L’arte “diversa”: tra ‘400 e ‘600, i tormentati artisti di Mario Dal Bello

L’arte è senz’altro –per usare la storica definizione di Benedetto Croce– “espressione sentimentale immediata”. Ma come nascono l’ispirazione e il processo artistico? Quali facoltà umane mettono in moto? Con quali criteri e meccanismi? Primo ad avviare studi specifici in questo campo fu il padre stesso della psicanalisiSigmund Freud, il quale capì che la supposta separazione (e, per alcuni, addirittura antitesi) tra conscio e inconscio, normale e patologico, umano e divino, in realtà è inesistente.

O, quantomeno, che si tratta di binomi dove il confine tra le due dimensioni è sempre abbastanza sfumato, labile, mai rigido. Il maestro austriaco concepì l’arte come uno dei mezzi più adeguati ad affrontare l’esistenza, una sorta di via regia verso l’inconscio. Un po’ come il sogno ma, diversamente da esso, profondamente creativa. Su questa stessa linea, si collocano anche le riflessioni sull’arte di un Pontefice come Joseph Ratzinger, che l’ha definita “una porta aperta sull’infinito”.

E sempre su questa linea si colloca “La bellezza in-quietaArtisti tra Quattro e Seicento”, saggio che Mario Dal Bello, storico e critico d’arte e cinematografico, giornalista, docente di Storia dell’Arte alla Pontificia Università Lateranense, autore d’una quarantina di pubblicazioni culturali, ha dedicato ultimamente a tutti questi temi e alla storica questione del rapporto tra “Genio e sregolatezza” (Roma Tab edizioni, 2022, €.11, prefazione di Claudio Guerrieri).  

Ma porre il discorso solo in questi termini sarebbe banalizzarlo, ridurlo – scrive Dal Bello nella premessa al libro – al “luogo comune che molti artisti in verità siano tutti o quasi persone inaffidabili, irriducibili eccentrici. Ma sarà davvero così? E se il tipo di bellezza che ne esce – prosegue l’autore – fosse invece il frutto dell’inquietudine, di una sorte di particolare “follia”, quasi una specie di magia, o comunque pure di uno spropositato tormento”, nel senso, osserviamo, del Michelangelo Buonarroti ritratto da Irving Stone ne “Il tormento e l’estasi”? Tutto questo Dal Bello lo chiarisce ripercorrendo le “opere e i giorni” d’una ventina di artisti italiani, tra Quattro e Seicento, tra i più rappresentativi di quei secoli decisivi per la nascita della cultura e della politica moderne.

L’Autore ha analizzato le loro più significative creazioni, visitate – tra chiese, musei, collezioni private – per tutta l’Italia. E si concentra su una serie di nomi per i quali la bellezza non si è identificata con l’euritmia” di Vitruvio, l’equilibrio e l’armonia cari a tanti maestri antichi e rinascimentali. Si va dal veneziano, poi cittadino di Ascoli Piceno, Carlo Crivelli (1435-1495), autore di polittici famosi e nature morte precaravaggesche, ma anche di “Pietà” urlanti e surreali, al toscano Filippino Lippi (1457- 1504), nato dall’unione “preluterana” tra Fra’ Filippo, pittore e l’ex- suora Lucrezia Buti.

Superata la linea “masaccesca”, cerca inconsapevolmente d’anticipare i maestri del futuro. Siamo ormai nel Cinquecento, ricorda Dal Bello: l’Europa sta per essere sconvolta, da un lato, dalla lotta per il potere mondiale tra Francia e Spagna (con epicentro, “tanto per cambiare”, in Italia), dall’altro, dallo “tsunami” della Riforma protestante. Ed entro il 1510 muoiono per un singolare destino, esattamente un secolo prima del Caravaggio, maestri come Sandro Botticelli, Lippi Jr. e l’enigmatico, panteista, Giorgione.

La galleria di Dal Bello prosegue col modenese Guido Mazzoni (1450-1518) e con l’inquieto genio Lorenzo Lotto (1480-1556 o ’57): autore, tra l’altro, di quella “Vergine annunciata” (oggi al Museo Civico di Recanati) che è senz’altro l’opera più originale, su questo tema, in tutta la storia dell’arte.

Con una Madonna terrorizzata, un angelo stralunato, un gatto scattante e un Padreterno non privo di “sense of humour”, che con le mani sembra far il gesto di volersi tuffare nella stanza di Maria. Sino a Parmigianino, Pontormo, Rosso Fiorentino; e, ormai, in pieno Barocco, “teatro nel teatro”, Francesco Cairo, Battistello Caracciolo, Guido Cagnacci e altri, senza dimenticare – in ultimo – il “mostro sacro” Borromini.  “Una schiera di “ribelli” o di “liberi seguaci”. Che in realtà, conclude l’Autore, “bramano una sola cosa: la libertà di rispondere al desiderio di una ricerca che esprima una differente, ma non meno viva, possibile luce”.

 

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