Addio a Roberto Maroni, delfino di Umberto Bossi, membro indiscusso della Lega Nord

 

“Questa notte alle ore 4 il nostro caro Bobo ci ha lasciati. A chi gli chiedeva come stava, anche negli ultimi istanti, ha sempre risposto: “Bene”. Eri così Bobo, un inguaribile ottimista. Sei stato un grande marito, padre e amico. Chi è amato non conosce morte, perché l’amore è immortalità, o meglio, è sostanza divina. Ciao Bobo”. Con queste parole la famiglia ne dà il triste annuncio. 

Roberto Ernesto Maroni nasce a Varese il 15 marzo del 1955 dove frequenta il liceo classico Ernesto Cairoli dove conosce Emilia Macchi, figlia di uno dei fondatori dell’Aermacchi che dinventerà sua moglie, ed entra in contatto con il professore marxista Cesare Revelli, la cui passione oltre l’insegnamento era anche la politica, tanto da essere uno dei fondatori della Cgil scuola nazionale e dirigente del Psiup varesino e successivamente di Rifondazione comunista. Revelli ha avuto anche una parte attiva nella stagione del ’68 in provincia di Varese dove è stato consigliere comunale a Gavirate e poi consigliere provinciale per Rifondazione fino agli anni ’90.

Sarà proprio Revelli ad avvicinare il giovane Roberto Maroni alla politica. A 16 anni infatti inizia a militare in un gruppo locale di stampo marxista-leninista e successivamente entra in Democrazia Proletaria, partito di estrema sinistra. Conseguita la laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Milano inizia a lavorare per diverse società, anche molto importanti come la Avon cosmetici, l’ufficio legale del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, e segue in veste di consulente la Mythos.

Sarà l’incontro del 1979 con Umberto Bossi, di cui ne diventerà il Delfino, a segnare una svolta a cui sarà legato per tutta la sua vita politica. I due infatti iniziano a collaborare politicamente fino a dare vita alla società editoriale Nord Ovest. Nel 1982 Bossi fonda la Lega Lombarda insieme a Giuseppe Leoni, Pierangelo Brivio, Manuela Marrone, Marino Moroni ed Enrico Sogliano.  Maroni all’inizio collabora con il partito, organizzandone la gestione, entrando poi a far parte del Consiglio nazionale del movimento,  tanto da venire eletto consigliere comunale nell’85 a Varese.

Insieme a Umberto Bossi guidò la svolta secessionista della Padania, motivo per cui venne indagato dalla Magistratura per vilipendio dell’unità nazionale. Il concetto di Padania, fu idealizzato per la prima volta dal primo presidente della Regione Emilia Romagna, Guido Fanti che promosse l’idea di decentramento fiscale e amministrativo(“progetto Padania”), pur essendo contrario alla secessione. Dopo la crisi del Governo Berlusconi I e il passaggio della Lega ad una politica dichiaratamente secessionista, il termine Padania diventa di uso comune per la Lega Nord, tanto da cambiare il nome del partito stesso aggiungendo “per l’indipendenza della Padania”. La dichiarazione di indipendenza fu dichiarata a Venezia il 15 settembre del 1996 dove venne proposto come simbolo del partito e della bandiera, il sole delle Alpi. Gilberto Onet, ideologo leghista e promotore originario del simbolo, lo immaginava rosso, in linea con la tradizione alpina.

Nella sua carriera politica ha ricoperto numerosi incarichi, come quello di vicepresidente del Consiglio dei ministri e ministro dell’Interno sotto il Governo Berlusconi I e Berlusconi IV, e diventa il primo politico non appartenente alla Democrazia Cristiana, nella storia della Repubblica a ricoprire questo incarico. Nella sua carriera politica è stato anche ministro del Lavoro e delle politiche sociali per i Governi Berlusconi I e Berlusconi III e, più recentemente, presidente della Regione Lombardia. 

Venne in seguito definito da alcuni appartenenti al partito un “grigio” per alcune sue posizioni moderate e piuttosto in contrasto con il “pugno di ferro” di Bossi, amava suonare con la sua Hammond i classici di Sam Cooke e diede vita alla corrente dei “Barbari sognanti” . Nonostante l’amore per i classici della musica  questo mantenne sempre una posizione di chiusura in merito alla questione migranti: diffidò i comuni lombardi dall’accoglierli, propose di sospendere lo Schengen e di attivare i blocchi navali e campi profughi in Libia. Le sue posizioni dure non riguardarono esclusivamente i migranti, più recentemente infatti, correva il 2008, suggerì di schedare tutti i Rom prendendone le impronte digitali, anche ai bambini. La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo condannò l’Italia quando Maroni era ministro dell’Interno, per aver respinto fuggiaschi libici, somali ed eritrei verso la Libia. Secondo la Corte il Belpaese avrebbe di fatto violato per ben due volte, l’articolo 3 della Convenzione europea per i diritti dell’uomo che proibisce trattamenti inumani e degradanti,  “perché i ricorrenti sono stati esposti al rischio di maltrattamenti in Libia e di rimpatrio in Somalia ed Eritrea”. Ci sarebbe inoltre stata la violazione dell’articolo 4 del protocollo 4, in merito a delle espulsioni collettive. A esporre denuncia presso il tribunale europeo dei diritti umani furono 24 persone tra somali ed eritrei dopo che le autorià italiane le intercettarono in barcone sulle quali viaggiavano (200 in totale, tra cui donne e bambini) e li ricondussero in Libia a bordo di un’imbarcazione italiana.

