Il declino (?) del Natale

NATALE… Addio!

IL PROBLEMA – Per anni ci siamo interrogati sul senso del Natale, ci si divideva tra i sostenitori della festa consumistica e quelli che le davano un senso molto più religioso. Il Natale, tuttavia, non è mai stato in discussione. Inizia ad essere messo in discussione negli ultimi 5-6 anni, perché alcuni iniziano a considerarlo quasi una festa da supremazia culturale ed allora, per non urtare le suscettibilità di altre culture e religioni, si tende a trasformarlo in una “festa delle feste”

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Hanno iniziato gli inglesi, il cui governo non invia auguri di Natale ma genericamente di “buone feste”, per finire al dirigente scolastico di una scuola di Milano che ha invitato gli studenti a celebrare “la grande festa delle buone feste”. In molte scuole e luoghi di ritrovo sta diminuendo l’iconografia natalizia, il presepe sta diventando sempre meno presente, per non mettere in difficoltà le altre religioni si dice e queste “altre religioni” sono poi quasi sempre l’Islam.

In questo ragionamento si riconoscono due ipocrisie:

  1. anche i musulmani accettano la nascita di Gesù avvenuta senza peccato da Maria (non accettano la morte e la    resurrezione ma questa è un’altra storia) e anche se per molti sarebbe haram (vietato) fare gli auguri ai cristiani, di sicuro dal Natale non sono infastiditi;
  2. Per secoli i cristiani hanno sbattuto sul muso degli ebrei il Natale ed ora si scoprono “religious correct” con gli islamici.

Appare più probabile che la poca religiosità della popolazione si stia trasferendo verso le celebrazioni natalizie. Non è il rispetto verso l’altro (anche se non si capisce quale mancanza di rispetto sia festeggiare una festa religiosa propria) che sta distruggendo il Natale ma il non interesse verso il significato religioso che lo sta annichilendo. In questa ottica si deve considerare l’equiparazione del Natale a Yule (festa pagana), come se fossero la stessa festività, come se fossero intercambiabili.

LA NASCITA DEL NATALE  – Il Natale è vissuto, nel sentimento popolare, come la festa più importante e attesa dell’anno. In realtà, dal punto di vista strettamente liturgico, l’evento più importante per il cristiano è la Pasqua, in quanto il Cristo Risorto, ovvero un uomo che risorge in carne ed ossa, è ciò che rende unico e straordinario il messaggio evangelico. Il Natale, allora, non va considerato come il ricordo di una data di nascita ma come una vera e propria celebrazione di un evento che, a compimento del percorso, porterà alla Salvezza dell’uomo. Il cristianesimo, fin dalle origini è sempre stato proiettato verso ciò che c’è dopo la morte, la nuova vita, tanto è vero che il dies natalis nel calendario dei Santi, non ne ricorda il giorno di nascita ma il giorno della morte. La scelta convenzionale del 25 dicembre è divenuta, soprattutto negli ultimi anni, bersaglio di attacchi che vorrebbero non solo sminuire l’importanza della festa in sé, ma anche mettere in dubbio la figura storica di Gesù e di tutto il cristianesimo. Addirittura si sostiene che Cristo altri non sarebbe che una “copia” della divinità pagana Mitra, che festeggerebbe la sua nascita il 25 dicembre, dimenticando che le prime notizie sulla figura di Mitra risalgono al II secolo dopo Cristo, ben dopo i Vangeli. Altre correnti riconducono la festa alla celebrazione dei Saturnalia che, per inciso, cadevano tra il 17 e il 23 dicembre, e non si capisce perché si sarebbe dovuto far cadere il Natale due giorni dopo la fine dei festeggiamenti. L’ipotesi più credibile è che la data sia stata scelta ispirandosi al dies natalis Solis Invicti, ovvero alla festa pagana che celebrava il Sole Invitto. Non si capisce perché questa possibilità dovrebbe mettere in imbarazzo i cristiani o, peggio, far tacciare il cristianesimo di asservimento al paganesimo. Ogni religione, infatti, non è un oggetto non definito vacante nel nulla ma è frutto di una cultura e di una storia.

