A colloquio con Loris Loddi sul doppiaggio, la recitazione e le gerarchie del cuore

UN ATTORE-DOPPIATORE CHE DICE LE COSE COME STANNO

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Quando Brad Pitt alias Achille (nella foto) in Troy di Wolfgang Petersen in una sala del Cinema Andromeda, a via Mattia Battistini, vicino Prima Valle, gridò il nome di Ettore molti spettatori capitolini, assai poco coinvolti dallo spettacolo allestito dal classico colosso dai piedi d’argilla, invitarono l’eroe della mitologia greca, soprannominato piè veloce, a usare il citofono. Per tagliare corto. E rispettare, nella finzione di celluloide, la consegna. Insieme al nomen omen

Applicato dal piè veloce alla voce. Eppure nella sequenza immediatamente successiva l’atteggiamento sarcastico, la vena canzonatoria, l’aria guascona da Gialappa’s Band de Noantri, unitamente al disincanto, lasciarono di colpo il passo all’incanto della sospensione dell’incredulità. Il merito, a dire il vero, non fu di Brad Pitt, almeno a Roma e per qualunque altro spettatore dello Stivale, bensì del suo doppiatore in quel film.

Loris Loddi (nella foto). Il divo americano, bravissimo in altri ruoli ad amalgamare la destrezza mimica allo slancio dell’attore che lavora su se stesso e sul personaggio per convertire i meccanismi d’azione psicofisici in empatici moti dell’animo, nella parte di Ettore sembrava uno di quei body-building che oggigiorno girano i video su Youtube mostrando con le pose plastiche i muscoli tirati di avambracci, tricipiti e quadricipiti. Al punto da cadere, colpito dalla freccia letale al celebre tallone, in una posa plastica conforme all’impasse del ridicolo involontario. Ad alzare il tono del film, ricco di mezzi ma assai povero d’idee, fu la voce di Loris Loddi quando Achille, nel rispondere alla richiesta di Ettore prima del duello sul patto di accordare al vinto i riti funebri e l’onore delle armi concesso a Patroclo ucciso per sbaglio credendolo lui per via dell’elmo, sentenzia: «Non si fanno patti tra leoni e uomini […] Gli hai concesso l’onore della tua spada. Non avrai gli occhi stasera. Né orecchi né lingua. Vagherai nell’oltretomba cieco, sordo e muto. E i defunti diranno: ecco Ettore, lo stolto che credeva di aver ucciso Achille».

Ora, al di là dell’enfasi virile piuttosto di maniera emanata dalle parole di rito, che stanno all’alta densità lessicale ed evocativa dell’inobliabile Iliade di Omero come la buon’anima di Tina Pica sta da viva al Ghiaccio Bollente di Alfred Hitchcock, Grace Kelly, o alla presunta erede Miriam Leone, ad arrestare l’indefessa attitudine allo sberleffo, all’irriverenza, al compiaciuto ed esilarante sentimento di desacralizzazione, legato, sotto certi aspetti, alla commedia dell’arte, è il timbro conferitovi da Loris Loddi. Ma chi è Loris? A molti viene in mente l’attore bambino che recitò per l’ineguagliabile Mario Bava nel peplum autoctono Gli invasori impersonando a soli 4 anni il giovane Eric, Principe di Herfold. Altri lo associano a Cesarione (nella foto col regista ed Elizabeth Taylor) in Cleopatra di Joseph L. Mankiewicz. Un piccolo ruolo in un grande film. A dire il vero non uno dei migliori del sapiente Mankiewicz. Autore d’autentici capolavori della levatura di Lettera a tre mogli ed Eva contro Eva. Estranei ai vani colpi di gomito dei film sandaloni. Al pari della sagace ed emozionante serie tv Roma. Ideata dal portentoso seppur sottostimato John Milius. Al quale Ridley Scott ne Il gladiatore spiccia casa. L’alacre Loris Loddi doppia in italiano col proprio profondo ed eterogeneo timbro di voce l’attore britannico James Purefoy. Che nella serie Roma interpreta Marco Antonio. E gli restituisce lo spirito sanguigno, la condotta da beone, il debole per i profili di Venere, l’altalena degli stati d’animo, il carisma cameratesco, l’indole provocatrice, i modi impetuosi, da capobanda alieno alla pregnanza contenutistica degli eruditi oratori tipo Cicerone sottrattagli da Marlon Brando nella versione del Giulio Cesare di William Shakespeare filmata sempre da Mankiewicz (gli apologhi al femminile sui conti in sospeso gli riuscivano di gran lunga meglio). Nondimeno. Da Cesarione a Marco Antonio, passando per l’anarchico Pietro Acciarito nello sceneggiato Rai Il 98, diretto dal versatile Sandro Bolchi, artefice della bellissima versione per il piccolo schermo del celebre romanzo I promessi sposi di Alessandro Manzoni, in grado di sopperire alle croniche lacune sul valore della storia degli spettatori ostili ai dispendi di fosforo.

