La “Grande Guerra”

100 anni fa la grande guerra______________________di Alessandro RICCI

Fra poco meno di un mese saranno già trascorsi ben 100 anni dall’alba di quel giorno in cui, come recitava una famosa canzone, “Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il 24 maggio. L’esercito marciava per raggiungere la frontiera e far contro il nemico una barriera”

Quel giorno di quel lontano 1915 l’Italia, regnando sua maestà Vittorio Emanuele III, entrava in una guerra che, altri stati europei, avevano già iniziato nel mese di agosto dell’anno precedente. La scintilla che aveva provocato quella guerra, divenuta poi “mondiale”, era stato l’attentato avvenuto in Sarajevo, ove il giovane Gavrilo “Gavro” Princip con due soli colpi di rivoltella aveva assassinato l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austroungarico, e sua moglie Sofia.

La guerra, con una strage immane di combattenti da ambedue le parti, sarebbe terminata nell’inverno del 1918 con la vittoria dell’Italia e dei suoi alleati e con la sconfitta della Turchia, della Germania e dell’Austria-Ungheria che quella guerra l’avevano dichiarata. Furono chiamati alle armi, negli anni del conflitto, circa cinque milioni di uomini, ben ventisette classi di età, ovvero quasi tutte le classi dei nati successivamente alla breccia di Porta Pia ed il caso volle che a comandare quell’esercito dal 1915 al 1917 fosse il generale Luigi Cadorna, figlio del generale Raffaele Cadorna che aveva guidato le truppe alla conquista di Roma nel 1870.

Quella guerra, così presente nel nostro quotidiano per i numerosi monumenti che la ricordano in ogni comune d’Italia, per le lapidi che riportano i nomi dei caduti, per la toponomastica cittadina dei quartieri, edificati negli anni 20 – 30 del novecento, che riporta i nomi delle località dove fu combattuta, per un monumento a Roma costruito a suo tempo per ricordare il re che aveva fato l’unità d’Italia ma che poi è stato dedicato ad onorare un caduto ignoto, noi italiani l’abbiamo ricordata, raccontata, legittimata attribuedole, di volta in volta, una denominazione diversa.

Il popolo, prevalentemente contadino, per circa la metà analfabeta, che era stato chiamato a combattere una guerra di conquista, e non di difesa come sembrano intendere la parole della canzone citata, e che visse quella tragica esperienza, oltre 600 mila persero la vita ed altri 600 mila furono fatti prigionieri, la ricordò e la raccontò alle generazioni successive come la “guerra grande” perché l’avvenimento che l’aveva sconvolto era stato la guerra con i suoi massacri.

Gli storici, finita la guerra, analizzati i fatti, i documenti, ed i racconti di chi vi aveva preso parte soldati, ufficiali, comandanti e di chi, suo malgrado, ne era stato coinvolto, le popolazioni civili, modificarono quella denominazione in “grande guerra” impressionati dalla grandiosità di uomini e mezzi che erano stati coinvolti in quel conflitto. I politici ed i militari poi, una volta conclusasi la guerra con la vittoria dell’Italia, dopo che il trattato di pace aveva portato all’annessione al regno d’Italia delle città di Trento e di Trieste e di altri territori già sotto la Repubblica di Venezia, la definirono, con un po’ di retorica, la “quarta guerra d’indipendenza” quella che chiudeva il Risorgimento e portava a compimento l’unità d’Italia.

Dopo il 1945, alla fine di una nuova guerra che aveva sconvolto l’Europa ed in breve tempo si era estesa agli altri continenti e che aveva visto la sconfitta del Giappone, della Germania e dell’Italia che l’avevano dichiarata, quella che era stata la progenitrice di questa assunse una denominazione prettamente numerica ed ormai viene ricordata come la “prima guerra mondiale”, personalmente ritengo che sia giusto ricordarla come la “grande guerra”.

Alcuni storici tendono ad unificare i due conflitti in un’unica grande guerra civile europea. Quegli uomini chiamati alle armi, di prima e di seconda categoria, alcuni mandati in prima linea, altri nelle retrovie, lasciarono la casa, il lavoro prevalentemente contadino, la moglie i figli, talvolta numerosi e, provenendo da ogni contrada, raggiunsero il nord d’Italia e si attestarono lungo il confine con l’Austria Ungheria, un confine naturale dominato da alte montagne.

