A colloquio con Viola Valentino sul valore dell’arte e della normalità

NORME ED EMOZIONI DI UN’ARTISTA CHE GUARDA AL PASSATO E PENSA AL FUTURO

Una conversazione con Massimiliano Serriello

La norma è percepita in maniera negativa dai frivoli seguaci dell’inane divismo. Convinti che il prestigio delle cosiddette star mitighi i supplizi, indichi il tragitto da seguire, per realizzare i sogni nel cassetto, sconfigga le ingiurie quotidiane, renda pan per focaccia ai guastafeste.

Viola Valentino (nella foto), al contrario, si tiene stretto il valore della normalità. La fede in Dio le ha permesso di credere nella possibilità di toccare il cielo con un dito. Conservando l’idoneo equilibrio. A dispetto della volubilità dei fragorosi applausi destinati a cedere il passo alle punture di spillo. Gli ammaestramenti ricevuti nell’età verde sono stati utili per districarsi in qualsivoglia frangente con classe ed eleganza, con spontaneità ed empatia. La partecipazione emotiva suscitata sin dagli esordi l’ha spinta ad affermare una personalità aliena alle pose vanesie.

Nel campo della musica si è fatta strada con il 45 giri Dixie. Inciso con il suo nome e cognome. Virginia Maria Minnetti. Fu nientepopodimeno che Gino Paoli (nella foto) ad accorgersi di lei. Decidendo, in veste di produttore, di puntare come cantante su quella dolce ed eterea ragazza con gli occhi sognanti e il fisico da mannequin. Dovette però aspettare un decennio per lasciare il segno. L’anno mirabilis 1979 sancì l’interazione definitiva di apparenza ed essenza, di cuore e cervello. Chiamata a interpretare, grazie al volto già noto al pubblico, gradevole alla vista, provvisto di grazia muliebre ed energia comunicativa, le canzoni del gruppo dei Fantasy, sorprese tutti.

Inclusi i componenti della banda decisi a restare nell’ombra. Comprami ne mise in luce le doti da solista capace di sottrarsi ai vezzi dell’appagamento. Intenta piuttosto a buttare il cuore oltre l’ostacolo. Rappresentato anche dagli stereotipi appiccicateli addosso. Al canto dell’usignolo Virginia, col nome d’arte Viola Valentino che ormai le calzava a pennello, riuscì ad abbinare un’inopinata grinta. In tal senso rimane nella memoria il suo esordio al cinema in Delitto sull’autostrada di Sergio Corbucci quando Tomas Milian alias Nico Giraldi (nella foto con Viola Valentino) antepone i palpiti della commozione al greve disincanto dinanzi al fervore dei versi di Sole. Tutt’altro che un motivetto. La presenza scenica di Virginia, alacre sul palco e avventizia sul set, l’assoluta tenacia dimostrata nell’adattarsi ai rialzi duri dell’adattamento melodioso, l’avvolgente linea sotterranea, lungi dal prendere alla lettera gli esercizi formali, suggellano lo spessore contenutistico del crescendo espressivo. Seguito dalla ferma intenzione di toccare l’acme affrontando temi sociali degni di nota. Scalate le classifiche dell’hit parade con Sera coi fiocchi, divenuta la sigla dell’edizione del 1980 di Domenica in, alla convenzione compositiva ha preferito il coraggio dell’innovazione. Dell’alternativa alla banalità.

Billy Idol, artefice di memorabili pezzi rock estranei sia in prassi sia in spirito alla prevedibilità dei componimenti che ripetono sempre la stessa solfa, rimase piacevolmente colpito dall’aura contemplativa, dalla pregnanza sensoriale e al contempo dallo sprint, fuori dall’ordinario, che Viola Valentino conferì a Verso sud. Volle porgerle i complimenti per la sottigliezza degli intervalli, l’assemblaggio dei timbri cognitivi, il brio trascinante della performance.