La lista dei personaggi, doppiati, e interpretati da attore, con cui Loris Loddi è riuscito ad andare oltre i limiti delle platee dure di comprendonio (gli antichi saggi sostenevano che ignorare quello che è successo prima di nascere equivale a restare bambini in eterno) è piuttosto nutrita. Si rischia di fare notte a elencarla tutta. E Loris Loddi è un tipo che rifugge dalle pleonastiche ostentazioni di stima, dai salamelecchi dei forti coi deboli e dei deboli coi forti. Stessa cosa per le discipline di fazione, i condizionamenti ambientali, la prigionia degli asservimenti ideologici, la mitomania, il delirio d’onnipotenza che alberga nel mondo del cinema, della televisione poi… Che dovrebbe prendere piede senza pagare dazio ad alcuno ostacolo tra emittente e destinatario. A Loris la professione dell’attore, i dinamismi interiori, i vezzi esteriori, il bisogno di diventare un altro se stesso, i punti d’inserzione coi personaggi da interpretare, il richiamo delle inquadrature lusinghiere, la facoltà di mettere le carte in tavola, il controllo del sincrono in sala doppiaggio, l’abnegazione assurta ad antidoto contro lo scoglio dell’infruttifera vanità non fanno tremare le vene e i polsi di dantesca memoria. Sorretto dall’ironia, in particolare dall’autoironia, consapevole che il contatto diretto col pubblico a teatro, le tavole del palcoscenico, le luci della ribalta, il pertugio oscuro del boccascena sono un’altra camminata rispetto sia alla possibilità d’interrompere più volte la stessa scena finché l’autore non è soddisfatto (guarda Nanni Moretti, ritenuto da Riccardo Scamarcio reduce da Tre piani un maniaco perfezionista) sia ai sinc e alla fonogenia, considerata una chimera per gli interpreti connotati dal dialetto d’origine, Loris Loddi va avanti. Dritto per la sua strada. Lui, quelle che nell’Urbe chiamano “calle”, non le dà né le riceve. Le strumentalizzazioni, per farsi i propri comodi, le distorsioni furbette, la voluttà di ricavare man mano nuova popolarità, a dispetto della spontaneità di tratto, le lascia volentieri ad altri. A prendere le cose con filosofia, mettendo talora i puntini sulle “i”, perché quanno ce vo, ce vo, glie l’ha insegnato la vita. Da vecchio addetto ai lavori ha potuto misurare la temperatura del proprio ambito di riferimento.

Constatandone l’involuzione. Senza fare tragedie. La personalità certo non gli manca. Quella non appartiene unicamente ai personaggi da interpretare e da doppiare. Se un casting director finge di non conoscerne il background, se ignora che ha doppiato qualche attore qua e là  (Michael C. Hall in Dexter, Robert Knepper in Prison Break, Gary Sinise in Criminal Minds), se non sa è che la sua è stata la voce nel Bel Paese di Val Kilmer in The Doors di Oliver Stone come anche di Cillian Murphy in Il vento che accarezza l’erba di Ken Loach, di Timothy Hutton in Gente comune di Robert Redford, di Michael Stuhlbarg ne La forma dell’acqua – The Shape of Water di Guillermo Del Toro, di Quentin Tarantino in Dal tramonto all’alba di Robert Rodriguez –  (magari lo ricorda solo per  Zio Athur nei Peaky Blinders) quantunque l’ex commesso del videonoleggio Manhattan Beach Video Archives non è esattamente un proselito dell’immersivo Metodo Stanislavskij –, di Michael Sheen in Midnight in Paris di Woody Allen, di Forest Whitaker in Good Morning, Vietnam di Barry Levinson, di Vincent D’Onofrio in Full Metal Jacket di Stanley Kubrick, di Jim Caviezel in La sottile linea rossa di Terrence Malick, del bravissimo Zhang Yi, gia protagonista di Operation Red Sea, nel recente One Second di Zhang Yimou beh, allora, il problema non lo riguarda. In fondo basterebbe dare un’occhiata a Wikipedia per pagare lo scotto, oltre al pressappochismo, a una pigrizia da Guinness dei primati. A parte che i casting director per allestire la squadra d’attori e d’attrici avrebbero l’obbligo di andare in profondità sugli elementi di positioning capaci di determinare il successo sia di critica sia di pubblico di un film. Anziché veleggiare sull’inane superficie delle cose. A Loris Loddi preme comunque poco ristabilire l’ordine naturale delle cose. Non spetta a lui convertire gli infedeli, o gli abusivi “dell’ultima ora”. Basta, se ne ha la possibilità, scavalcare gli incompetenti che occupano la poltrona dei presunti competenti che fanno più danni della grandine.

