Scuola di Ingegneria Aerospaziale della Sapienza fondata da Luigi Broglio

Luigi Broglio dal ”Progetto San Marco” il primato aerospaziale italiano

Un successo continuo dai satelliti in orbita geostazionaria fino all’esplorazione su Marte 

Raffaele Panico

Prefazione 

 Correva l’anno 1964, il 15 dicembre, da un poligono spaziale americano parte un razzo, il vettore Scout, che mette in orbita il primo satellite italiano il “San Marco 1”. Con quel lancio l’Italia è il terzo Paese al mondo dopo l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti, a mettere in orbita un satellite attorno alla Terra. Il padre del progetto è l’ingegner Luigi Broglio. Ma i Nostri, grazie a Broglio, andranno oltre, tanto che si faranno una base tutta italiana, dove? Al largo delle coste del Kenya, vicino alla linea dell’Equatore. Perché lì? È la migliore posizione per il lancio di satelliti, e la base si chiamerà poligono di lancio spaziale “San Marco”, e “Santa Rita”, due isolette artificiali di ferro al largo di Malindi, circondate di antenne per inseguire i razzi dopo il lancio. Luigi Broglio era veneto, nato a Mestre. All’equatore terrestre la posizione è strategica per i lanci spaziali e questa idea è nata dalla sua intuizione.

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Giappone: a Natale la tradizione vuole il pollo di KFC

Pollo fritto a Natale, non il tipico Karaage ma più semplicemente quello della nota catena statunitense Kentucky Fried Chicken. Un’usanza curiosa di proporzioni imponenti che la BBC afferma di coinvolgere circa 3,6 milioni di famiglie giapponesi ogni Santo Natale, con vendite dieci volte superiori rispetto alla media normale. File infinite ai negozi, prenotazioni con mesi di anticipo, ore di attesa per portare a casa quello che è diventato il piatto della tradizione natalizia giapponese per eccellenza: un secchiello di pollo fritto.

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Rimembrando le Vite Parallele di Plutarco: un italiano e un russo. Almanacco di una ricorrenza il 18 dicembre in Italia e in Russia

Ironia della Storia in poche battute

 Raffaele Panico

Italia. 18 dicembre 1932 inaugurazione di Littoria, una tra le oltre 100 città di fondazione. In circa un decennio, di città, comuni rurali e borghi in totale saranno all’incirca 190 fondati e disseminati, dopo Littoria nel ’32, nel regno d’Italia e d’Albania, Dalmazia, Libia Nordafrica e Africa Orientale Italiana. Nel 1942 la celebrazione del Decennio con l’inaugurazione dell’EUR, Esposizione Universale Romana. Ed il piano di bonifiche integrali avviato nel 1928 doveva andare avanti per 30 anni. 
A guerra finita che, nei piani originari non doveva proprio tenersi (essendo – disse Mussolini – l’Italia una nazione sazia e soddisfatta dei suoi confini dalle Alpi all’Oceano indiano), Littoria sarà rinominata Latina.
Dal 1934 era una nuova Provincia d’Italia Littoria-Latina. Venne inaugurata da Mussolini, conosciuto meglio con l’appellativo di Duce, Fondatore dell’Impero del 9 maggio 1936 e Maresciallo D’Italia. A farla breve convertitosi al Nazismo “sulla via del Brennero” come Saulo di Tarso su quella di Damasco, divenne un presidente fantoccio di uno degli Stati satelliti del Terzo Reich dopo il 25 luglio 1943, l’8 settembre stesso anno in corso, non trovando il coraggio visti i suoi fallimenti nel reggere le sorti dell’Italia dal 1929, con le infami leggi razziali e l’alleanza con il pittore austriaco Adolf Hitler, con lo sbarco in Sicilia angloamericano di prendere atto che era arrivato il suo momento, un Duce, un Maresciallo o altro al vertice di una catena di comando, che apra il cassetto e si spari un colpo alla tempia. 
Avrebbe così risparmiato agli italiani circa 20 mesi di guerra civile, ancora non terminata.

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Roberto Bartini italiano nato a Fiume, divenuto cittadino russo

La geniale attività di Progettista e di Ingegnere Aeronautico
per oltre mezzo secolo nella Russia Sovietica

di  Raffaele Panico

Roberto Oros di Bartini era nato a Fiume il 14 maggio 1897.  Un grande italiano un onore per la storia dei giuliano-dalmati, gente esule qui in Patria. La memoria, il valore e la sua genialità è tanta, molta storia, che ci corre ricordare: la vicenda di un ingegnere e di un vero italiano poi naturalizzato russo. Intelligente ed eclettico si era interessato anche, e ha pubblicato vari lavori, sulla cosmologia e la fisica teorica. È lui una parte importante della storia dei rapporti italiani con la Russia, nato nella parte orientale d’Italia che ha dato così tanti uomini geniali, a volte la si preferisce ricordare solo dopo la tragedia della seconda guerra mondiale con la conta funerea dei numeri sugli infoibati. Queste figure le loro personalità che hanno vissuto in pieno i rigori e le tragedie del Novecento, la storia, il loro tempo dovrebbero essere insegnate agli studenti.

