sabato, 17 Agosto 2019
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Manuela Tempesta in una intervista a 360°

LA SANA PACATEZZA DI MANUELA TEMPESTA: UNA REGISTA CON L’ARGENTO VIVO ADDOSSO E IL CARATTERE D’INGEGNO CREATIVO NEL CUORE

È una regista dai modi pacati, Manuela Tempesta, ma con l’argento vivo addosso. La laurea conseguita al D.A.M.S. di Roma Tre le ha affinato la passione per il cinema. Che ama a trecentosessanta gradi, conoscendo e applicando anche le regole del mercato. Lo dimostrano i soggetti, con l’indicazione dei personaggi e degli indispensabili luoghi, prima redatti, poi venduti secondo i noti criteri di appetibilità. Al pari delle sceneggiature e dei tanti documentari, frutto del carattere d’ingegno creativo. Ben lungi però dal dare un colpo al cerchio dell’autorialità e l’altro alla botte dei colpi di gomito. Nel suo primo film di finzione, con attori professionisti, “Pane e Burlesque”, Manuela ha tratto partito da compositi numi tutelari lasciandosi guidare nei cortocircuiti poetici dall’intima idea di aura contemplativa. Difatti quando descrive il paese del sud sconvolto dal ritorno a casa di Mimì La Petite, esce il mestiere, col bozzetto umoristico; quando contempla l’evolversi della trama, con le donne che fronteggiano la crisi, è la poesia ad animarla.

1) D / Il documentario, inteso come mix di ragguaglio sociale ed elaborazione creativa, anziché registrazione nuda e cruda, esprime sul serio gli stessi valori artistici dei film di finzione?
R/
Nel documentario c’è tanto cinema. Personalmente mi approccio in punta di piedi con le tematiche che intendo trattare. E questo lo faccio sia con i documentari sia coi film di finzione. Scrivo: comincio dal soggetto, passo alla scaletta, fornisco le informazioni più dettagliate col trattamento, sino ad arrivare alla sceneggiatura. Ma soprattutto mi reco sul posto, dove intendo girare, parlo con le persone e cerco di approfondire le varie componenti del reale. I documentari riescono a catturare quella che tu chiami geografia emozionale e a scorgere personaggi tutti da scoprire. Penso a Pino Lovero, protagonista dell’omonimo documentario di Pippo Mezzapesa. La vicenda del becchino assunto nel paese dove non muore nessuno, che diviene un portafortuna, ha pure ispirato il film “Pinuccio Lovero – Yes I Can”.

2) D / La mancanza di attori professionisti nei documentari, in effetti, funge talora da pungolo per i film di finzione. Caratterizzati dai modi spigliati degli interpreti. A tal proposito, Manuela, come sei riuscita a conciliare in “Pane e Burlesque” l’espressività del cast  – con Sabrina Impacciatore ed Edoardo Leo in testa – e il tuo personale estro?
R/ 
Edoardo, nei panni del proprietario della piccola sartoria in crisi che lì per lì non accetta che la moglie Matilde per supplire alle difficoltà economiche entri a far parte di un genere di spettacolo ritenuto indecente, si è cimentato con un personaggio diverso da quelli che interpreta di solito. Sabrina Impacciatore, nel ruolo della figlia ribelle del defunto proprietario dell’unica fabbrica di ceramica del microcosmo, è bravissima. Io, da regista, volevo raccontare lo spettacolo del burlesque, che ho studiato per un anno, insieme alla crisi economica e di identità della provincia. È avvenuto tutto, a livello di intesa col cast e di aderenza ai personaggi, come nel Tao, secondo un percorso che snuda la debolezza e anche la forza in modo profondo ma al contempo naturale.

3) D /  Sabrina Impacciatore avrebbe meritato almeno una candidatura al David di Donatello ed è rimasta ingiustamente con le pive nel sacco, come si suol dire. L’assegnazione dei premi nel cinema costituisce un punto d’arrivo oppure no?
R/ 
Io non voto per i David di Donatello e quindi ignoro i criteri alla base delle candidature e la ragione di alcune esclusioni clamorose. Il mio cortometraggio “Cristallo”, nato dal desiderio di creare chiarezza sulla violenza nella vita di coppia ai danni delle donne, ha vinto diversi premi. Indubbiamente fa piacere: dà l’opportunità di parlare in maniera ampia ed esaustiva del lavoro registico che spinge a sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso il linguaggio del cinema. Però preferisco essere sincera con la mia ispirazione di partenza piuttosto ché pensare a come rientrare nei parametri di giudizio di chi assegna i premi. Altrimenti si resta in superficie, nella convinzione che un premio costituisca la vetta da raggiungere. A me interessa esibire il bisogno di autostima dell’universo femminile, pure attraverso la scoperta del burlesque, e i continui mutamenti, spesso traumatici, della società. Sto preparando un cortometraggio che ha per protagonista una sposa bambina indiana che vive nella periferia di Roma. Intendo girarlo con un unico piano-sequenza. 

4) D /  Alcuni comici del dopolavoro mettono alla berlina l’oltranzismo stilistico di chi usa i piani-sequenza. Al di là dello spirito di patata, i piani-sequenza – alieni alla dinamizzazione degli eventi – innescano emblematiche dinamiche interiori. Come prendi le battute e le critiche in tal senso? 
R / In primo luogo ognuno può muovere gli appunti che vuole. E fare anche battute sull’uso della tecnica cinematografica. Rientra nel diritto di ciascun individuo. Io resto comunque dell’intenzione di raccontare una storia nell’hinterland pullulato, piaccia o no, da molteplici comunità straniere portatrici di mentalità opposte tra loro, di contrasti, di disaccordi e di accordi. Questi contesti, la cui esistenza non può essere negata dalle battute, sono rilevabili con la scrittura per immagini e, nel mio caso, col piano-sequenza.