L’autore del testo, Vincenzo Spampinato, le diede l’arduo compito di dar forma concreta all’incorporea sostanza della poesia in musica. Garantendo alle risposte viscerali degli ascoltatori il coinvolgimento consolidato dalla facoltà di sentire, conoscere e capire i compositi nessi interiori congiunti ad accenti dispiegati a pieni polmoni.

Il compianto Bruno Lauzi (nella foto), prima di lasciare quest’incerta valle di lacrime, si affidò a Viola Valentino per assicurare all’ultimo frutto del proprio ingegno creativo, Barbiturici nel the, l’intrinseco brivido delle trepidazioni suscitate dall’armonico piglio dell’inesausta voce. Gli intoppi promozionali, pur impedendole di ottenere il medesimo riscontro dei previi successi, non ne hanno intaccato la fermezza. Né l’autoironia. Riposta nel sardonico riesame del celebre El meneaito. Col singolo intitolato Me marito se n’è ito per esorcizzare qualunque scoria penosa congiunta alla fine d’un’unione durata ventitré primavere.

L’inverno dello scontento di shakespeariana memoria non la sfiora. I nuovi amori, le sfide infinite, gli indefessi progetti, lo charme, impermeabile all’incedere implacabile del tempo, fungono, de facto, da pungolo per guardare avanti. Indietro, d’altronde, ci vanno i gamberi. L’incognita dell’aldilà, definito dal Grande Bardo in Hamlet «la terra inesplorata da cui nessun viaggiatore ritorna», l’esorta a far tesoro dei precetti di San Francesco. Cambiano le tendenze di punta, le strategie di comunicazione, il marketing per inchiodare l’attenzione dei giovani, ma a livello empirico l’egemonia dello spirito, lontano dalle fittizie melensaggini dei baciapile, non conosce soste. La riconoscenza nei confronti delle persone che le sono state affianco, nel versante degli affetti e in ambito professionale, resta una costante.

Viola ha perciò dedicato al produttore esecutivo Luigi Matta una raccolta di brani che decretano un fulgido rapporto di coalescenza negli spettacoli dal vivo. Basti pensare a Stronza. Un inno alla forza dei sentimenti che non paga dazio al regresso del turpiloquio. Bensì lo depura, sull’esempio di Totò (nella foto) in I due colonnelli, infondendo grazia e onestà. Perché, come si suol dire, quanno ce vo’, ce vo’.

Con Non ti ho perso la scommessa di celebrare la fiducia nell’avvenire e i precetti di Maria Teresa di Calcutta è ancora in ballo. La vita commerciale di una canzone imbocca spesso percorsi improvvisi. Difficili da intuire ex ante. Viola in itinere barcolla ma non molla. Ed ex post è nelle mani del Padreterno. Come ognuno di noi. Intanto Il suono dell’abbandono, inserito nell’album Eterogenea Live,  ha toccato il cuore degli individui che giudicano gli amici a quattro zampe degli spiriti guida. La tempra della combattente, dura nella lotta e leale nell’anima, procede di pari passo con la sensibilità. Che i cinici considerano una sorta di deminutio capitis. Ed è invece il corollario ideale dell’inventiva, dell’indomita carica di entusiasmo, dell’espansività, celata solo a tratti dal broncio passeggero, dell’arte sincera. Fiera medicina contro la noia. Roba sostanziosa. Che non evapora in una bolla di sapone. 

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1). D / In “Delitto sull’autostrada” reciti a fianco di Tomas Milian. L’attore cubano riusciva ad appaiare cuore e cervello nelle sue prove recitative. L’immaginazione artistica costituisce un mezzo per conoscersi appieno?
R / Assolutamente sì. Per ogni artista l’immaginazione costituisce un mezzo conoscitivo fondamentale. Irrinunciabile, aggiungerei. E Tomas, agli antipodi nella vita reale rispetto sia al Monnezza sia al commissario Giraldi, dai modi burberi ed estremamente sbrigativi, ma in fondo bonari, era un autentico artista. E anche un galantuomo. Fu estremamente gentile con me, dimostrandosi prodigo di attenzioni paterne e consigli utilissimi.

