei vegetali.

L’uomo è stato parte di questo equilibrio per lungo tempo; lo ha cominciato ad alterare quando il suo uso della natura è stato talmente eccessivo da influire sugli equilibri della natura stessa che non è più riuscita a rigenerarsi.

E’ fuori di dubbio che dalla rivoluzione industriale l’uomo utilizza le risorse della natura (beni naturali) per produrre altri beni. Ma le risorse non sono infinite, e la natura ha sì capacità rigeneratrici  ma necessita di un determinato periodo di tempo per ricrearle.

Relativamente al rapporto dell’uomo con la natura oltre al discorso delle risorse c’è anche quello dell’impatto che l’uomo stesso ha in termini di inquinamento, ossia considerando quanto immette in natura.

Sappiamo che la natura ha una capacità di assorbimento che però non può superare una certa soglia: oggi l’impatto ambientale è significativo sia come intensità che come qualità ( frequenza e intensità di azioni). Dal dopo guerra la natura non è stata più in grado di riassorbire da sola

l’inquinamento, la deforestazione e l’estinzione di specie animali e vegetali.

 

Per quanto riguarda la sostenibilità sociale si può affermare che tutte le persone nel mondo hanno diritto ad una natura intatta e hanno diritto di poter accedere alle stesse risorse.

E’ giusto e necessario: infatti ad ogni uso non condiviso delle risorse corrispondono conflitti, migrazioni e un ulteriore impatto ambientale.

 

Di sostenibilità economica si parla meno. Essa comporta che la sostenibilità ambientale e quella sociale non debbano essere un costo in più per l’economia di un paese.

Se parliamo di produzione possiamo pensare ad un’azienda che produce inquinando ma investe parte del profitto in attività sociali sul territorio. Questa ha sicuramente un costo economico maggiore di un’ azienda che produce lo stesso prodotto senza inquinare, che però non ha margini di guadagno da investire nel sociale.

 

Ma la storia della sostenibilità non è recente: ha le sue origini nel 1987 quando la Commissione Mondiale su Ambiente e Sviluppo pubblicò il Rapporto Brundtland (che prende il nome dalla Presidente della Commissione Gro Harlem Brundtland, ex primo ministro norvegese, medico, ambientalista, sostenitrice dei diritti delle donne e dell’istruzione per tutti), rapporto intitolato “Our Common Future”.

La commissione venne costituita nel 1983 perché gli anni Settanta furono caratterizzati da due crisi energetiche a seguito di guerre e situazioni politiche nei paesi produttori di petrolio che di fatto vincolavano l’economia mondiale. Il costo del petrolio era aumentato e la disponibilità era diminuita. Nei paesi occidentali si tagliò l’uso di energia con diverse iniziative e per la prima volta ci si era incominciati ad interrogare su come fosse possibile utilizzare le risorse del pianeta in modo tale da averne sempre a disposizione.

Dal rapporto era poi evidente che il problema doveva investire la comunità internazionale: la possibilità di uno sviluppo che guardasse al futuro doveva essere un obiettivo condiviso.

Lo sviluppo sostenibile secondo il rapporto è quello che soddisfa le necessità delle attuali generazioni senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare le proprie.

 

In sede ONU sono stati individuati 17 obiettivi che tutta la comunità internazionale deve raggiungere entro il 2030 per poter garantire al nostro pianeta e all’intera umanità uno sviluppo sostenibile.

Questi sono i 17 obiettivi

 

 

In particolare l’obiettivo 17 comporta che nessun obiettivo può essere raggiunto senza considerare gli altri.

Gli obiettivi sono stati definiti per chi è alla guida delle nazioni che dovrebbe perseguirli per definire le proprieazioni politiche. In quanto comuni anche ciascuno di noi deve tenerne conto nella propria azione quotidiana:le aziende da un lato e i singoli dall’altro.

È interessante notare a proposito degli obiettivi che sono tutti collegati tra loro: non c’è un ordine di importanza o di priorità; togliendone anche uno solo il sistema non trova equilibrio.

La sostenibilità è una questione di equilibrio, basta che uno di questi obiettivi non venga soddisfatto che non viene soddisfatto nessun altro obiettivo: bisogna centrarli tutti insieme!

 

Veronica Tulli

Logica Fuzzy, le decisioni logiche nel campo della complessità

Il termine logica deriva dalla parola greca “Logos” che ha molti significati, tra i quali: ragionamento, ragione, studio, spiegazione, parola, linguaggio. Dai filosofi presocratici in poi, lungo tutti i tentativi di poter comprendere il mondo, troviamo le varie forme del logos, il principio primo dal quale tutte le cose hanno origine e possono essere comprese, dal fuoco o l’acqua o gli atomi indivisibili di Democrito, al logos incarnato del prologo del Vangelo di Giovanni.

Col procedere della storia della civiltà la logica, intesa come studio del corretto modo di ragionare, è diventata lo strumento preliminare indispensabile per intraprendere lo studio di qualunque disciplina.

Partendo dall’analisi del linguaggio umano essa si è poi allargata alla matematica e ne ha sondato moltissimi aspetti regalandoci anche alcune splendide e sorprendenti conclusioni (dai teoremi di incompletezza di Godel alle definizioni di verità di Tarsky).

Noi umani abbiamo la caratteristica della razionalità che è legata al linguaggio e alle le relazioni tra individui. Tuttavia dobbiamo saper riconoscere che la razionalità non esaurisce lo specifico dell’ “animale uomo”. Il nostro essere in carne e ossa ci proietta nella nostra mortalità la quale apre le porte a quella inquietudine di fondo che ci consente anche di aprirci alla metafisica e alla  cultura dello spirito e del mistero, esista una forma profonda di Verità e di Conoscenza.

I nostri stessi Comportamenti sono una matassa inestricabile tra le pulsioni animalesche degli antenati delle caverne e la splendida razionalità cartesiana che abbiamo sviluppato negli ultimi due millenni. In questa sintesi tremenda e bellissima camminiamo sulla Terra noi umani che portiamo in una fragile struttura biologica e mortale, frutto di milioni di anni di evoluzione, la nostra razionalità potentissima e super-evoluta, ma nello stesso tempo cosi provvisoria e destinata a finire.

Dunque siamo una sintesi tra aspetti razionali e aspetti che non lo sono affatto e in questa nostra vita siamo condotti a volte a prendere decisioni vitali nelle quali non possiamo applicare del tutto criteri di razionalità Logica spesso per mancanza di una conoscenza dettagliata delle situazioni nelle quali siamo o a causa della limitatezza dei nostri sensi o perché non abbiamo tempo sufficiente per una analisi approfondita. In tutti questi casi le scelte sono quelle tipiche di un uomo che valuta istintivamente un grande numero di variabili che non conosce bene e esce con una decisione ma spesso non sa spiegare nel dettaglio il motivo della scelta.