Nella serie televisiva Un professore di Alessandro D’Alatri (nella foto insieme a Loris) il nostro affezionatissimo interpreta l’impenetrabile boss di quartiere Sbarra. Proprietario di uno sfascio nella periferia romana. Lo scorso giovedì gli spettatori del piccolo schermo autoctono l’hanno visto rubare la scena ad Alessandro Gassman nel ruolo del protagonista. Capita spesso che i cattivi entrino nelle case e nell’immaginario del pubblico convincendo più dei buoni. Sin dai tempi di Dallas, la serie tv americana assai poca cara ad Alberto Sordi nel film Il tassinaro (e chi vuole capire, capisca: intelligenti pacua) in cui l’affarista col pelo sullo stomaco John Ross, meglio noto come “J.R.”, dà una pista al fratello buono Robert James Ewing alias “Bobby”.

Stasera, giovedì 16 dicembre, vedremo che fine farà Sbarra. Si presume una finaccia. Salvo sorprese. Nell’universo del piccolo e grande schermo le certezze latitano. Ingenerando spesso e volentieri speranze per una linea di costanza nel campo della recitazione sul piano della qualità delle parti affidate che facilmente e fatalmente s’infrangono. Come un guscio di lumaca contro il muro dell’evidenza. Fu il maestro riminese Federico Fellini in persona a fargli capire come la pretesa di viaggiare alto fosse destinata ad arrendersi all’evidenza che volando basso, mantenendo vale a dire i piedi per terra anziché puntare alle stelle e poi cadere muso a terra, si risparmino i travasi di bile e ci si guadagni, insieme ai soldi dell’ingaggio (pochi o tanti dipende dall’egemonia dello spirito sulla materia), in saggezza. Una virtù quasi mai ad appannaggio dei clan di partito. Delle discipline di fazione. Degli alfieri delle prese di posizione pro e contro. Degli intellettuali del sabato sera. Dei poeti del dopo lavoro. La professione del doppiatore e dell’attore richiede serietà. Ma la maturità acquisita nell’età verde in quella che Pier Paolo Pasolini chiamava la ressa delle strade taglia la testa al toro. La geografia emozionale per Loris negli ultimi sessant’anni è stata via Francesco Crispi. Vicino a piazza Trinità dei Monti.

Da ragazzo casa sua era via Sistina. L’amica di famiglia, l’architetto Francesca Artegiani (nella foto con Loris), abitava invece a Vigna Clara. L’isola felice e virile di Roma Nord che sarebbe piaciuto a John Milius in Un mercoledì da leone. Con Francesca erano dirimpettai al mare. Lì i luoghi del cuore di Loris Loddi ragazzo in grado di riflettere gli stati d’animo, di condizionare in certo senso i modi di agire e reagire, col vento in poppa, l’avvenire davanti agli occhi sognanti, gli ormoni a palla, come si suol dire, la vita da scoprire, i princìpi da difendere al pari delle isole felici, erano la Riserva naturale del Castello Odescalchi e Marina di San Nicola. Poco prima di Palo Laziale a Ladispoli. Sì. La Ladispoli resa celebre, solo nominandola, senza mostrarla, facendola divenire una location assurta ad attante narrativo, da Carlo Verdone nel film d’esordio Un sacco bello. Ed erano davvero un sacco belle le giornate estive trascorse nel fiore degli anni lungo il litorale raggiunto dalla diramazione della via che partendo da Roma trae origine dall’odierno Ponte Rotto, attraversa il quartiere Trastevere, risale il colle capitolino sulla riva destra e punta sui luoghi dell’anima. Dell’adolescenza. Trascorsa a bordo del motorino. O del Ciao rosso prestatogli talvolta da Francesca quando Loris, poco attratto dall’autocelebrazione sportiva dei campi di rugby dove poi volano botte da orbi, andava ad allenarsi a baseball. All’Acqua Cetosa. Sui banchi di scuola i compagni di scuola erano gli alfieri di Autonomia operaia. Compreso qualche autentico capobranco.