2). D / Eri alla tua prima prova recitativa e avevi bisogno di qualche “dritta”? 
R / Non sapevo come simulare la felicità, i soprassalti d’angoscia, le risate. Tomas si dimostrò premuroso: gli feci tenerezza e il giorno del mio compleanno organizzò un catering per festeggiare. La troupe, che lo conosceva bene avendoci lavorato insieme più volte, rimase stupita da questo suo slancio. Dettato da un sentimento di tenerezza. Dovuto al mio candido approccio con l’universo cinematografico.  Sino ad allora sconosciuto.

3). D / Tomas Milian comincio recitando in film d’autore, apprezzati dalla critica ma snobbati dal pubblico, per poi bucare il grande schermo sul versante opposto. Calandosi in ruoli nazionalpopolari, divenuti indimenticabili. Ritieni che il Cinema vada circoscritto all’intrattenimento disimpegnato o è il veicolo di personalità artistiche in grado di spingere gli spettatori, oltre a sognare, a porsi profondi interrogativi?
R / Il Cinema non è intrattenimento, bensì insegnamento. La visione di un film d’autore innesca stimoli intellettuali ed emotivi in grado di far crescere gli spettatori e le spettatrici come persone. Oggi come oggi la sala cinematografica sta patendo difficoltà enormi, esacerbate dalla lotta al Coronavirus. Mi capita di vedere alcuni classici su Youtube. Tipo “Fratello sole, sorella luna” di Franco Zeffirelli. Devo dire che, da persona molto devota a San Francesco, preferisco di gran lunga, con tutto il rispetto per Zeffirelli, l’omonimo  film diretto da Liliana Cavani e interpretato da Mickey Rourke: la fede in Dio è veicolata attraverso l’arte della recitazione e una tenuta stilistica ricercata. Che tiene ben salde le redini della trama toccando punti nevralgici ed empatici. Tomas, nel passare dal cinema d’autore a quello commerciale, assai meno ricercato, fece una scelta di vita. Che lo impose all’attenzione delle platee dai gusti semplici. Ma non perse nulla della sua verve né dell’abilità di trarre linfa dall’analisi conoscitiva calandosi in panni diametralmente opposti rispetto ai propri.

4). D / Molti critici considerano gli attori e le attrici delle pedine degli autori. Identificati in chi li dirige conformemente alla propria idea sul mondo esibita in cabina di regìa. I cantanti e le cantanti che interpretano un testo scritto da altri possono comunque rivendicare appieno il loro status d’autorialità?
R / Certo che possono. Ed è nell’interpretazione di testi scritti da altri, ma profondamente sentiti da chi esegue una determinata canzone, che il trasporto emotivo e l’analisi conoscitiva, di cui parlavo, consolidano l’autorialità. O, se non altro, la co-autorialità. Si possono cantare brani musicali appartenenti ad artisti famosi interpretandoli, senza stravolgerli, con un entusiasmo accostabile all’impeto richiesto dalla recitazione. Occorre compiere un proficuo sforzo d’immedesimazione.

5). D / Le tue canzoni, specie “Comprami” e “Siamo romantici“, hanno lasciato una traccia profonda. Resistere alla prova del Tempo, il critico più severo per antonomasia, infonde fiducia? R / Resistere alla prova del tempo, come sottolinei tu, è una soddisfazione. La consapevolezza che le mie canzoni non sono state dimenticate costituisce un ottimo tonico. Tuttavia non mi piace vivere di rendita, cullandomi nei ricordi dei successi trascorsi: preferisco guardare con fiducia ed energia al futuro. Ai progetti da realizzare.

6). D / Il premio Nobel per la letteratura assegnato di recente a Bob Dylan (nella foto) ha permesso alla musica leggera di essere riconosciuta dal mondo accademico. Era ora?
R / Era davvero ora. Per guardare, ribadisco, al futuro nel rispetto dei grandiosi risultati raggiunti in passato dagli esponenti più prestigiosi della categoria. Ascoltare i pezzi dei Beatles, di Dylan, per l’appunto, dei Queen, ma anche di Vasco Rossi, che adoro al punto di aver inciso le parole del suo brano “Gli angeli” sulla tomba di mio padre a Monza, significa acculturarsi. E quindi saziare la sete di conoscenza ed emozione. Come quando si legge un libro colmo di pathos ed estro, che ci arricchisce dentro. 