5) D / Bisogna diffidare dalle certezze imposte a discapito dei temi d’impegno. Tuttavia quelli che ieri rivendicavano il diritto di giudicare da soli se un film valeva la pena di essere visto, oggi bistrattano l’uscita di film – tipo “Red Land – Rosso d’Istria” – colpevoli di aprire pagine buie della storia – come le foibe – che molti vorrebbero lasciar chiuse. Cosa pensi di questo tipo di censura?
R / 
Penso che la censura del mercato esista ed è anche piuttosto persistente. Molti film scelti per andare in concorso nei Festival, in giro per il mondo, subiscono l’ostracismo della censura del mercato. Ciò ha impedito a diversi film orientali o sudamericani, con un’ampia gamma di stimoli culturali, di approdare nelle sale. Io sono sempre felice di andare alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia perché posso vedere film che altrimenti non vedrei in sala. La censura dei contenuti è ancora più ingiusta. Alcuni temi per i censori non devono essere trattati. E i film che lo fanno rischiano l’oblio. Per quanto riguarda “Pane e Burlesque”, sono state eliminate alcune scene – inerenti alle prove dello spettacolo – con una funzione espressiva ben precisa. Io ho preso ispirazione al riguardo tanto da “Cabaret” di Bob Fosse quanto da “Bread and Roses” di Ken Loach.

6) D / L’ho visto, con un bravo Adrian Brody. Lontano dalle moine di cui è schiavo dopo l’Oscar vinto per “Il pianista”. Ma al di là della psicotecnica della recitazione, sia pure degna di lode, in “Pane e Burlesque” ci sono dei movimenti di macchina che stimolano il pubblico in termini intellettuali ed emotivi. Conta più il cuore o il cervello?
R /
 
È stato un film che mi ha messo a dura prova. Ci sono molte anime in “Pane e Burlesque”. Tra cui gli elementi tecnici. All’inizio ci ho messo lo studio, anche nei movimenti di macchina circolari in grado di catturare il tuo interesse di conoscitore del linguaggio cinematografico, per poi lasciare al cuore il compito di mostrare, dopo la debolezza, il recupero delle virtù familiari necessarie a superare le avversità ed esprimere il lato più romantico.

7) D /  Il cinema può dire di tutto e di più. Chi fa la distinzione di comodo tra film d’autore e film commerciali sottovaluta però la commedia all’italiana, che ha tagliato da poco il traguardo delle sessanta primavere. Tante sono passate dall’uscita nelle sale del cult “I soliti ignoti” di Monicelli. Ti ritieni un’erede di quel tipo di cinema? 
R / 
Amo molto la commedia all’italiana. Ho realizzato anche un documentario su Pietro Germi che ha dato il nome a questo filone con il geniale film grottesco, e al contempo di denuncia, “Divorzio all’italiana”. Concordo sul fatto che con il capolavoro di Monicelli è stata raccolta al cinema l’eredità della commedia dell’arte. Oltre ad avere tra le sue fila fior di registi, la commedia all’italiana ha potuto beneficiare di grandissimi sceneggiatori. Fulvio Scarpelli su tutti. Le cornici erano derisorie ma sempre attendibili. Aderenti alla realtà. Trasfigurata ad arte dall’ironia. Talvolta visionaria.

8) D / È altrettanto evidente la cura dei particolari. L’assetto degli ambienti e degli spazi che importanza riveste nel tuo modo di fare cinema?
R /
Sono riuscita a stabilire la giusta alchimia con la scenografa Eleonora Devitofrancesco. È stata bravissima ad adattare i vari ambienti ai modi espressivi del racconto. C’è stato un notevole lavoro di recupero, per l’abitazione un po’ diroccata dove risiede Mimì La Petite, come per altri habitat. Legati all’intenzione di realizzare una commedia che descrivesse una crisi in atto nel nostro paese dal 2011, a cui il gruppo delle ragazze di provincia ovvia trasformando la debolezza in forza: fa parte della tradizione del burlesque. I fattori visivi servono ad accrescere la reazione alla chiusura delle fabbriche e alle vane opportunità dei paesini. 

9) D / Il primo film è un po’ come il primo figlio, su cui si riversano attese e qualche tensione dovuta a un minimo d’incertezza. Col tuo secondo film di finzione il margine di sicurezza sarà conforme al tuo ingegno, ormai piuttosto navigato?
R /
Sì, è vero. Hai ragione: i film sono come dei figli. Considero tali anche i miei documentari e i cortometraggi. Anche se hanno una durata minore, rispecchiano la mia idea di cinema attraverso la tecnica di ripresa. Sto preparando con scrupolo il mio secondo film di finzione. È fondamentale organizzare una squadra affiatata. Ho un’intesa particolare con Daphne Scoccia, che in “Cristallo” impersona con bravura Elena. Con attrici così, sulla base anche di un reciproco sentimento di fiducia e di amicizia, è più agevole svelare personaggi, contesti, luoghi colmi di pathos ed echi poetici.

MASSIMILIANO SERRIELLO 

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DAMS, il David di Donatello, Manuela Tempesta, Pane e Burlesque

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