Nel 336 d.C., anno in cui appare ufficialmente la data del 25 dicembre, si stava facendo il primo tentativo di calendario liturgico; siamo a soli 20 anni dall’editto di Costantino (313 d.C.) che sancisce la libertà di culto dei cristiani, a soli 10 anni dal concilio di Nicea (325 d.C.), ovvero dal primo concilio ecumenico. I cristiani, in pochi anni, sono passati da un popolo perseguitato che doveva celebrare il proprio credo di nascosto, a una religione riconosciuta che doveva ristrutturarsi in modalità pubblica. È normale che abbia dovuto assumere delle caratteristiche, anche nel linguaggio (si pensi alle parole pontefice, sacerdote, all’aureola dei santi), frutto della cultura nella quale si è sviluppato, in un percorso di trasformazione, integrazione, rafforzamento tipico di tutti i processi di inculturazione di una religione. Affronta questo tema, nel 2006, papa Ratzinger[1]: «Il mondo in cui sorse la festa di natale era dominato da un sentimento che è molto simile al nostro […]. Il 25 dicembre, al centro com’è dei giorni del solstizio invernale doveva essere commemorato come il giorno natale, ricorrente ogni anno, della luce che si rigenera in tutti i tramonti […] Quest’epoca, nella quale alcuni imperatori romani avevano cercato di dare ai loro sudditi in mezzo all’inarrestabile caduta delle antiche divinità, una fede nuova con il culto del sole invitto, coincide col tempo in cui la fede cristiana tese la sua mano all’uomo greco-romano. Essa trovò nel culto del sole uno dei suoi nemici più pericolosi. Tale segno, infatti, era posto troppo palesemente davanti agli occhi degli uomini, in maniera molto più palese e allettante del segno della croce, col quale procedevano gli araldi cristiani. Ciononostante, la fede e la luce invisibile di questi ultimi ebbero il sopravvento sul messaggio visibile, col quale l’antico paganesimo aveva cercato di affermarsi. Molto presto i cristiani rivendicarono per loro il 25 dicembre il giorno natale della luce invitta, e lo celebrarono come natale di Cristo, come giorno in cui essi avevano trovato la vera luce del mondo. Essi dissero ai pagani: il sole è buono e noi ci rallegriamo non meno di voi per la sua continua vittoria, ma il sole non possiede alcuna forza da se stesso. Può esistere e aver forza solo perché Dio lo ha creato. Esso ci parla quindi della vera luce, di Dio. E il vero Dio che si deve celebrare, la sorgente originaria di ogni luce, non la sua opera, che non avrebbe alcuna for­za da sola»

1200px-Nativity_tree2011IL SIGNIFICATO DEL NATALE CRISTIANO – L’oscurità del tempo si fa luce per lo spirito. Questa è un’ora d’intensa  meditazione. La singolarità della cerimonia (l’ora notturna, l’oggetto della celebrazione, cioè il Natale, l’incidenza che questa festività ha sul costume familiare e sociale…) ce lo ricorda con forza. La veglia in questo momento è d’obbligo, e tutti ci vuole attenti. Ma che cosa meditiamo? Noi meditiamo la nascita di Gesù Cristo nel mondo, avvenuta a Bethleem di Giudea, nota come la città di David, nelle circostanze che tutti conosciamo. Noi abbiamo davanti agli occhi dell’immaginazione il quadro dell’avvenimento. Si riflette così, si rinnova, come figura in uno specchio, in ciascuna delle nostre anime, e in forma mistica e sacramentale con misterioso realismo. Qui Cristo sarà con noi. Uno speciale fascino contemplativo arresta la nostra attenzione, e la nostra attenzione può prendere due vie. Una quella della scena storica e sensibile, rievocata dai Vangeli; è la scena del presepio, la scena idilliaca del misero alloggio di fortuna, scelto dai due pellegrini, Maria e Giuseppe, per questo maturo avvenimento, una nascita; tutto c’interessa: la notte, il freddo, la povertà, la solitudine; e poi l’aprirsi del cielo e l’incomparabile annuncio angelico, e il sopravvenire dei pastori. La fantasia ricostruisce i particolari; è un paesaggio arcadico, che sembra familiare, per una storia incantevole. Tutti diventiamo bambini, e gustiamo un momento delizioso. Ma la nostra mente è attratta da un’altra via di riflessione, quella profetica. Chi è Colui che è nato? L’annuncio risuona preciso nella notte stessa: “è nato oggi per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”. Subito l’avvenimento assume una meravigliosa qualifica, quella d’una meta raggiunta. Davanti a noi non è solo un fatto sempre grande e commovente, quello d’un nuovo uomo, che entra nel mondo (Cfr. Io. 16, 21), ma è una storia, un disegno che attraversa i secoli, comprende eventi disparati e distanti, fortunati e disgraziati, che descrivono la formazione d’un Popolo, e soprattutto la formazione in lui d’una coscienza caratteristica e unica, quella d’un’elezione, d’una vocazione, d’una promessa, d’un destino, d’un uomo unico e sommo, d’un Re, d’un Salvatore; è la coscienza messianica. Facciamo bene attenzione a questo aspetto del Natale. Esso è un punto d’arrivo, che svela e attesta una linea, precedente un pensiero divino, un mistero operante nella successione dei tempi, una speranza indefinita e grandiosa, custodita da una piccola frazione del genere umano, ma tale da conferire un senso al cammino inconscio di tutte le genti (Cfr. Is. 55, 5).