7). D / Conoscere, quindi, come sosteneva Konstantin Sergeevič Stanislavskij in merito al lavoro dell’attore sul personaggio, equivale a sentire?
R / Sarebbe inutile conoscere testi prima ignoti restando freddi, apatici, indifferenti dinanzi alle emozioni suscitate dalla scoperta di cose nuove. La conoscenza innesca sentimenti forti.

8). D / Quindi, a differenza di quanto affermi sul cinema, con i film d’autore forieri di stimoli più profondi rispetto ai film commerciali, la musica leggera regala emozioni di un certo spessore. Non si tratta di una categoria esile?
D / Affatto. È chiaro che Chopin nella Sonata “Op.35 n.2” seppe toccare vette compositive uniche grazie alla virtù di spaziare tra le note. Passando da armonie ad accordi particolarissimi. I suoi ritmi, talora irregolari di primo acchito, sono palpitanti ed evocativi. Lo stesso vale per un altro fuoriclasse della musica classica dell’inarrivabile levatura di Schubert. Tuttavia la musica cosiddetta leggera, anche senza approfondire certe armonie, è riuscita a trarre notevole insegnamento dai Maestri classici fino a toccare col mood delle vette d’eccellenza.

9). D / Con “I tacchi di Giada” e “Domani è un altro giorno” hai approfondito tematiche sociali rilevanti, giacché scomode, dando il benservito a chi ti riteneva schiava dei vezzi della canzonetta. Quanto conta il carattere d’autenticità per rendere pan per focaccia a chi, citando Jim Morrison, usa le scorciatoie del cervello?
R / Bell’aforisma. Comunque il mio intento non era convertire gli infedeli. Casomai desidero sensibilizzare le persone meno attente ad alcune questioni sociali, intime, private, che meritano considerazione. L’equivoco riguardante la canzonetta, di per sé superficiale, effettivamente esiste. L’autenticità conta moltissimo. Soprattutto per trarre esempio dalle storie di vita vera. Giada esiste sul serio, non è un personaggio immaginario, frutto della fantasia, ma ha un altro nome. Con “Domani è un altro giorno”, che richiama alla mente la celebre frase finale di “Via col vento”, ho affrontato il tema dell’omofobia. E anche in questo caso sono partita dalla realtà. Purtroppo dolorosa. Verità ed estro possono fondersi per donare speranza agli individui che, per un verso o per l’altro, l’hanno smarrita. I temi sociali, come pure la violenza ai danni delle donne e le ingiustizie determinate dall’alta finanza, mi stanno molto a cuore.

10). D / Lo hai dimostrato altresì in “Siamo romantici“. I fantasmi organizzati sono gli individui che antepongono la moralità economica ai valori veri?
R / I falsi esperti l’hanno tacciata come una canzone incentrata sull’amore. E, quindi, schiocchina, o, se non altro, risaputa. Prevedibile. Invece “Siamo romantici” prende di mira gli individui attaccati ai soldi, privi d’un barlume di moralità. Perché l’hanno barattato con il successo economico. I romantici sono le persone che non hanno compiuto una scelta così cinica e utilitaristica. In quanto credono nei valori. Negli ideali. Assurdi agli occhi delle persone che alle ragioni del cuore preferiscono la logica del profitto. Credo che la musica debba essere orecchiabile ed emozionante divenendo contemporaneamente veicolo di messaggi attuali. Ed è per questa ragione che, ribadisco, intendo affrontare sempre nuove sfide.

