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Lo sviluppo dei servizi pubblici-municipali in Italia all’inizio del XX secolo

Arturo Labriola i socialisti e i risultati delle esperienze inglesi

Gestione del servizio pubblico necessaria a contrastare i monopoli 
salvaguardare la libertà di concorrenza e l’equilibrio di mercato

Raffaele Panico

             In Italia, il dibattito sulla necessità di un intervento delle Municipalità nella gestione dei pubblici servizi incomincia all’inizio del secolo e si sviluppa con la partecipazione di più correnti politiche. I socialisti, schierati ideologicamente per la municipalizzazione dei pubblici servizi, avevano trovato in Arturo Labriola la persona che voleva ottenere i risultati delle esperienze inglesi in Italia. I cattolici, ancora relegati dal non expedit papale, che impediva la loro partecipazione alla vita parlamentare nazionale, ma non a quella delle amministrazioni locali, si pronunciavano per il decentramento amministrativo, per l’abolizione dei dazi, per l’imposta progressiva e per la gestione dei servizi pubblici da parte dei comuni. Per i liberali l’origine della municipalizzazione derivava da premesse opposte. Infatti, il regime della concessione di pubblico servizio si configurava per loro come la condizione di monopolio che proprio la dottrina liberale rifiutava, considerato come l’aspetto perverso in un quadro di economia competitiva. Il ruolo del municipio nella gestione del pubblico servizio era, quindi, di contrastare i monopoli salvaguardando la libertà di concorrenza e l’equilibrio di mercato.

Il convergere di queste posizioni sull’azione delle municipalità, e le profonde trasformazioni in atto nella vita economica e sociale influirono sulla formulazione e sulla successiva attuazione del disegno di legge sulla municipalizzazione presentato da Giolitti l’11 aprile del 1902.

La legge in questione fu approvata l’anno successivo (L.103 del 29/3/1903), seguita poi nel 1904 dal regolamento di attuazione (R.D. n.108 del 10/3/1904). Questo definiva le attribuzioni e i compiti della Commissione Amministratrice, del suo Presidente e del Direttore, insieme alle norme volte ad assicurare l’efficienza propria di una gestione industriale. Il dibattito teorico, come spesso accade, ed il costrutto normativo ed istituzionale, erano l’assimilazione di condizioni e realtà locali che determinati contesti politici avevano già, di fatto, operato, ed affermato, anche se, alcune attese e speranze risulteranno vanificate.

I prodromi dell’intervento delle municipalità nella gestione dei servizi si hanno nella città di La Spezia dove, fra il 1877 e il 1886 vengono municipalizzati il gas e l’acqua. Entro la fine del secolo, altre piccole municipalità procedono alla pubblica gestione di differenti servizi, fra queste quelle di Narni (nettezza urbana nel 1891), Rimini (bagni nel 1891), Cesena (gas nel 1892), ecc. I primi significativi esperimenti di grandi città nella gestione dei pubblici servizi si hanno a Milano nel 1899, per quanto attiene gli acquedotti, e, a Bologna, nell’anno 1900, con la revoca della distribuzione gas al privato (Società Ginevrina del gas) e con la successiva creazione di Azienda municipalizzata (Officina Comunale del gas).

All’inizio del XX secolo, le diverse municipalità fruiscono sia delle nuove normative, sia di una aumentata affermazione nelle amministrazioni dei socialisti; si assiste infatti ad uno sviluppo dei servizi comunali tesi a soddisfare le esigenze di vita necessarie alle classi meno abbienti, riguardo ai prezzi dei generi alimentari e alle condizioni sanitarie.

I servizi quali i bagni e lavatoi pubblici, le farmacie, i macelli, i mulini e i forni da pane, i mercati generali, rientrano in questa visione e si vengono ad affiancare ai servizi – allora – prettamente “borghesi”, come il gas e l’energia elettrica.

La nascita spesso contemporanea, di questi nuovi servizi a gestione comunale, fra i quali la neonata produzione e distribuzione di energia elettrica, determina l’opportunità e l’esigenza di accentrare in una struttura pubblica compartimentata più servizi. Tale situazione motivava una maggiore presenza di attività di multiservizi in aziende a gestione comunale.

in DECADENZA […] “Le civiltà nascono nella lotta: sono perciò guerriere e capitalistiche. Ridotto il capitalismo alla ricchezza indifferenziata, esso significa una brama elementare dell’uomo. La permanenza dell’Occidente nella brama e nel desiderio ha svuotato la sua anima”

Nel 1901, in Italia, i servizi municipalizzati erano: acquedotti 151; gasometri 15; officine elettriche 24; tranvie elettriche 1; nettezza pubblica 3; bagni e pubblici lavatoi 32; macelli 171; trasporti 12; forni 2; farmacie 2; altri servizi 11, per un totale di  424 servizi pubblici.

Il carattere sociale di gran parte dei servizi gestiti dalla municipalità era anche ne criterio con il quale si determinavano i mezzi di copertura del servizio stesso.

La possibilità di effettuare, in regime di pubblico monopolio, prezzi multipli per uno stesso bene, dava la possibilità di intervenire in modo da soddisfare le diverse fasce di reddito, compensando i mancati introiti dei consumatori a basso reddito con quelli derivanti dalla vendita del bene o del servizio ad altre categorie di consumatori. Si veniva a determinare un principio di “utilità sociale” che, nascendo sotto l’insegna del paternalismo umanitario ottocentesco e del socialismo riformista, troverà più tardi migliore collocazione teorica nell’ambito dell’economia del benessere.

Ad esempio, diversi Comuni, fra cui quello di Mestre, introdussero tariffe differenziate per l’acqua, secondo il tipo di alloggio servito. A Torino venivano praticate corse a basso prezzo nelle prime ore del giorno (quando massimo era il trasferimento degli operai), compensate dai proventi derivanti da corse in altre ore, ecc. A quasi 90 anni di distanza dalla prima legge del 1903, occorre precisare che essa rappresentò una caratteristica del moderato riformismo che caratterizzava l’accorta politica giolittiana. Il parlamento le tolse l’audace innovazione da cui inizialmente era circondata, assumendo l’aspetto di un provvedimento che si inseriva nel filone della legislazione tradizionale. Anche il gruppo parlamentare socialista, che inizialmente vedeva nella legge un primo passo verso la “socializzazione dei mezzi di produzione”, votò contro la legge in quanto nella stesura finale intravide in essa lo strumento destinato non a favorire, ma a frenare l’espansione delle attività municipali.

I loro tentativi negli anni successivi, per emendare la legge e in particolare l’articolo 25, che obbligava i Comuni a versare ai Concessionari il cumulo dei profitti non percepiti, non riuscirono mai a tradursi in provvedimenti legislativi anche senza lo slancio da molti auspicato, le municipalizzazioni dei pubblici servizi proseguirono, registrando un sensibile incremento nell’immediato dopoguerra, sull’onda delle affermazioni socialiste e popolari in diversi Municipi.

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