AUTOIRONIA E PSICOTECNICA DI 3 ATTORI IN AFFITTO

NON CALA IL SIPARIO PER I REGISTI E GLI INTERPRETI “DE CORE”

«Maledetto er core e chi ce l’ha» sosteneva Pasquino interpretato da Nino Manfredi in Nell’anno del signore di Luigi Magni. Per chi all’epoca della Roma papalina e baciapile si mascherava da “pecione” che ripara le scarpe ai signori e ignora l’alfabeto, per poi poter affiggere sui muri dell’Urbe il verbo del malcontento popolare col favore delle tenebre, l’etichetta di popolo “de core”, ossia buono, intento ad anteporre i sentimenti ai ragionamenti strategici, ed ergo all’arte della guerra sottobanco per svegliare le coscienze e unire l’Italia sotto il tricolore, non era un valore. Bensì un disvalore. Ci sarebbe da discutere. Tuttavia l’impasse delle prese di posizione pro e contro non trova nessun appiglio quando si tratta d’amore allo stato puro. Ed è quello che i registi, gli attori, le attrici d’oggi giorno, mica dell’Ottocento, sentono per le tavole del palcoscenico. Anche se è un retaggio dell’Ottocento, di Scarpetta, quest’amore per il teatro. La regìa e il cast di 3 attori in affitto raccolgono quel tipo d’eredità, tramandata di bottega in bottega? Cadono nell’accidia delle idee prese in prestito? Pagano dazio ai plagi camuffati da omaggi? Ci mettono del loro?

L’attrice di 3 attori in affitto, Mavina Graziani (nella foto), ha finora offerto la sua miglior interpretazione nel ruolo di Ofelia e Desdemona in Shake Fools per la regìa di Manuela Tempesta insieme a Giovanni Maria Buzzatti. Bravo pure come attore nei panni di un Otello sui generis. La sua è stata una recitazione che passava attraverso la supercoscienza del personaggio. Come si addice a un attore che svolge anche il compito di co-regista. La prova di Mavina è stata invece di pancia. Viscerale. Il merito va attribuito tanto a Manuela Tempesta, con cui ha stabilito un’alchimia tale da riuscire a utilizzare il diaframma per far emergere la sfera delle emozioni sia sul versante psicologico sia su quello spirituale, quanto a Mavina. Per aver tratto linfa fino in fondo dagli ammaestramenti della mentore stabilendo in tal modo un’epidermica complicità femminile. Forse irripetibile. Fare meglio è difficile. D’altronde Shake Fools, che gioca col diminutivo del Grande Bardo (Shakespeare per chi fosse un po’ “de coccio”), significa scecherare la follia. Andare in profondità pertanto. Nei meandri della psiche. Dei traumi rimossi. Delle cicatrici dell’anima. Del linguaggio del corpo. Una sfida bella tosta per ogni interprete. 

La sfida, a onor del vero, a raccoglierla e vincerla in 3 attori in affitto è soprattutto la cosiddetta new entry. Per dirla come gli esterofili che ancora affollano il Bel Paese a dispetto del valore terapeutico dell’umorismo col quale Alberto Sordi mise alla berlina gli antesignani nostrani in Un americano a Roma di chi gode per interposta persona snaturando i legami di sangue e di suolo. Ben consapevoli che questi legami sono e saranno sempre viscerali. Ed enogastronomici (i maccheroni nun se battono: viva le provocazioni di questo tipo!). Il nuovo entrato nella compagnia si chiama Valentino Campitelli (nella foto). Ed è la spontaneità di tratto ad animarlo. Insieme al fiuto, non certo preciso come un orologio svizzero (è romano de Roma e inoltre l’infallibilità appartiene solo ed esclusivamente al Padreterno), sono gli stilemi della commedia dell’arte che ne denotano la qualità spontanea. Quindi Valentino fa la differenza in 3 attori in affitto? Sì. Senz’alcun dubbio. Fa la differenza perché è quello che recita meglio nel terzetto? Qui potrebbero sopraggiungere l’impressionismo soggettivo (ogni capoccia è un tribunale) e il buon senso: l’importante non è chi recita meglio ma che la commedia, con l’arte lungi da essere messa da parte, a dispetto delle amnesie della Dea bendata, funzioni. E 3 attori in affitto funziona: strappa parecchie, sane risate (e di questi tempi a cui a molti musoni sembrano aver asportato il senso dell’umorismo al posto della  carattere d’ingegno creativo fa bene allo spirito); per di più fa riflettere.  