11). D / Sfide incentrate sull’egemonia dello spirito sulla materia. Preferisci pensare al presente e al futuro anziché rimuginare sul passato. L’idea un biopic che scandagli gli eventi passati ti lascia dunque indifferente o la ritieni lo stesso stimolante?
R / Mi servirebbe qualcuno capace di mettere in prosa il coacervo d’infiniti ricordi che ho in un libro. Me ne sono successe di cose nella vita. Belle e brutte. Sono figlia di un artista. Abituato ad affrontare difficoltà pratiche, a cambiare città, a fare di necessità virtù. Le privazioni, tipiche dell’esistenza bohèmien, insieme al senso dell’avventura e alla complicità in famiglia, hanno formato il mio carattere. Incluso il modo di rapportarmi col prossimo. Ho dovuto frequentare scuole diverse, per via degli spostamenti: mi considero fondamentalmente un’autodidatta. Gli insegnamenti più preziosi li ho ricevuti comunque dal mio papà pittore. Ho imparato che l’arte da sola non basta a pagare l’affitto, come recita l’adagio latino Carmina non dant panem, ma anche ad affrontare le difficoltà a testa alta. Preservando il valore dell’umorismo. Ricordo quando ci regalarono un pulcino di tacchino. Ai tempi abitavano a Roma. Nel quartiere Montemario. Eravamo intenzionati a mangiarcelo per Natale. Finì invece che festeggiò pure lui la vigilia, seduto a tavola con noi. Come un componente della famiglia. Una famiglia pazzerella! Mia madre una volta comprò le carpe al mercato. Poi, arrivata a casa, visto che si muovevano, invece di farle bollire in pentola, le mise al fresco nella vasca da bagno. Al momento di lavarci le spostavamo. Fu una coesistenza buffa. Divertente. Ed è importante serbare il ricordo di quelle risate.

12). R / Alle infantili manifestazioni di fatuo entusiasmo anteponi il valore della normalità, aliena all’impasse d’ogni culto sfrenato. Rinsalda l’ordine naturale delle cose? R / Il divismo è un’arma a doppio taglio. Al pari del delirio d’onnipotenza. La vita riserva sempre sorprese. A volte atroci. In altre circostanze corroboranti. Il valore della normalità insegna ad andare oltre la vertigine mentale che spesso comporta l’idolatria – anche se essere ammirate fa indubbiamente piacere – e ad accettare gli schiaffi del destino con dignità. L’ordine naturale delle cose significa pure questo.

13). D / Franco Califano (nella foto con Viola), con cui hai recitato in “Due strani papà“, nell’album “Ma cambierà” dedicò versi memorabili al gentil sesso: «Per una donna noi facciamo i santi, i buffoni, gli eroi, noi saremmo pronti a sfidare gli dei». Coltivare il mix di letizia e dolore, conforme al romanticismo, rafforza le emozioni o le mette a dura prova? R / In primo luogo non bisogna scappare dalle emozioni. Proteggersi in tal senso è stupido. A che serve? Tutto può cambiare, da un momento all’altro. Nel bene e nel male. E questi mutamenti destano emozioni impossibili da mettere a tacere. Come si può, d’altronde? Per quanto riguarda Califano, Califfo come molti ancora lo chiamano, era un personaggio unico. Si professava cinico, disincantato, impermeabile alle emozioni melense. Ma in realtà fece tesoro delle sue reazioni, sensibili ed emozionate, di fronte agli imprevisti che gli sono capitati. Ricavandone testi memorabili. Sagaci. Impreziositi dall’umorismo. Aveva una predilezione per le battute di spirito, stemperando i momenti di abbattimento nell’ironia. Che è un’incontestabile forma d’intelligenza. Ai tempi di “Due strani papà” mi pescò a dormire durante una pausa con la mascherina sugli occhi, come faccio per abitudine. «Ma che è morta?!». Se ne uscì così. Ci siamo fatti tante risate sul set.

14). D / Citando Robin Williams nel cult “L’attimo fuggente“, non ha riso di te. Ma ha riso con te. Il gossip, interessato ad alcune dinamiche, spesso pure dolorose, che investono la sfera privata, è il prezzo da pagare alla notorietà pubblica? R / Ogni personaggio pubblico deve fare i conti con il gossip, che spesso risulta addirittura utile a chi vuole rimanere in un modo o nell’altro sulla breccia. Nutro molta ammirazione per Greta Garbo e Mina (nella foto). Due miti che hanno saputo e voluto tenere la vita privata lontana dalla luce dei riflettori. Vorrei averne la stessa forza. Ma non ce l’ho affatto. Sono comunque fiera di aver dimostrato dignità quando sono stata chiamata pubblicamente in causa per le mie questioni private.