La Logica sfumata o Logica Fuzzy, nata nel 1965 dai lavori di Lofti A. Zadeh, allora direttore del Dipartimento di Ingegneria Elettrica della Università di Berkeley è una forma di Logica che modella matematicamente questo stato di cose. Essa è stata sviluppata per poter offrire un aiuto a districarsi in casi nei quali non esiste la possibilità di applicare i criteri classici della Logica per mancanza di informazioni o per la necessità di scegliere in fretta. Essa costituisce un tentativo interessante di razionalizzare condizioni tipicamente umane di sintesi di aspetti razionali e irrazionali.

La Logica Aristotelica sostiene che non si può affermare e negare al tempo stesso, e afferma che non si può affermare che un certo essere sia, e contemporaneamente non sia. I suoi principi hanno influenzato in modo determinante il metodo scientifico occidentale e hanno lasciato in eredita la logica bivalente secondo cui ogni enunciato può essere solo vero o solo falso. Essa fa costante riferimento al principio di non contraddizione che ha pervaso tutto il pensiero matematico scientifico occidentale fino ai giorni nostri.

La Logica Sfumata di Zadeh lavora con le “variabili linguistiche”, cioè con categorie più o meno ordinate, e con insiemi dai contorni imprecisi, in cui gli elementi possano essere ambigui. Per esempio “Giovane” -“non molto giovane”- “di mezza età”, ecc sono etichette verbali che corrispondono ad insiemi sfumati, caratterizzati cioè da funzioni di appartenenza non binarie. La funzione di appartenenza degli insiemi che rispettano il requisito della mutua esclusività può assumere solo due valori (0 se l’oggetto non appartiene all’insieme, 1 se vi appartiene); l’analoga funzione fuzzy può invece assumere qualsiasi valore compreso tra 0 e 1. In questo modo, una persona che giudichiamo “abbastanza giovane” appartiene, poniamo, per lo 0,70 alla classe dei giovani e per lo 0,30 a quella dei non giovani. Secondo la Logica Sfumata, “giovane” e “non giovane” sono i poli di un continuum tra i quali esistono molte gradazioni; anziché tracciare un confine netto tra A e non-A (giovane e non-giovane) in corrispondenza di un punto scelto in modo più o meno arbitrario, la Logica Sfumata traccia una curva, che descriva come la proprietà “essere giovane” passi gradatamente dal manifestarsi in grado pieno al non manifestarsi affatto. La stessa parola Sfumato rappresenta bene il passaggio da una Logica bianco-nero cioè vero che si contrappone a falso e “questo elemento appartiene a questo insieme” con qualcosa di confuso e di poco chiaro in cui non è possibile capire tutto perché non tutto è capibile dato che i contorni delle cose non sono distinguibili e spesso non si può neanche definire una cosa in modo inequivocabile (chi sono io? chi sei tu?). Negli insiemi Sfumati non vale il principio di non contraddizione quindi se una cosa è vera non è escludibile che sia vero anche il suo contrario.

In Logica Sfumata i paradossi classici della Logica come ad esempio il paradosso del mentitore che generavano un regresso all’infinito nella Logica tradizionale sono sdoganati attribuendo un concetto di “verità parziale” alle assunzioni.

Ma la cosa veramente sorprendente è che le prime applicazioni della Logica Sfumata a sistemi reali si sono dimostrate molto ben funzionanti, segno che la “realtà” comprende in un qualche senso la Logica Sfumata e la riconosce valida. Per esempio il riconoscimento di immagini in moltissimi campi, dalla diagnostica medica al telerilevamento satellitare ai riconoscimenti facciali. Ma le applicazioni più sorprendenti sono quelle nelle quali si simula meglio il comportamento delle scelte umane e quindi la Logica Sfumata si applica nei Sistemi che autoapprendono e scelgono la miglior soluzione nei contesti che mutano. Ad esempio dei microprocessori a Logica Sfumata sono stati montati su lavatrici che scelgono autonomamente il tipo di lavaggio a seconda del carico o del livello di macchie dei tessuti o vengono inseriti nei quadri comando delle metropolitane per decidere il numero di corse ottimali in funzione dell’affollamento e cosi via.

L’ultimo aspetto da sottolineare in questo tipo di approccio è una considerazione sulle “stranezze” del Mondo Microscopico descritte dalla Meccanica Quantistica. Il Principio di Indeterminazione o la natura ondulatoria della Materia, l’Entanglement o la presenza di Materia Oscura potrebbero farci pensare che le categorie della Logica e l’associato nostro modo di pensare tradizionale debba lasciare il passo a nuovi modi di descrivere la realtà. Essi sono senz’altro sorprendenti e sulla prima fastidiosi ma forse si rivelano più adatti a descrivere un Mondo che, mano mano che si scopre meglio, risulta sempre più diverso da come ce lo aspettiamo.

Nicola Sparvieri

complessità, fuzzy, logica sfumata

LA FINESTRA DI OVERTON E IL PRINCIPIO DELLA RANA BOLLITA DI CHOMSKY. UNA TEORIA E UNA METAFORA PER SPIEGARE COME ORIENTARE IL MODO DI PENSARE DELL’OPINIONE PUBBLICA

P. Overton era un sociologo americano che elaborò una teoria di ingegneria sociale per spiegare i meccanismi di persuasione e, se vogliamo, di manipolazione delle masse partendo da un’idea dapprima completamente inaccettabile per la società fino a farla accettare e anzi legalizzare.

Egli sviluppò un percorso costituito da tappe attraverso cui ogni idea per quanto assurda, trova una propria finestra di opportunità.

La sua teoria sostiene che qualunque idea se abilmente e progressivamente incanalata nel circuito dei media dell’opinione pubblica, può diventare pensiero diffuso e dominante.

Senza apparenti costrizioni un’idea inaccettabile può, se incoraggiata, diventare normale, anzi può addirittura divenire la regola.

Secondo quanto ha teorizzato, queste sono le fasi della sequenza:

  1. Impensabile

E’ il momento di apertura della finestra, in cui un dato comportamento è vietato, anzi suscita repulsione il solo pensarlo. Questa apertura comporta che se ne comincia a parlare, e si fa in modo che se ne parli sempre di più.

  1. Vietato ma con qualche eccezione

Sul comportamento di cui già si parla si apre ora il dibattito: si tratta sempre di una trasgressione non ammessa, ma si passa all’idea che non si possa generalizzare, che se ne possono considerare le motivazioni e che per quanto comportamento inopportuno e radicale, ha comunque la sua sussistenza in quanto “provocatorio”.

  1. Accettabile

A questo punto la finestra entra nell’ambito del “socialmente rilevante” e diventa oggetto di discussione di esperti anche a livello pubblico. L’opinione generale sospende il proprio giudizio considerandolo comunque un comportamento che rientra nella sfera della libertà individuale non sindacabile.