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A colloquio con Emmanuel Vecchio
sull’elemento emozionale della panificazione

UN GIOVANE ESPERTO DI PRE-FERMENTI E LIEVITI CHE PUÒ DIRE LA SUA NEL CAMPO DELLA GASTRONOMIA

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Chi usa le scorciatoie del cervello, anziché soffermarsi ad approfondire le varie sfaccettature della gastronomia, ritiene la panificazione una sorta di parente povero della cosiddetta haute cuisin. Con tutto il rispetto, invece, per l’alacre allestimento delle pietanze, spesso passate in rassegna sulla scorta d’un eccesso di zelo non esente dal ridicolo involontario, come rimarca l’arguto regista cinematografico israeliano Oren Moverman nel feroce affresco familiare The Diner, remake statunitense del mesto scandaglio intimo I nostri ragazzi diretto dal romanissimo Ivano De Matteo, anche la Settima Arte riconosce ai diversi tipi di procedimento, contemplati per trasformare la farina in baguette da leccarsi i baffi, un fulgido valore emozionale.

Emmanuel Vecchio (nella foto alle prese con i dolci) lo sa bene. Dal padre salernitano Antonio ha ereditato l’attitudine a guardare al cinema come a una finestra aperta sul mondo, in grado di fungere anche da straordinario pungolo per la piena maturazione dello spirito e dell’intelletto. Dalla famiglia della madre francese ha ricevuto altrettanti stimoli al fine di capire le ragioni del cuore in termini eminentemente pratici. Imparando a impastare, nel periodo della permanenza in Normandia presso i solerti e calorosi nonni, in attesa di poter accortamente tradurre l’affascinante ma segregata teoria nell’opportuna prassi.

Estraneo all’improduttivo impeto tipico dei meri neofiti, fin dai tempi della scuola alberghiera di Battipaglia e dei tirocini curriculari ed extracurriculari, sostenuti sia nel Bel Paese – a San Vigilio di Marebbe, con Bolzano dietro l’angolo – sia ad Aix-en-Provence, Emmanuel ha sempre tenuto i piedi ben piantati per terra.

Per lui riuscire ad anteporre il conseguimento concreto degli obiettivi prefissi, ottenuti palmo a palmo, agli inutili svolazzi pindarici significa soprattutto dare la giusta forma al glutine sul tavolo di cucina senza incollarsi minimante le mani: lo strumento con il quale fondere tatto, allo scopo di custodire gli ampi alveoli che si creano nell’arco della lievitazione, ritmo ed energia. L’effetto conclusivo, con le peculiari bolle, parla da solo.

L’ammirato stupore, tuttavia, serve a poco. Occorre, piuttosto, evitare come la peste l’impasse delle elucubrazioni dottrinali. Gli studi universitari di scienze gastronomiche, con il master imperniato sull’ambìta panificazione, sono stati un trampolino di lancio per mettersi alla prova nella giungla metropolitana della Città Eterna. Esiste una sfilza infinta di corsi per pizzaioli incapaci di cavare un ragno dal buco. Le basi di chimica e fisica fornitegli dall’approfondimento post laurea rappresentano, quindi, un valore aggiunto. Non per pavoneggiarsi o per stendere trattati colmi d’improntitudine e trovare sterili pulpiti. La molla dell’inesausta curiosità è molto più utile dell’arroganza dei tromboni che montano in cattedra solo ed esclusivamente a scopo autoreferenziale. Buttandosi in avanti per non cadere indietro. L’antidoto contro la loquela sbracata dei falsi dotti in materia risiede nello stimolante terreno dell’incontro e del confronto. Lo scontro, esacerbato sui social dai moti d’invidia e dall’onnipresente cifra dell’odio, confonde le idee ed esaspera gli animi. Emmanuel, nonostante l’età verde, sembra, in tal senso, un vecchio saggio. Nomen Omen, d’altronde. Conscio che in ballo c’è pure lo slancio dell’evocazione.

«Amate il pane: cuore della casa, profumo della mensa, gioia del focolare. Rispettate il pane: sudore della fronte, orgoglio del lavoro, poema del sacrificio. Onorate il pane: gloria dei campi, fragranza della terra, festa della vita. Non sciupate il pane: ricchezza della patria, il più soave dono di Dio, il più santo premio della fatica umana

Non vi è nulla di scontato ed enfatico nell’inno sovraesposto. I movimenti di schieramento e le discipline di fazione cedono spazio all’aroma dell’assennatezza, al fascino della bontà e all’empatia dell’affinità elettiva. Barbara Frangi (nella foto) queste cose,  comprese quelle più difficili, le sa fare con incrollabile perseveranza e le sa spiegare con intensa accuratezza.

Panettiera e Pizzaiola anarchica per passione, così è solita definirsi, rifugge dai cultori troppo fanatici della panificazione quando il desiderio di sperimentare motu proprio paga dazio allo scotto di una febbre creativa fuori luogo. I grani antichi, che lei ricerca con scrupolo ed entusiasmo, non rientrano nelle priorità dei panettieri intenti ad aprire la saracinesca ogni mattina. La visita al Mulino Caputo, alla scoperta del grano a macinazione lenta, le è servito ad affinare ulteriormente i ferri del mestiere e porre le debite distinzioni. Non si finisce mai d’imparare. Ed è bello così.  Alle tendenze di punta, anche per quanto concerne i lieviti, Barbara replica con rimarchevole buon senso. Abbassare i ritmi in quest’ottica accresce il sapore ed emulsiona i compositi livelli dell’impasto apponendo un fulgido e genuino marchio di fabbrica.