Li, su quelle montagne, ad altitudini superiori ai duemila metri, a temperature a cui non erano abituati e con inverni che iniziavano nel mese di settembre e finivano nel successivo mese di giugno furono mandati fanti e bersaglieri e li si unirono a truppe scelte di montagna, formate prevalentemente da valligiani originari di quei luoghi e da frontalieri che lavoravano ed avevano amici o parenti aldilà del confine. Le donne, rimaste sole a casa con i figli e con gli anziani, si dovettero rimboccare le maniche e con enormi sacrifici si sostituirono agli uomini partiti per la guerra. Le mogli curarono l’educazione dei figli, alcune mandarono avanti il lavoro in campagna altre andarono a lavorare in fabbrica. Alcune madri ed anche alcune sorelle in età adulta, per essere vicine ai loro figli o fratelli in armi, decisero di condividere la stessa sorte dei loro cari e volontarie corsero a prestare la loro opera di crocerossine.

Se consideriamo gli standard demografici dell’epoca, di una famiglia composta da almeno tre persone, possiamo calcolare in circa una quindicina di milioni tra uomini e donne toccati dall’evento, su una popolazione di circa 37 – 38 milioni. Fu una guerra di posizione dove il terreno tra una trincea e l’altra, tra un reticolato e l’altro si riempiva di caduti e di feriti gementi che era quasi impossibile recuperare e soccorrere. I nostri soldati al grido di “avanti Savoia” andavano all’attacco alla conquista di poche centinaia di metri e, muovendosi allo scoperto, numerosi cadevano falciati dal fuoco delle mitragliatrici. Occupata una posizione con il sacrificio di molte vite, bisognava mantenerla contrastando gli attacchi del nemico, ma poi, nei giorni successivi, a seguito dei brutali bombardamenti, poteva accadere che doveva essere abbandonata in quanto non più difendibile.

Si moriva con i gas, si passava da un attacco all’altro, da un massacro all’altro. Il minimo atto di insubordinazione doveva essere punito anche con la fucilazione. Il Generale Cadorna, nel novembre del 1916, aveva emanato delle disposizioni specifiche, a prescindere dalle responsabilità individuali, si doveva prendere un militare a caso, doveva essere d’esempio per tutti gli altri. Oltre 700 militari furono fucilati dopo un processo, circa 200 estratti a sorte per decimazione, numerosi poi quelli uccisi dai loro comandanti o dai carabinieri per ribellione o codardia.100 anni 04

«Non sono leggende i racconti di assalti italiani con i carabinieri alle spalle, pronti a colpire chi si fosse opposto a quegli ordini assurdi. E non risultano incredibili nemmeno le voci che raccontavano di ufficiali paludati uccisi dagli stessi alpini, fanti, finanzieri o bersaglieri, stanchi di essere mandati a farsi falciare dalle mitragliatrici austriache, appena usciti dalle proprie trincee» (Mario Vianelli Giovanni Cenacchi Teatri di guerra sulle dolomiti)

Vale la pena di ricordare due fatti accaduti.

Giugno 1916 sulle alture del Coglians il battagliano alpino Tolmezzo viene inviato al fronte per riconquistare il Monte Cellon, l’azione deve essere fatta in pieno giorno e senza l’ausilio dell’artiglieria. I soldati che conoscevano quelle montagne, suggerirono di compere quell’azione durante la notte e si rifiutarono di attuare gli ordini impartiti. Il capitano Armando Ciofi, consultato il comando militare, consegnò tutto il battaglione ai carabinieri che lo tradussero nel paese di Cercivento, li nei giorni successivi, nella chiesa di San Martino un tribunale militare, presieduto dal Generale Porta, condannò a morte quattro ragazzi che furono fucilati all’alba del 1 luglio.100 anni 05

Il battaglione sarà poi trasferito sull’altipiano di Asiago e li, il capitano Ciofi cadrà colpito da “fuoco amico “ quasi certamente per vendetta. Nel corso del 2010 l’allora ministro delle forze armate, l’onorevole La Russa, ha provato a proporre alla magistratura militare la riabilitazione di quei militari, ma la giustizia militare è stata inflessibile ed ha bastonato anche il ministro.

