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Differenze di genere nel mondo del lavoro

Perché le donne sono penalizzate?

Le differenze occupazionali e salariali continuano a rappresentare un problema sociale difficile da spiegare. Come mai le laureate percepiscono stipendi inferiori rispetto agli omologhi di sesso maschile? Perché nei vertici aziendali troviamo in percentuale nettamente maggiore dirigenti maschi?
Gli ultimi dati statistici forniti da AlmaDiploma e da AlmaLaurea sull’istruzione e sulla formazione universitaria degli studenti italiani riferiscono di una maggiore partecipazione femminile negli atenei italiani. Ancora, le studentesse, in media, si laureano in tempi più brevi e con voti migliori rispetto agli studenti. Insomma, per quel che riguarda la formazione culturale e professionale, il cosiddetto gender gap sembrerebbe non esistere. 
Nel momento in cui i neolaureati fanno il proprio ingresso nel mondo del lavoro, tuttavia, le carriere dei lavoratori avanzano a un ritmo più veloce: qui sorge il divario occupazionale e salariale che divide in due il mondo del lavoro. In poche parole: gli uomini fanno carriera e, di conseguenza, guadagnano di più; le donne, invece, hanno occupazioni meno prestigiose e sono maggiormente escluse dalle posizioni dirigenziali.

Dal diploma alla laurea: le studentesse sono più virtuose

Fin dagli anni del liceo, le ragazze ottengono risultati migliori. Dal Rapporto 2019 sul Profilo dei Diplomati di AlmaDiploma, gli indicatori sono inequivocabilmente in favore del “sesso debole”: il 92,3% delle studentesse supera gli anni senza ripetenze (87,7% il dato dei ragazzi) e il voto medio con il quale si diplomano è di 78,7/100 (è 75,2 per i ragazzi). Emergono inoltre differenze nella formazione extrascolastica. Il 17,5% delle ragazze è impegnato nel volontariato (il dato scende al 13,2% nei ragazzi) e sono ancora le giovani studentesse a intraprendere maggiormente percorsi di formazione linguistica, ottenendo così più attestati e certificazioni rispetto agli studenti (il 41,9% contro il 31,4%). Il Rapporto prende poi in considerazione altri indicatori, quali le esperienze internazionali, le attività culturali svolte nel tempo libero, la motivazione e la volontà di proseguire gli studi dopo la maturità: le studentesse sono più virtuose.

Il Rapporto 2019 sul Profilo dei Laureati (AlmaLaurea) ci dice che nelle università italiane la presenza femminile è maggiore (58,7%): le studentesse universitarie si laureano prima – il 55,5% finisce gli studi in corso, a fronte del 50,9% dei maschi – e con voti migliori (la media è di 103,7 su 110, quasi due punti in più rispetto agli studenti di sesso maschile). Un altro primato femminile riguarda la partecipazione a tirocini formativi e stage. Infine, il 25% delle donne iscritte all’università ha vinto una borsa di studio (contro il 21,2% degli uomini).

Laureati dell’anno 2018: voto di laurea per genere e gruppo disciplinare (valori medi in 110-mi). Fonte: AlmaLaurea 2019, Indagine sul Profilo dei Laureati.

L’ingresso nel mondo del lavoro

Vediamo ora il Rapporto 2019 sulla Condizione occupazionale dei laureati. Dopo cinque anni dal conseguimento della laurea magistrale, il tasso occupazionale delle donne è pari all’83%, quello degli uomini è più alto di sei punti percentuali (89%). Di questi, il 63% degli uomini ottiene un contratto a tempo indeterminato: lo stesso contratto è offerto solo al 52,6% delle donne. Su quest’ultimo dato, il Rapporto specifica che le giovani laureate tendono a cercare lavoro nel pubblico impiego e nel mondo dell’istruzione. E proprio il mondo della scuola non sarebbe in grado di garantire da subito una stabilità contrattuale.
Dal punto di vista retributivo, lo stipendio medio dei lavoratori neolaureati è di 1688 euro netti, mentre le lavoratrici a cinque anni dalla laurea guadagnano in media 1444 euro netti.
A cinque anni dal titolo magistrale, un lavoro a elevata specializzazione è svolto dal 46,8% delle donne e dal 55,5% degli uomini.
Se le donne hanno figli, la situazione cambia (in peggio): il tasso occupazionale scende al 62,4%, con una differenza di 27,3 punti percentuali rispetto ai maschi. Aumenta anche il divario salariale, calcolato sempre considerando lo stesso ambito disciplinare:

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Laureati magistrali biennali dell’anno 2013 occupati a cinque anni dal conseguimento del titolo: retribuzione mensile netta per genere e gruppo disciplinare (valori medi in euro). Fonte: AlmaLaurea 2019, Indagine sulla Condizione occupazionale dei Laureati.