Emmanuel è, quindi, in buona compagnia. Il processo di maturazione per la farina ricopre un ruolo decisivo. La trasmissione di pensiero tra persone allergiche agli sponsor e, principalmente, alle banalità scintillanti degli slogan rei di smerciare per speciali persino i pandori zeppi di additivi, trascende il margine di visibilità degli chef che mandano in visibilio i fan poco scaltriti al riguardo. Attingere ad alcuni degni esponenti, alieni per una questione di principio ai galloni guadagnati in televisione nelle vesti di discutibili aedi, diviene ciò che conta in maggior misura.

La pratica, con l’affiancamento ad Alba di Enrico Giacosa, presidente del Consorzio Pan Ed Langa, gli ha insegnato l’importanza delle peculiarità all’origine di qualsivoglia prodotto attento a proteggere gli amidi e le proteine. Il rispetto nei riguardi del destinatario optimum costituisce un diktat deontologico. La digeribilità è strettamente correlata al modo utilizzato per far fermentare l’impasto. Le bestie nere restano, perciò, le componenti denaturate. Gli agenti chimici in primis.

L’arte di panificare l’ha appresa altresì da docenti del calibro di Davide Longoni, Piergiorgio Giorilli ed Eugenio Pol (nella foto), milanese di origini veneziane, avvezzo alla tutela dei posti incontaminati dove regna l’ordine naturale, con l’acqua pura, e le interferenze lesive sono messe al bando. 

Tuttavia la lezione impartitagli simultaneamente dai guru sia da bosco che da riviera rimane imprescindibile. Occorre adattarsi alle circostanze, lontano dalle astrazioni pleonastiche, e rimediare agli imprevisti. Che sorgono quando uno meno se lo aspetta. La pasta madre non è una panacea. E neanche un’incontestabile garanzia d’indistruttibilità. Però torna utile. Su questo non ci piove.

La predilezione per i pre-fermenti non cade mai nello scoglio di un sapere monodisciplinare che vacilla, al pari dello stuolo di fan dei cuochi del grande schermo, dinanzi ai bruschi cambiamenti imposti talora dalle circostanze. Il lievito madre naturale aiuta tanto. L’elasticità e la morbidezza dell’impasto, ivi connessi, scongiurano malaugurati mali di stomaco. Ed ergo fanno la felicità dei ghiottoni di turno. Tuttavia a Emmanuel non interessa, di contro, demonizzare il lievito di birra. Le buone maniere, l’apparente timidezza, la profonda educazione vanno di pari passo con l’implicita coerenza in merito. L’adagio latino cum grano salis capita a fagiolo, dunque. Nella sua accezione più ampia. Che comprende i giochi di parola.

Divertirsi lavorando, mentre si fatica, per usare un modo di dire frequente in Campania, non implica deleterie concessioni ad alcun tipo di sbavatura.

Emmanuel adora cimentarsi in pizze e focacce che lasciano il segno dell’impegno. Nonché del divertimento. Eppure, seguirlo, step by step, nella preparazione dei soffici e profumati pan-brioche, siano essi dolci o salati, manda a carte quarantotto l’inerzia delle idee prese in prestito all’altrui acume.

Ricorrere, in ogni caso, alla sagacia della lingua latina, aiuta ad avere una visione a trecentosessanta gradi ed entrare in contatto con le differenti scuole di pensiero. La parola fermènto (da fermentum vale a dire fèrvere, bollire, essere in moto) non si presta a equivoci di nessun tipo. Casomai chiarisce il nesso di specie morfologica e il rimando alla vita congiunti all’idea operante di fermentazione. Il pre-fermento indica ciò che precede quella tappa evolutiva. Non discriminare, perciò, i pre-impasti fermentati con il lievito di birra, sull’onda di una seccante affettazione, testimonia l’intelligenza, ancor prima ché l’accortezza, di Emmanuel.

La soddisfazione di veder sfornare il pane è indescrivibile. Non si tratta di attribuirle lo status di un nobile incarico, che spegne le piccole vampate delle superflue polemiche e attizza il sacro fuoco della passione, bensì di aprire il varco all’affettuosa intimità volta ad animare un patrimonio di pregiate conoscenze. Sulla pasta madre, sugli andamenti segreti in merito alla fermentazione spontanea degli impasti, sulla capacità di conservazione del prodotto, grazie alle funzioni svolte dai batteri e dai lieviti. Il Saccharomyces cerevisiae, dunque. O lievito di birra che dir si voglia.

Riuscire a comprendere le caratteristiche fermentative, unite all’applicazione di elasticità ed estensibilità, conta tanto quanto tenere d’occhio il ruolo della melanoidine nella colorazione bruna della crosta dei prodotti nell’ambito della Reazione di Maillard. Con apprezzabile umiltà, Emmanuel specifica di possedere più dimestichezza con i salati ché con i dolci. Ma, a giudicare dai risultati, non si direbbe. 