15). D/ Esistono ancora giornalisti che rispettano la dignità e non affondano il dito nella piaga per ricamarci sopra uno scoop?
R / Esistono. Benché costituiscano una minoranza. La maggior parte di chi fa informazione mira appunto allo scoop. A suscitare curiosità, a vendere la notizia. Fa parte del loro lavoro. L’etica preme poco alla  maggioranza dei giornalisti che si occupano di gossip. L’eccezione, che purtroppo conferma la regola, possiede un codice deontologico. Dipende in qualche misura, ribadisco, anche da come ci si rapporta. Personalmente mi attengo a quanto ho appreso da ragazza. In seno alla famiglia. Una famiglia che ne ha passate di tutti i colori. Senza mai smarrire, nemmeno per un attimo, il decoro. Il rispetto per sé stessa. Qualcosa che non si baratta con nulla. Fosse anche un successo pubblico travolgente. Si può parlare di tutto e di più. Però sulla priorità di mettere davanti a ogni altra cosa la dignità personale non transigo.

16). D / L’emergenza Coronavirus ha costretto molti artisti e molte artiste ad alzare bandiera bianca. Tu, invece, nonostante mille difficoltà, continui ad andare per la tua strada. A costo di vedere rinviare eventi organizzati con largo anticipo. È come correre con una lavatrice dietro la schiena? R / Siamo arrivati alle dolenti note. Sono molto contrariata al riguardo. L’arte e la cultura, considerate pure prima dell’emergenza qualcosa cui si può rinunciare, adesso stanno alla frutta. Il governo, a dispetto delle tante promesse, non muove un dito per sbloccare questa situazione. Gli spettacoli dal vivo, come i concerti, con il numero massimo dei partecipanti ridotto, hanno accusato parecchio la botta. Risultato: le maestranze – tecnici, elettricisti, fonici, che garantiscono il buon esito pratico dei suddetti spettacoli, senza godere di benefici previdenziali – hanno problemi di sopravvivenza. Mi sento responsabile per il mio staff. Insieme abbiamo condiviso gioie, dolori. Emozioni insomma.

17). D / Chi fa parte del mondo dello spettacolo è percepito come una creatura superficiale ed eterea. Quindi non bisognosa di aiuti. Questa falsa percezione si ripercuote sulle maestranze?
R / A essere superficiali sono quelli che cadono nell’equivoco non capendo che, a parte una cerchia assai ristretta, gli altri componenti del mondo dello spettacolo dal vivo si guadagnano da vivere con la loro arte. Il fraintendimento, però, esiste. E persiste.

18). D / I parametri di giudizio alla base dell’assegnazione dei premi nel mondo dello spettacolo spesso sono contestati. Punti comunque a partecipare a San Remo per stabilire, nel ricordo dell’età verde, un’inopinata inversione di tendenza?
R / Sarebbe un bel colpo di coda. Non lo nego. Ma dipende da alcuni fattori che esulano dalla mia volontà. Le cose sono cambiate dal 1983, l’anno in cui partecipai a San Remo. Allora avevo una sana incoscienza. Oggi avverto più la tensione. Tuttavia, torno a ripetere, nella vita può succedere di tutto. Non si sfugge alle emozioni, siano esse fonte di gioia o di dolore, e neanche alla ruota del destino. Non so come girerà. Quindi non ripongo esplicitamente fiducia in una rentrée sanremese. Se, per una serie di circostanze, dovesse prospettarsi la possibilità, non mi tirerei indietro. Affronterei quindi l’ampio grado d’incertezza finale. Con la fiducia di vincerla. L’incertezza, intendo. Mica San Remo. Comunque si vedrà. 

MASSIMILIANO SERRIELLO

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