La sera, per correre la cavallina e corteggiare le ragazze più grandi, gli amici, i compari d’avventura erano gli adepti di Avanguardia Nazionale. Inclusi i capociurma. Con l’inclinazione all’iperbole. Con l’animo dei capitani di ventura. E le strade da difendere nella ressa e dalla ressa. Loris da adulto rifugge dalla mitomania, dagli asservimenti ideologici, dalle banalità scintillanti della propaganda, dalle idee prese in prestito. Preferisce le sue. Corroborate dall’ingegno genuino. Non ama il turpiloquio. Né i leoni da tastiera che scrivono sconcezze. E de visu, alla prova del nove, hanno il coraggio di un agnellino di fronte ai leoni cari a John Milius. Però, sul lavoro, in sala doppiaggio, o su un set, gli è capitato di metterci del suo. Per migliorare la traduzione degli adattatori dall’inglese all’italiano che nella nostra lingua smarriva il valore terapeutico dell’umorismo. Resta memorabile il caso di Clerks di Kevin Smith. Quando doppiò Jeff Anderson nel ruolo dell’irriverente e indifferente commesso di videoteca Randal Graves che dinanzi alla richiesta di una mamma con la figlia in braccio riguardo il fantomatico e tenero cartone animato “Piccolo Pippo cucciolo eroico” le dice di essere in procinto di fare l’ordine presso il fornitore sciorinando una lista di film porno con la rititolazione in italiano inventata di sana pianta o quasi da Loris Loddi: «Mi servirebbe una copia dei seguenti titoli: Vibratori al vento; Prepuzi in cappella; Sborra di fuoco; Sbattimelo ovunque, sbattilo lì; Puliscimi le tubature; Tette solenni parte II; Il tuo cazzo è il mio, ed io sono sua; Culi calati; Sborration; Giochi di mano, giochi di puttano; Gargarismi indecenti; Aurora sborealis con enormi cazzi ad Harlem; poi Bramose di cazzo; Bramose di fica; Uomini soli 2; poi c’è Vaselina connection… sì, ah, poi Fregne pregne di cazzi duri».

Roba che al confronto Tomas Milian nei panni del parolacciaro ma genuino commissario Giraldi sembra un’educanda che beve il tè con il mignolo all’insù. Ciò nondimeno la sequenza, grazie al timbro di voce impresso da Loris Loddi e alle interpolazioni poste in essere sulla base del valore terapeutico dell’umorismo, è di una comicità irresistibile. Da reggersi la pancia. La capacità di stemperare nell’ironia pure il fiele del dolore gli è servita anche quando la madre si è ammalata. Loris Loddi per starle appresso, anziché metterla in un ospizio, dove forse sarebbe morta da lì a poco, ha ridotto al lumicino l’energia profusa nella carriera. I clan, le famiglie, le conventicole del doppiaggio o del cinema l’hanno rilegato in un angolo. Continuando a predicare bene, in merito alla solidarietà disinteressata, e razzolare male. O bene. A secondo delle opinioni divergenti sul materialismo storico e dialettico. Loris Loddi fa spallucce: predilige di gran lunga i legami di sangue e di suolo. Al riparo del vacuo caos degli strombazzamenti. A casa sua, a Roma, c’erano spesso ospiti illustri. Da Federico Fellini a Leopoldo Trieste. Ma a Loris interessano le persone in primis. Per Ridley Scott, mica Remo er Buiaccaro o Franco er puzza, ha interpretato un piccolo ruolo, quello di uno dei giudici che inchioda la protagonista impersonata da Lady Gaga alle sue colpe, in House of Gucci. A dirla tutta l’ennesimo kolossal dai piedi d’argilla. Ma, insomma, il tempo passa per tutti. Anche per Sir Ridley. In Trafficante di virus impersona un altro magistrato. Il giudice  Malingri. Un ruolo ben più significativo. Che coglie nel segno. L’attore americano più talentuoso che ha doppiato è Michael Stulhbarg (nella foto) in Dopesick – Dichiarazione di dipendenza. La voce in italiano di Loris Loddi conferisce al magnate dell’industria farmaceutica americana Richard Sackler, sprezzante business man che antepone il materialismo allo spirito, al codice deontologico dei medici, in veste di presidente di Purdue Pharma, interpretato da Stuhlbarg  è avvalorata dalla componente dell’umanità. Dell’umiltà. Del rispetto per gli impegni presi.

Tra i direttori del doppiaggio si è trovato benissimo con Massimo Corvo. Nella vita di tutti i giorni gli amici veri, lontano dal mondo del cinema, si contano sulle dita di una mano. Francesca Artegiani lo ricorda alle prese con la madre. Poco prima che coniugasse la vita all’imperfetto. Aveva escogitato un modo per darle ancora la sensazione di stare sul pezzo ed essere lucida. Se non utile. Lo fece parcheggiando un furgoncino nella casa al mare, in giardino, nel luogo dove la geografia emozionale e il verde non pagano dazio all’enfasi di maniera, ed è facile avvertire il brivido, la vertigine del viaggio. Anche stando fermi. Al cinema succede ai cinenauti. Quando visitano luoghi dove non sono mai stati vedendo in film ambientati in luoghi distanti ed esotici. Stanley Kubrick volle comunicare per telefono a Loris Loddi la decisione di affidargli il doppiaggio di Vincent D’Onofrio anziché di Matthew Modine in Full Metal Jacket. Ma incise molto di più: il soldato “Palla di lardo” impersonato da D’Onofrio resta nella memoria. Così come restano nella memoria di Loris Loddi i luoghi identitari. I momenti belli. E quelli meno belli. Che gli hanno formato il carattere. Chi, come diceva Jim Morrison, usa le scorciatoie del cervello sta bene così. Come si dice a Roma. Città saggia ed Eterna.