La scienza infusa c’entra, per chiarire, come i cavoli a merenda. Occorre conoscere le fasi di reazione, dal carbone carbonilico agli amminoacidi N-terminali, che, se non avvengono nella fermentazione ex ante, prendono piede in quella ex post – detto papale papale – dei destinatari. Una volta che mangiano il pane e la brioche intesi come un prodotto che manda a farsi friggere l’opportunità di digerire come si deve.

Il richiamo cinefilo al celebre spaccato sociale Bread and Roses di Ken Loach, l’aedo per antonomasia della working class anglosassone, e alla commedia agrodolce Pane e Burlesque di Manuela Tempesta, paladina dell’animo femminile, certifica come la fabbrica dei sogni abbia a cuore l’aguzza valenza metaforizzante determinata dalla fermentazione eletta a moto dell’esistenza. Nel determinare i tempi di lievitazione, il forno e gli elementi ambientali  conducono l’operazione  a termine.

A Emmanuel rimangono molte frecce al proprio arco. Balza agli occhi. È un argomentatore sagace. Che parla a voce bassa. Sembra timido dapprincipio. La calma dei forti lo tutela, al contrario, dal rischio di andare a caccia di grilli e costruire vani castelli di carta. I sistemi moderni di molitura, le quantità crescenti di crusca, l’apporto rinforzante garantito dall’amido non lo colgono mai impreparato.

Come chi mastica amaro e sputa dolce. Il rigonfiamento della lievitazione sa tenerlo sotto controllo. Non è un ostacolo insormontabile. Unire l’utile al dilettevole gli riesce facile. La soppesata delicatezza lo solletica. L’attività di dialogo offre motivi di dibattito che non hanno nulla a che spartire con le battute sentenziose. La formulazione di un augurio ad maiora è pertanto legittima. Sfornare delizie, tirando a lucido il tema del pane parlando chiaro e tondo, può diventare un’abitudine. Ed è la forza della tradizione che ne gioverà. A buon diritto. Al pari di Emmanuel.

 

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ITALIA SOVRANA? Breve storia geopolitica del ruolo internazionale dell’Italia”

Roma, sarà presentato il libro “ITALIA SOVRANA? Breve storia geopolitica del ruolo internazionale dell’Italia” di Nazzareno Mollicone. La presentazione avverrà mercoledì 18 dicembre alle ore 17 presso la Sala del Cenacolo – Palazzo Valdina – Piazza di Campo Marzio 42.  

È necessaria la prenotazione all’indirizzo e-mail indicato nella locandina o per telefono al numero 06 67606973

 

Il Michelangelo di Andrei Konchalovsky e il ricorso a Dante. Russia e Italia nel cinema: immagini di popoli che si guardano

“Il peccato – Il furore di Michelangelo” per una lettura del film. Il potere dell’arte o l’arte del potere? 

Raffaele Panico

A ricorrere quasi come chiodi su cui aggrapparsi su una scoscesa salita nel film di Andrei Konchalovsky sono alcuni riferimenti. Anzitutto a Dante Alighieri, mentore di Michelangelo, è la guida spirituale dell’Italia post latina-romana e del trascorso millennio circa dall’editto di Costantino e di Teodosio. Italia Una nella lingua del Sì, quando in Francia si parlava la lingua d’Oc e d’Oil. L’italiano del Trecento è comprensibile anche oggi, salvo alcuni dialetti. Il ricorrente ricordare da parte delle due famiglie rivali i Della Rovere e i Medici a Michelangelo che lui è il “divino” e molto o quasi tutto gli si può perdonare, può stare nelle stanze e nei segreti di entrambe perché “Sei uno di famiglia”. Lo spirito di Dante che lo scuote e lo pervade, e la materia che ha il suo tempo geologico della pietra, di svariati milioni di anni, dal turbamento del “divino” Michelangelo viene animata col soffio dello Spirito e si fa potenza per i secoli della storia umana. Il denaro, il tradimento anzi i tradimenti, il veleno delle corti rinascimentali il ricorso ai mercenari e agli eserciti stranieri. Le scene di vita, la sfida tra i grandi geni – Raffaello – ed altro ancora. Alcuni di questi passaggi introducono squarci dallo sfondo del film di Konchalovsky, film che in verità andrebbe visto più di una volta, le aperture sulla storia e la lunga durata del tempo storico, ricerca storica cara a Fernand Braudel per ritrovare connessioni profonde tra l’arte e il potere, sostanza del Rinascimento, e l’artista Michelangelo che scarica le energie, tra faglie da cui sgorga la “potenza” – come la chiama lui, della macerazione interiore dello spirito nell’arte. Un sentimento profondo, dei popoli e degli individui tra loro interconnessi, si trova sotteso nelle scene di questo film.   

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MES si, o forse no, ma cosa è?

Allora perché non torniamo al MEC, oppure alla CEE pur con l’euromoneta a cambio variabile: 1 euro tedesco per 4 euro Italia e le industrie da Amburgo a Taranto ripartono alla grande

Raffaele Panico

Torniamo al MEC – Mercato Comune Europeo che riecheggia per assonanza e per il clima di crisi fine secolo e inizi del nuovo ad un articolo uscito anonimo, scritto da Sidney Sonnino: Torniamo allo Statuto.  Pubblicato il primo gennaio 1897 nella rivista ‘Nuova Antologia’.
Sonnino era un deputato della Destra storica ed era già stato ministro del Regno.  Dopo la redazione dell’articolo anonimo diventerà in futuro Presidente del Consiglio. In “Torniamo allo Statuto” denunciò l’inefficienza delle istituzioni e le reciproche ingerenze dei poteri fra governo e parlamento.

