Nuove linee guida per ridurre il debito degli Stati Membri dell’Unione Europea

Il nuovo Patto di stabilità e crescita dell’Unione europea sarà uguale per tutti e avrà regole più flessibili, più semplice e quindi sarà più facile da applicare. Se gli Stati membri non raggiungeranno i termini degli accordi presi scatteranno delle sanzioni che saranno meno pesanti rispetto al passato.

«Le proposte che presentiamo oggi mirano a conciliare tre imperativi, che sono complementari e non contraddittori», ha affermato il commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni. «In primo luogo, vogliamo sostenere la crescita e migliorare la sostenibilità del debito. In secondo luogo, vogliamo rafforzare la titolarità nazionale delle decisioni di politica economica. In terzo luogo, vogliamo semplificare le nostre regole, preservandone l’utilità».

«Non abbiamo investito come avremmo dovuto e la riduzione del debito è fallita forse perché le nostre regole non erano realistiche», ha precisato». Ora si cambia. Perché, per dirla con le parole del vice presidente Valdis Dombrovskis, sono cambiate molte cose da quando il Trattato di Maastricht ha riconosciuto la necessità di finanze pubbliche sane e di politiche fiscali coordinate».

«Le norme fiscali si concentreranno sulla riduzione del debito laddove è elevato, sulla base dei piani degli Stati membri che devono rispettare chiare condizioni dell’Ue. Una volta approvato, il monitoraggio si baserà su una semplice regola di spesa. Mentre le misure di attuazione più rigorose garantiranno la conformità. Gli orientamenti di oggi ci permetteranno di lavorare insieme per ridurre il debito, rafforzare le nostre economie e costruire le basi per la nostra prosperità e stabilità future».

Più precisamente, Bruxelles propone di organizzare il rapporto con i Paesi membri presentando, per ogni Stato, un percorso di aggiustamento del debito su un periodo di quattro anni. Il singolo Paese metterà sul tavolo il proprio, tenendo conto delle sue priorità economiche, riforme e investimenti. Nei due casi, il metro di riferimento deve essere la spesa netta primaria.

A sparire è la regola di riduzione del debito di un ventesimo l’anno (della quota superiore al 60%). Resterà solo il parametro delle spesa netta primaria. Sulla base della propria situazione debitoria (maggiore attenzione è rivolta ai Paesi che hanno un debito oltre il 90%) dovrà essere presentato un piano per la riduzione del debito che sia graduale, concreto e credibile. Si tratta di una traiettoria di quattro anni (estensibile a sette) che dovrà prendere in considerazione anche gli investimenti e le riforme necessari.

La Commissione sarebbe poi chiamata ad approvare il piano nazionale, dopo un’eventuale negoziazione. La cosa importante, spiega Bruxelles, è che “il percorso del debito rimanga discendente o si mantenga su livelli prudenti, e che il deficit di bilancio rimanga al di sotto del 3% del Pil nel medio termine“. Poi c’è il vaglio del Consiglio che li può confermare o respingere. Il monitoraggio avverrà sulla base di relazioni annuali che gli Stati presenteranno. In caso di discostamenti dalla traiettoria scatteranno le sanzioni. Che potranno configurarsi anche nel blocco dei fondi europei, compresi quelli del Recovery.

Nelle linee-guida presentate l’esecutivo comunitario propone anche di rivedere lo strumento che permette di individuare, risolvere ed eventualmente sanzionare gli squilibri macroeconomici (l’Italia è un Paese alle prese sia con un debito elevato che con una bassa competitività). La Commissione europea vuole che lo strumento venga utilizzato con uno sguardo di lungo periodo, anticipando per quanto possibile le situazioni pericolose.

La proposta della Commissione non prevede la golden rule per escludere gli investimenti in green e digitale dal conteggio del debito (richiesta da più parti) ma mantiene la regola di salvaguardia generale (che sospende il Patto ed è attualmente in vigore dallo scoppio della pandemia di Covid) così come introduce una clausola di salvaguardia specifica per Paese, che dovrà essere negoziata e autorizzata su basi oggettive.

Secondo Bruxelles, un consenso tra i Paesi membri sulla riforma del Patto di Stabilità dovrebbe essere raggiunto “prima delle procedure di bilancio degli Stati membri per il 2024. Nel primo trimestre del 2023 l’esecutivo comunitario fornirà nuovamente indicazioni sulla politica di bilancio per il periodo successivo. Questi orientamenti faciliteranno il coordinamento delle politiche di bilancio e la preparazione delle politiche di stabilità e convergenza degli Stati membri”.

Il Patto di stabilità e crescita (Stability and Growth Pact) è un accordo tra i Paesi membri dell’Unione europea. Richiede il rispetto di alcuni parametri di bilancio e ruota attorno a due cardini:

  1. Il deficit pubblico, cioè la differenza tra entrate e uscite, comprese le spese per interessi, non deve superare il 3% del Pil;
  2. Il debito pubblico non deve superare il 60% del Prodotto interno lordo.

La Commissione europea spiega che le norme del Patto di stabilità e crescita “mirano a evitare che le politiche di bilancio vadano in direzioni potenzialmente problematiche” e a “correggere disavanzi di bilancio o livelli del debito pubblico eccessivi”. In sostanza, l’idea di fondo è che gli squilibri interni e la mancanza di rigore di un singolo Stato possano mettere a rischio la tenuta sua e dell’Ue.

Il Patto di stabilità accoglie principi contenuti negli accordi che hanno strutturato l’Ue così com’è oggi a partire dai Trattati di Roma (l’intesa che ha istituito la Comunità europea), di Maastricht e di Lisbona. L’accordo vero e proprio e i suoi confini tecnici sono nati nel 1997. Prima con una risoluzione e poi con due regolamenti (poi modificati nel 2005) del Consiglio europeo.

Giorgia Iacuele

Patto di Stabilità, Unione europea

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