  1. Ragionevole

Il comportamento non è più considerato destabilizzante, anzi diventa comprensibile, per nulla sbagliato, anzi addirittura necessario.

  1. Diffuso

La finestra aperta raccoglie ora il consenso politico, si rispecchia nella cultura popolare e trova testimoni autorevoli anche nel mondo dello spettacolo.

  1. Legale

Il comportamento da popolare viene ufficialmente legalizzato e va a far parte dell’ordinamento dello Stato.

 

 

Quello di Overton può quindi essere utilizzato anche come modello di manipolazione delle masse, utilizzabile nelle politiche socio-economiche.

Poiché si basa sul meccanismo psicologico per cui la mente si ancora a punti di riferimento per giudicare i cambiamenti, basterà porre il punto di riferimento all’interno della finestra di ciò che viene considerato “normale”.

In fin dei conti si tratta di persuasione graduale che sposta la finestra senza bruschi cambiamenti in modo tale che la persona non è consapevole che la propria idea è stata cambiata.

Una proposta che suonerebbe assurda nel sentire comune viene rigettata, mentre con la piccola proposta la finestra si sposta di poco. E i piccoli successivi spostamenti sono talmente impercettibili che alla fine ci si ritroverà, senza quasi sapere come, a considerare normale e anzi necessario ciò che prima era considerato inimmaginabile.

 

 

Come ha raccontato il filosofo Noam Chomsky il principio metaforico è quello della rana bollita, principio applicato con le tecniche di manipolazione di massa.

Una rana immersa in acqua bollente balzerebbe subito fuori dal pentolone.

Se invece la si pone in un pentolone pieno di acqua fredda ma su una debole fiamma che la scalda lentamente, la rana trova piacevole nuotare e non si accorge della temperatura che aumenta. Quando è troppo calda e la rana se ne accorge, non ha più la forza di reagire perché intorpidita; allora sopporta senza fare nulla, finendo per morire bollita. Il principio dimostra che quando un cambiamento si attua in maniera così lenta da diventare impercettibile, non trova opposizione.

Le lente derive nella società, nella cultura, nella politica, nell’economia lasciano le persone indifferenti perché lentamente abituate.

Si pensi a quanti attentati alle libertà della persona e alla sua dignità, attentati all’integrità della natura e alla bellezza di vivere, commessi tutti lentamente con la complicità di vittime anestetizzate…

Veronica Tulli

Chomsky, manipolazione, Overton, persuasione

La caduta del muro e la fine del socialismo reale

La caduta del muro di Berlino non è stata soltanto l’esito del fallimento politico del socialismo reale. Non è neanche stata la fine di una classe politica, quella sovietica, bollita e ridotta soltanto al più bieco politichese arido e ottuso che tratta i dissidenti con brutale violenza reazionaria. No, la caduta del muro ha rappresentato qualcosa di molto più profondo. Essa incarna il fallimento definitivo di un razionalismo semplicista che proponeva finalmente il raggiungimento di una società giusta per tutti, applicando delle semplici regole sociali inderogabili. Regole quali l’eliminazione della proprietà privata, la casa e il lavoro per tutti e una gestione collettiva soltanto nominale e in realtà rigorosamente controllata dal partito unico. Questi principi venivano attuati mediante la gestione centralizzata dell’economia e di tutti i mezzi di produzione e di comunicazione di massa in una assoluta mancanza di dissidenza interna.

Questa idea della società e dell’egemonia del proletariato su tutte le altre classi è stata sviluppata da Marx e Engels a metà Ottocento e, come tutti sappiamo, ha trovato concreta realizzazione in Russia, a inizio Novecento, a seguito della rivoluzione bolscevica che ha visto in Lenin uno dei leader principali. Lo stato socialista che ne è derivato, l’Unione Sovietica, è quindi il primo esperimento di “socialismo reale” nel mondo.

La società socialista qui sopra descritta ha la caratteristica di non essere nativa in una nazione particolare, ma si sviluppa, tramite una rivoluzione, in qualunque stato. In questo senso essa non è dipendente da un uomo che ne è l’iniziatore ma è un fenomeno globale che si sviluppa come lotta di classe tra aristocrazia, clero, borghesia e proletariato, rurale o industriale. In questo modo la storia stessa dell’umanità viene interpretata come lo “sforzo” di ottenere l’egemonia di una classe su tutte le altre.

Va da sé che l’esportabilità della rivoluzione social-comunista produce una reazione in tutti gli stati liberali che si sentono da essa minacciati. La presenza stessa di partiti comunisti, collegati e finanziati dall’Unione Sovietica, in ogni nazione costituisce una minaccia. La Germania di Hitler, il comune nemico nazista sia delle democrazie occidentali che dell’Unione Sovietica, consente una paradossale, temporanea, alleanza tra i due antagonisti. Ma, finita la Seconda guerra mondiale, le ostilità riprendono più forti di prima. Il mondo viene proprio diviso in due blocchi convenendo perfino sui confini delle zone di influenza e da allora fino alla caduta del muro di Berlino è guerra fredda tra i sovietici e il cosiddetto mondo libero.

L’Umanità non è nuova al tentativo di voler realizzare una società perfetta e giusta. Platone parlava di uno stato governato dai filosofi e cercò praticamente di realizzarlo a Siracusa anche a suo rischio personale. La politica, nella sua concezione più alta, ha il fine di arrivare a una società giusta. Essa si può realizzare passando attraverso una rivoluzione più o meno violenta in cui il passato si abbatte e viene ricostruito il nuovo, oppure accettando un processo più lungo ma meno aggressivo che è quello delle riforme che, con piccoli cambiamenti, arriva più lentamente allo stesso risultato. Chiaramente nello scegliere la via riformista è necessario che, almeno sui fondamentali, tutti i governi che si succedono abbiano le stesse finalità. Questo purtroppo non è sempre così e spesso ci si ritrova a compiere larghi cerchi inutili ritrovandosi alla fine al punto di partenza.

Molti in buona fede hanno creduto veramente al socialismo reale e per essi bisogna avere profondo rispetto. Il punto, però, è che nello sforzarsi di compiere il bene si possono anche produrre milioni di morti! E allora ci si chiede: dov’è l’errore? In quale punto l’analisi ha difettato? Perché, dopo aver applicato con precisione la ricetta indicata dal filosofo del comunismo, non si è raggiunto il risultato sperato? Io credo che l’uomo non si possa ridurre semplicisticamente a un insieme di bisogni da soddisfare. Non basta farlo mangiare e dargli una casa per farlo vivere in una pace sociale forzata per risolvere tutti i suoi problemi. L’uomo ha una complessità molto più elevata di questo. Ridurre tutto a un problema economico e monetizzabile vuol dire pensare all’uomo come a poco più che un animale cui devi dare ogni giorno da mangiare, cambiare l’acqua e pulire la gabbietta. Non c’è soltanto la dimensione corporea e mentale ma anche una innata e incontenibile esigenza di libertà che non si può in alcun modo limitare, e possono anche passare settant’anni e milioni di morti, ma verrà comunque fuori per abbattere qualunque muro.