Sul versante delle riflessioni a esprimersi è soprattutto l’autore: Vittorio Hamarz Vasfi (nella foto). Dimostrando di possedere una dote degna di nota per un autore minore che però potrebbe in futuro andare per la maggiore: l’autoironia. Hamarz è iraniano; parla benissimo la lingua italiana. Una lingua caratterizzata dall’alta densità lessicale delle espressioni auliche d’ascendenza letteraria, dalle derivazioni latine, dai segnali discorsivi, dalla bassa densità lessicale, dai modi di dire, dalle frasi vernacolari. Hamarz impersona l’iraniano che vorrebbe fare l’attore ma non fa l’attore. Che vorrebbe padroneggiare l’alta densità lessicale ma non sa che chi si loda se sbroda. Che vorrebbe sciorinare parole piene ma paga dazio alla scarsa conoscenza di quelle vuote. Compresi gli articoli (un tormentone che non mostra la corda) e le congiunzioni (una risorsa umoristica, invece, poco sfruttata). A livello recitativo Hamarz coglie nel segno. Al pari di Mavina Graziani che dà er fritto, come si dice a Roma, nel ruolo dell’acting coach capace d’insegnare parecchie cose ai tre attori inclini alle bugie tutt’altro che bianche (le donne avvenenti che puntano sull’intelligenza non sono oche; non bisogna scambiare la gentilezza per debolezza; le vocali, le consonanti, usate per i colpi di gomito dai maschietti alfa sfigati peggio di Fantozzi anche quando non vanno in bianco perché lo fanno per sbarcare il lunario, sono utili per il bersaglio grosso; la costanza paga; inoltre ci vuole fortuna, la Dea bendata, o il posteriore, per scrivere pulito – le parolacce vanno lasciate all’esercito dei leoni da tastiera – e invece di ammirare furtivamente il lato b all’insegnante bisogna fare come la goccia che buca la roccia). 

Per il personaggio romano de Roma interpretato da Valentino Campitelli la molle acqua che buca la dura roccia è la visibilità su Instagram. Un aglietto con cui consolarsi sia per la gente semplice, munita di buon senso, sia per gli intellettuali. Sprovvisti di senso pratico. Fatto sta che, come succede sempre, chi critica i social e il Grande Fratello per darsi arie da snob intellettuale cade da lì a poco nell’impasse scoperchiato dal vecchio adagio popolare: «A sputare in aria prima o poi ti torna in faccia».

Per il bellimbusto napoletano impersonato da Pio Stellaccio è la lingua in gioco dell’inimitabile Principe Antonio de Curtis in arte Totò la chiave di volta. Per spingere il pubblico in platea e in galleria a ridere amaramente e a riflettere ironicamente. Pio Stellaccio riesce ad appaiare la prestanza da cascamorto consapevole che correre la cavallina a pagamento aumenta la disistima e gli incubi agli occhi aperti alla speranza d’una propizia inversione di tendenza. Affinché la fabbrica dei sogni divenga una realtà corroborata dall’autostima. Un miraggio per gli eredi di Pinocchio. Consci che le bugie hanno le gambe corte. Benché si ostinino a fare i vaghi. Perché vorrebbero allungarle sulla scorta dell’inventiva boriosa dell’inobliabile Manuel Fantoni in Borotalco. Il film più riuscito, amaro e “malincomico” diretto e impersonato da Carlo Verdone. Nei panni dello schietto e introverso Sergio che si mette nei panni del bugiardo ed estroverso Manuel. 

