Budapest: rimossa la statua di Imre Nagy

Prosegue, nella Budapest di oggi, la “purga delle statue” voluta da Orban: colpito anche Imre Nagy, eroe della Rivoluzione del ’56

All’alba del 30 dicembre, alla chetichella, a Budapest  il governo populista di Viktor Orban ha fatto rimuovere dalla piazza del Parlamento la statua di Imre Nagy, eroe della rivolta ungherese del 1956: il Primo ministro che, pur comunista (formatosi nell’ “apparatchik” staliniano moscovita negli anni 30), aveva avuto il coraggio,  nell’ autunno del 1956, di avviare in Ungheria un “Nuovo corso” (precursore diretto di quello, di 12 anni dopo,  di Dubcek a Praga), finendo poi impiccato, a giugno del ’58,  dal nuovo governo filosovietico di Janos Kadar.

“Abbiamo ricostruito con successo la Piazza del Parlamento. L’ultimo tassello sarà la ricostruzione del monumento delle vittime del terrore rosso. Così la piaga delle statue comuniste sarà sanata per sempre”. Questo l’annuncio che, mesi fa, il presidente del Parlamento Laszlo Kover, ideologo di Orban, in una riunione di partito aveva fatto ufficialmente, preannunciando, in qualche modo, la “purga delle statue”.  In molti, a Budapest,  avevano intuito che il riferimento era alla statua di Imre Nagy, leader della rivoluzione antisovietica del 1956: perché il monumento cui aveva  accennato Kover. dedicato ai martiri della prima Repubblica filosovietica d’ Ungheria del ’19- ’21 ( quella di Bela Kuhn)   sorgeva, prima della Seconda guerra mondiale, proprio nel punto della piazza dove nel 1996, nel centenario della nascita di Nagy, sarebbe stata poi eretta  la statua in sua memoria.

  Ritenuta evidentemente  “un obbrobrio” dal regime ultraconservatore e ultranazionalista di Orban. Da parte del quale, se si può capire la volontà d’ eliminare definitivamente i simboli pubblici del regime comunista ungherese (capire ma non  accettare, essendo troppo comodo, per un qualsiasi governo, cercar di liberarsi d’ un passato scomodo eliminando statue  ed edifici: la stessa, inaccettabile, furberia, “mutatis mutandis”, stava facendo, pochi anni fa, il socialista Zapatero in Spagna nei confronti dei simboli del franchismo, mentre in Italia, a onor del vero, nel dopoguerra nei confronti del fascismo fu tentata solo in parte), non si può assolutamente accettare, osserviamo, la visione politico-cuilturale, a dir poco rozza, che la ispira.

    Gli esponenti del governo Orban, infatti, negli ultimi tempi hanno bollato Nagy come “uno dei comunisti peggiori”. L’ accusano – peraltro non a torto –  di essere stato agente e collaboratore del Kgb sovietico durante lo stalinismo, sin dagli anni ’30. Ma un bravo politico ungherese non può ignorare che, nella memoria storica degli ungheresi, Nagy- di cui nessuno nega il passato comunista – resta, insieme all’ allora  comandante generale dell’ esercito magiaro, Pal Malèter – il primo  martire della rivolta del ’56. Il Premier che, diversamente dal suo imitatore del ’68 Dubcek, a fine ottobre del ’56 aveva avuto il coraggio di ripristinare ufficialmente il pluripartitismo, e proclamare addirittura l’ uscita dell’ Ungheria dal Patto di Varsavia ( da qui la brutale decisione sovietica d’ intervenire in Ungheria: presa, il 31 ottobre, dal Poliburo presieduto dal “destalinizzatore staliniano” Kruscev). Mentre, da  ministro comunista dell’ Agricoltura,  nel 1945 Nagy  (con molto piu’ coraggio, per fare un esempio, del suo omologo comunista italiano  Fausto Gullo, nel governo Badoglio del ’44)  aveva ordinato la distribuzione dei latifondi agrari fra i contadini, avviando una radicale riforma agraria  in un Paese segnato, sin dai tempi dell’ Impero asburgico, da vastissimi latifondi.

    Oltretutto, l’accanimento “neozapateriano”  del governo Orban confligge implicitamente, osserviamo, con un’ importante legge approvata pochi anni fa dal Parlamento ungherese: la quale, ricalcando singolarmente il meccanismo della recente legge italiana che persegue penalmente il negazionismo della Shoah, considera reato la negazione del passato comunista dell’ Ungheria.  Paradossalmente, infine, nel 1989 il giovane Orban aveva iniziato la sua carriera politica con un memorabile discorso proprio sulla tomba di Nagy, esaltandone le gesta come l’avvio del cambiamento democratico dell’Ungheria.

Ma oggi, Imre Nagy è diventato un personaggio scomodo per il governo di Orban, perché l’opposizione di sinistra si richiama continuamente all’eroe del ’56; mentre i veterani della rivolta antisovietica  hanno gridato allo scandalo, in un Paese in cui tuttora è giustamente vivissima la memoria dell’ “indimenticabile ’56”.

Al posto della statua sarà ricostruito. come accennavamo,  un monumento dell’ epoca antecedente alla Seconda guerra mondiale, consacrato alle vittime del ‘terrore rosso’ del 1919. Negli anni scorsi, sempre nella piazza antistante il Parlamento, è stato eretto un altro monumento,a Istvan Tisza, premier durante la I guerra mondiale persa dall’Ungheria: un conservatore di ferro cui Orban dice di ispirarsi. Mentre la statua di Mihaly Karolyi, primo Presidente della Repubblica democratica ungherese del 1918, è stata spostata. Sempre pochi anni fa, infine, era stata eliminata, ancora a Budapest, la statua del filosofo comunista Gyorgy Lukacs: sostituita però, dal governo, con un’altra dedicata , se non andiamo errati, a un ministro della Pubblica Istruzione nel governo filofascista anni ’40 dell’ ammiraglio Horty.

Insiomma,  la battaglia culturale e identitaria che Orban conduce da anni contro i valori del liberalismo e della sinistra ungheresi, nel dichiarato intento  di cambiare la memoria storica del Paese, poggia su basi culturali a dir poco contraddittorie e inconsistenti.Per nostra formazione non indulgiamo mai ai catastrofismi, ma, di questo passo, quale sarà la prossima mossa di questo governo? La riabilitazione ufficiale delle “Croci frecciate”, dei collaborazionisti ungheresi che – validamente ostacolati da due giganti come lo svedese Raoul Wallenberg ( rapito poi dai sovietici e mai ricomparso) e l’italiano, naturalizzato spagnolo, fascista critico, Giorgio Perlasca – aiutavano i nazisti a deportare gli ebrei ungheresi, nella Budapest del ’42- ’45?

 

 

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