Ottobre novembre 1917, Cadorna affida al generale Andrea Graziani l’incaico di ristabilire l’ordine dopo la rotta di Caporetto. Il 3 novembre passa per le vie di Noventa di Padova una colonna di artiglieri, tra loro c’è Alessandro Ruffini, classe 1893, un marchigiano di Castelfidardo, che saluta il generale tenendo una pipa in bocca. Il generale considera quella un sfida del militare verso un comandante lo redarguisce, lo bastona e lo fa fucilare. Finita la guerra, dopo gli atti della commissione d’inchiesta su Caporetto, il generale sarà messo a riposo. Il 27 febbraio del 1931, lungo la tratta Prato – Firenze viene scorto un cadavere, un anziano signore, un suicidio? una rapina? L’uomo ha in tasca una discreta somma di denaro ed un biglietto Roma – Bologna – Verona. Il corpo è del generale Andrea Graziani, una forte spinta lo ha scaraventato oltre l’altro binario. Qualcuno ha voluto vendicare l’artigliere Ruffini?

Tre fiumi, l’Isonzo, il Tagliamento ed il Piave sono rimasti presenti, per anni ed anni, nella memoria e nei ricordi di chi lì aveva vissuto la sua esperienza di guerra.

L’Isonzo è il fiume che ha dato il suo nome a ben 12 battaglie, battaglie in cui furono macellati migliaia e migliaia di combattenti, la prima si svolse dal 23 giugno al 7 luglio 1915 con oltre 15mila caduti, l’ultima dal 24 ottobre al 7 novembre del 1917 che portò poi alla rotta di Caporetto.

Il Tagliamento vide il ripiegamento dopo la rotta di Caporetto e lì, sulle sue sponde, furono fatti prigionieri quei militari che non erano riusciti a passare prima che fossero fatti saltare i ponti. Per loro finiva la guerra ma iniziava una prigionia che per molti sarebbe terminata soltanto nel corso del 1919. Per questi soldati cominciava una nuova guerra, quella contro la fame. Su di loro ricadde la carenza alimentare che colpì gli imperi centrali per il prolungarsi del conflitto ed anche la diffidenza dei governi italiani sul loro patriottismo. La rotta di Caporetto creò il sospetto di scarsa combattività, di arrendevolezza dei soldati e portò alla rinuncia da parte del governo a coordinare gli aiuti alimentari ai detenuti. Furono le famiglie, le donne, i genitori, quando poterono, a sostenere, con i pacchi inviati tramite la Croce Rossa, quei militari abbandonati dallo stato. Scriveva al riguardo il ministro della guerra, generale Giardino al presidente del Consiglio Boselli, nel settembre del 17, (il mancato invio del pane) «concorda pienamente con quella analoga, più volte espressa dal Comando supremo, come misura atta ad impedire la resa e la diserzione al fronte»100 anni 06

Il Piave segnò la fine della ritirata dopo la rotta di Caporetto. Sulle rive di quel fiume si attestarono i resti di quell’esercito che aveva superato il Tagliamento, li giunsero, a dare una mano, i giovani della classe 1899, i “ragazzi del ‘99”, mandati li a fermare l’invasione nemica. Su quella linea si consumò l’ultimo anno di guerra e da li partì la controffensiva che avrebbe portato al crollo dell’impero austroungarico.

Sono passati 100 anni ed a quei soldati che hanno avuto la fortuna di tornare dalla guerra e dalla prigionia hanno fatto seguito almeno tre generazioni, sono ora queste generazioni che devono avere il compito di custodire e non disperdere quanto gli è stato lasciato dai loro nonni o bisnonni perché la storia di un Paese è fatta dalla storia di tante piccole persone.

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Mio padre Enrico, classe 1889, partecipò alla “grande guerra” dall’agosto del 1915 alla primavera del 1919, era un fante, un sottufficiale, fu assegnato all’81° reggimento fanteria e fu mandato ad oltre 2000 metri, nella zona di Valparola e Sasso di Stria, in prossimità di Cortina.

Dopo Caporetto, con i resti del reggimento e del suo reparto zappatori, riuscì a superare il Tagliamento prima che saltassero i ponti. Il 16 giugno 1918 fu promosso al grado di aitante di battaglia ed a lui fu affidato il comando del 3° reparto Zappatori.

Non ha mai raccontato la sua esperienza di guerra, ma non c’era molto di bello da raccontare, ma ha conservato alcuni disegni raffiguranti fortificazioni militari e trincee che aveva realizzato, con il suo reparto zappatori, con il materiale a disposizione nella zona di guerra, sacchi di terra, tronchi di alberi e pietra. Nella sua cassetta militare c’erano i suoi ricordi, cartoline propagandistiche in franchigia realizzate da vari disegnatori, carte militari in bianco e nero ed a colori catturate al nemico, le sue medaglie, il 24 agosto del 1918 aveva ricevuto la croce al merito di guerra.

