lunedì, 9 20 Dicembre19

Il rapporto tra cinema e territorio… da Campora ad Albanella

UN TERRITORIO TUTTO DA SCOPRIRE CHE CONIUGA “MOTION” ED “EMOTION”

Il Cilento è davvero un territorio tutto da scoprire. La topofilia (dal greco topos ‘luogo’ e philia ‘amore’) assume una funzione creativa in grado di utilizzare al meglio l’intensa ed emblematica scrittura per immagini della Settima Arte. Il valore drammatico ed evocativo della tecnica cinematografica non è riuscito però mai a cogliere, sino ad adesso, l’intrinseca, peculiare natura di quell’area montuosa della Campania, al di là del fiume Sele. Il remake del blockbuster transalpino Bienvenue chez les Ch’tis di Dany Boom ha certamente incuriosito gli spettatori accorsi in sala.

Santa Maria di Castellabate è stata scelta in Benvenuti al Sud di Luca Miniero per sostituire Bergues, il comune situato nella regione dell’Alta Francia eletta a location per il film distribuito in Italia col titolo Giù al nord, e anteporre l’arguzia parodistica, a tinte romantiche, agli affanni esistenziali e alla cupezza delle meste opere d’impegno civile. Il passaggio, tuttavia, dalla superficialità di ‘vedere’ al profondo ‘guardare’ è svaporato a favore dell’inutile bozzetto del dialetto. Le maniere spigliate, ricevute in eredità dalla commedia dell’arte che dirama il gioco degli equivoci in chiave sentimentale, sono servite unicamente, a livello di marketing, per trasformare il teatro a cielo aperto in provincia di Salerno in una destinazione turistica. Nondimeno l’interazione tra ‘motion’ ed ‘emotion’, capace di convertire gli spettatori nella categoria dei ‘cinenauti’, avvezzi a viaggiare grazie ai fattori seducenti degli spazi geografici eletti ad attanti diegetici veri e propri, risulta tuttora inerte.
Pier Paolo Pasolini riuscì, al contrario, in Accattone a rendere poetici persino i cumuli d’immondizia e i depositi di rottami sparsi nei prati del Pigneto, giacché seppe trascendere i limiti paesaggistici connessi all’inane carineria dei colpi di gomito. Il coraggio, invece, di esibire il degrado ambientale, insieme al richiamo pittorico di Piero Della Francesca, permise al motivo plastico e figurativo di diventare un saldo ed erudito motivo introspettivo. Purtroppo registi della levatura di Pasolini sono assai rari. Il rapporto del borgataro Vittorio, detto Accattone, con l’allora “biondo Tevere”, dove s’immerge per scommessa, va ancor oggi sotto pelle. L’ironia dei dialoghi, frammisti in filigrana alla correlazione oggettiva tra humus ed esseri umani, rimane una best practice che unisce il rispetto per la verità psicologica con l’attento esame comportamentistico e l’attitudine dei legami di suolo a riverberare l’altalena degli stati d’animo nascosti dalle compiaciute bravate.

Ragazzino: Aò! Ma che te butti co’ tutto l’oro addosso? ‘N t’a levi ‘a catenina e li bracciali? 
Accattone: None! Vojo morì co’ tutto l’oro addosso, come i faraoni!

Ragazzino: Ma daccelo a noi!  
Accattone: Si volete l’oro v’o venite a pesca!

Uomo: M’ha preso er torcicollo! Te vo’ buttà?! 
Accattone: Daje, va. Damo soddisfazione ar popolo. [si tuffa nel fiume dopo essersi fatto il segno della croce]

Il fiume Sele invece, oltre a costituire la più ragguardevole sorgente idrica del Mezzogiorno d’Italia, conserva un potenziale che i vari elementi filmici, padroneggiati dagli autori con la “A” maiuscola, riuscirebbero ad appaiare ai tocchi giocosi, alle note intimiste, al respiro conferito dai suoni diegetici ed extradiegetici estranei alla semplice registrazione, nuda e cruda, degli eventi. Ed è senz’alcun dubbio un evento il rito della vagnatura nel Sele. Avviene ogni anno a Contursi Terme quando i pastori cilentani conducono le pecore nella parte del fiume che dona maggior lucentezza al loro manto. 