Il Natale di Cristo segna sul quadrante dei secoli il momento fatidico del compimento di questo piano divino, librato, sicuro sopra il torrente tumultuante della storia umana, e segna quella “pienezza dei tempi”, di cui parla S. Paolo (Gal. 3, 4; Eph. 1, 10), ed in cui si osserva una convergenza dei destini umani; si avvera la lontana profezia d’Isaia: «Ecco ci è nato un bambino, ci è stato dato un figlio; e il principato è stato posto nelle sue spalle, e sarà chiamato col nome di ammirabile, di consigliere, Dio, forte, padre del Secolo futuro, principe della pace. Il suo impero crescerà, e la pace non avrà più fine. Siederà sul trono di David e sopra il suo regno, per stabilirlo e consolidarlo nel giudizio e nella giustizia, da adesso e in perpetuo» (Is. 9, 6-7). Sì, sopra questo bambino, che è Figlio di Dio e figlio di Maria, nato sotto il regime della legge mosaica (Gal. 4, 4), arriva tutta la tradizione trascendente, di cui Israele era portatore; ed in Lui si rigenera, si trasforma e si diffonde nel mondo. Questo piccolo Gesù di Bethleem è il punto focale della storia umana; in lui si concentra ogni cammino umano, sfociando su quello rettilineo della elezione dei figli di Abramo, il quale vide da lontano, nella notte dei secoli, questo futuro punto luminoso, e, come Cristo stesso ci confidò: “vide ed esultò” (Io. 8, 56). Ed il prodigio continua. Proprio come avviene dei raggi che si fondono in un punto focale, e poi da questo punto si riaprono in un nuovo cono di luce, così la storia religiosa dell’umanità, cioè la storia che dà unità, senso e valore alle generazioni, che si moltiplicano e si agitano e marciano a testa bassa sulla terra, ha la sua lente in Cristo, che tutta la assorbe quella passata, e tutta la rischiara quella futura, fino all’estremità del tempo (Cfr. Matth. 28, 20). Questa visione del Natale, che è la vera, è specialmente per tutti noi. Celebrare il mistero del Natale, è per tutti motivo di riflessione sulle sorti del mondo. Esse sono collegate con l’umilissima culla, in cui è adagiato il Verbo di Dio fatto carne; anzi queste sorti, per le quali molti lavorano a titolo altamente qualificante, ne dipendono: dove arriva quell’irradiazione cristiana e che si chiama Vangelo, arriva la luce, arriva l’unità, arriva l’uomo non più a testa bassa, ma in piena statura erta, arriva la dignità della sua persona, arriva la pace, arriva la salvezza. Egli è venuto per noi, non contro di noi. Non è un emulo, non è un nemico; è una guida per il nostro cammino, è un amico. Per tutti; ciascuno può ben dire: per me. Certamente il Natale ci narra che il confronto tra i due mondi, del passato e del presente, è veramente appassionante e commovente. Potevamo contare sul nostro senso di responsabilità e su quello dei ragazzi più grandi. E un adulto che ti dava una mano l’avresti sempre trovato. Non una mano sul sedere… E poi arrivava Natale. Il ricordo quest’aria di religiosità, anche nelle persone, nelle parole, nei discorsi. Narra però la fiaba che la sacralità, da quei giorni, è lentamente scivolata nell’immaginario tecnologico. E da lì non è più riuscita, almeno sino ad ora, a risalire.

IL NATALE NASCOSTO – L’adorazione del progresso tecnico ed economico ha frantumato il senso della collettività e dei suoi riti di rigenerazione dell’amore e del dono. La società che abbiamo oggi è caratterizzata dalla disgregazione atomistica della comunità oltre al fatto che che il multiculturalismo rappresenti l’inestimabile ricchezza di una grande nazione. Chi ha osato dissentire è stato immediatamente bollato come becero xenofobo. Il Natale, come è ovvio, incorpora nel corso dei secoli elementi estranei alla celebrazione religiosa: fa parte della nostra cultura. La sua parte centrale, Dio che si fa uomo e inizia un percorso con l’umanità che lo porterà a sacrificarsi per l’uomo, non è intaccata da richiami pagani (come l’albero o le luci). Il Natale ci ricorda le nostre origini ed in quanto festa comunitaria, anche il nostro comune destino. Per questo perdere il Natale (ed il suo significato religioso) anche da atei, vorrebbe dire perdere un po’ di noi stessi e della nostra cultura che è l’unico collante della società europea. Mai come oggi la sopravvivenza dei popoli europei è legata allo spirito del Natale.

BUON  NATALE !

da parte di Leandro Abeille, Sara Cordella e Don Pierluigi Vignola


[1] J. Ratzinger, Chi ci aiuta a vivere? Su Dio e l’uomo, Queriniana 2006

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Leandro ABEILLE

Giornalista, Saggista Libero Docente in problematiche internazionali, militari e sociali.

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