I mille volti della violenza domestica
ai tempi del Covid-19″

I Mille Volti della “Violenza Domestica
 nuove emergenze e regimi di terrore ai tempi del Covid-19

una analisi di Alice Mignani Vinci (*1) 

L’emergenza Covid-19 ha fermato l’Italia, ha costretto le persone a rinchiudersi tra le mura domestiche. Per alcuni, anche sicure e confortevoli, ma per altri veri e propri teatri di orrore: là dove l’Italia si ferma, la violenza domestica corre sul filo della paura, anzi si esaspera. Per molti restare in casa diviene una vera e propria condanna agli abusi domestici. Regimi di terrore, dittature ingabbiate, tensioni che esplodono, e sovente uccidono.

Quando si parla di violenza domestica, il pensiero corre subito a donne che divengono preda dei loro aguzzini, mariti e compagni violenti. Ma la violenza assume forme, carnefici, e vittime differenti.  Poco rilievo viene dato alle situazioni reali e drammatiche di famiglie in cui vi sono soggetti con diagnosi psichiatrica, le cui reazioni, se non controllate, possono giungere a veri e propri raptus, atti aggressivi rivolti ai familiari che ogni giorno devono cercare di contenere, arginare agiti e pensieri folli degli stessi, frenare una degenerazione che è sempre dietro l’angolo.
Ma con l’emergenza legata al Covid-19, viene meno il monitoraggio da parte dei servizi territoriali, certe tensioni divengono incontenibili, e si arriva ad esiti tragici. E’ ciò che è accaduto a Roma in questi giorni, nel quartiere Laurentino, dove una madre è stata decapitata dal figlio di 19 anni, in seguito ad una tensione legata alla separazione in atto dei genitori: la violenza, quando è dietro l’angolo pronta ad esplodere in modo irrefrenabile, attende una scintilla, un pretesto, per manifestarsi in modo distruttivo.
E come in questo caso, definitivo. E nel Brindisino, a San Vito dei Normanni, sempre in questo periodo di quarantena, accade un altro evento analogo: un 23enne uccide la madre con cinque pugnalate al torace. Per futili motivi, sempre, un figlio pone fine alla vita di colei che la vita gliel’ha donata.
Sindromi psichiatriche, situazioni già pesanti di loro in tempi normali, sono degenerate in questi giorni di chiusura forzata nelle case: le case del conforto, per molti, degli affetti familiari; ma per altri, prigioni del terrore, teatri di paure, violenze e sopraffazioni.

La rete antiviolenza non deve fermarsi, così come i controlli e gli interventi dei servizi sociali e delle forze dell’ordine, ma non basta. L’unica salvezza per molte vittime di violenza, donne, minori, o chicchessia, è potersi allontanare fisicamente dai propri carnefici, fuggire, avere protezione concreta.
Un esempio positivo in tal senso, nella capitale, è la casa “Refuge” per persone LGBT, una struttura di accoglienza e protezione per giovani che hanno subito discriminazioni o violenze causate dalla propria identità sessuale. Si un rifugio, una via di fuga, perché molto spesso, non si riesce a salvarsi in tempo, le forze dell’ordine intervengono quando è troppo tardi, quando qualcuno ci ha rimesso la vita, perché è stata pronunciata una parola di troppo, perché il raptus aggressivo è stato incontenibile. Fuggire, allontanarsi, essere tutelate concretamente: questo è ciò che serve alle vittime di violenza, ora costrette alla vicinanza con i loro persecutori, ancor più a causa delle restrizioni legate al coronavirus.
La salvezza è appesa al filo della speranza di potersi allontanare e sottrarre dai regimi di terrore che si annidano tra le mura domestiche, da quella violenza “sommersa”, celata, che rende le case delle vere e proprie prigioni dove regna la paura.

(*1)  Dr.ssa Alice Mignani Vinci
Assistente Sociale e Criminologa

 

 

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