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 1). D / Scrollarsi di dosso l’etichetta di attore bambino riuscendo a proseguire la carriera d’attore, spessa soggetta ad alcuni momenti di stallo, specie quando si è adolescenti, e quindi né carne né pesce, non è certo una passeggiata di salute. Si può dire, Loris, che sei diventato grande anche grazie a un regista di notevole talento ed  ecletticità che molti sembrano aver dimenticato?
R / Ti riferisci senz’alcun dubbio a Sandro Bolchi. Con lo sceneggiato RAI Il 98 in effetti sono diventato grande: hai ragione; ci hai preso. Interpretare l’anarchico Pietro Acciarito, che sull’onda dei moti popolari attentò alla vita del re d’Italia, mi ha fatto crescere. Mi ha tirato un po’ su dalle ceneri. Se mi fai passare quest’espressione. Sandro è stato un regista davvero poliedrico e preparato. Lo si vedeva dal modo in cui selezionava gli attori. A suoi tempi, parliamo degli anni ’50, ’60, ’70, non c’erano i cosiddetti casting director. A fare da tramite col regista provvedeva solo ed esclusivamente l’aiuto-regista. 

2). D / Che, oltre a istruire i generici e le comparse durante la lavorazione del film, si occupavano pure della distribuzione dei ruoli e dei provini. Oggi  questa specializzazione professionale è affidata ad agenzie che giudicano gli attori convocati nei provini dalla performance recitativa ma di recitazione ci capiscono poco. Se non zero carbonella. Come si dice dalle nostre parti.  
R / Caro Massimiliano, che vuoi che ti dica? Sei un critico attento e recettivo: capisci al volo. Si sono inventati queste figure che non hanno titoli, che non si sa da dove sono uscite fuori, che provengono da ambiti lavorativi lontani anni luce da chi per mestiere si occupa d’allestire un set. Da chiunque conosca l’ordine cronologico delle inquadrature. Da chi sa preparare le scene. Una per una.

3). D / E quindi saprebbe preparare con agevolezza e competenza un set molto più semplice per il provino comprendendo – sulla base dell’esperienza maturata sul campo, non solo frequentando gli attori e le attrici, ma dando er fritto giorno per giorno nella lavorazione del film – il mix di requisiti ed esigenze tecniche da valutare. Se si fa male la fase ex ante, quella in itinere è rovinata?
R / Se una persona senza titolo svolge un compito delicato qual è quello di occuparsi della selezione degli attori evidentemente fa parte di una corporazione che gli permette, con l’ausilio del termine casting director, di visionare i provini e compiere delle scelte senza averne la competenza. Negli Stati Uniti la faccenda è ben diversa: quella del casting director è una figura estremamente professionale. Sorretta da un’assoluta competenza. Sulla competenza del casting director in America non c’è nulla dire. Sui casting director italiani è meglio stendere un velo pietoso.

4). D / E degli agenti cinematografici che, o in proprio o tramite agenzia, invitano i candidati a mandargli il canonico showreel d’approfondimento e curano gli interessi economici cosa pensi?  Lo showreel richiesto equivale ai data base dei casting director?
R / È abbastanza risaputo che ogni agente eserciti una sorta di pressione sui casting director per far prendere un attore o un’attrice della sua scuderia. Le pressioni fatte sul piano professionale, per mezzo del curriculum, delle fotografie, sulla base dell’avvenenza fisica, dell’efficacia mimica, sono una cosa: il regista ha modo di capire se quel volto, se l’espressività giusta per un determinato ruolo, se la voce adatta a dare il colore desiderato fanno al caso suo perché è lui poi che deve coordinare i vari fattori espressivi. Tra cui la recitazione ricopre un ruolo importante. A volte decisivo all’esito finale. E anche come elemento di richiamo verso il pubblico. Le pressioni fatte sotto forma di lusinga, di regalo ed esca sono un’altra cosa: anche i casting più integerrimi possono cadere in tentazione. E i risultati si vedono.

