Giuseppe Capograssi “Pensieri a Giulia” in 2.000 foglietti un secolo dopo

Il PRIMATO EUROPEO  nella coscienza di Giuseppe Capograssi

di Raffaele Panico

“Pensieri a Giulia”, gli scritti di Giuseppe Capograssi (Sulmona 1989 – Roma 1956) a Giulia Ravaglia, pensieri trascritti su circa 2.000 foglietti piegati in quattro, poi raccolti ed editi sono un’opera postuma (pubblicata nel 1978-81 e a seguire 2007…). Fogli questi, scritti di giorno in giorno, durante i 5 anni di fidanzamento tra i due giovani; dal dicembre 1918 Giuseppe così comunicava alla sua cara Giulia scrivendole i suoi pensieri, le sue idee e le riflessioni scaturite dalle letture accademiche per sentirsi vicini, foglietti scritti fino al 18 febbraio 1924, la data del loro matrimonio. Centinaia di foglietti, oggi un giovane amante scriverebbe con WhatsApp alla sua amorosa, ma nell’Italia di Vittorio Veneto si usava diciamo così – alla maniera antica… Scrive a Giulia, e tra le tante “vedute”, riportiamo questa: “Il mondo chiama spesso uomo fortunato colui che ha molte fortune. Come sempre il mondo è in errore. Fortunato è colui che riesce a trovare rispecchiato il proprio essere nell’essere di un altro spirito”.  

         In sintesi, il pensiero di Capograssi, è centrato sulla scoperta dell’individuo e della persona che è, a ben vedere, categoria recente, di una parte sola delle genti, e dei popoli dell’intera ecumene. Francamente… in chiare lettere: i popoli della civiltà europea.

         La donna, per noi europei, è stata partecipe a pieno titolo nella vita politica e sociale quasi da un “attimo” nell’insieme della storia delle società umane incivilite. Pensiamo che il suffragio universale maschile e femminile in Italia è stato promulgato a Fiume con “La Carta di Libertà del Carnaro” dell’8 settembre 1920, la Costituzione Fiumana; e introdotto dall’Italia nel 1946 col diritto delle donne alla partecipazione dell’elettorato attivo, fino alla cosiddetta rappresentanza garantita a fine secolo e inizi del nuovo millennio in quote politico istituzionali garantite dette “quote rosa”. Nella storia post bellica italiana repubblicana si parlerà poi, di pari passo con lo sviluppo economico ‘progressivo’, di pari opportunità nell’accesso ai ruoli.

Ancora, solo di recente, ed è un piccolo sospiro tra i grandi conati e sconvolgimenti e miglioramenti del vivere di una società umana degna di esser chiamata e degna di esser tale, ossia una grande nazione civile per la sua cultura e Civiltà d’appartenenza, è la scoperta dei diritti dei minori. L’individuo è anche il minore, che diventa persona a pieno titolo; che è anche il figlio in questa Civiltà europea, dove il ragazzo, il giovane e il suo mondo, non sono più considerati come una sorta di “vita d’appendice”, il figlio, cioè, non è più visto persona complementare al padre della famiglia allargata di un tempo, e via così, a scoprire il diritto del bambino (fino al Codice di Treviso, il Telefono Azzurro…etc. fino al diritto d’ogni essere vivente animale o pianta, se pensiamo ai danni ambientali della deforestazione). E di recente organismi istituti o enti internazionali e sovranazionali hanno equiparato il danno ambientale a un crimine pari al crimine contro l’umanità, scaturito dalle ceneri della seconda guerra mondiale e dall’olocausto nucleare.      