Nicola Sparvieri

guerra fredda. socialismo reale, Muro di Berlino

Salomone e la regina del sud

I re­sti del pa­laz­zo del­la re­gi­na di Saba, ri­sa­len­te al de­ci­mo se­co­lo avan­ti Cri­sto sono sta­ti sco­per­ti nel 2008 sot­to i ru­de­ri di un al­tro edi­fi­cio co­strui­to da un re cri­stia­no vis­su­to suc­ces­si­va­men­te. 

Pro­ba­bil­men­te la re­gi­na era ori­gi­na­ria di Ma­rib, un in­se­dia­men­to ad est di Sa­na’a, nel­l’at­tua­le Ye­men, che era la ca­pi­ta­le del­l’an­ti­ca Saba. Ma­rib era si­tua­ta nel pun­to in cui si in­cro­cia­va­no le ca­ro­va­ne che tra­spor­ta­va­no in­cen­so in di­re­zio­ne del mar Ros­so e l’in­te­ra re­gio­ne con il pas­sa­re de­gli anni, a cau­sa dei for­tu­na­ti e fio­ren­ti com­mer­ci, pre­se il nome di Ara­bia Fe­lix.

Quin­di la re­gi­na di Saba, se ve­ra­men­te è esi­sti­ta, era nata e vi­ve­va a Ma­rib, al cen­tro del de­ser­to. La leg­gen­da vuo­le che ella fos­se straor­di­na­ria­men­te bel­la e af­fa­sci­nan­te e che fos­se ric­chis­si­ma. La sua mi­ti­ca pre­sen­za era cir­con­da­ta dal­lo splen­do­re di gran­di tem­pli e pa­laz­zi an­che se que­sto oggi a noi non sem­bra pos­si­bi­le in una ter­ra così de­so­la­ta e ari­da. Gli sca­vi ar­cheo­lo­gi del­l’e­ra mo­der­na, però, han­no sco­per­to un gran­dio­so si­ste­ma d’ir­ri­ga­zio­ne che tra­sfor­mò il de­ser­to in un giar­di­no col­ti­va­bi­le e ric­co di pa­sco­li. L’ac­qua pro­ve­ni­va dal­la gran­dio­sa diga di Ma­rib, lun­ga 640 me­tri ed alta 11 si­tua­ta in pie­no de­ser­to in fon­do allo Wadi Ad­ha­na. Di que­sta diga sono an­co­ra evi­den­ti le ro­vi­ne che co­sti­tui­sco­no una del­le me­ra­vi­glie in­ge­gne­ri­sti­che del mon­do an­ti­co, ri­ma­ste pe­ral­tro igno­te al mon­do me­di­ter­ra­neo, ed è una del­le prin­ci­pa­li ra­gio­ni del­la ec­ce­zio­na­le fio­ri­tu­ra del­la cul­tu­ra sa­bea che fece dei traf­fi­ci del­l’in­cen­so e di al­tre pre­zio­se spe­zie etio­pi­che il mo­ti­vo prin­ci­pa­le del­la sua ric­chez­za e del­la sua mi­ti­ca fama. 

Il do­mi­nio dei Sa­bei si esten­de­va an­che sul con­ti­nen­te afri­ca­no com­pren­den­do l’at­tua­le, Eri­trea, So­ma­lia e so­prat­tut­to l’E­tio­pia, dove ad Axum ven­ne sta­bi­li­ta la sede dei so­vra­ni del­l’im­pe­ro axu­mi­ta e il cui sito at­tua­le è l’og­get­to del ri­tro­va­men­to de­gli ar­cheo­lo­gi te­de­schi.

Da un pun­to di vi­sta sto­ri­co, i ri­fe­ri­men­ti alla re­gi­na di Saba che pos­se­dia­mo sono pre­sen­ti, ol­tre che nel­la Bib­bia, an­che nel Co­ra­no e nel Ke­bra Na­ga­st, il Li­bro del­la Glo­ria dei Re del­l’E­tio­pia, un an­ti­co te­sto di straor­di­na­rio in­te­res­se e Li­bro Sa­cro per i Ra­sta­fa­ria­ni (o Ra­sta) che si pre­sen­ta­no come ere­di del cri­stia­ne­si­mo da Hai­lé Se­las­sié (Ra­sTa­fa­ri) a Bob Mar­ley con la sua mu­si­ca Reg­gae. 

Nel li­bro sa­cro del Ke­bra Na­ga­st (scrit­to tra il 300 e il 400 DC ma ul­ti­ma­to nel 1300) ven­go­no ri­por­ta­te sto­rie del tut­to si­mi­li a quel­le Bi­bli­che da Ada­mo, ed i suoi fi­gli Abe­le, Cai­no e poi ri­fe­ri­men­ti a Noè e Set; ad Abra­mo e alla sua ami­ci­zia con Dio. La di­scen­den­za di Abra­mo poi co­no­sce­rà l’Ar­ca del­l’Al­lean­za, co­strui­ta se­con­do i det­ta­mi co­mu­ni­ca­ti da Dio a Mosè sul mon­te Si­nai, e ge­lo­sa­men­te cu­sto­di­ta dal po­po­lo ebrai­co nel­la ten­da e, suc­ces­si­va­men­te, nel Tem­pio di Ge­ru­sa­lem­me fat­to co­strui­re dal sag­gio Re Sa­lo­mo­ne, fi­glio del Re Da­vi­de e del­la bel­lis­si­ma Be­tsa­bea.

Ma sen­za dub­bio per i cre­den­ti Ra­sta la vi­cen­da chia­ve che il Li­bro rac­con­ta è rap­pre­sen­ta­ta dal­l’in­con­tro tra il so­vra­no di Israe­le Sa­lo­mo­ne, e la re­gi­na di Saba, chia­ma­ta nel Li­bro Ma­ke­da o la Re­gi­na del Sud, che “in­na­mo­ra­ta del­la sua sag­gez­za” af­fron­ta il lun­go viag­gio fino a Ge­ru­sa­lem­me per co­no­scer­lo ed ap­pren­der­ne le vir­tù. Il Li­bro de­scri­ve l’in­con­tro tra i due so­vra­ni e il loro pro­fon­do ed ap­pas­sio­nan­te amo­re che ne de­ri­va, e che pro­vo­che­rà de­gli im­por­tan­ti cam­bia­men­ti nel­la vita del­la Re­gi­na e nel­la sto­ria suc­ces­si­va del suo po­po­lo. An­zi­tut­to la Re­gi­na Ma­ke­da de­ci­de da al­lo­ra che non ado­re­rà più il Sole come i suoi avi, ben­sì il Dio di Israe­le, come Sa­lo­mo­ne, suo uni­co e de­fi­ni­ti­vo amo­re. 