5). D / E si sentono pure. A risentirne è quindi la qualità. Che i bravi aiuto-registi preservano facendo un lavoro certosino. D’altronde il cinema è un lavoro di equipes. Dove molte incombenze vengo come date in subappalto. Per quanto riguarda il mondo del doppiaggio capita che gli adattatori si prendono meriti non loro?
R / Capita eccome. Prima forse, a onor del vero, capita più spesso. Il punto è questo: al di là delle frasi di rito di attaccamento al lavoro, come fosse una missione, molti doppiatori svolgono questa professione come se fossero i tecnici che riparano le caldaie. Senza entrare nel merito di nulla. I tecnici che riparano le caldaie fanno il lavoro per cui sono stati chiamati, prendono i soldi, arrivederci e grazie. Stessa cosa i doppiatori. Nessuno sconfina in pochi vanno oltre. A me dà fastidio se dalla mia bocca esce qualcosa che ha poco senso. O che non funziona. E allora ci metto del mio. Non mi limito a doppiare e basta. Appongo delle modifiche. In passato sono state decisive. Tali da divenire un valore aggiunto. Altre volte si tratta di piccole cose. Sfumature. Brevi interpolazioni. Ma, insomma, contribuiscono ad accrescere il senso delle battute. Ad arricchire l’enunciazione, la psicologia del personaggio. Nel rispetto della voce originale che vado a doppiare. Su questo non ci piove. Però non posso doppiare stando solo attento alla quantità delle parole. Conta pure la qualità professionale. Lo faccio perché rientra nel mio modo di pormi ed essere. Senza volermi inimicare nessuno, faccio delle proposte. Con risolutezza ed educazione. I doppiatori che all’atto pratico si limitano a leggere quello che trovano scritto e se ne fregano di aggiungere, o avvertono una sorta di timore reverenziale nei confronti del direttore del doppiaggio, non rendono particolarmente onore a questa professione.

6). D / Oltre al guadagno (i soldi servono per campare), c’è di più. Di che si tratta?
R / Forse è l’attaccamento al lavoro. Anche perché in realtà non c’è stato un ricambio generazionale all’altezza dell’illustre passato nel mondo del doppiaggio. Ci sono parecchie voci che gracchiano ma non hanno nessun merito. O, perlomeno, nessun merito evidente. La professione del doppiaggio è una professione nobile. Occorre talento. Ma l’attaccamento al lavoro viene prima ancora del talento e del merito. Il diritto al merito, perdona se insisto, nel mondo del doppiaggio, ma questa cosa è estendibile in altri campi del cinema e della vita lavorativa, è una chimera. Non esiste. Si sono persi il rispetto e l’umiltà. Senza quelli l’impegno profuso dagli adattori-dialoghisti e tutto l’ambaradan, dalle tracce audio alle sincronizzazioni efficaci, lasciano il tempo che trovano.

7). D / In Un professore, non te lo dico certo per reggerti lo strascico, non lo faccio nemmeno con mia moglie, interpreti Sbarra (nella foto) in modo molto efficace. Specie per chi conosce un po’ l’università della strada. Come mai hai deciso di aderire a quel personaggio ricorrendo al lavoro di sottrazione?
R / Perché non era il caso di aggiungere. Bensì bisognava sottrarre. Ahimè, nel momento storico odierno imperano le serie tv come Romanzo criminale, Gomorra e Suburra. Basati sull’accumulo. Sulla ridondanza. E quindi spesso anche sull’inverosimiglianza. Un uomo come Sbarra che mette paura, che gravita nell’illegalità, che se la sente calla, come diresti tu, e hai ragione, di fronte a un professore coraggioso ma armato solo di buona volontà, mica urla: sussurra lo minaccia a fior di labbra. Guardandolo negli occhi. Anche quelli comunicano. E, quando non doppio, oltre alla voce, uso pure quelli. Per il resto, se la parte lo richiede, preferisco togliere: si arriva dritto al punto. Rispettando e riflettendo la veridicità del personaggio. Senza fare un cliché. Pure perché alla lunga coi cliché che ce fai? 

8). D / La colla. Le cose prese dalla verità della vita possono insegnare qualcosa agli addetti ai lavori del cinema che si accodano invece ai laboratori e ai topi da biblioteca o presunti tali?
R / Dovrebbero vedere più film di Martin Scorsese. Lobotomizzarsi a corte di questo o quel laboratorio o di quell’accademia di turno non serve ai personaggi da interpretare per davvero. Non serve a rispettare i piani di lavoro. Può servire forse a fare carriera. Ma quella è un’altra storia: c’entra poco col lavoro dell’attore.

9). D / Come si affronta il fatto che, a parte una cerchia ristretta, in cui rientrano a dispetto del diritto al merito chi si accoda molto e approfondisce poco, la categoria degli attori e dei doppiatori senza santi in paradiso non è tutelata come dovrebbe a livello d’inquadramento sindacale?
R / Non si affronta una situazione del genere. La si subisce. Ci si può difendere. Al limite. Nei film e nelle fiction imperano i soliti nomi. Che fanno il bello e il cattivo tempo. Senza essere neanche più bravi di chi viene confinato non dico nell’ombra ma neanche al sole. La corsa al posto al sole alla fine conta più del diritto al merito. Non dovrebbe essere così. Ma la realtà, purtroppo, è questa.

10). D / Gli inchini che gli attori più bravi ma meno famosi fanno nei riguardi negli attori meno bravi e più famosi vanno per la maggiore?
R / Succede, succede. Succede a chi è solito “smutandarsi”. A buon intenditore, poche parole.