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La teoria della coerenza con il ruolo e gli stereotipi di genere

Generalmente è l’uomo a ricoprire le posizioni di massima leadership. Oggi è difficile spiegare come mai ciò avvenga. Apparentemente, ragazzi e ragazze hanno le stesse opportunità formative: lo dimostrano i dati soprariportati, che evidenziano altresì la migliore performance delle studentesse. Quello che accade dopo, però, è meno chiaro: si può davvero spiegare questa differenza di genere esclusivamente chiamando in causa la maternità e le sue conseguenze? Se così fosse, la questione potrebbe risolversi con provvedimenti ad hoc, in grado di assicurare un sostegno alle madri lavoratrici (un esempio: un servizio pubblico di asili nido in grado di soddisfare la domanda).
La psicologa Alice Eagly ha parlato di un fenomeno definito soffitto di vetro. Le studentesse brillanti si diplomano, si laureano, entrano nel mondo del lavoro e iniziano a fare carriera. Fino a un certo punto. Man mano che avanzano nella loro scalata professionale, si avvicinano progressivamente a una barriera invisibile, un «soffitto di vetro». Non si vede, eppure c’è. La Eagly, per spiegare il funzionamento di questo fenomeno, ha proposto la teoria della coerenza con il ruolo: gli stereotipi di genere ci hanno abituati a considerare gli uomini come individui attivi (assertivi e dominanti) e le donne come individui devoti (affettuosi, gentili, protettivi: il gentil sesso, il sesso debole). Se pensiamo alla leadership, i nostri schemi mentali ci suggeriscono che tale ruolo richieda un individuo attivo, in corrispondenza con uno stereotipo maschile.
Gli studiosi Bowles e McGinn suggeriscono l’esistenza di quattro barriere principali per le donne che rivendicano autorità: 1) l’incoerenza con il ruolo proposta da Eagly; 2) la mancanza di esperienza nel dirigere; 3) la responsabilità della famiglia; 4) la mancanza di motivazione: le donne non sono affamate di “leadership” come gli uomini.
Prendendo in considerazione la quarta barriera, come mai le donne non bramano così tanto la leadership? Una risposta potrebbe essere questa: la minaccia dello stereotipo. In parole semplici, le donne soffrono inconsciamente una sorta di invisibile pressione sociale: quando si tratta di rischiare, hanno paura di confermare lo stereotipo che le ha sempre considerate inadatte al ruolo dirigenziale.
I membri di un gruppo stigmatizzato conoscono esattamente gli stereotipi negativi che gli altri hanno nei loro riguardi e sperimentano la minaccia dello stereotipo: nei compiti di vero interesse, temono di poter confermare attraverso il proprio comportamento gli stereotipi; temono cioè che il proprio comportamento incarni una profezia che si avvera (profezia che si autoavvera).
Queste preoccupazioni non solo incrementano l’ansia, ma possono anche pregiudicare la qualità dell’esecuzione (un esempio: gli afroamericani provenienti da situazioni familiari svantaggiate, quando eseguono i test di valutazione per l’ammissione all’università, ottengono in media punteggi inferiori rispetto ai connazionali bianchi).
La psicologia sociale ci fa riflettere sul disagio sociale che una donna può provare, spesso inconsciamente. Al di là delle questioni di leadership, però, rimane ancora una questione irrisolta: perché una donna, a parità di mansione, percepisce un salario più basso? Come mai fatica a ottenere una stabilità contrattuale? Infine, la domanda più importante di tutte: quando (e come) si risolverà questo imbarazzante problema sociale?

 

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L’articolo qui proposto è stato pubblicato in data 7 marzo 2021 sulla testata giornalistica International Web Post, diretta dal giornalista Attilio Miani. Il magazine online di informazione è edito da “Azzurro Italia – Movimento per il Territorio e la Vita”. La Consul Press  ha in passato intervistato il giornalista e direttore responsabile Attilio Miani, rivolgendo particolare attenzione e interesse alla mission della associazione Azzurro Italia.

Lavoro, psicologia, donne, genere, gender gap, uomini

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