Rachmaninov, l’ultimo compositore romantico

150 anni fa nasceva Sergej Rachmaninov, universalmente noto come compositore di grandi opere per pianoforte e orchestra, ha un posto fisso nel repertorio concertistico internazionale.

Fu eccezionale rappresentante di un’epoca e incantò – a soli vent’anni – la sua Patria, la Russia, e poi il Mondo intero. Esordì nel 1893 a Mosca e poi a Kiev con “Aleko”, sua prima opera: prova finale per ottenere il diploma di composizione al Conservatorio di Mosca, gli valse il massimo dei voti.

La prima rappresentazione ebbe luogo al teatro Bol’šoj di Mosca il 27 aprile 1893 (data che secondo il calendario gregoriano – adottato nel febbraio 1918 – corrisponde al 9 maggio), sotto la direzione di Ippolit Al’tani.
Il successo fu grande tanto che la seconda rappresentazione dell’opera, il cui libretto è tratto dal brillante poema narrativo “Tsygany” (Zingari) di Aleksandr Sergeevič Puškin, fu pianificata per l’ottobre del ’93 a Kiev.
Lo stile del poeta, saggista, scrittore e drammaturgo, considerato in filologia il padre della lingua letteraria russa e l’esponente di spicco del romanticismo, coadiuvò certamente il successo riscosso.

In occasione della performance a Kiev la direzione fu peraltro dello stesso Rachmaninov, che si esibì per la prima volta come direttore d’orchestra.

La città e i suoni ricorrenti

Sergej Vasilievich Rachmaninov nacque in una famiglia di nobili di modeste condizioni nella primavera del 1873, in una tenuta di famiglia vicino a Novgorod. Nella vita e nella carriera del musicista la cerchia di parentela e conoscenze furono decisive nel dare forma agli eventi più importanti degli anni formativi: lo sviluppo delle sue doti musicali, la sua educazione, le sue prime amicizie e persino il suo matrimonio.
Trascorse la prima giovinezza in quella terra piatta di fiumi e laghi nell’estremo Nord con le sue lunghe notti invernali e bianche d’estate.
La sua città natale è la più antica della Grande Russia: ricca di chiese e monasteri medievali su entrambe le sponde del fiume vede, sulla riva destra, un grande Cremlino turrito circondato da mura, costruito attorno alla Cattedrale di Santa Sofia nell’XI secolo.

A Novgorod, come a Mosca, dove in seguito visse il compositore, il suono delle campane delle chiese era un accompagnamento costante della vita quotidiana e sono, in Rachmaninov, un motivo ricorrente in composizioni come il movimento pasquale della “Prima Suite” per due pianoforti op. 5 (1893), la “Seconda Sinfonia” op. 27 (1906–7) e la sinfonia corale “The Bells”, op. 35 (1913), che considerava una delle sue migliori opere.

Il giovane Rachmaninov disponeva di poco tempo – un solo mese! – per scrivere l’opera “Aleko“. Fu quindi enorme la sorpresa allorquando presentò la partitura. Impiegò infatti meno di tre settimane a completarla, con risultati altrettanto sorprendenti.
Il buon uso di strategie musicali specificamente russe e orientali elaborate da Glinka, Borodin, Čajkovskij e altri artisti si sposava magnificamente con brani corali e solistici dalle melodie originali e ben congegnate. Il libretto, concepito dal drammaturgo moscovita Vladimir Nemirovich-Danchenko, invitava al confronto, nella sua trama verista di gelosia e vendetta omicida, con la “Cavalleria rusticana” di Mascagni – la cui fonte letteraria è l’omonima novella di Giovanni Verga – recente successo al Bol’šoj.

L’opera portò a Rachmaninov la fama iniziale di cui aveva bisogno per accreditarsi tra gli artisti già affermati ed emergere tra tanti aspiranti musicisti. Čajkovskij, difatti, gli trovò subito un editore e gli fece da mentore durante le prove, mentre l’Opera di Kiev invitò il compositore a dirigere l’orchestra nella rappresentazione dell’ottobre 1893.

