Quaresima in cucina
in Campania tra piatti tipici e poche rinunce

Abbiamo ragione di pensare che ci sia (ancora?) una buona fetta di persone che segue i dettami della Quaresima, cioè il periodo immediatamente dopo Carnevale, che prevede una serie di rinunce alimentari, fino ad arrivare alla Pasqua. In Campania la Quaresima non è soltanto privazioni e ricette povere: un popolo ossessionato dal cibo, come lo è quello napoletano, non poteva esimersi dal creare una filosofia alimentare della Quaresima, con tutti i piatti tipici annessi e connessi.

Prima – molto tempo fa, insomma – la Quaresima era qualcosa che si slegava quasi totalmente dalla componente religiosa, per abbracciare quella aristotelica del tempo, quando questo era tutta la fusione del calendario sia civile che religioso. Cerchiamo quindi di ricostruire questo periodo particolare dell’anno, che letteralmente scandiva i tempi degli uomini del passato.

Come nasce la Quaresima?

Convenzionalmente, la Quaresima racchiude i quaranta giorniche intercorrono dal mercoledì delle ceneri (il giorno dopo il Martedì Grasso) ed il giorno di Pasqua. Durante questi giorni, banalmente, ci si priva di alimenti golosi, “ripercorrendo” i giorni che separarono il Cristo dalla crocifissione prima e resurrezione poi.

C’è molto più da dire, ovviamente: cercherò di farlo in maniera lineare e soprattutto breve.

Parlando di Quaresima, è necessario però fare una distinzione tra calendario naturale e calendario alimentare. Secoli fa, quando c’era poca possibilità di conservare alimenti per lungo tempo (se non con tecniche di salatura e poco altro), i ceti più ricchi dimostravano il loro status symbol mangiando cibi freschi fuori stagione; invece, i ceti più bassi erano “costretti” a mangiare cibi conservati, sfidando la stagionalità dei cibi.

Nel 500 d.C. circa si aggiunse a questa cornice l’elemento religioso, di natura cristiana. I giorni “di magro” raggiunsero anche la non modica quantità di circa 160 giorni all’anno in cui la carne (e in origine, anche pesce, formaggio e derivati animali) era bandita. Questo simboleggiava, sicuramente, una grande importanza data alla carne. Da non sottovalutare poi le invasioni barbariche: queste popolazioni, molto adepte alla carne, avevano costumi che mal si adattavano a quelli dei discendenti dell’impero romano.
Inizialmente, furono soltanto i monaci e gli asceti a praticare questo tipo di rinuncia. Si praticava durante le piccole e grandi Quaresime (c’erano dei periodi interi, mentre ora ce n’è solo uno), nei prefestivi, i mercoledì e i venerdì. Ora la cosa si è parecchio semplificata, dedicando solo i venerdì ed al massimo i mercoledì delle settimane prima della Pasqua. Le prime tracce di Quaresima le abbiamo soltanto nel XIII secolo, ne La bataille de Caresme et de Charnage (La battaglia della Quaresima e del Carnevale), fabliau francese medievale appartenente al genere della satira.

Dopo aver fatto questo riassunto rapido a beneficio di tutti, vi lasciamo ai piatti tipici della Quaresima in Campania.

Frittata di scammaro

Probabilmente il piatto più iconico della Quaresima napoletana, la frittata di scammaro è stata a lungo abbandonata e poi ripresa dalla gastronomia popolare, al punto da diventarne un’autentica icona. Perché scammaro? Da ciò che dice il dottor Tommaso Esposito, gastronomo napoletano, “scammaro” deriva da ex camera, cioè “fuori dalla camera”; i monaci mangiavano di magro nel refettorio comune con un vitto leggero. Quando ci si ammalava, si restava in camera. Mangiare leggero, scammariare; mangiare grasso, cammariare.

Dopo la nota storica, passiamo alla ricetta. Cos’è in buona sostanza la frittata di scammaro? Si tratta di una frittata di spaghetti, semi cotti in acqua bollente, successivamente ripassata in padella con olio, frutta secca (come noci, pinoli, ma anche uvetta), erbe spontanee per insaporire e pesce conservato (il tonno era quello più gettonato, ma non mancano versioni  o quello che c’era a disposizione).

Pasta e legumi

pasta-e-ceci

La popolazione napoletana è sempre stata avvezza al consumo dei legumi, soprattutto come fonte proteica sostitutiva alla ben più costosa carne (della quale, comunque, spesso avevano soltanto i tagli più poveri: les entrailles, il famoso quinto quarto napoletano, fatto di muso, piede, intestino tenue, stomaco, mammella). Quindi, il loro utilizzo non può che intensificarsi durante il periodo della Quaresima. In particolare, il primo giorno di Quaresima a Napoli (il cosiddetto mercoledì delle ceneri), è tipico mangiare pasta e ceci, anche chiamati tuon’ e lampi. Tra i formati di pasta secca utilizzati, solitamente si scelgono tubettoni lisci e rigati, oppure pasta mista composta da tutti i vari frammenti di altri formati; chi utilizza pasta fresca, solitamente “tira” le cosiddette lagane, dando vita proprio a lagane e ceci, piatto tipico anche del Cilento.