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Vergarolla 18 agosto 1946, una strage di innocenti

L’ESODO di 360.000 ITALIANI, le FOIBE  
e la strage
di
Vergarolla a Pola  il 18 agosto 1946

Raffaele Panico

Vengono chiamate foibe le voragini dovute alla natura carsica del suolo della Venezia Giulia, ne sono state contate oltre 1700. Venivano uti­lizzate dagli abitanti come naturali discariche per i rifiuti di una economia rurale, dentro si gettavano carcasse di animali. La parte costiera della regione storica dell’Istria era la più popolosa con una maggioranza della popolazione italiana intorno al 90%, la restante era slava; all’interno, il rapporto oscillava attorno ad un 60% per la prima componente ed il 40% per la seconda. L’Istria è costellata di foibe. È con le foibe durante la Seconda guerra mondiale, soprattutto dopo l’armistizio e ancora a guerra finita, che è stata effettuata la prima pulizia etnica dai tempi delle guerre risorgi­mentali dell’800.

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Classe politica e l’esercizio del potere

 La Tradizione Iniziatica Indo-Europea

Raffaele Panico

Lo storico delle religioni Georges Dumézil (Parigi 18981986) è conosciuto per le sue teorie sulla società, l’ideologia e la religione degli antichi popoli indoeuropei. La sua è una “lettura” di lunga durata comparando tra loro i miti dei popoli arii, scoprendo una struttura narrativa identica. Dumézil considerava la visione della società e del mondo caratterizzata dalle funzioni sacrale e giuridica, guerriera e produttiva.
Questa tipologia strutturale della mitologia si ritrovava secondo Dumézil anche nell’organizzazione sociale di alcuni popoli indoeuropei, a cominciare dalle caste dell’India, nella composizione sociale delle varie fasi della civilizzazione indoeuropea sotto il profilo dell’assetto sacrale e della ripartizione.[1] 
In termini generali è possibile distinguere tre fasi di insediamento degli indoeuropei in nuovi territori, vale a dire la fase indo-iranica, quella greco-romana e quella celtico-germanica. Dumézil ha riscontrato in ciascuna fase una quadripartizione dell’ordine sociale e delle funzioni del sacro. Infatti, sono quattro le classi: sacerdoti, guerrieri, commercianti e servi. L’età storica vede questa organizzazione delle funzioni ancora preservata.

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Truffa 3D
in mostra al Centro Internazionale d’Arte Contemporanea

 All’interno del complesso architettonico che ospita anche il Teatro Basilica, in un piccola sala confinante lo spazio teatrale (Sala l, Centro internazionale d’Arte Contemporanea, piazza San Giovanni 10), si è tenuta il 2 dicembre, la presentazione della mostra TRUFFA 3D su “i social network, i mass media, la fotografia digitale e la stampante 3D” a cura di Sara Esposito e Maria Vittoria Marchetta, entrambe storiche dell’arte e giovani curatrici.

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Al Teatro di Villa Torlonia, incontro con i Poeti Maledetti

Uno spettacolo d’avanguardia quello di Andrea Trapani; il primo di una trilogia dedicata ai poeti maledetti.
I POETI MALEDETTI_n.1 Io e Baudelaire | Who wants to live forever? , regia di Francesca Macrí, ha debuttato ieri, 29 novembre al Teatro Villa Torlonia.
Una scenografia minimale: un pianoforte, una testa d’asino e l’energia del protagonista, Andrea, che suonando e recitando racconta un po di sé. Il pubblico, seduto sul palco insieme al pianista, diventa parte dello spettacolo, lo psicologo al quale Trapani racconta i suoi più reconditi pensieri e ragiona sul senso della vita, dell’arte e della natura umana.
Cosa vuol dire essere un poeta?
Se uno da piccolo vuole essere come Baudelaire, da grande che cos’è?
La ricerca costante di novità, il confronto con i grandi del passato, con se stessi, la paura che ti accompagna, giorno per giorno e non ti abbandona mai, neanche quando sei Pollini, neanche quando sei Freddie Mercury.
La morte quale costante, quale incognota che segna il destino di tutti, artisti, poeti, mercanti, persino Baudelaire, morto a 45 anni.
La solitudine, di cui siamo tutti portatori, che spaventa, che inquieta, che rende vigliacchi.
È dalla morte e dalla solitudine che Andrea cerca di sfuggire. Si mostra sul palcoscenico. Si rende disponibile ad attraversare e a essere attraversato. Si fa strada nella notte, si fa canto alla luna, si fa cielo tetro e greve, si fa albatro e prova a volare. Cercando la strada per vivere per sempre; ma in fondo: chi vuole davvero vivere per sempre?!

LA COMPAGNIA BIANCOFANGO nata nel 2005 dall’incontro tra Francesca Macrì e Andrea Trapani, sarà a Roma al Teatro di Villa Torlonia con I POETI MALEDETTI _ n.1 Io e Baudelaire – Who wants to live forever? sino al 1º dicembre. Lo spettacolo, del costo di 16 euro, sarà in scena il 29 e 30 Novembre ore 20:00, e il 1° Dicembre ore 17:00.