11). D / Famo a capisse, per dirla alla romana. Come sai bene. È meglio tenersele addosso le mutande?
R / Direi di sì, no?! È meglio per la dignità. Che conta più di qualunque calcolo professionale. Sia pure comprensibile.

12). D / A chi antepone i calcoli professionali e la ricerca del posto al sole alla dignità del diritto al merito, oltre all’orgoglio e all’umiltà, manca un po’ d’ironia e d’autoironia?
R / Nel modo più assoluto. Il momento storico che viviamo, specie in Italia, è vampirizzato dalla totale deregulation. Con deregolamentazione il diritto al merito ndo voi che vada?

13). D / A farsi friggere. Diciamo così. Il mondo dei social ci ha messo il carico da undici?
R / Chiunque ha abbastanza followers pensa di comandarsela in tal senso. Si tratta di gente miserabile. Dei poveri di spirito. Sia maschi che femmine. Non è questione di sesso. Bensì di decenza. O, per meglio dire, di mancanza di decenza. Chi nel mondo del cinema si serve dei followers e dell’ingenuità altrui, dei fan che pensano di essere diventati amici dei presunti divi, che fuori dall’Italia non conosce nessuno, di decenza non ce ne ha neanche un’oncia. Zero.

14). D / Zero carbonella, aggiungerei. I followers sostituiscono i titoli?
R / I malati dei like sui social che lavorano nel cinema facendo perno sui followers non hanno alcun titolo né per avere rispetto. Né per avere umiltà. È una cosa brutta da dire. Me ne rendo conta: suona male. Ma è così.

15). D / I seguaci del livellamento egualitario che imperano nel cinema si lamentano tanto di chi contempla il richiamo all’autorità del passato. Ma nel cinema attuale un po’ di ordine non farebbe bene?
R / Non voglio per forza rimpiangere il tempo che fu. Però va detto questo: nel passato, anche piuttosto recente, non ci si poteva alzare e fare le cose alla bell’e meglio. Quella dell’attore o del doppiatore è una bella professione. Ma va fatta in modo coscienzioso. E l’ordine aiuterebbe. In passato – ribadisco non due secoli fa, quando Oliver Stone (nella foto) produsse The Doors, oltre a dirigerlo, senza delegare ad altri, ovvero a terzi incompetenti, bisognosi d’attenzione – l’ordine e, se vuoi, l’autorità davano una mano. Semplificavano.

16). D / Da ragazzino quando vidi Quinto potere di Sidney Lumet rimasi incantanto dalla forza significante dell’interpretazione di Ned Beatty. Con pochi minuti catturò la mia attenzione anche più del pur bravissimo Peter Finch nel ruolo del personaggio principale.  Semplifica le cose farsi bastare pochi minuti per lasciare il segno?
R /  Non c’è mica bisogno di stare sempre in scena per catturare l’attenzione del pubblico. Anzi. Se si cerca troppo l’attenzione con una recitazione sopra le righe si rischia di annoiarli. E di conseguenza la caccia al consenso fa cilecca. Poi è chiaro che avere un bel ruolo da protagonista piace a tutti. Anche a me. La volpe e l’uva insegna. Però bisogna stare attenti anche ai serpenti. Che purtroppo imperano nell’ambiente. Certi ruoli piccoli ma significativi sono giusti. Ma stiamo sempre là: le scelte del casting non dovrebbero guardare in faccia a nessuno. Ma solo ai volti giusti. Alle voci giuste. Adatte all’idea del regista. Che ha il film in testa. Ma se in testa il film “se lo fà” il casting director è dura.

17). D / Ritieni queste persone che hanno sostituito l’aiuto-regista negate al dialogo peggio dei dittatori?
R / Con un fascista, per farti un esempio, ci puoi parlare. In democrazia. Anche se non la pensi come lui. Con chi occupa una posizione che richiede una specializzazione e non l’ha, ma si riempie la bocca con la parola democrazia, non ci puoi parlare. Io giudico qualunque impuntatura ideologica negativa. Da qualunque parte essa provenga. Però gli arrivisti mica s’impuntano e basta: gli americani li chiamano Snake Inn.