Il Delfino tra il 2012 e il 2013 prende le redini della Lega Nord e la guida nella transizione tra Bossi, Salvini e la nuova Lega, che abbandonerà la connotazione geografica Nord, parola molto cara a Roberto Maroni. Bossi infatti si dimetterà a seguito dello “scandalo Belsito” che vedrà coinvolto il tesoriere del partito Francesco Belsito e parte della famiglia del senatore. La vicenda riguardava alcuni finanziamenti pubblici illeciti, parte dei quali sarebbero stati utilizzati dalla famiglia Bossi per scopi personali. Nell’inchiesta furono coinvolti anche altri esponenti di partito come Rosi Mauro che verrà espulsa dal partito a seguito delle mancate dimissioni dalla carica di vicepresidente del Senato, Francesco Speroni, Roberto Calderoli, e Renzo Bossi, che si dimise dal Consiglio regionale della Lombardia. Nel corso di un congresso federale presso il Forum di Assago Maroni viene eletto segretario federale della Lega Nord, dove rinnova l’asset organizzativo del partito, scompare il nome Bossi che viene sostituito da Padania. Divenuto presidente della Regione Lombardia nel 2013, come promesso ufficializza le sue dimissioni dalla Lega e nel corso di un congresso straordinario tenutosi a Torino, Matteo Salvini diventa ufficialmente il nuovo segretario leghista. 

I rapporti tra i due però non sono rosei, sopratutto dopo quel 10% alle elezioni politiche, episodio che portò Maroni a chiederne le dimissioni. Troppo lontano dalle ambizioni di conquista a cui aspiravano lui e il “Senatur”. Nonostante le divergenze di opinione, Salvini lo ha voluto ricordare con affetto con un post su Twitter: “Grande segretario, super ministro, ottimo governatore, leghista sempre e per sempre. Buon vento Roberto”. 

Nel corso della sua carriera politica non sono mancati gli scandali e le critiche, come il caso del “decreto Biondi” durante il governo Berlusconi. Il decreto prevedeva l’abolizione della custodia cautelare, atto che acconsentì a molti dei coinvolti in Tangentopoli di uscire di prigione e a proteggere alcune categorie economiche privilegiate. Nonostante fosse stato firmato dallo stesso Maroni e da ministro di Grazia e Giustizia Alfredo Biondi, si giustificherà dichiarando di non aver capito il provvedimento e di essere stato imbrogliato. «Faccio autocritica» commenterà in merito «perchè il Governo ha dato l’impressione di voler proteggere alcuni amici».  La vicenda portò alla caduta nel ’96 del Governo Berlusconi e alla prima uscita di Roberto Maroni dalle file della Lega, per essersi opposto alla sfiducia. Fu successivamente riammesso dopo una lettera di scuse ufficiali.

Altra vicenda che lo vide coinvolto fu quello di via Bellerio in merito a delle indagini avviate dal Procuratore della Repubblica di Verona Guido Papalia, sulla Guardia Nazionale Padana accusata di essere una organizzazione paramilitare tesa ad attentare all’unità dello Stato. Alla perquisizione della residenza del capo delle “camicie verdi” Corinto Marchini e della sede federale di Milano, si opposero molti politici tra cui lo stesso Maroni. In seguito a un’altra perquisizione che incontrò la resistenza dei militanti e dirigenti padani lo stesso Maroni rimase ferito e trasportato in ospedale.

Alla notizia del suo trapasso, avvenuto nella sua residenza di Lozza, a causa delle complicazioni della malattia, il mondo della politica si è stretto intorno alla famiglia, ricordando l’uomo politico, l’amico e l’avversario. 

Giorgia Meloni, colpita dalla notizia lo ha ricordato, durante una conferenza stampa sulla manovra di bilancio, come «Un amico, un politico intelligente e capace che ha servito le Istituzioni con buonsenso e concretezza. Il Governo esprime cordoglio e vicinanza alla famiglia e ai suoi cari in questo momento difficile. Una delle persone più capaci che abbia incontrato. Una persona che a questo Paese ha dato tanto, un amico».

Enrico Borghi, segretario Pd e responsabile Sicurezza della segreteria dem che lo ricorda per «la sua intelligenza e la sua passione politica mancheranno a tutti. Riposa in pace». Sempre dalle file del Pd, Emanuele Fiano, che su twitta un suo ricordo:«l’ho conosciuto bene, sempre disponibile e gentile, rispettoso delle opinioni diverse dalle sue come le mie, mi dispiace molto, riposi in pace, un abbraccio alla famiglia».

Il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi ricorda Maroni con un post su Instagram “ era un amico, più volte autorevole ministro dei miei governi, già segretario della Lega Nord e valido governatore della Lombardia. Mancheranno la sua lucidità e la sua visione politica, il suo incommensurabile attaccamento alla Lombardia ed alle regioni del Nord produttivo. Mi stringo al dolore dei suoi cari e degli amici della Lega”.

Calderoli, che con Maroni ha condiviso gran parte della vita politica lo ricorda come «un compagno di una trentennale battaglia politica che ha cambiato e caratterizzato la nostra vita, un compagno di mille momenti insieme, di lunghissime giornate in via Bellerio, nell’ufficio di Umberto Bossi, alle feste delle Lega e poi per decenni in Parlamento e al governo. Con lui se ne va un pezzo della mia vita, della mia storia, dei miei ultimi trent’anni».

 

                                                                                                                ©Gianfranco Cannarozzo

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