Baccalà e stoccafisso

Le differenze tra baccalà e stoccafisso dovreste ormai conoscerle a menadito; in Campania abbiamo una fortissima tradizione riguardo a entrambi, con ricette gustosissime che spaziano dal piatto povero all’opulenza gastronomica. Quest’ultima, soprattutto, si manifesta in maniera prepotente durante il periodo di Quaresima. La Campania ha molte zone dedite alla cucina di baccalà e stoccafisso: si va dall’entroterra irpino fino alle zone prossime al mare. Il merluzzo nordico conservato è stato da sempre merce di scambio tra i poli commerciali della regione, utilizzato per avere in cambio verdure, carni, formaggi e permettendo una diffusione di questo alimento e di svariate ricette.

Il baccalà alla napoletana è una ricetta comune del periodo di Quaresima, anche chiamato in alternativa baccalà arrecanato: consiste in baccalà con sugo di pomodoro arricchito con olio, aglio, origano ed olive nere, spesso insaporito da abbondante sale. A questo piatto, bene si abbina il pane cafone da criscito, spugnoso, adatto per la scarpetta.

Un piatto un po’ più povero ma ugualmente gustoso è lo stoccafisso conciato: il pesce viene bollito, poi arricchito da olio extravergine d’oliva a crudo, succo di limone ed olive verdi.

Alici e colatura di alici

salsa colatura alici

Le alici sono pesciolini poverissimi e facilmente reperibili dai pescatori; per questi motivi, da sempre fanno parte della dieta di magro. In Campania spesso vengono indorate e fritte, cioè passate in una pastella composta da farina, uovo, pepe e formaggio e successivamente fritte in abbondante olio. Consistono in un secondo piatto molto comune, spesso accompagnate da pane ed insalata. Ancora, un altro piatto tipico che non prevede la presenza di grassi animali sono le alici in tortiera, ricetta che prevede l’utilizzo di alici freschissime, prezzemolo, aglio, limone, sale ed olio extravergine d’oliva.

Storia affascinante è quella della colatura di alici, un prodotto famoso in tutto il mondo, ma in origine diffuso come condimento saporito e povero. Si dice che la colatura di alicisia una diretta discendente del garum romano, cioè di quegli intingoli che contenevano non-meglio-precisate interiora. Come fosse fatto il garum, possiamo solo immaginarlo: spesso l’archeologia gastronomica sfocia nella fantascienza, avendo a disposizione così pochi reperti. Sappiamo però com’è fatta la colatura e soprattutto quale sia il suo posto: infatti, viene prodotta a Cetara, piccolo borgo marinaro della Costa D’Amalfi, che da poco ha ricevuto il riconoscimento per la colatura d’alici di Cetara DOP. Alle alici appena pescate nel golfo di Salerno vengono tolte le teste ed eviscerate; tradizionalmente, le alici vengono poi poste e pressate nel terzigno di legno, una sorta di botte sulla quale vengono posti sale e dischi di legno, che fanno pressione sulle alici. Il liquido che affiora viene raccolto in vasi trasparenti, messi poi al sole, in modo tale da far evaporare l’acqua in eccesso, lasciando unicamente il concentrato. Bisogna ben dosare la colatura di alici: è umami allo stato puro, bastano poche gocce per insaporire un’abbondante dose di spaghetti. Basta aggiungere, a piacere, una piccola dose di frutta secca per avere un piatto sì magro, ma carico di sapore.

Uova in purgatorio

Il culto delle uova, a Napoli, è qualcosa di trascendentale: su un uovo si reggerebbe il destino di Napoli, il famoso uovo di Virgilio Mago, l’uovo cosmico posato nelle viscere dell’isolotto di Megaride, sotto Castel dell’Ovo appunto. Sebbene prima non fossero permesse, chi sceglie di ridurre il consumo di carne in questo periodo fa sicuramente uso delle uova.

Le famosissime uova in Purgatorio (ova ‘mpriatorio) prevedono l’immersione delle stesse in un sugo semplice di pomodoro; vengono così chiamate perché – a detta di alcuni – le uova assomiglierebbero ai volti dei defunti, avviluppati dalle fiamme del Purgatorio. Ciò che di vero sappiamo è che questa ricetta, dopo essere passata nel dimenticatoio, sta riscuotendo nuovo successo sulle tavole tradizionali delle trattorie partenopee.

Quaresimali napoletani

Non poteva certo mancare il lato dolce della Quaresima, qui rappresentato appunto dai biscotti chiamati quaresimali napoletani.

Del tutto simili ad una sorta di cantuccino toscano – quindi a base di farina, zucchero, mandorle tostate, i quaresimali napoletani si differenziano da questi sostanzialmente per l’aggiunta di diverse spezie come la vaniglia, i chiodi di garofano, noce moscata, cedro e talvolta la cannella.

 

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