 

“Mi sa che fuori è primavera”:
la storia di un infanticidio e di una donna che lotta contro il suo passato

“Mi sa che fuori è primavera” racconta la storia di una donna, Irene, che combatte contro i ricordi di una relazione difficile, di un passato che la tormenta e di cui cerca di rimettere insieme i pezzi.
Irene, Italiana, ha sposato Mathias, Svizzero Tedesco, dopo un anno di relazione, senza conoscerlo bene; una decisione d’impulso, presa perché in cinta di due gemelline, che rimpiangerà negli anni a seguire. Difatti, dopo anni di infelicità, Irene decide che le manie di controllo del marito, solito darle ordini attraverso post-it sparsi per tutta casa, sono diventate troppo pensanti da sopportare e chiede il divorzio. Da questo momento il dramma.

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Emilio del Giudice uno dei più grandi fisici italiani

Emilio del Giudice dalla fisica nucleare alla biochimica dei corpi viventi

Raffaele Panico

Emilio Del Giudice, a differenza di Antimo Negri l’ho conosciuto con i mezzi propri della comunicazione di questo nuovo secolo. Il desktop del computer collegato alla rete internet. Antimo Negri l’ho conosciuto a Roma, tra l’autunno del 2002 e la primavera del 2005, e molto mi ha insegnato attraverso un suo libro in particolare che gli avevo ricordato sulla futurologia e su questo tema gli chiesi così di incontralo.  Conversare di futurologia un tema caro a un “Napolitano oriundo” in quanto il futuro appartiene agli Dei o a Dio. Nella lingua napolitana il tempo futuro dei verbi a ben rifletterci è eluso e sostituito da altre forme verbali. Una scienza del futuro per una volontà a ricercare scelte progressive contro l’approssimazione del presente e le false predizioni di chi si occupa della cosa pubblica, o della politica non come produzione di futuro, ma a proprio uso e consumo. Adulterazione, frode e indebita appropriazione del tempo dell’uomo e della sua felicità. Quindi è con il futuro e per il futuro che rivolgiamo lo sguardo all’avvenire. Dalla conversazione alle recensioni su saggi e pubblicazioni dietro rigorosi consigli e indirizzi mi attenevo quasi con scrupolo militare. I libri, le conferenze i convegni… premessa questa perché, come detto, a differenza di Antimo Negri, Del Giudice l’ho conosciuto solo ascoltando le sue video-conferenze viste on-line dal 2012 in poi. Emilio Del Giudice era un “Napolitano”, preferibile alla dizione “Napoletano verace”.

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Barneys – chiude lo storico negozio di New York

Fine di un’era a New York. Al posto delle tradizionali vetrine di Natale e degli addobbi, sono comparse da Barneys insegne a caratteri cubitali: “Il negozio chiude, tutto se ne deve andare”. Nell’ultimo tassello della crisi dello shopping tradizionale, i grandi magazzini simbolo del vivere da ricchi a Manhattan chiuderanno dopo essere stati venduti a pezzi: il nome al gruppo Authentic Brands Group, che detiene i diritti su Marilyn Monroe, Elvis Presley e Muhammed Ali più una sessantina di brand; scarpe, borse e prêt-à-porter di lusso alla finanziaria B. Riley che li sta liquidando fino ad esaurimento della merce.  

Per decenni Barneys è stato una parte essenziale dello shopping a Manhattan. Protagonisti di Will and Grace e Sex and the City, gli otto piani del flagship su Madison Avenue hanno fatto conoscere agli americani griffe come Armani, Alaïa, Comme des Garçons, Louboutin e Zegna. Oggi, negli stessi locali disegnati dall’architetto Peter Marino all’inizio degli anni Novanta, si respira l’aria del fallimento: divani danneggiati, bagni rotti, commesse incerte su cosa ha in serbo il futuro. Gli sconti sono per ora sull’ordine del 5-10%: questo spiega perché in tutto il negozio i manichini siano più numerosi dei clienti.  

Vittima anche del caro affitti a Manhattan, Barneys aveva gettato la spugna in agosto facendo ricorso alla bancarotta assistita. L’accordo da 271 milioni di dollari, ha dato a ABG il controllo di un brand protagonista dal retail di Manhattan dal 1923 e la possibilità di portarlo in esclusiva a Saks Fifth Avenue. Dopo la liquidazione tutte le filiali di Barneys saranno vendute, tranne l’ammiraglia su Madison che resterà aperta nel 2020 come pop up store.  

Quando Barneys ha aperto la procedura della bancarotta tra i creditori non assicurati c’erano nomi iconici della moda come Yves Saint Laurent, Balenciaga, Celine, Gucci, Prada, Chloé e Azzedine Alaïa. “Goodbuys, then goodbye!”: questo lo slogan dell’evento di addio, da cui le offerte del gruppo LVHM sono escluse per non svalutare il brand.

