Follia (Asylum) – Patrick McGrath

Ancora un libro commentato dallo scrittore Magnus Torque: Follia (Asylum, 1996) di Patrick McGrath, talvolta classificato come narrativa erotica e da cui è stato tratto l’omonimo film nel 2005. 

Addentrarsi nei meandri di questo romanzo è come intraprendere un viaggio inaspettato nei turbamenti della psiche umana. La lettura permette di aprire una piccola fessura nel paludato velo della psicanalisi, da cui poter osservare un mondo in cui le strutture logiche della coscienza e i rapporti fra individui, sembrano non più obbedire alle convenzioni che si è abituati a considerare il fondamento etico e comportamentale dell’essere umano.

I pilastri della narrazione si fondano sull’equilibrio fra le vicende di tre personaggi, i quali rappresentano tre mondi nettamente separati sia dal punto di vista sociale che psicologico, ma che il lettore vede via via compenetrarsi in un crescendo di emozioni derivanti dal dramma che si costruisce sempre più concretamente dopo ogni pagina.

Uno dei tre, merita la menzione iniziale, è il Dottor Peter Cleave, psichiatra ormai vicino al termine della sua carriera, da cui l’autore fa partire il resoconto.

Tutta la narrazione scaturisce dalle sue osservazioni tra le mura dell’ospedale in cui sono internati pazienti in stato detentivo. Si tratta infatti di una sorta di carcere di massima sicurezza per soggetti che, in stati psichici profondamente disturbati, hanno commesso gravi nefandezze. Le sue attente descrizioni accompagnano il lettore nei meandri di una catastrofica storia d’amore, come sottolinea lo stesso autore tramite il suo alter ego letterario.

Patrick McGrath

Il primo elemento del binomio di tale storia è proprio uno dei pazienti, Edgard Stark. Un uomo dal passato oscuro, uno scultore dalle brillanti capacità, un artista maledetto come si usa descrivere spesso questi personaggi. Ma è anche un uomo dalla mente profondamente disturbata, un uxoricida. Il suo delitto è stato talmente efferato e carico di un odio declinabile nella sua purissima forma bestiale, che chiunque riteneva, in quel lontano scenario di fine anni Cinquanta, di vederlo finire i suoi giorni fra le mura del penitenziario nosocomiale. Le sue azioni sono dettate dall’agitazione di una mente scaltra e pronta ad approfittare di qualunque situazione favorevole, pur di abbandonare quel luogo di disperazione.

E tale opportunità si presenta, come piovuta dal cielo, nei panni del secondo personaggio ascrivibile al binomio ardente cui abbiamo poco sopra accennato.

Stella Raphael è la moglie del vicedirettore dell’ospedale. Suo marito è un minuto burocrate il cui desiderio di proseguire la sua carriera nel sistema sanitario psichiatrico, lo ha da tempo reso quasi insignificante agli occhi della bellissima moglie. Stella infatti viene inizialmente presentata come la classica consorte insoddisfatta da una routine familiare vittoriana. Tutta tesa alla costruzione della figura femminile come “angelo del focolare”. E’evidente che da tempo cova questo malessere e l’occasione in cui la sua mente vacilla, travolta dalla passione per colui che in queste storie è il “cattivo ragazzo”, è proprio un ballo, organizzato dalla direzione dell’ospedale per stimolare le dinamiche sociali dei pazienti. Si tratta ormai di una tradizione a cui partecipa anche tutto il personale, famiglie comprese. E quell’anno, a volteggiare stretti in un abbraccio latore di foschi presagi, saranno proprio Stella e l’intraprendente Edgard il quale, grazie alla sua furbizia, è riuscito a ottenere uno status di sorveglianza meno stretta e può muoversi con una certa libertà all’interno del nosocomio.

Il loro incontro è travolgente. Stella sviluppa un’autentica ossessione per l’uomo che le sembra dotato di un fascino potente. Completamente al di sopra di ogni sua resistenza. Da quel momento la sua vita di moglie, di parte fondamentale della sua famiglia, nonché infine di madre, crolla in un caleidoscopio di emozioni irrefrenabili.

Ma qui la narrazione in qualche modo si confonde. Sappiamo che tutte le esperienze della protagonista sono filtrate dalla profonda analisi del Dottor Cleave, il quale racconta le peripezie affrontate dalla giovane e bellissima Stella, ritenendo il contenuto delle sedute di psicoterapia, a cui la sottopone, uno scorcio abbastanza attendibile di quanto accaduto durante l’evolversi di questa storia d’amore, cosi malata e venata da aspetti patologici non solo ossessivi, ma anche drammaticamente autodistruttivi.

Fino al punto in cui la linearità comincia a confondersi. L’autore gioca su una certa opacità narrativa che rende il punto di vista della donna, a tratti più diretto e consapevole, non più trasposto dagli occhi di un altro. Infatti la sua figura comincia a virare. Da essere umano sfortunato, caduto nelle grinfie di percezioni e sentimenti che non riesce a controllare, a consapevole regista della sua storia. Un’attenta manipolatrice che vuole raggiungere il coronamento della sua passione. E lo vuole ad ogni costo.

Natasha Richardson e Marton Csokas dall’omonimo film

In questo frangente si perde l’orientamento. La vittima non sembra più tale, ma questo ruolo in una certa misura viene assegnato agli altri due personaggi che si trovano immersi in un ambito che presenta diverse simmetrie con il dramma vissuto da lei. Stella non è più una comparsa passiva, ma diventa il fulcro su cui si incentra tutto il dramma passionale.

Come se non bastasse, l’ingombrante figura di, è proprio il caso di dire, un convitato di pietra, costituisce l’elemento metafisico che aleggia sulle vicende di tutti coloro che rimangono invischiati in questo abisso di follia. Ancora una volta l’arte è simbolicamente compenetrante. La maledizione di Edgard Stark, la sua passione per le forme femminili, si estrinseca nell’ossessione per Stella trasfigurata in una scultura, esattamente come Ruth, la moglie uccisa in un momento di frenesia paranoide. Ma ciò che viene creato è solo la testa. Un concentrato di estetica sfuggente, di una perfezione alterata, come la psiche dell’artista. Questo elemento scultoreo segue i protagonisti fino alla sconvolgente conclusione del romanzo, costituendo il punto di sovrapposizione fra tutte e tre le menti dei personaggi, poiché è proprio questo il tratto geniale dell’autore. L’intersecarsi della sua impossibile storia d’amore, prevedeva non un binomio, ma la comunione di tutte e tre le anime dei protagonisti.

“Per aspera ad astra”

Magnus Torque

 

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