La portata del pensiero e dell’azione è divenuta ben altro dallo sfruttamento del lavoro minorile se pensiamo, per rimanere ancora in Italia, ai poveri ragazzi detti ‘carusi’ (in dialetto siculo dal latino carens usus o usum – carenti di uso del mestiere, e costretti ai peggiori lavori) utilizzati agli inizi del Novecento a scavare quasi a mani nude nelle miniere di zolfo della Sicilia, utilizzati agli inizi del Novecento… in cunicoli di miniere, di zolfo, a mani nude; o dell’Italia, con lavori ipertossici, nelle fabbriche di quel tempo, ad esempio, quelle di fiammiferi – per citare una forma di sfruttamento che abbia un retrogusto di pietismo poetico. Quelle fabbriche d’Europa d’allora, oggi presenti in vaste aree del Mondo, a noi ricordate da qualche romanziere di un tempo passato, quei ragazzi “fiammiferai” imbevevano stecchini in pentole caldane di zolfo fuso acre e tossico, senza alcuna protezione, ragazzi che intrisi gli stecchini nella mistura di solfo e additivi, consumavano così le loro vite. Oggi la formazione professionale è, a paragone, quasi fatta di gioco, di apprendimento ludico e formativo per la vita di un fanciullo. Oggi l’età del fanciullo non viene più considerata come un lungo preludio a quella vita che sarà poi di adulto (fatta un tempo solo di lavoro minorile a volte con inumani maltrattamenti anche fossero stati solo psichici): il fanciullo oggi porta già tutto il pieno del valore di individuo e persona in formazione. Quando la cesura? In Italia il problema inizia, paradossalmente, con la classe del ’99, con la chiamata dei diciottenni in divisa grigioverde dell’esercito del Regno chiamati a combattere sul Montegrappa e lungo il Piave dopo la disfatta di Caporetto. Allora, e non prima, nonostante l’attivismo delle società di mutuo soccorso operaie, i sindacati e le lotte e gli scioperi, e più che la caritas/carità, come la pietà dei cattolici, poté far emergere il problema il fronte della guerra. Passando il testimonio così transitoriamente al lancio futurista dell’invettiva di Filippo Tommaso Marinetti: “la guerra la sola igiene del mondo”, si fa per dire, col senno del poi. La vista dei giovani corpi esamini o mutilati del fronte della guerra, infatti, ha segnato profondamente l’anima degli europei, così come il lavoro delle donne in fabbrica nella prima e poi purtroppo anche nella seconda guerra mondiale a sostituzione degli uomini chiamati al fronte. È dalle atrocità delle decine e decine di migliaia e migliaia di chilometri di trincee in cui la terra veniva segnata dai canali di scolo intrisi del sangue di oltre 10 milioni di morti, e altrettanti e più del sangue dei feriti, metafora quasi cosmica dei canali marziani, Marte il dio della guerra dei Latini, lungo quei confini voluti, divisi dalla morte di Carlo Magno, nonostante si parlasse il latino (della Chiesa e non dell’Impero), proprio nella pacificata Europa, parte una dell’Impero di Cesare Ottaviano Augusto dopo l’effimero cesarismo del predecessore delle guerre galliche e civili, vicenda che ha segnato una guerra, la guerra dei mille anni, dalla falsa Donazione di Costantino…     

In quegli anni, Capograssi a differenza di altri intellettuali non parte per il fronte. Ma medita, riflette, scrive. Solo dopo il 1918 vediamo sorgere i movimenti giovanili sportivi, il culto dello sport, del piccolo pioniere comunista nelle repubbliche dei Soviet, o i giovani boys scout o i balilla dell’Italia fascista. Oggi, nel mondo globalizzato, occorre ricordare che questi passi da gigante son stati fatti dal pensiero europeo, uomini e donne, quasi “giganti” per dover osservare con lucida coscienza il grido di quelle giovani vittime massacrate per poche centinaia di metri di confine tra i lembi dell’asse del fiume Reno, dell’Isonzo e delle ardite Alpi, dove gli eredi dei Latini e dei Germani si sono scannati prima per eredità al trono diviso dei carolingi, poi per editti, trattati diplomatici e bolle papali, per secoli, prima con soldati di ventura e poi dall’età napoleonica con la chiamata di leva di tutti gli uomini, fino alla provvisoria Pace di Vestfalia, e formule varie per il mantenimento della pace armata dal cuius eius, eius religio per citare una formula barbara dell’altrettanto odierno political correct dei tanto declamati diritti umani. È qui è vero, tanto nel puro pensiero cristiano centrato sull’uomo come autocoscienza sublime del creato e al contempo spirito intelligente, quanto nel pensiero laico o persino nell’animo di un uomo che si definisce ateo, tutta la scoperta dell’individuo comune anonimo e statistico (pensiamo ai cenotafi o all’Altare della Patria del nostro milite ignoto, uno questo anonimo tra i circa 650 mila morti accertati) avviene lungo le linee del pensiero tracciate negli anni tra le due guerre da uomini, da poeti e filosofi, come Capograssi ci insegna. L’esistenza ‘intera’ di un individuo anche portatore di abilità diversa (una volta vi erano le diciture, sui nostri mezzi pubblici, per i posti riservati a “mutilati di guerra e grandi invalidi del lavoro”: tutta l’attenzione dello Stato-nazione per i suoi cittadini dopo le tragedie di due guerre mondiali); infine, anche la dimensione dell’uomo che ha commesso delitto e deve scontare la sua pena, e si trova “ristretto” in una casa circondariale, privo della sua libertà, ma egli è pur ancora un individuo, che paga sì il suo debito allo Stato, alla società e ai suoi prossimi a cui ha nociuto nel suo vivere in-civile. Ovvio, il tutto, con alti e bassi, interventi di stop and go per dirla secondo il piano di riforme dovute alla crisi del 1929, tra le due guerre, del new deal roosveltiano, se pensiamo che alcune tragedie sono state taciute colpevolmente col silenzio, se pensiamo ai casi di orrori quali gli italiani infoibati, le bombe degli Alleati angloamericani sulle nostre città, all’inutile sacrificio di Dresda bruciata al fosforo, un gioiello di città europea con tutti i suoi centomila abitanti, a guerra quasi finita (donne, anziani e bambini inermi), o l’abbazia di Montecassino rasa al suolo (…la si poteva aggirare? Un generale militare è anche un uomo!). Devastazione di un popolo dall’alto di fortezze volanti per cinque anni, per abbattere cosa? un regime che alla fine sarebbe caduto da solo come poi il ben più potente impero dei soviet! E che ci hanno martoriato a fare? Al nostro popolo pensavano di esportargli la libertà (… e quale libertà?) o l’antica libertas dei latini. Bombe illegali già dalla convenzione di Ginevra della Società delle Nazioni; o la vergogna della pedofilia, retaggio di un antico mondo sopra delineato nella sua visione di “magnifiche sorti e progressive” della fine Ottocento ed entrata nel pieno delle tragedie del Novecento.