Gli sconti dovrebbero aumentare nel corso dei saldi, che proseguiranno fino a febbraio, “sulla base di una formula matematica che tiene conto della storia delle vendite per uno specifico oggetto e un senso della sua desiderabilita’, ha spiegato Scott Carpenter che cura i saldi per conto di B. Riley: “Non stiamo parlando di Toys ‘R’ Us o Payless Shoe”, altre due catene finite di recente in bancarotta: “Qui abbiamo capi di designer molto esclusivi, di alta gamma”.

articolo via ANSA

Italia senza la Russia zarista

1917 cambiano le carte per l’Italia: entra l’America esce la Russia dal conflitto. La “Piccola guerra” del 1911 del regno d’Italia contro l’Impero ottomano e i rapporti con la Russia zarista fino alla Grande Guerra 1915-18

  Raffaele Panico

La conquista della Libia e Isole dell’Egeo – sancite con la Pace di Losanna del 1912 era stata garantita dagli accordi di Racconigi, tra l’Italia e la Russia zarista, nell’insieme delle alleanze e degli equilibri tra le potenze del “Concerto europeo”, accordi che sono stati fondamentali per l’espansione geopolitica italiana fino alla rivoluzione d’Ottobre. Nel 1917, dopo tre anni di guerra in tutta Europa durante lo sforzo senza vie d’uscita, o di annientamento totale o di ricerca della pace tra gli imperi centrali, di Germania, d’Austria-Ungheria e degli Ottomani, da un lato, e britannici, francesi, italiani e russi sul fronte opposto, cosa avviene per cambiare le carte in gioco sul tavolo militare e poi a guerra finita della diplomazia? La Germania dal 1914 combatteva su due fronti, accerchiata e in difficoltà sicura di facile vittoria come a Sedan nel 1870 con la guerra franco-prussiana, vedeva risolutiva la possibile uscita dalla guerra della Russia. Opzione questa auspicata anche alla corte di Nicola II dal monaco Rasputin, assassinato nel 1916 a Pietroburgo con complicità inglesi, che volevano ovvio la Russia loro alleata impegnata in guerra, lunga mano inglese coadiuvata da aristocratici russi che odiavano il monaco, Rasputin, per la sua grande influenza politica presso la corte imperiale.

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Pol Pot e i Khmer Rossi un mistero del comunismo inestricabile

Pol Pot il Male banale ed assoluto: ricordare è dura ma dimenticare impossibile!

Raffaele Panico

Per non dimenticare. Nella foto del documento una immagine del dittatore dal sorriso facile, una personalità da Male assoluto della seconda parte del XX secolo. Capace di un genocidio senza precedenti arruolando poco più che dei bambini soldato a scatenarlo. Nato nel 1925 Saloth Sar assunse poi diversi pseudonimi Fratello Numero 1Pouk e Hai, e molti altri ma è passato alla storia come Pol Pot.

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“La libertà dei servi” di Maurizio Viroli. L’attualità di un saggio del celebre professore forlivese di teoria politica.

“La libertà dei servi” del forlivese Maurizio Viroli,  prestigioso accademico di caratura internazionale sino al titolo di Professore Emerito di Teoria Politica alla Princeton University,  è un saggio, pubblicato in prima edizione nel 2010, che, quasi dieci anni dopo, resta, però, ancora un’analisi attenta, rilevante, attuale sul tema della libertà, condizione essenziale nella vita di ogni cittadino, anche come principio regolatore dei suoi rapporti sociali e politici all’interno della comunità. Certo, nel 2010 il saggio fu sollecitato dalla presenza e dal ruolo di Silvio Berlusconi, allora al suo terzo mandato di Presidente del Consiglio, incarico, fra l’altro, assolto con l’esercizio di un vasto potere sia politico che personale, considerati gli interessi dell’uomo in diversi settori, in modo particolare nelle attività immobiliari e nel campo della comunicazione, giornali e televisione: l’enorme, incombente, articolato potere berlusconiano veniva allora ritenuto da Maurizio Viroli il fattore determinante per mutare, restringendola, la libertà degli italiani, costretta a configurarsi prevalentemente come “libertà dei servi o dei sudditi”, non più come “libertà dei cittadini”.

Secondo l’emerito professore forlivese gli italiani “servi” mantengono sì la libertà di perseguire e realizzare i loro scopi, progetti, ma non sono più, per loro volontà o soggezione, nella condizione di sottrarsi alla potente macchina di potere dell’uomo o della ristretta élite al governo della nazione, quindi la distinzione tra “servi” e “cittadini” deriva da una diversa gestione della libertà personale.

Il saggio di Viroli mi pare ancora di tanta attualità poiché dopo Berlusconi tutta la vicenda politica italiana resta fortemente condizionata da fattori analoghi a quelli dell’era dell’uomo di Arcore: il consolidato e crescente protagonismo politico personale, fondato sul leaderismo; l’esercizio, pure attraverso i “social”, di un potere persuasivo, fortemente fondato sulle qualità caratteriali, comunicative di chi comanda o si propone come capo; il conseguimento dei fini politici fuori dal rigore della ricerca e dell’analisi delle soluzioni possibili; la prevalenza del tatticismo politico, tale che il “buon capo” sia soprattutto colui che punta al risultato senza perdere tempo nell’elaborazione o nella dialettica politica. Questi fattori sono trasversali, da destra a sinistra attraversano tutta la vita politica italiana, certamente modulandosi diversamente tra chi, al momento, esercita il governo o l’opposizione.