Inol­tre il Li­bro rac­con­ta che il Re, dopo aver tra­scor­so una not­te in­sie­me alla Re­gi­na, al mat­ti­no se­guen­te ha una vi­sio­ne pre­mo­ni­tri­ce di una di­scen­den­za. Pri­ma che Ma­ke­da par­ta per tor­na­re al suo re­gno, il Re le re­ga­la un anel­lo spe­cia­le da do­na­re al loro fu­tu­ro fi­glio. Dal­la loro unio­ne in­fat­ti na­sce­rà un bam­bi­no, Bay­na-Le­h­kem (Fi­glio del Sag­gio), in se­gui­to Im­pe­ra­to­re col ti­to­lo di Me­ne­lik I, ori­gi­ne del­la stir­pe dei so­vra­ni d’E­tio­pia. 

Que­sti, rag­giun­ti i ven­ti­due anni, par­te da Axum alla ri­cer­ca del pa­dre as­sie­me al pre­zio­so anel­lo di Re Sa­lo­mo­ne. Il Re lo ac­co­glie con tut­ti gli ono­ri e in­si­ste per­ché re­sti a re­gna­re con lui. Egli, de­ci­so a tor­na­re nel­la ter­ra ma­ter­na, co­strui­sce una co­pia in le­gno del­l’Ar­ca, e tra­fu­ga l’o­ri­gi­na­le ver­so l’E­tio­pia. 

Il tra­sfe­ri­men­to del­l’Ar­ca vie­ne quin­di let­to sim­bo­li­ca­men­te come un pas­sag­gio del­la di­scen­den­za bi­bli­ca di Israe­le in Etio­pia, e quin­di per i Ra­sta­fa­ria­ni il Li­bro sa­cro del­la Glo­ria dei Re spie­ga il nes­so tra il re­gno di Israe­le e quel­lo di Etio­pia, rap­pre­sen­ta­to da Me­ne­lik I e dal­la sua di­scen­den­za. L’E­tio­pia è quin­di la nuo­va ter­ra elet­ta da Dio, al po­sto di Israe­le.

Vi è poi un’al­tra se­zio­ne del Li­bro nel­la qua­le è rac­con­ta­to di come un an­ge­lo an­nun­ci alla ma­dre di San­so­ne, un na­zi­reo, che il fi­glio avreb­be un gior­no li­be­ra­to Israe­le dai Fi­li­stei, e la in­vi­ti a far­lo cre­sce­re il­li­ba­to. Dio è dun­que ge­ne­ro­so con San­so­ne per la sua in­te­gri­tà, e gli dona una for­za spro­po­si­ta­ta le­ga­ta al fat­to di non ta­glia­re mai i suoi ca­pel­li. Dà­li­la, fi­glia di un av­ver­sa­rio Fi­li­steo, lo se­du­ce e ta­glia i suoi ca­pel­li nel son­no. Dio, per pu­nir­lo, lo fa al­lo­ra cat­tu­ra­re dai suoi stes­si ne­mi­ci, che lo ac­ce­ca­no e gli ta­glia­no i lun­ghi ca­pel­li in­trec­cia­ti, ren­den­do­lo de­bo­le e im­pri­gio­nan­do­lo. San­so­ne, con le sue ul­ti­me for­ze fa crol­la­re tut­to il pa­laz­zo dove era pri­gio­nie­ro, uc­ci­den­do i suoi ne­mi­ci e se stes­so. I ra­sta­fa­ria­ni sono co­mu­ne­men­te co­no­sciu­ti per i ca­pel­li an­no­da­ti che for­ma­no del­le lun­ghe e dure cioc­che. La mu­si­ca Reg­gae di Bob Mar­ley e Pe­ter Tosh si rifà di­ret­ta­men­te a que­sta tra­di­zio­ne ap­pro­da­ta in Gia­mai­ca ne­gli anni 70.

Quan­to det­to fi­no­ra sul­la Re­gi­na di Saba e sul­la sua straor­di­na­ria sto­ria è ri­ca­va­ta dal­le in­for­ma­zio­ni con­te­nu­te nel Li­bro Sa­cro dei Ra­sta­fa­ria­ni ma cosa pos­sia­mo dire di lei che de­ri­vi dal­la tra­di­zio­ne bi­bli­ca ed evan­ge­li­ca che è a noi più vi­ci­na? E quan­to di quel­lo che pro­vie­ne dal­la no­stra tra­di­zio­ne può es­se­re coe­ren­te con la sto­ria leg­gen­da­ria che i Ra­sta rac­con­ta­no di lei?

An­che l’an­ti­co te­sta­men­to ha ri­fe­ri­men­ti al viag­gio del­la Re­gi­na di Saba per co­no­sce­re Sa­lo­mo­ne (1 Re 10,4), ed an­che il van­ge­lo di Mat­teo (12,42) “Ecco ora qui c’è più di Gio­na! La re­gi­na del Sud si le­ve­rà a giu­di­ca­re que­sta ge­ne­ra­zio­ne e la con­dan­ne­rà, per­ché essa ven­ne dal­l’e­stre­mi­tà del­la ter­ra per ascol­ta­re la sa­pien­za di Sa­lo­mo­ne. Ecco ora qui c’è più di Sa­lo­mo­ne!”.

Sa­lo­mo­ne nel­la sto­ria ebrai­ca è ri­ma­sto per ec­cel­len­za come l’em­ble­ma del sa­pien­te, ce­le­bra­to dal­la Bib­bia come au­to­re di “3.000 pro­ver­bi e 1.005 poe­sie”, ca­pa­ce di dis­ser­ta­re di bo­ta­ni­ca e di zoo­lo­gia (1Re 5,9-13). Ma la sua fi­gu­ra è le­ga­ta so­prat­tut­to alla po­li­ti­ca in­ter­na, este­ra e re­li­gio­sa. Egli era nato dal­l’a­mo­re di suo pa­dre Da­vi­de per la bel­lis­si­ma Be­tsa­bea, spo­sa­ta pro­vo­can­do la mor­te del suo le­git­ti­mo ma­ri­to Urià l’Hit­ti­ta (2Sa­mue­le 11-12). A Sa­lo­mo­ne sono sta­ti at­tri­bui­ti il li­bro del­la Sa­pien­za, il can­ti­co dei can­ti­ci e il Qo­he­let-Ec­cle­sia­ste ol­tre che l’in­te­ro li­bro dei Pro­ver­bi. 