Di quella guerra, oltre a quanto già indicato, ha conservato giornali di trincea, proclami, tutti documenti successivi alla fine della guerra, molto interessante è lo scambio di auguri con il colonnello comandante del reggimento per il Natale del 1918, il primo Natale di Pace.

Nella seconda guerra mondiale, il suo reggimento, l’81°, fu inviato con l’ARMIR in terra di Russia e, dopo una iniziale guerra di movimento, il reggimento si trovò a combattere una guerra di posizione in trincea in prossimità di un fiume. Anche in quell’occasione il reggimento si trovò ad operare a temperature simili ed anche superiori a quelle che i fanti avevano provato nel corso della guerra del 1915-18, fu forse in quell’occasione che, ricordando il freddo patito a quote di oltre duemila metri, volle donare nell’aprile del 1942 per i combattenti 250 gr. di lana.

Chi è in possesso di documentazione di un certo interesse non lo disperda, se non vuole conservarlo personalmente lo può donare a musei tra cui è importante citare quello gestito dall’Istituto per la storia del Risorgimento italiano che ha sede nel Complesso del Vittoriano od anche all’Ufficio Storico dello Stato maggiore dell’esercito presso la caserma N. Sauro di via Lepanto.

Presso l’Ufficio Storico è inoltre disponibile un ampia documentazione sui reggimenti che parteciparono a quella guerra, ed anche alle guerre successive. Tale documentazione è consultabile previo appuntamento, inoltre, presso la succursale dell’Archivio di Stato di Roma sita in Via Galla Placidia 93 è possibile consultare ed eventualmente richiedere fotocopia del foglio matricolare del militare.

Nel marzo del 1968, con la legge n. 263, fu dato un riconoscimento in favore dei partecipanti alla guerra 14-18 ed alle guerre precedenti, ai sopravvissuti che avevano prestato servizio militare per almeno sei mesi fu concessa una medaglia d’oro. Con la stessa legge veniva istituito l’Ordine di Vittorio Veneto, avevano diritto all’onorificenza i combattenti decorati con la croce al merito di guerra.

Agli insigniti dell’Ordine di Vittorio Veneto, in base all’ammontare del loro reddito, poteva essere concesso inoltre un assegno annuo vitalizio, non reversibile di lire 60.000.

L’ultimo fante, cavaliere di Vittorio Veneto, Carlo Orelli, nato a Perugia il 23 dicembre 1894, 3° compagnia, 32° reggimento, brigata Siena, intervistato nel novembre del 2003 a Roma, dove viveva nel quartiere Garbatella, dal giornalista del Corriere della Sera Aldo Cazzullo è scomparso il 22 gennaio del 2005.

Nel marzo del 2001 con la legge n. 78 sono state emanate le norme per la tutela del patrimonio storico della Prima guerra mondiale.

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Bibliografia


In occasione di questo centenario stanno uscendo molti testi dedicati alla Grande Guerra, nuovi e ristampe, ne citiamo alcuni

La guerra dei nostri nonni – ALDO CAZZULLO  (Mondadori /€ 17)

• La Guerra Grande – ANTONIO GIBELLI (Gibelli Editori Laterza / € 20)

• Plotone di esecuzione – E. FORCELLA,  A. MONTICONE (Editori Laterza / € 13)

• Teatri di guerra sulle dolomiti – M. VIANELLI, G. CENACCHI (Oscar Mondadori / € 15)

• Addio alle Armi – ERNEST HEMINGWAY (Oscar Mondadori / € 9,50)

• 1914 Attacco a occidente – GIAN ENRICO RUSCONI (Il Mulino / € 24)

• Il mito della grande guerra – MARIO ISNENGHI (Il Mulino / € 15)

• Caporetto – Diario di guerra – ANGELO GATTI (Il Mulino /€ 15)

• La Grande guerra degli italiani – ANTONIO GIBELLI (BUR / € 12)

• Isonzo 1917 – MARIO SILVESTRI (BUR / € 12)

• La Chiesa in trincea – BRUNO BIGNAMI (Salerno editrice / € 12)100 anni 01

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