Conformemente alle doti altresì lenitive delle acque sulfuree, il bagno collettivo rappresenta un colpo d’occhio in possesso dei coefficienti spettacolari cari agli spettatori dai gusti semplici. Il desiderio di concordare l’immaginazione delle masse, attraverso l’accumulo d’ingenui stupori, ha modo di compiere un salto di qualità piuttosto rilevante con l’ausilio di riprese oblique, di scavalcamenti di campo, d’ipnotiche lentezze e correzioni di fuoco da un soggetto all’altro che veicolano l’interesse del pubblico accrescendone la scala dei concetti sistematici.
Il livello di coinvolgimento va a farsi friggere allorché la fallacia descrittiva dei servizi della National Geographic sottrae forza significante alla preziosa mitopoiesi degli spazi attivi. Nell’incipit del noto romanzo storico I promessi sposi il pur dotto Alessandro Manzoni trascina infatti nell’ovvio il timbro d’autenticità degli squarci vedutistici: «Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien quasi a un tratto, tra un promontorio a destra e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda ricomincia per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian  l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni …».

La fragranza della schiettezza di Giovannino Guareschi, in tal senso, è ben altra cosa. Il Papà letterario di Don Camillo agli inani resoconti particolareggiati del maestro lombardo – dai monti (il San Martino e il Resegone) ai torrenti (il Gerenzone, il Caldone, il Bione), al fiume Adda con le rive connesse a Lecco dal celeberrimo ponte Azzone Visconti, conosciuto ugualmente come Ponte Vecchio – privilegia l’antidoto alle cosiddette ‘banalità scintillanti’.

Il proemio dell’adattamento per il grande schermo del suo scanzonato ma incisivo romanzo Mondo Piccolo, impreziosito dal linguaggio di presa immediata impiegato per introdurre il paese di Brescello, è lampante sotto quest’aspetto: «Ecco il paese, ecco il piccolo mondo di un mondo piccolo piantato in qualche parte dell’Italia del Nord. Là in quella fetta di terra grassa e piatta che sta tra il fiume e il monte, fra il Po e l’Appennino. Nebbia densa e gelata l’opprime d’inverno, d’estate un sole spietato picchia martellate furibonde sui cervelli della gente e qui tutto si esaspera. Qui le passioni politiche esplodono violente e la lotta è dura ma gli uomini rimangono sempre uomini e qui accadono cose che non possono accadere da nessun’altra parte».

L’egemonia del parlare pane al pane e vino al vino sull’alta densità lessicale di facciata, snudando lo spirito della Bassa Reggiana, frammisto a un senso d’appartenenza alieno alle secche dell’enfasi di circostanza, funge da formidabile sprone per chiunque scorga la filmogenia del Cilento.

Il termine, filmogenia, coniato da Anna Olivucci, Responsabile della Marche Film Commission, che promuove lo sviluppo autoctono attirando registi di notevole estro nella regione natìa di Giacomo Leopardi, indica, secondo la sua artefice, “una caratteristica potenziale del territorio, da scoprire e definire”. “Può cambiare di segno, anche attraverso il tempo, a seconda dell’ottica particolare degli autori che interpretano ed animano il territorio (…) essa misura la rispondenza del territorio alla chiamata dell’autore”. Serve, perciò, uno status d’autorialità, che distingua dai meri mestieranti i cineasti decisi a orientare il nesso col territorio sulla base dell’idonea vena creativa, per permettere alla filmogenia di acquistare un ruolo di spicco assoluto.
I riferimenti al mare cristallino, al Parco nazionale del Cilento, ai Beni dell’Unesco lasciano, quindi, il tempo che trovano. Occorre, piuttosto, individuare determinati tratti distintivi, ravvisabili tanto nei fatali difetti quanto nei catartici pregi, ed evolvere l’idea di ‘attaccamento per un luogo’. A dispetto di chi deplora le persone che traggono partito dagli insegnamenti del passato, ritenendoli degli inguaribili brontoloni ‘fissati’ col declino dei tempi moderni, la Storia insegna molte cose da cui ripartire.

Lo dimostra la carte du pays de tendre con la quale Madeleine de Scudéry adornò il tomo Clélie – Histoire Romaine. I luoghi legati alle emozioni, sia negative ché positive, innescano la scoperta dell’alterità. Per arrivare a Tendre-surestime (l’amore fondato sulla stima) è necessario attraversare villaggi sconosciuti, familiarizzare con posti volti a emanare concetti da combattere (Il lago dell’Indifferenza sugli Scudi) o da acquisire (il rispetto in primis), comprendendo il codice segreto d’ogni sentimento.