La sua suc­ces­sio­ne era sta­ta dif­fi­ci­le per­ché di mez­zo c’e­ra un al­tro pre­ten­den­te, Ado­nia, fi­glio di Da­vi­de e di un’al­tra sua mo­glie, Ag­ghìt. Ma una vol­ta as­sun­to il po­te­re, Sa­lo­mo­ne s’e­ra ri­ve­la­to un abi­le capo di Sta­to. Aprì rap­por­ti com­mer­cia­li col co­los­so eco­no­mi­co vi­ci­no, la Fe­ni­cia, in par­ti­co­la­re col re di Tiro, Hi­ram. Fu que­st’ul­ti­mo a con­ce­der­gli as­si­sten­za tec­ni­ca du­ran­te l’at­tua­zio­ne del­la mag­gio­re del­le gran­di ope­re mes­se in can­tie­re da Sa­lo­mo­ne, quel­la del­l’e­di­fi­ca­zio­ne del tem­pio di Ge­ru­sa­lem­me, im­pre­sa du­ra­ta set­te anni, e del pa­laz­zo rea­le che di anni ne ri­chie­se ben tre­di­ci.

A que­sto pro­po­si­to l’e­ven­to del­la vi­si­ta di Sta­to del­la re­gi­na di Saba, fu an­che un’o­pe­ra­zio­ne di pro­pa­gan­da po­li­ti­ca per esal­ta­re il suo go­ver­no (1 Re 10,1-10). Ma al di là di que­sto non po­trem­mo mai sa­pe­re cosa pas­sa­va nel cuo­re del Re Sa­lo­mo­ne e se la sua re­la­zio­ne con la Re­gi­na del Sud sia sta­ta an­che una au­ten­ti­ca e sen­ti­ta pas­sio­ne.

Ri­ma­ne il fat­to che la re­gi­na di Saba è una fi­gu­ra mi­ti­ca an­che per la no­stra tra­di­zio­ne. Essa è la Sha­ron Sto­ne del­l’an­ti­chi­tà. Una fi­gu­ra af­fa­sci­nan­te e mi­ste­rio­sa im­mor­ta­la­ta nel­la Bib­bia e ce­le­bra­ta an­che nel­l’ar­te, da un ora­to­rio di Han­del a un bal­let­to di Ot­to­ri­no Re­spi­ghi, e rap­pre­sen­ta­ta nei di­pin­ti di Raf­fael­lo, Tin­to­ret­to e Pie­ro del­la Fran­ce­sca. La sua re­la­zio­ne con il Re Sa­lo­mo­ne rap­pre­sen­ta ideal­men­te an­che una spe­ran­za che pos­sa crear­si fi­nal­men­te quel le­ga­me au­ten­ti­co tra la no­stra ci­vil­tà del nord e quel­la real­tà afri­ca­na del sud che amia­mo e che ci è cara al di là di ogni pos­si­bi­le le­ci­ta di­scus­sio­ne sui flus­si mi­gra­to­ri.

Nicola Sparvieri

Etiopia, Rasta, Regina di Saba, Salomone

Viaggio alla scoperta della Sicilia del vino

La realtà vitivinicola siciliana ha una lunga e gloriosa tradizione. Il modo migliore per conoscerla più da vicino, è visitare aziende e conoscere produttori per comprendere come si sta muovendo il comparto, anche in considerazione della spinta verso il mercato estero che si fa sempre più pronunciata. Siamo andati alla scoperta della Val di Noto per conoscere più da vicino alcune realtà interessanti del settore. Qui si trovano le otto città riconosciute nel 2002 patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Il barocco è lussureggiante almeno quanto la natura: non solo mare, ma alberi da frutto, fichi d’india, olivi e viti. A sormontare il territorio, “Iddu”, l’Etna. Si va dalla costa alle alture, il terreni sembrano essere perfetti per la coltivazione di uva: dall’argilloso al calcareo fino a quello lavico.

Qui hanno la loro casa alcuni storici vitigni utilizzati tradizionalmente per produrre vino da taglio, tra quelli autoctoni a bacca rossa spicca il Nero d’Avola, ma anche il Frappato e il Nerello Mascalese. Tra quelli a bacca bianca ricordiamo il Grillo, l’Inzolia, il Carricante.
Proprio partendo dalla ricchezza di questo territorio e mantenendo ben viva la tradizione, negli anni si sono sviluppate alcune realtà enologiche interessanti. Nel corso del nostro tour abbiamo visitato alcune cantine della Val di Noto: abbiamo avuto così modo di conoscerne la storia, e ascoltare i loro progetti per il futuro. Si tratta di aziende che esportano fra il 60% e l’80% della loro produzione e che in diversi casi hanno fatto uso dei fondi europei (OCM) per l’acquisto di macchinari o per interventi in vigna.

Il nostro viaggio inizia con la visita a Feudo Maccari, che rappresenta la scommessa di Antonio Moretti Cuseri, imprenditore di successo nel settore tessile e già titolare della Tenuta Sette Ponti ad Arezzo.

Dopo un viaggio nella Val di Noto, il fascino di questa terra lo cattura a tal punto da fargli decidere di produrre proprio qui. Siamo negli anni Novanta e nella strada che va da Noto a Pachino Moretti Cuseri decide di iniziare la sua avventura siciliana. Questo è il terroir del Nero d’Avola, uno dei vitigni autoctoni più rappresentativi dell’isola. Ed è su questa uva che l’imprenditore decide di puntare, coltivandola come da tradizione, ad alberello. Nel 2000 cominciano i primi acquisti di Moretti Cuseri: inizia l’avventura di Feudo Maccari, che si estende per 70 ettari. Non solo vigneti, ma anche una foresteria, la cantina con l’ampia bottaia, la sala degustazione. Già avviato il percorso per ottenere la certificazione bio nel 2018.

Spostandoci a nord arriviamo nel comune di Chiaramonte Gulfi, in provincia di Ragusa. Qui conosciamo due realtà molto diverse. La prima, è l’azienda agricola Poggio di Bortolone, risalente addirittura alla fine del Settecento e tramandata negli anni di padre in figlio. Oggi l’azienda è gestita da Pierluigi, che ha mantenuto viva la tradizione di famiglia, apportando tuttavia cambiamenti per rimanere sempre al passo con i tempi. L’imbottigliamento di vino inizia con il padre di Pierluigi negli anni Settanta. È degli anni Ottanta il primo cerasuolo Poggio di Bortolone, al quale segue poi un secondo, contessa Costanza. Di anno in anno continuano le sperimentazioni in vigna e in cantina. Nel 2005 il territorio in cui si trova l’azienda ottiene la D.O.C.G. Cerasuolo di Vittoria.