Torniamo alle poesie di un giovane innamorato che scrive e scrive per poter sposare la sua amata.

Per Capograssi l’individuo non è il borghese, è l’uomo comune che si trova a fare, e deve farlo, lo scatto di un uomo non diviso dall’automatismo della nostra età, vivere la sua integrità attraverso il lavoro con coscienza e senso di appartenenza alla comunità. La sua tesi di Laurea è conseguita nel 1911. Il suo pensiero filosofico, sino alla morte – 1956, è focalizzato più che sul concetto di libertà, sulla democrazia e la sua formazione, l’esperienza che si ha della vita democratica e il suo compiersi quotidiano. La necessità di una Unità nella pluralità che in democrazia è la premessa di ogni libertà. Qui si forma il nucleo dell’uomo del Capograssi attraverso il quotidiano esercizio del suo lavoro, etico ed estetico. L’uomo non si guadagna così solo il pane per vivere, diventa il costruttore di esistenza con la consistenza del suo lavoro ben eseguito: la vera produzione è il consumo-fruizione dell’uomo nella pienezza della sua produzione. Scopriamo un Capograssi socialista che commenta la disoccupazione, la sperequazione, la mancanza di pari possibilità di partenza tra gli individui, tutti i limiti da superare per una democrazia compiuta. Capograssi nelle sue mire, nelle sue visioni sul lavoro e l’attenzione alla compiutezza, è vicino in pensieri opere e azioni all’uomo Stakanov che, lungi dall’essere un uomo macchina al servizio dell’impero dei soviet, è il caposquadra che innova, inventa tecnologia per aumentare produttività della sua squadra diminuendo la fatica, retaggio della finta colpa originale dell’uomo adamitico, la falsa colpa del peccato originale di un ipotetico paradiso perso e ottenibile – grazie al clero “oppio dei popoli” qui ci vuole! – solo dopo la morte e pagando indulgenze. Non è così; il benessere è intimamente connesso dalla coscienza e spirito dell’uomo intelligente che opera con la sua cultura e nel suo ambiente, fattosi creatore del suo dovere e con diritti altrui da rispettare della persona (donna, figli e minori, il proscritto o carcerato-detenuto in espiazione di colpe, fino – si è detto sopra – al diritto delle creature animali o vegetali) e adempie al suo lavoro nobilitato.

Ecco l’esigenza di far entrare nel circuito mediatico ‘iniezioni’ del pensiero sull’individuo di Capograssi, quasi saltando la generazione intermedia tra lui, nato a fine Ottocento, i ‘suoi giovani’ reali e anche ideali discepoli, nati tra le due guerre mondiali, i seguaci post-bellici e, infine, quelli nati dopo, a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta, generazioni del Miracolo italiano.