Giuliana Bruno, professoressa di visual culture presso l’Università di Harvard, molto legata alle sue origini partenopee, nel testo saggistico L’Atlante delle emozioni tocca un punto nevralgico partendo dalla carte du pays de tendre. L’esperta docente definisce l’articolazione degli stati emotivi attaccati al paese della tenerezza «quel paesaggio particolare che l’immagine in movimento, vale a dire il cinema, ha trasformato in arte della mappatura».

Riferendoci, di conseguenza, a territori che, per una ragione o per l’altra, non hanno mai beneficiato dell’investitura a location, tipo per esempio Campora, la mappa affettiva e il mondo interiore fanno le veci delle bussole. Orientarsi nei boschi, all’interno dei torrenti Torno e Trenico, non significa fermarsi a contemplare faggeti, castagneti, querceti o cerreti, né le attigue colline calcaree, bensì creare un irrinunciabile rapporto di coalescenza con le caratteristiche piante, ad alto fusto, coi macigni color rosa, con i molteplici corsi d’acqua, con ogni piega antropologica ed etnologica ivi associata. Un po’ come nel film Witness di Peter Weir, che mostra il tran tran giornaliero dei contadini Amish, gli abitanti del comune montano si alzano alla buon’ora, mungono le vacche, portano le pecore al pascolo e tengono lontani i lupi col fucile. Gli screzi che talora si creano con alcuni ipocriti ambientalisti sconfinano dalle dimensioni reclamistiche degli operatori che intendono posizionare la zona ricca di rilievi nella mente degli ipotetici viaggiatori.

Stessa cosa per i bufalari della Piana del Sele. Le incomprensioni con la comunità sikh, che svolge le mansioni un tempo di competenza dei lavoratori locali, non mancano. Nondimeno, al pari degli sghignazzi dovuti ai pastori muniti di telefono cellulare, salutati comunque con riverenza dalla maggior parte della ‘vecchia guardia’, e all’abbigliamento degli ‘stranieri’ a bordo dei motorini nei poderi, avvengono pure dei riavvicinamenti in stile Don Camillo.
L’interazione tra interno ed esterno, ad appannaggio della geografia emozione gradita a Giuliana Bruno, procede così dalla teoria alla prassi. Se nei western i paesaggi percorsi da cavalli e bisonti concorrono ad accrescere il rischio dell’imprevisto, con la Frontiera promossa a contrassegno dell’aura contemplativa agli occhi del sergente di Balla coi lupi, desideroso di vederla prima dell’infausta scomparsa, nella Piana del Sele le bufale non rispecchiano le attuali fake news ma un prodotto di successo. Dietro le mozzarelle, esportate per l’intero globo, perdura un’umanità allergica alle luci della ribalta. Genuina, acre, dall’atteggiamento schivo e al contempo irruente. Sanguigno. Alle correnti d’antipatia, nei confronti dei nuovi arrivati, con il viso delle donne coperto dal velo e gli uomini nelle parate tradizionali intenti a sguainare le spade in difesa dei testi sacri, seguono momenti di fulgido accordo per la salvaguardia del suolo propizio.

Ad Albanella impazzano, viceversa, gli artisti di strada. Gli animali in via d’estinzione rientrano nella fisiognomica che inquadra nelle maschere neolitiche di stampo bucolico, affezionate ai secolari alberi d’ulivo, il tasso d’azzardo del futuro. Lo spauracchio dell’avvenire, poco avvezzo a conservare le piante di palme e di pino, già minacciate dai peli urticanti delle larve, cede il passo al turnover dell’invenzione con la perlustrazione. Dalle scogliere selvagge al Borgo San Cesareo a due passi c’è una filmogenia, ancora in nuce, da non prendere alla leggera. Nelle gote paffute delle donne di casa, nelle mani callose dei braccianti, nell’ospitalità degli allegri proprietari dei frantoi risiede un’umanità sensibile ai profumi dell’estate, infastidita dai professionisti del sorriso che imperano in televisione, nonché dagli esuberi di aggettivi dei romanzieri della domenica. La percezione del loro mondo fisico concede poche banalità. Ai moti d’affetto e di diffidenza corrisponde qualche eloquente silenzio.
Ci pensa il vento del Cilento a sottrarsi alle lusinghe della retorica paesaggistica ed entrare in confidenza con l’arte della memoria che setaccia i paesaggi concreti e quelli mentali per condurre la prospettiva razionalista lungo i binari della poesia. Basta e avanza per tenere gli spettatori inchiodati alla poltrona, nel buio della sala, sulla scorta d’immagini emozionali.
Spetta ai registi degni di tale nome cogliere i cortocircuiti della geografia interiore nelle terre inesplorate dal cinema.

MASSIMILIANO SERRIELLO

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