Mavina è un’attrice potenzialmente verdoniana: l’ha dimostrato pure in Shake Fools nella parte di una Desdemona moderna che ha i pregi e i difetti delle figlie di papà, sembra xenofoba ed estroversa ma in realtà è ipersensibile. Tuttavia è l’Ofelia che nel manicomio di Santa Maria della Pietà adibito a lavanderia ad averle conferito una statura d’attrice in grado di esibire lo slancio artistico delle interpreti antintellettuali dirette in chiave intellettuale da una regista, Manuela Tempesta, in possesso del carattere d’ingegno creativo. Il ché vuol dire congiungere cuore e cervello. Che secondo Woody Allen in Crimini e misfatti non si danno nemmeno del “tu”. L’affinità elettiva destinata forse a dare i frutti migliori al cinema, che funziona in maniera ben diversa dal teatro, Manuela Tempesta l’ha con Daphne Scoccia. In Cristallo l’attrice in questione, grazie all’intesa rafforzata dalla supercoscienza cara a Konstantin Sergeevič Stanislavskij, mica un maestro di recitazione del dopo lavoro o delle riunioni condominiali, snuda al meglio l’alchimia muliebre stabilita con Manuela. Così vicina e così lontana da lei. In quel caso non si tratta di un attimo fuggente. Ma di qualcosa che si perfezionerà nel lungo periodo. Con tanta perseveranza. E un po’ di fortuna. Mavina, al contrario, consapevole che la sua dolce, rassegnata ed eterea Ofelia è frutto della magia dell’attimo fuggente muta segno. Cambia registro. Mostra la prestanza fisica nascosta in Ofelia. Indossa gli occhiali. Consente all’avvertito gioco fisionomico di fungere da stimolo. Hamarz la conosce bene: la supporta, le trasmette sicurezza, la tranquillizza. Manuela l’aveva pungolata. L’aveva spinta dove osano le attrici shakespeariane spontanee. Naturali. Le ha indicato una strada da seguire molto ardua. Piena d’insidie. Ma ancor più di pungoli professionali. Che fanno crescere le interpreti puntigliose. In quanto mandano a carte quarantotto la vanità, il rapporto tra luce e tratti somatici, l’apparenza. È la strada dell’innegabile sostanza. Della maturità artistica. Quella di Hamarz è differente. La sua prova denota impegno e divertimento, rigore ed emozione. Mutua solidarietà tra colleghi. Dentro e fuori il personaggio. Che fa meno la differenza rispetto a Ofelia e Desdemona in Shake Fools. Però rasserena di più. Tot capita, tot sententiae. Il pregio principale di Mavina rimane la poliedrica volontà di perfezionarsi ed esprimere dolci facezie e fulgidi sentimenti. Senza aggiungere sentimento al sentimento. Sennò si sdrucciola nel sentimentalismo.

Accanto all’attrice shakespeariana romana che sogna la commedia all’italiana al cinema ma mantiene i piedi piantati per terra, in pantofole nei rassicuranti consorzi domestici accanto agli imperituri affetti, muniti di tacchi dodici sulle inebrianti tavole del palcoscenico, più amate dei set cinematografici in cui il diritto al merito cede il passo ad alcune logiche d’appartenenza con buona pace della competenza, Pio Stellaccio (nella foto) segue per alcuni versi, da maschietto alfa malincomico, la medesima falsariga. Sotto l’aspetto esteriore perlomeno. Dal punto di vista lontano dall’apparenza, su sprone dell’arguto Hamarz, che conosce bene i suoi polli, intesi in senso buono come spettatori in primis e come attori in seconda battuta, Pio costeggia i giochi di parole, i frizzi, i lazzi, i trucchi delle vecchie volpi dell’avanspettacolo partenopeo. Si avvertono gli echi e i controechi di Scarpetta, Totò ed Edoardo De Filippo. Talvolta affiora un senso, se non di déjà-vu, di risaputo. E quindi di scontato. Sopperito dall’abilità di coniugare l’avvenenza, allo specchio, con siparietti bozzettistici, comunque simpatici, allo stravolgimento dei modi di dire. Alle rettifiche. Dal vernacolo considerato Patrimonio dell’Umanità alle cose dette chiare e tonde. L’operazione alla fine riesce a metà. D’altronde nessuno è perfetto. Billy Wilder tramutò questa verità lapalissiana nella più bella battuta della storia del cinema. La performance simpatica ed evocativa di Pio non segna una tappa memorabile nella storia del teatro. Ma nemmeno mena il can per l’aia. Risulta carezzevole in un momento nel quale il marketing teatrale per chi non ha le spalle coperte è una terra inesplorata da cui nessun viaggiatore ritorna. Shake docet. A buon intenditor poche parole. 

