domenica, 22 Settembre 2019
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L’ Impero trans-oceanico dei Fast Food,
dall’ Atlantico al Pacifico

Negli U.S.A. i fast food fatturano oltre 200 miliardi di dollari annui

Negli Stati Uniti il fatturato dei fast food raggiunge quasi i 200 miliardi di dollari annui, cifra destinata a salire. Tra questi Mc Donald’s è al primo posto con quasi 98 miliardi. La competizione del Chinese Food inizia a calzare, anche se non sembra ancora creare problemi a catene grandi come imperi estesi in quasi tutti i paesi del mondo.


In un certo senso i dati riguardano quasi tutto il pianeta, i fast food ormai sono giunti ovunque, dal Pizza Hut davanti la piramide di Cheope, al McDonald’s vicino la Piazza Rossa di Mosca. La catena maggiormente popolare è il McDonald’s, con la sua storia, sorto nel 1937 a San Bernardino ad opera di due fratelli di origine irlandese. Scappati dal New Hampshire in California, per il fallimento della fabbrica di scarpe del padre, per tentare la fortuna che non avvenne nel cinema, finendo scritturati per pochi dollari, e non la ebbero nemmeno quando decisero di comprarsi un cinema con 750 posti, sbagliando i tempi, allestendo uno spettacolo di intrattenimento durante i periodi della grande depressione. Capirono che il cibo era necessario e si spostarono sull’alimentazione con il primo McDonald’s Barbeque.
Inizialmente – per via delle ragazze che servivano ai tavoli con pattini, quindi molto personale da assumere – non funzionò; poi grazie ai camionisti riuscirono a vendere con il sistema di catena di montaggio, quasi come una fabbrica, in pieno stile fast food.  Al quarto ristorante, aperto fuori San Bernardino, entrarono in contatto con Ray Kroc, che si mise in affari con loro in franchising, aprendo all’insaputa dei fratelli circa 298 filiali e nel 1955, con la somma di 2,7 milioni di dollari, rilevò l’intera attività dai fratelli McDonald, cambiando subito il nome ed il logo, eliminando la scritta “Barbeque”, nonché la storia della formazione del marchio, cancellando dalla stessa anche i fondatori, ingrandendosi a dismisura fino all’impero odierno di fatturati miliardari. La ricetta miliardaria del McDonald’s si basa sui prezzi economici, puntando da oltre trent’anni  sulle famiglie e i bambini, allargando il raggio di clienti.

Diversa la storia del Burger King, la seconda catena, “IL RE” ( per via della corona sul logo) che abbraccia un’ altra filosofia di fast food, con carne grigliata e prezzi di poco più alti. Una storia di alti e bassi, soprattutto molte delusioni all’estero, compresa quella di Milano per le vie dei paninari, aprendo nel 1998 in netto ritardo rispetto al McDonald’s e rispetto alla catena fast food tutta italiana dell’epoca, Burghy (prodotta dal marchio GS, presente dal 1979).
La storia vede protagonista sempre il McDonald’s, soprattutto perché uno dei fondatori, James Mclamore, conosceva  la vera storia della Barbeque McDonald’s di San Bernardino e raccontò al suo socio Dave Edgerton di quanto guadagno aveva intuito in un’attività del genere. Così nel 1954 nella città di Miami nasce il primo Insta Burger King (la sigla Insta venne successivamente tolta) e la prima macchina per milkshake fu venduta proprio da Ray Kroc. Una sorta di rito iniziatico, un lasciapassare per il successo. Il Burger King quindi seguì a grandi linee il modello McDonald’s apportando modifiche come il chopper, un panino con carne grigliata decisamente abbondante.

Il più grande impero del fast food ha quindi dato ispirazione a quello che è il secondo grande impero. Ma lo sviluppo dei fast food, soprattutto negli USA si è incentrata anche sul solo pollo come dimostra il KFC (acronino di Kentucky Fried Chicken, letteralmente pollo fritto del Kentucky), la fortuna lo ha fatto anche Wendy’s famoso per le sue porzioni ciclopiche e Taco Bell con la cucina messicana e soprattutto Tex Mex.
L’idea ha funzionato anche con la base di pizza, come Domino’s e Pizza Hut; strategia fallimentare ricercata negli anni ’80 da McDonald per frenare i cali serali dovute alle pizzerie, ma che si rivelò sbagliata per i tempi d’attesa troppo alti, non adatti a un fast food e nemmeno a un fast food nato per fare pizze. Spopolò Sbarro’s a New York, il fast food italiano di pasta e pizza. Le ciambelle di Dunkin’ Donuts affermano la comparsa ben riuscita di fast food dolci, come le cioccolate e i caffè di Starbuck.

I fast food hanno riscontrato negli Stati Uniti e nel resto del mondo un notevole successo, per via del cambiamento della società. Per la vita frenetica di città, di gente che non si può permettere di mangiare in casa per corse sul lavoro. Per i propri prezzi economici e la quantità di cibo servita in modo appunto fast (veloce). Con il passare del tempo hanno cercato sapori più grassi, connubi di endorfine rilasciate da formaggio fuso (effetti simili a dipendenza), hanno cercato di giustificare la quantità alla qualità, rendendosi concorrenziali coi ristoranti.

Negli ultimi trent’anni le 10 catene di fast food più famose del mondo hanno aumentato le calorie, il sale e le porzioni dei propri prodotti. I piatti sono aumentati del 226%, non alla ricerca di cibo salutare. I dessert hanno aumentato il corrispettivo calorico. Negli Stati uniti il 27% della popolazione sopra i vent’anni mangia almeno una volta al giorno nei fast food. L’obesità è un problema sempre più diffuso.

Anche in Italia, paese dell’alimentazione mediterranea, con il tipo di alimentazione patrimonio dell’umanità, hanno avuto successo, in maniera diversa rispetto ai paesi dove c’è un altro approccio con il cibo. I nuovi fast food tutti italiani, diversi dall’ormai estinto Burghy (creato come imitazione del Burger King), hanno cercato di immettere a questa mentalità il concetto di qualità, non rinunciando al nome di Fast Food Restaurant. Come testimoniano i nuovi marchi Roadhouse e Old Wild West.

In un modo dove la cucina salutista e vegana sono in aumento, dove anche il mercato di insetti si sviluppa fuori dall’Europa e sembra avere grandi risorse sull’impatto ambientale e vitaminico, l’impero dei fast food non retrocede la propria scalata. Qualche tentennamento ogni tanto, ma alla fine riesce ancora a spuntarla al grido di: “Quantità è meglio della Qualità”….. slogan che noi italiani, cultori del buon cibo, certamente non condividiamo.  

                                                                                                                                          om   Enrico Paniccia

 

 

 

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