18). D / Ho capito: serpenti che s’insinuano. Comunque le scorciatoie del cervello, il più bell’aforisma che hai pronunciato doppiando Val Kilmer alias Jim Morrison in The Doors, rientrano nei dispendi di fosforo. Si rischia di essere condannati ai ruoli fissi?
R / Quasi sempre. Per esempio mi sono ritrovato per due anni a ricevere solo proposte di psicologo o di medico perché ero apparso al fianco di Virginia Raffaele in Come quando fuori piove perché interpretavo il suo psicologo: Loris Loddi .  Se chi fa il casting ha altre priorità, perché a volte lasciano ai loro sottoposti le volontà delle produzioni a cui interessano solo come siano andata ad ascolti questa fiction o gl’incassi di quel film, chiunque rischia grosso, e si vedono poi gli Sbam! È come se dovessi sempre interpretare uno come Sbarra nella serie Un professore perché chi fa il casting mi ha visto solo là, almeno di recente, e non mi ha visto invece in Trafficante di virus, uscito al cinema da poco, attualmente sulle piattaforme, dove interpreto un giudice. Un ruolo diametralmente opposto rispetto a quello di Sbarra. Un bravo casting director, e qualcuno ce n’è per fortuna, se mi ha visto in entrambi i ruoli, mi giudica poliedrico. Altrimenti mi giudica in base a uno di quei ruoli. Per dire. Anche se ne ho fatti molti. La gente se lo ricorda chi sei. Non c’è bisogno di fargli vedere chi sei o cosa sai fare. Per gente intendo il pubblico. Che poi è il destinatario. Perché senza fruitori non ci sarebbero il cinema, la televisione, la recitazione, il doppiaggio, i registi e i casting. Quando la gente si ricorda di un attore vuol dire che l’attore ha fatto bene il suo lavoro. Tutto qua.

19). R / In merito a certe incongruenze, chiamiamole così, del doppiaggio c’è dell’altro. Ovvero la questione della coetaneità dei doppiatori e degli attori a cui prestare la voce in italiano. Nel 1996 la scelta della Uip fu quella di levare a Ferruccio Amendola il doppiaggio di Robert De Niro affidandolo per l’edizione italiana di Casino di Scorsese a Gigi Proietti perché aveva la stessa età del mostro sacro italo-americano. A differenza di Ferruccio Amendola. Dal 1996 a oggi questa logica distributiva, che mi pare illogica, scusa il bisticcio della parola, quanto è peggiorata? R / Non esiste logica. Imbeccati dalle distribuzioni i responsabili del doppiaggio si rifugiano in un termine che non ha molto senso: la continuità. Perché le persone chiamate a prendere decisioni cruciali ai fini della riuscita dell’edizione di un film molto atteso dal pubblico e dalla critica hanno studiato legge, scienze politiche ed economia magari. Ma di cinema ci capiscono poco. Non è il loro campo. Anche se operano nel cinema. Chi è laureato in diritto, ed è a digiuno di cinema, o almeno lo vede dal di fuori, ma non lo conosce dal di dentro, una mattina si alza e decreta: non vogliamo la continuità. La questione, quindi, per rispondere alla tua domanda, è molto peggiorata. E le ragioni sono sempre quelle: tanta arroganza e poca competenza. Dovrebbe essere il contrario. Non ho comunque mai preteso di arrogare dei diritti particolari su questo o quell’attore.

20). D / Ma un conto è l’arroganza, da condannare, ma un altro è la fidelizzazione. Da capire. Come lo stato d’animo del vecchio Ferruccio. Pure te, che hai doppiato Forest Whitaker in Good Morning, Vietnam aderendo alla sua voce, sei stato privato non della pretesa di accampare diritti sui successivi doppiaggi ma di un diritto al merito. Chi blatera sul fatto che siamo tutti uguali stringi stringi vede ancora gli attori afro-americani come la Mamy di Via col vento?
R / Gli afro-americani non hanno mica più quel tipo di voce gutturale. Forest Whitaker è stato doppiato da attori con timbri di voce possenti, gutturali, diversi dal suo reale timbro di voce. Che, a differenza del fisico massiccio, ha una voce normale. Comunque intensa, dolce. Empatica pure. Io, comunque, ribadisco Massimiliano, ho mangiato pure di un altro pane. Meglio non impuntarsi. Certe cose, è diverso, si possono dire. Anche puntualizzare. Ma senza incaponirsi.

21). R / La lezione al riguardo di Federico Fellini l’hai ancora stampata in testa?  /  Al bar che stava a via del Babbuino, quando io ero un po’ stranito perché dopo aver recitato in Ladyhawke di Richard Donner ero stato chiamato per recitare in Miami Golem, francamente un filmaccio rispetto al precedente, Federico Fellini mi disse le testuali parole: «Loris, accetti quello che gli si offre di fare quando di meglio non c’è». 

22).D / Ti faresti bastare poche pose per Scorsese. Però reciteresti anche per un’ora.. Come ti vedi da vecchio addetto in questo mondo dove impera l’arroganza e spesso latita la competenza?
R / Sono stato ufficiale al tempo dei generali e non posso diventare soldato al tempo dei caporali.

 MASSIMILIANO SERRIELLO

L’intervista – una lunga conversazione che si snoda in oltre 20 domande / risposte tra due Amici di nobile animo ed entrambi cultori della “7^ Arte” – ha avuto luogo presso la nuova sede redazionale della Consul Press, nel Palazzo degli Ambasciatori, “Cuore del Coppedè, tra Simboli Esoterici  e Templari”.

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