Di parole vuote, con gli articoli assenteisti e parodistici sugli scudi, Hamarz ne padroneggia parecchie. Il carattere d’autenticità gli appartiene di diritto. Il personaggio che viene dall’Iran in guerra e trova la gente di Roma, affratellata coi napoletani, ormai quindi assai più che cugini, incapaci di fare pace col cervello, non è tratteggiato alla carlona. Dietro l’apparente bozzettismo c’è di più. Non le gambe delle donne. Né i numeri al lotto o il diritto all’autorità degli antichi gladiatori. Ma qualcosa non distante anni luce dalla voglia di razionalizzare l’assurdo. Il carattere misterioso della poesia, legata all’attualità, che Shake Fools centra sulla scorta dell’empatia, andando sotto pelle, è precluso a 3 attori in affitto. Tolto questo, che non vuole essere certo un chiarimento pedissequo bensì una constatazione di fatto, nella tanta carne al fuoco che con cognizione di causa l’autore-attore mette ci sono l’equilibrio in azione, i motteggi triti e ritriti, le mezze verità, le danze ignorate, gli ennesimi forestierismi, l’energia nello spazio e nell’azione. 

 

Le parole vuote in ultima analisi dimostrano di costeggiare lo stesso spessore delle parole piene: non brillano per originalità; ciò nondimeno l’opera di giustapposizione predisposta palmo a palmo da Hamarz comunica verità non così ovvie: gli stranieri che sognano le inquadrature lusinghiere fanno i padroni di casa con gli italiani, romani e napoletani, che, viceversa, non contemplano la discriminazione. Bensì lo sfottò, la solidarietà, l’arte di arrangiarsi. Che convince di più dell’arte dell’attore. Meritevole d’attenzione: non c’è alcun dubbio. Ma il carattere misterioso della poesia, che Molière ha attinto dalle maschere della commedia dell’arte, è un’altra camminata. Il ritmo beneficia lo stesso dall’esordio a teatro di Valentino Campitelli. L’unico del cast, in virtù dell’assoluta qualità spontanea della maschera, dell’intensa leggerezza delle sortite farsesche, della carezzevole vulnerabilità da orsacchiotto capitolino emersa nel training della sincerità imposto con fermezza e saggezza dall’acting coach aliena alle fandonie, ad ancorare in 3 attori in affitto lo sviluppo del racconto all’attualità della rappresentazione. 

 

La cura dei particolari, i semitoni, le foto appese alle pareti con i divi accostati alla ridicolaggine dell’autoreferenzialità spezzano una lancia al sottotesto. In primo luogo la conoscenza diretta degli attori e la precarietà. Il lavoro di squadra delle maestranze, a cui Hamarz non dà le calle, come si suol dire nell’Urbe, ossia non offre un contentino, bensì ne riconosce in tutto e per tutto il contributo di solito invisibile seppur sostanziale, conferisce l’acqua della vita all’egemonia dello spirito sulla materia. Non significa che i siparietti ora da sit-com ora al di sopra di qualsivoglia linea di tendenza rendano 3 attori in affitto una commedia teatrale spirituale. Ma che l’arte di stare al passo, tenendo d’occhio i valori ereditati dalla tradizione, cementa le giuste proporzioni: in medio stat virtus; la saggezza popolare sfugge, chiaramente, alle elucubrazioni intellettuali di chi è troppo condizionato dal mito della ricercatezza su larga scala per capire cosa significa vivere in un guscio di noce e sentirsi ugualmente padroni dello spazio infinito. 3 attori in affitto non aiuta nessuna grande causa. In ogni caso, tranne Shakespeare, Brecht, Pirandello, Goldoni e pochi altri “immortali”, i comuni mortali sulle tavole del palcoscenico fanno ciò che possono. Tipo divertire ed emozionare. Scaldando il cuore in un tardo pomeriggio ghiacciato e velletrano al Teatro Tognazzi. Dove probabilmente pure i nobili fantasmi, conformi a Ghost con Whoopi Goldberg nel ruolo della medium bugiarda che diventa sincera, sorridono con indulgenza e accondiscendenza. Non è scienza. Neanche fantascienza. Ma è un modo per guardare al futuro con speranza e assonanza.

MASSIMILIANO SERRIELLO

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