A ben vedere la generazione nata con, durante e dopo il Miracolo economico è partecipe solo della società dei consumi e del consumismo, che ormai corrode tutto, il futuro, il domani – l’avvenire. Sarebbe più consona chiamarla generazione dell’età del transistor, cioè l’età elettronica-informatica, poi del computer e della nuova rete di internet, per un approccio partecipativo ai mutamenti della vita degli individui contemporanei. Individui che hanno troppo spesso sentito (abbiamo sentito) abusato il termine ‘rivoluzione’, la fine delle ideologie dei regimi comunisti, la Caduta del Muro di Berlino ecc. , fino al nuovo secolo e all’11 settembre 2001 e, oggi i continui focolai di guerre e guerriglie spesso a base etnica, razziale e religiosa, sempre più prossimi a Casa nostra. Tanto che la generazione nata negli anni Sessanta ha risentito del terrore atomico, del riarmo e di slogan tipo “meglio rossi che morti” e oggi si risveglia cinquantenne con la “bomba etnica” che ha potuto, e può più dell’atomica: pensiamo a Saraievo, a Beirut, a Damasco e persino nella vicina Tripoli (già “Tripoli bel suol d’Amor”, la Libia della poetica di Giovanni Pascoli), e ai tanti scontri nel Mali, in Afghanistan, in Ruanda, Somalia, Kenia, Iraq curdo, sciita e sunnita, e nel lontano estremo oriente Coree, e Tibet, dove si immolano nel fuoco i monaci. E’ questa generazione, fatta di cinquantenni, che deve raccogliere la sfida della comunicazione oggi? Intorno alla metà degli anni Settanta è esplosa la ‘sorgiva’ inarrestabile, un torrente e via via fiume sempre più grosso, impetuoso e limaccioso, quello dei media: televisioni regionali, locali, commerciali, antenne selvagge ma anche il canale regionale di Rai Tre era novità. Poi le TV satellitari, per non parlare delle varie “radio” dagli anni cosiddetti di piombo in Italia, questo strumento già così ben utilizzato dai regimi politici della prima metà del XX secolo. La tecnologia ha poi commercializzato i cellulari, telefoni portatili, la rete internet, e l’ancora più piccolo mondo dei computer palmari. Ci siamo assuefatti via via a queste autentiche rivoluzioni tecnologiche, il vero motore e vettore della storia contemporanea, senza più alcuna elite, tutti orfani di grandi idee, dediti a fortune come chimere senza la fortuna di maturare lo slancio vitalistico dell’uomo capace di rispecchiarsi nell’altro uomo, e nella sua comunità e cultura. E le culture entrate in contatto dopo l’età degli imperi coloniali e orfane della rivoluzione mondiale di Marx e Lenin, urtano, collidono, entrano in conflitto, ognuna portando il proprio retaggio antropologico, senza l’ambiente, il paesaggio costruito dall’incontro di un sito con una cultura umana, senza contemplare più nemmeno le prime idee ecologiche già emerse nella seconda metà dell’Ottocento tra ad esempio preservazionisti o conservatoristi della natura, o atteggiamenti positivistici di addomesticamento della natura a uso dell’uomo. L’individuo categoria appunto recente, quanto è stato influenzato dalla tecnica? Dapprima la forza (il vapore, la strada ferrata e il bastimento – una vera rivoluzione nella vita dell’individuo a metà Ottocento: l’età del ferro e del vapore). Forza, divenuta quindi potenza (il motore a reazione, l’energia atomica, le onde elettromagnetiche e i raggi laser – a metà Novecento: l’età del petrolio e dell’atomo) e infine oggi, l’energia (cavi ottici, basi in orbita attorno alla Terra, nanotecnologie e biotecnologie, dall’ultimo quarto del Novecento ad oggi). Una serie di passaggi in pochi decenni e generazioni, un salto quantico cioè che interessi intimamente ogni pensare, scegliere ed agire della sublime coscienza umana e del