Nello stesso comune, conosciamo un’altra realtà molto interessante: stiamo parlando di Gulfi, cantina pioniera nella valorizzazione del principale vitigno a bacca rossa della Sicilia e nella riscoperta dei prestigiosi cru di Pachino. La storia di Gulfi è appassionante perché ci racconta di un’Italia operosa e determinata. Ci parla dei sacrifici dei nostri padri, dell’importanza delle tradizioni, dell’attaccamento (nel senso più sano del termine) alla propria terra. È la storia di Raffaele Catania, siciliano emigrato a Parigi nel secondo dopoguerra in cerca di lavoro. Con i soldi risparmiati Raffaele compra i primi appezzamenti, che dovranno dare sostentamento alla famiglia quando sarà possibile tornare in Sicilia. Il figlio Vito parte con la famiglia a 5 anni e torna a 20. Ritrova le terre di famiglia e decide di riversare su di esse quanto imparato in Francia. Inizia così la produzione di vini di Gulfi, fondata sulla ricerca di un equilibrio fra ambiente e vigna nel rispetto del territorio e con grande sensibilità. A raccontarci questa storia è Salvo Foti, l’enologo che ha seguito l’azienda sin dall’inizio e ora, dopo la scomparsa di Vito Catania, ne ha raccolto l’eredità. Parlare con Foti e capire il successo di questa azienda è un tutt’uno.

La competenza, la passione e l’estremo riguardo verso l’aspetto più umano di questo mestiere, trasudano da ogni sua parola. E non è certo un caso che sia considerato l’artefice della rinascita enologica della Sicilia sud-orientale.
Ecco dunque che il vino ritorna ad assumere il ruolo che storicamente ha sempre avuto: è espressione di una civiltà e simbolo della sua cultura.

Steve Jobs – il fondatore della Mela più famosa del mondo

 
L’incredibile storia del Signore delle mele: Steve Job, un californiano geniale e irascibile che ha messo la tecnologia nelle mani di tutti.

Computer e smartphone sono diventati i migliori amici dell’uomo, e se è cambiato il modo in cui ascoltiamo la musica o guardiamo l’orologio, ed il cellulare è diventato un apparecchio tuttofare, molta parte del merito (o no?) è sua.

Alcuni aspetti della vita di Steve Jobs sono stati avvolti dal mistero, a partire dalla nascita che avvenne il 24 febbraio 1955, ma dove? C’è chi dice che sia nato a San Francisco e chi sostiene che il piccolo Steven Paul sia nato in Wisconsin. Apple si è sempre rifiutata di fornire questa informazione, finchè la biografia ufficiale svelò l’arcano confermando la nascita di Jobs a San Francisco. I genitori erano entrambi due studenti universitari; il padre, Abdulfattah “John” Jandali, di origine siriana, sarebbe poi diventato un professore di scienze politiche, la madre invece era americana. Entrambi temendo di non poter garantire un futuro dignitoso al proprio figlio, decisero di darlo in adozione. «Voleva che fossi affidato a una coppia di laureati» raccontò Jobs in un discorso. «Quando scoprì che la mia madre adottiva non aveva finito il college, e il marito neppure il liceo, si rifiutò di firmare le carte. Finché non le garantirono che sarei andato all’università».

Come stabilito nel “patto di adozione” nel 1972 Steve Jobs si iscrisse al Reed College, in Oregon; ma ben presto capì che quei corsi non erano interessanti e che la vita del college era troppo costosa per le casse di famiglia. Così decise di lasciare i corsi ufficiali e di seguire solo quelli che gli interessavano tra cui quello di calligrafia, dove imparò tutto su scrittura, lettere e caratteri. Queste conoscenze sarebbero state alla base, molti anni dopo, delle capacità tipografiche e soprattutto stilistiche del Macintosh.

Per risparmiare lasciò la camera del dormitorio facendosi ospitare da amici, iniziò a raccogliere bottiglie di Coca-Cola vuote per restituirle ai venditori e avere in cambio cinque centesimi, arrivò a fare 10 km a piedi per raggiungere il tempio Hare Krishna dove, la domenica, si mangiava gratis. Secondo Leander Kahney (autore della biografia non autorizzata Nella testa di Steve Jobs, Sperling & Kupfer) provò anche una dieta a base di sole mele, nella speranza che ciò, e chissà perché, gli permettesse di non lavarsi.

Stay hungry stay foolish, il più famoso discorso e testamento spirituale di Jobs, sottotitolato in italiano

Tornato in California, Steve rispolverò la passione per l’elettronica iniziando a lavorare per Atari, uno dei primi produttori di videogame. In seguito con il suo amico e collega Steve Wozniak, decise di mettersi in proprio e nel 1976 fondò la Apple Computer. Sede della società era il garage di casa, il logo una mela morsicata, capitale sociale poco, molto poco. Per finanziarsi Jobs fu costretto a vendere il suo furgone Volkswagen, mentre Wozniak la sua calcolatrice scientifica.

Sulla scia di questo primo successo arrivò l’Apple II, il primo computer fatto e finito, in modo che una volta tirato fuori dalla scatola, poteva essere pronto da usare, senza nessuna parte da montare. Successivamente arrivò Apple III che risultò un flop a causa dei problemi di surriscaldamento. Nel progetto non era stata prevista la ventola di raffreddamento perché a Jobs non piaceva, ritenendola poco elegante.

Nel dicembre 1979 visitò il centro ricerche della Xerox, dove stavano studiando un sistema che avrebbe permesso di comandare i computer attraverso semplici menu a icone. Fu la svolta, e proprio grazie a questa idea Jobs e il suo team riuscirono a trasformare il computer in un elettrodomestico alla portata di tutti. Nel 1984 venne lanciato il Macintosh, il primo computer controllato da due nuovi accessori: la tastiera e un nuovo apparecchio battezzato mouse. Le quotazioni della Apple schizzarono alle stelle, ed iniziò l’eterna disputa tra i fan della Mela e quelli che utilizzavano computer di altre aziende. Alla Apple nacque anche la particolare figura del “Mac evangelista”, un tecnico “mistico” con la missione di convincere amici e parenti della superiorità del Macintosh rispetto al resto.

Riguardo alla vita privata e sentimentale sembra che a vent’anni fosse fidanzato con Joan Baez, icona della musica folk americana e già compagna di Bob Dylan, uno dei suoi miti. Secondo Alan Deutschman, autore di un’altra biografia non autorizzata (I su e giù di Steve Jobs), la storia sarebbe finita perché la Baez sarebbe stata troppo vecchia per avere un bambino. Un rapporto complicato, quello con la paternità; quando nel 1978 la sua prima ragazza Chris Ann gli comunicò di essere incinta, lui non fece una piega e reagì come se la cosa non lo riguardasse. La figlia Lisa nacque così in una comune. Nel 1991, durante un rito buddhista, Jobs sposò Laurene Powell con cui avrebbe poi messo al mondo tre figli.

Nel frattempo il rapporto con Apple iniziò ad incrinarsi; dopo continui contrasti con l’amministratore dell’epoca, nel 1985, Jobs fu costretto a dimettersi. Proprio lui che quella realtà l’aveva creata in garage e resa una compagnia da 2 miliardi di dollari e 4 mila dipendenti, veniva messo alla porta, perché ritenuto improduttivo e fuori controllo. «Essere licenziato da Apple» raccontò in seguito, «fu la cosa migliore che potesse capitarmi. […] Mi liberò dagli impedimenti permettendomi di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita». Di sicuro non se ne rese conto subito.