Da Renzi a Salvini, da Zingaretti al tuttora immarcescibile Berlusconi è evidente il peso del leaderismo, delle sue armi di propaganda, ancora di più della sua organizzazione sulla base di una corte supina ad avvallare il “grande capo”. Fu proprio l’uomo di Arcore a ridurre “Forza Italia” ad una corte prona e plaudente, ma tutti gli altri protagonisti della politica italiana si sono, poi, in un modo o nell’altro, ispirati a quel modo gestionale della vita di partito. Neppure il Movimento 5 Stelle si è sottratto concretamente a questa logica leaderistica e di contrapposizione tra gruppi interni di potere. Questa condotta politica è diffusissima, non tralascia nemmeno la gestione amministrativa locale: regioni, provincie e comuni sono il campo di battaglia, spesso di vere e proprie faide tra gruppi o conventicole di potere, ne abbiamo riprova pure in varie realtà della nostra Romagna, dall’Adriatico all’Appennino.

La condotta leaderistica, ivi compresa quella di tono populista, con il suo sistema “cortigiano” condiziona la facoltà dell’uomo di pensare e agire in piena autonomia ovvero la sua stessa libertà, degradandolo da cittadino a servo. Il ritorno, anzi il recupero della cittadinanza sulla sudditanza servile è possibile solo attraverso una sorta di rinascita nazionale, in primo luogo di coscienza culturale e politica, chiamatela nuovo Rinascimento o, magari, Terzo Risorgimento. In proposito, valgono le parole del professor Viroli, evocatrici di quell’attenzione da sempre prestata dal nostro forlivese al pensiero mazziniano, al repubblicanesimo, al liberalsocialismo di Carlo e Nello Rosselli:

“Se davvero si vuole sconfiggere la corte, occorrono scelte coraggiose ispirate da una profonda devozione all’ideale della libertà repubblicana. La sola alternativa alla libertà dei servi è la libertà dei cittadini e soltanto un leader politico che capisca in che cosa consiste questa libertà e l’ami con tutto se stesso o se stessa potrà costruire in Italia le condizioni politiche e di costume che renderanno difficile la rinascita di un sistema di corte.”

 

Maritozzo Day
torna a Roma la giornata dedicata ad uno dei dolci più tipici della capitale

Il 7 dicembre torna di nuovo l’evento che vede come protagonista una delle specialità dolciarie romane, il Maritozzo Day.

L’iniziativa, organizzata da Tavole Romane, è giunta alla sua terza edizione e quest’anno accanto alla degustazione del panino ripieno propone una raccolta fondi di beneficenza per l’ospedale Fatebenefratelli per sostenere le attività della Breats Unit che ha lo scopo di garantire alle donne affette dal tumore le migliori terapie ed una migliore qualità della vita.

Da quelli classici con la panna, alle rivisitazioni sia dolci che salate, fino alle versioni attente a intolleranze e principi nutrizionali, la lista delle pasticcerie e dei forni partecipanti si allunga sempre più ed è in continuo aggiornamento.

Breve Storia del maritozzo

Le origini sono lontane, infatti già nell’antica Roma esisteva l’abitudine di preparare delle pagnottelle arricchite di miele e frutta secca, l’impasto era composto da farina, burro, uova, miele e sale ed il formato era molto più grande. Nel periodo della Quaresima il maritozzo si ridimensionava; la cottura più lunga gli conferiva un colore più scuro e all’impasto venivano aggiunti uvetta, pinoli e canditi. In questa versione, detta Quaresimale, sopravvissuta fino ai giorni nostri, il dolcetto rappresentava l’unica deroga ammessa al digiuno penitenziale imposto dal momento.

L’origine del nome invece si deve presumibilmente all’usanza, da parte dei futuri mariti, di regalare alle promesse spose proprio un “maritozzo”. Questo accadeva il primo venerdì di marzo, ricorrenza simile a San Valentino. “Maritozzo” diventava dunque un termine ironico e canzonatorio da riferire al futuro marito ed a rimarcare questa associazione, la forma vagamente fallica della pagnotta, così come suggerisce il Belli nel suo sonetto Er padre del li santi (1832).

Gigi Zanazzo, studioso e commediografo, ci ricorda, nella sua opera Tradizioni Romane (1908), che per l’occasione, sul dorso, venivano realizzati decorazioni di zucchero e che all’interno dell’impasto poteva essere collocato un anello o un oggetto d’oro come ulteriore dono.

Sulla nascita del nome volle giocare un altro poeta romano, Adone Finardi che alla dolce specialità dedicò addirittura un poemetto “Li Maritozzi che se fanno la Quaresima a Roma” (1851). Protagonisti il re Mari e il re Tozzi i cui eserciti erano capeggiati rispettivamente dai generali Passerina, Acqua, Forno, Legna e Fiore, e da Zuccaro, Pignolo, Lievito e Zibetto; dopo vari battaglie e scontri, si riappacificarono e in onore dei sovrani e dei loro più validi guerrieri, furono creati i maritozzi.

Secondo un’altra leggenda, erano le ragazze nubili a preparare i maritozzi per distribuirli in piazza. Era questo un modo per attirare i giovani in cerca di moglie che avrebbero scelto l’artefice del più buono.

Fonte: tavoleromane.it

 

 

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