suo spirito intelligente, uno scatto, diciamo, anche di tale portata che l’umanità lo ha fatto, con dovute differenze tecniche, tra il lontano paleolitico, mesolitico e neolitico, in migliaia di anni, in decine di generazioni, forse almeno 100/120, contando di padre in figlio, e con eventi quali il periodo fine glaciazione di Wurm, l’epoca diluviale (sembra intorno all’11.500 a.C., oggi analizzando dati incrociati di più discipline scientifiche) e le fasi calde alterne. Una quantità di forze ed energie della natura da comprendere, certo col mito e le credenze religiose dapprima, da analizzare e da sistematizzare in discipline, a cui generazioni di uomini hanno assistito, assimilato e reagito nella esperienza vita quotidiana. Oggi la partita col futuro si è antropizzata. Questa vicenda tutta intera, nella sequenza di generazioni e grazie alla contemporaneità filosofica del pensiero dell’individuo, la grande platea, e anche diciamo così la vulgata, la vive ma non la “vede” come opportunità, e non può afferrare la grandiosa vera rivoluzione che è la ‘fasciatura’ del mondo che, pur nel caos attuale, ha posto le premesse per l’Unità del mondo, non senza stridori ed esplosioni, conflitti armati e sperequazioni, focolai terribili e minacciosi. Questi giovani, appunto nati a partire da questa linea tracciata tra la fine del transistor e l’inizio del microchip, tra la tecnologia di fine Ottocento, primitiva ma premessa, essa stessa, per l’Unità del mondo, e la tecnologia attuale, ‘sua progenie’ del minuscolo (nanotecnologie) negli spazi inesplorati, abissi degli Oceani e lo spazio in orbite fuori dalla Terra, questi giovani – si diceva, hanno ben poca cognizione e persino percezione del cambiamento e lo apprendono solo per leggende metropolitane diventati messaggi codificati. La leggenda del riscaldamento globale ad opera dell’uomo, non provata scientificamente, gli animalisti e la mortificazione dell’individuo uomo per una non chiara legge di Natura, la globalizzazione che sembrava essere quasi democratizzazione di un mondo tutto insegne, consumi e pubblicità… Sui concetti di strumenti tecnici e spinte al cambiamento e inerzie del sistema pensiamo alla nascita della città moderna, che si può caratterizzare proprio con l’apparizione delle strade ferrate e quindi delle stazioni ferroviarie, i treni con le carrozze che di colpo rendono vane le millenarie mura cittadine, che dividevano le città dal contado e non ci si chiede cosa porta quel treno, soldati armati o rifornimenti per i mercati rionali. Se pensiamo come ha cambiato il mondo l’apparizione della stampa di Gutemberg, per esempio per la divulgazione delle 99 tesi di Lutero. Ecco l’attualità del pensiero di un filosofo, nato con la tecnologia di fine Ottocento, per portarlo verso generazioni che vivono in una Italia con 38 milioni di autovetture, cellulari che trillano quasi ovunque, antenne, palazzi, ripetiti di antenne, ecc. L’approccio sembra essere verso il lavoro liberato dell’uomo nella società, che consente di innescare una serie di rivoluzioni che portano ad un punto di arrivo in continuo miglioramento e perfezionamento, secondo schemi anni ’70 quali “lavorare meno lavorare tutti” o come “la fantasia al potere” urlati da quegli stessi giovani sopra citati che speravano in un prossimo lavoro senza fatica, il motto ripreso durante la Reggenza del Carnaro, a Fiume l’italianissima. Una vicenda, questa seguita da Capograssi nelle “Lettere a Giulia” che scriveva alla sua amata, poi consorte, dove lui citava il suo conterraneo abruzzese, il comandante D’Annunzio, in un’esperienza che è stata a ben leggere i documenti i saggi e la pubblicistica, un Sessantotto ante litteram.

