giovedì, 21 20 Novembre19

Il Fascismo all’attacco della borghesia:
la rivoluzione antiborghese di Cristian Leone

La “Storia di una Rivoluzione Antiborghese  di  Cristian Leone 
  in una analisi di FRANCESCO CARLESI  

«La polemica antiborghese non nasce confusamente e all’ improvviso, ma è il risultato dell’originaria natura rivoluzionaria del fascismo. (…) All’homo oeconomicus il fascismo cerca di sostituire l’uomo integrale (…) vuole distruggere l’identità ricchezza-valore e fondare il nuovo Stato sul valore-uomo».
Questa breve citazione esemplifica la chiave interpretativa di un recente e prezioso saggio che torna sul periodo tabù della nostra storia: “Fascismo: storia di una rivoluzione antiborghese” – opera del giovane studioso Cristian Leone, presentata presso la Libreria Europa il 26 Ottobre u.s.

Il fascismo all’attacco della borghesia 
L’autore ci fa immergere in un’epoca lontana ripercorrendo le polemiche e le passioni che animarono gli anni ’30, individuando nell’attacco alla borghesia, intesa da molti come «malattia morale», brama di  arricchimento personale che impedisce l’adesione sincera a una prospettiva rivoluzionaria, uno degli aspetti centrali dell’ideologia fascista che aspirava alla creazione di una «nuova civiltà». Il gradualismo, i compromessi, lo strapotere industriale che caratterizzano le prime fasi del regime lasciano insoddisfatti tanti giovani che puntano a cambiare profondamente la società italiana e l’economia capitalistica.

Rivoluzione continua 
Leone passa in rassegna tutti gli ambienti che entrano in polemica con i vecchi equilibri e con la «borghesia» per fondare un nuovo ordine basato sulla «mistica del lavoro» e sulla partecipazione organica dei produttori alla politica della nazione.  Negli ambienti sindacali e corporativi si distingue Sergio Panunzio, che parla di «umanesimo sociale del lavoro» già nel ‘41.
C’è poi la Scuola di mistica fascista, animata da Nicolò Giani, che critica apertamente la corruzione e le esitazioni di molti esponenti di punta del regime, che vogliono bloccare qualsiasi prospettiva di rivoluzione sociale che metterebbe a rischio i loro privilegi. In questo ente nasce e cresce una gioventù di studiosi che vuole coniugare pensiero e azione vivendo i principi della «rivoluzione continua» concretamente, in maniera disinteressata, pronti a sacrificare tutto per la patria. «Rivoluzione per il bene di tutti e non già per lo sporco utile proprio», scrive Guido Pallotta, il “gerarca con il sorriso” che sarà uno dei più interessanti esponenti di questo ambiente. 
Lo spirito libertario è caratteristico poi di Berto Ricci, che si batte contro il classismo per l’accorciamento delle distanze sociali, mettendo in discussione non solo il capitalismo ma anche l’inviolabilità della proprietà privata. Con L’Universale Ricci anima una delle tribune più ricche dell’epoca, diventando poi uno dei brillanti giovani che, collaborando con Gerarchia, rilancia i temi antiborghesi su impulso dello stesso Mussolini. Gli articoli di Sulis, Pavese e Dionisi si scagliano contro la speculazione internazionale e l’idolatria del mercato in favore della giustizia sociale, con parole forti e spregiudicate. D’altronde il Duce, già con un discorso nelle seconda Assemblea quinquennale del regime datato 1934, aveva cercato di imprimere una decisa sterzata in senso sociale alla politica del regime.

Il lavoro soggetto dell’economia 
A fronte di molte criticità, non mancheranno diversi risultati, dalla legge bancaria all’assalto al latifondo, fino a tre passi di estremo rilievo compiuti nel 1939: Campagna sindacale, Camera dei Fasci e delle Corporazioni e Carta della Scuola. In tutti e tre si respira l’idea di fare del lavoro il «soggetto dell’economia» creando nuove forme di Stato sociale, di rappresentanza e partecipazione, in una cornice etica e totalitaria. 
Nel «terzo tempo» della rivoluzione non mancano diversi aspetti deprecabili come la campagna razzista, affrontata e contestualizzata da Leone in maniera matura. Il quadro offerto dall’autore spazia infine dalle opere “squadriste” di Gallian alle aspirazioni universalistiche del fascismo, fino ad autori come Bombacci, Solaro e Mezzasoma, che morirono consapevolmente nel ’45 per non abdicare ai loro principi, tenendo fede a quello che Pallotta aveva scritto quattro anni prima: «L’ideale? Al diavolo! Nessuno ci crede più. E se qualche solitario ci crede, viene definito un imbecille che amoreggia con la luna. Noi apparteniamo ancora a questo esiguo manipolo di sognatori».

Francesco Carlesi

 

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