Nuovamente nei panni del debuttante, Jobs fondò la NeXT con l’idea di produrre computer all’avanguardia; per 10 milioni di dollari ne rilevò poi un’altra, da George Lucas, il regista di Star Wars. La NeXT non decollò, vendendo appena 50 mila computer in 8 anni, mentre la Pixar (così fu ribattezzata l’altra società) si manteneva a galla a fatica. Ma proprio quando Jobs stava per affondare ed anche la stessa Apple, a causa di scelte sbagliate, a metà degli anni ’90 i loro destini si incrociarono. Jobs convinse i “rivali” di Apple a scegliere un rivoluzionario programma sviluppato da NeXT come base per i nuovi computer, gli iMac. Così Apple acquistò la NeXT stessa e nel 1996 Steve Jobs tornò a casa da numero uno.

Anche la Pixar si rimise in sesto con il debutto, nel 1995, nelle sale cinematografiche americane di Toy Story, primo film realizzato completamente con sistemi di animazione digitale. Fu un successo. Il primo di quello che sarebbe diventato ben presto il più importante studio di animazione di Hollywood.

Tornato al timone della Apple, Jobs si trovò ad affrontare una profonda crisi finanziaria e lo fece ricorrendo ai licenziamenti di massa. Sempre secondo una delle biografie non allineate, sembra che bloccasse i dipendenti negli ascensori, interrogandoli sul loro ruolo in azienda. Se a Jobs la risposta non piaceva, potevano essere licenziati anche su due piedi. Una pratica che divenne famosa con l’espressione “essere stevizzati”. Jobs era sì famoso per le sue intuizioni folgoranti, ma al tempo stesso aveva un carattere difficile, pignolo ed egocentrico.

Proprio queste caratteristiche del suo carattere, secondo i suoi fan, sono il segreto delle sue vittorie. Dal rientro in azienda non ha più sbagliato un colpo. Nell’ottobre del 2001 ha presentato l’oggetto che ha cambiato il nostro modo di ascoltare la musica: l’iPod. Qualche anno dopo nacque iTunes, il negozio virtuale dove si possono scaricare dischi e canzoni si legalmente, quindi a pagamento, dal web con il computer er poi esser copiate nel proprio iPod ed essere ascoltate ovunque. Un fenomeno mondialeche Apple ha celebrato nel 2010 dopo aver tagliato il traguardo dei 10 miliardi di canzoni scaricate.

Nel 2004 gli venne diagnosticato un rarissimo tumore al pancreas. «I dottori mi dissero di mettere ordine nei miei affari» raccontò a una classe di studenti, «e questo significa prepararsi a dire ai figli in pochi mesi ciò che pensavi di poter dire loro in dieci anni. Significa dire addio». Dopo l’operazione si rituffò negli affari decidendo di lanciare, o meglio di inventare, un iPod capace anche di telefonare.

Nel 2007, svelò al pubblico l’iPhone, un cellulare dal design minimalista senza tastiera, con schermo sensibile al tocco, con capacità musicali e in grado di navigare nel Web come un computer di casa. Le sue presentazioni erano dei veri e propri eventi. Il suo linguaggio e la sua mimica, il suo abbigliamento sempre uguale (jeans e maglionicino a collo alto nero) ma tutto studiato a tavolino.

L’iPhone divenne un oggetto di culto da subito, il giorno in cui venne lanciato ne furono venduti 500 mila e con l’iPad, venne creato addirittura un nuovo mercato.

La malattia tornò di nuovo quando Jobs aveva iniziato a condurre una vita più “tranquilla”  abbracciando completamente il buddismo. Si era dato uno stipendio di appena un dollaro l’anno, anche continuando a possedere molte azioni Apple e godere di vari benefit. Il 17 gennaio 2011 Apple annunciò che Steve Jobs aveva chiesto un nuovo congedo medico, precisando però che sarebbe rimasto CEO e, continuando a occuparsi delle principali questioni strategiche ma sostituito per le questioni di tutti i giorni da Tim Cook. Il 24 agosto si dimise da amministratore delegato di Apple annunciando di voler chiedere al Consiglio di Amministrazione la conferma di Tim Cook come suo successore. Morì il 5 ottobre 2011, a 56 anni, e fu sepolto nell’Alta Mesa Memorial Park di Palo Alto, insieme ad altri imprenditori dell’alta tecnologia informatica, come il co-fondatore di HP, David Packard e l’ingegnere Frederick Emmons Terman, con i quali Jobs lavorò per alcuni mesi estivi come dipendente all’età di 13 anni.

Isole ponziane, al largo del promontorio del Circeo nel Basso Lazio, dove l’Europa non è utopia

L’incontro domani con gli operatori economici per il progetto “Ventotene-Santo Stefano”

Isole ponziane, al largo del golfo di Gaeta nel Basso Lazio. Oggi, 18 febbraio, a Ventotene è stato presentato alla stampa il progetto “Ventotene-Santo Stefano” alla comunità isolana come importante opportunità da implementare. È in programma domani, venerdì 18 febbraio, a partire delle 15.00, l’incontro online per fare il punto sul progetto integrato di recupero del complesso di Santo Stefano. Con questa iniziativa viene restituito ai cittadini di Ventotene il progetto strategico degli esperti, che nasce da una progettazione partecipata fortemente voluta dalla Commissaria Silvia Costa, momento finale di ascolto della cittadinanza avviato nei mesi precedenti. All’incontro parteciperanno le figure chiave della comunità: dal Sindaco, Gerardo Santomauro, alle associazioni, agli imprenditori e ai cittadini tutti. In parallelo al progetto strategico, si parlerà di sviluppo futuro insieme a Paolo Orneli, Assessore allo Sviluppo Economico della Regione Lazio.

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Raffaele Panico

Oggi è una giornata densa di miti e simboli. Nell’altro emisfero, l’australe dove la disposizione geografica della Nuova Zelanda riprende lo Stivale al rovescio. La volontà dei nostri Migliori italiani si è manifestata dopo aver imposto un dominio assoluto sui britannici, in mare, dove conducono per 4-0 la Finale della Prada Cup contro l’Ineos-Uk del Regno Unito. Sulla terraferma intanto l’America’s Cup Events (ACE) aveva proposto il rinvio di una settimana dell’atto conclusivo, per la solita emergenza legata al lockdown ovvero tradotto in italiano confinamento. Un rinvio per l’allerta portata a livello 2, in vigore nella capitale neozelandese fino a lunedì prossimo. C’è stata una Conferenza preceduta da un comunicato durissimo da parte di Tina Symmans, CEO di ACE (America’s Cup Events, gli organizzatori della Coppa) contro Noi che, a casa in questi mesi di confinamento o lockdown – che dir si voglia – ci immedesimiamo nei nostri Migliori campioni all’Estero.

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