I Diritti dell’uomo. In un mondo diviso tra il liberismo e il comunismo, con la Cortina di ferro che calava sull’Europa divisa tra due sfere ideologiche, Alcide De Gasperi affida a Giuseppe Capograssi l’introduzione della Dichiarazione dei Diritti fondamentali dell’Uomo del 10 dicembre 1948, per divulgare il nuovo credo. La Costituzione della Repubblica italiana, che ebbe il “visto si stampi” dagli occupanti angloamericani il 15 dicembre del 1947 (le autorità del governo militare angloamericano seguivano anche la nomina dei ministri) e solo il 1 gennaio 1948 introdotta, anticipava (sic!) tale credo.

E’ giunto il momento, a circa 70 anni da quel fallimento, a livello globale, di tirare qualche somma. La Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo venne firmata allora dai 48 Stati e già 7 si astennero. Era riferita ai popoli d’Europa o di ascendenza europea, russi e i loro stati satelliti, e in Asia popoli ed etnie dell’impero sovietico, e agli americani del Nuovo mondo, Stati Uniti, Canada e America latina. In quel tempo, è bene precisare, la Cina di Mao invadeva il Tibet (che nel 1949 si appellò alle Nazioni Uniti) con tutte le conseguenze…. La guerra di Corea era ai primi bagliori, e la non violenza di Ghandi non eliminava il sistema delle caste ancora perdurante, la sottomissione delle donne, e a vedere con lo sguardo da italiano, da europeo, anche altre discriminazioni – ancora presenti oggi nel mondo, e tutto già avveniva nel momento della solenne Dichiarazione. Oggi, a 70 anni circa, gli Stati nell’Onu sono ben 198, chi si riconosce il quella Dichiarazione Universale? Ecco, che il tempo del pensiero filosofico può, se ben evidenziato e divulgato, divenire attuale più che mai. Capograssi allora avvertiva, quella Dichiarazione altro non era che una raccomandazione, e aggiungeva che era bene iniziare a parlarne… ma oggi, cosa rimane dei “Piccoli diritti e delle grandi e solenni parole” ricordando, appunto, Capograssi? I bisogni, i problemi e i diritti dell’uomo contemporaneo nascono non da esigenze e dichiarazioni universali, ma dall’uomo stesso in cammino e costruttore anche di un’etica nella dinamica concreta della vita. Gapograssi avverte la disperazione del senso del finito dell’uomo e partendo da Giovanbattista Vico, e con Vico, avverte che l’uomo si realizza nel processo dell’esperienza. “Poeta dell’alba” lo definisce Capograssi il nostro G.B. Vico per l’aderenza alle cose al di là del pensiero riflesso.                   

All’universalismo astratto della ragione si nota, negli studi su Capograssi, che questi oppone la dialettica dell’esperienza pratica e attiva del soggetto, una funzione dell’individuo nel mondo che è la pratica del quotidiano, e ad un tempo, l’elaborazione di principi e delle idee della società nel suo insieme. L’individuo capograssiano si basa sul lavoro, – nel solco degli italiani, dall’Umanesimo al Rinascimento e solo in questi ultimi decenni, ma soprattutto dal 2005-2006, si è mortificato, si è, intaccato ma ancora non spezzato nello spirito degli italiani il nostro nerbo, lo zoccolo duro della nostra appartenenza e identità. Nel lavoro e con il lavoro l’uomo guadagna oltre il salario, la dignità e, se proprietario dei suoi mezzi di produzione, anche la capacità di immaginare, di sognare e intuire il mondo.

L’uomo è costruttore della storia come somma delle fatiche individuali. Sono anni in cui Capograssi vede la distruzione dell’Europa avvenuta nello scontro tra lo Stato totalitario, anzi tra i totalitari (con l’Urss) e lo Stato parlamentare e “democratico”. Così, la riflessione anche sui limiti dell’individuo, i suoi sforzi e la consapevolezza della sua morte, la vita come esistenza senza consistenza. Allora che fare? Capograssi subito dopo la guerra, insistette molto sulle responsabilità degli europei verso un mondo che – nel dualismo – si andava americanizzando. Notava che i giovani andavano perdendo la nozione del tempo e del silenzio, non come accettazione passiva di sistemi totalitari, come poteva avvenire dopo Yalta, nel mondo dualistico, nell’Est dell’Europa, ma per la consapevole costruzione storica della volontà europea. Era la perdita del tempo storicizzato. È stata messa in atto decennio dopo decennio la perdita dei valori tra le generazioni, attuale nei giovani divenuti adulti con semplici slogan l’allontanamento fino all’esilio delle coscienze orfane delle capacità di analisi critiche delle azioni future. Rimasti un uno stato di limbo di una forzata prolungata ribelle adolescenza di giovani, ora non più giovani ma adulti mai stati nella giovinezza piena delle loro facoltà. Dopo l’apocalisse atomica, tutti guardano ad un futuro senza speranze, al continuo insistere di diritti umani persi, e con insistenza declamati per una presunta religione dei diritti o della parola libertà divenuta astratta, labile, interpretabile nello scacchiere di un mondo diviso.

         Capograssi è stato profetico, vedeva i millenni della storia d’Europa trasfigurati nelle frivolezze di un impero americano – qui ad Ovest – fatto di pellicole hollywodiane e oggi anche macdonaldizzato, e con popoli cosiddetti emergenti (cinesi, indiani ecc. ecc.) che seguono come copie malfatte tale linea di consumismo e consumo delle risorse del mondo, senza le lotte socialiste iniziate qui in Europa appunto, con il Manifesto di Marx e le rivoluzioni che hanno consentito il controllo della forza, della potenza e dell’energia di una scienza e tecnologia europea che prepara inesorabile, nonostante, l’Unità del Mondo.  

 

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