Solcare la frontiera

Il fragore suscitato dalle due prime uscite lo portò presto fuori dalla sua Russia attraverso il cugino Alexander Siloti. Celebre pianista, figlio d’arte, suonò il primo concerto per pianoforte a Wiesbaden e Francoforte. I critici tedeschi colsero echi di Chopin, Liszt e Grieg nella scrittura per pianoforte, ma non il carattere “russo” della musica.

Ci vollero ancora un paio d’anni perché il tributo fosse unanime e imperituro. Nel 1895 l’Occidente scoprì Rachmaninov, ancora una volta grazie a Siloti che suonò per la prima volta il “Preludio in do diesis minore” a Londra. Da quel momento il pubblico non smise mai di chiedere a Siloti di suonarlo in ogni recital. Dapprima in Inghilterra e Scozia, poi a New York, Boston e Chicago.
A cavallo tra il XIX e il XX secolo questa breve opera del 1892 rappresentava già la composizione per pianoforte più conosciuta. Tanto che nel 1899 in Inghilterra, durante la prima tournée all’estero del compositore, questi si stizzì della continua e pressante richiesta di aggiungere il “Preludio “alla scaletta di ogni concerto per pianoforte.

Rachmaninov conosceva gli scrittori Anton Cechov, Maxim Gorky e Ivan Bunin. Frequentava gente di teatro, tra cui Savva Ivanovič Mamontov alla Private Opera e Vladimir Teliakovsky, direttore dei Teatri Imperiali, che lo assunsero entrambi come direttore d’orchestra. Conobbe Konstantin Stanislavskij al Teatro d’Arte di Mosca, e Sergei Diaghilev, che lo portò a Parigi per partecipare alla sua prima Saison Russe nel 1907. Lavorò con Feodor Chaliapin e altri cantanti della sua generazione.

Conosceva Igor Stravinsky, che ne notò l’altezza definendolo “un cipiglio di un metro e ottanta”: era, invece, alto 1 metro e 92 centimetri, un gigante per quel tempo. Le mani, leggere ma proporzionate alla statura, avevano un’apertura fuori dal comune. Sebbene alcune note sulla sua biografia lo vedano descritto come cupo e privo del senso dell’umorismo, la sua fitta rete di relazioni fa pensare a un uomo vissuto con l’arte e per l’arte.

“Io sono me stesso soltanto nella musica. La musica basta a una vita intera, ma una vita intera non basta alla musica“, scrisse.

Canzoni

L’immenso repertorio di Rachmaninov comprende anche 83 canzoni – denominate románsy – ancora poco conosciute soprattutto fuori dalla Russia. Esse includono alcune delle sue musiche più belle e memorabili. I “romanzi” derivano dalla grande corrente ottocentesca della canzone romantica che risale a Beethoven e Schubert. Come i “Lieder” tedeschi e le melodie francesi, sono canzoni scritte per essere eseguite da un solo cantante, con un accompagnamento di pianoforte composto appositamente per la melodia. Invece di scrivere le parole, il compositore sceglie abitualmente un poema lirico o altro testo e lo mette in musica, scrivendo una parte vocale e una parte per pianoforte. Rachmaninov, giovane cantautore, amava il dramma, era abile nel creare melodie e originale nello scrivere parti declamatorie per voce.
Aveva, anche, supremi doni pianistici. Le sue prime migliori composizioni sono, insomma, pezzi per pianoforte e canzoni di cui sarebbe interessante approfondire la realizzazione musicale. Recentemente i cantanti di lingua russa più giovani stanno riscoprendo queste canzoni, che imparano e cantano nella lingua madre.

Rachmaninov ha iniziato a comporre nel suo secondo anno di Conservatorio, sotto la guida del severo insegnante Nikolaj Sergeevič Zverev. È sorprendente che i suoi primi sforzi spazino su diversi generi, non solo brani per pianoforte ma anche opere orchestrali, da camera e vocali. Era ambizioso, e in questo emulava Čajkovskij, suo “eroe” al Conservatorio di Mosca. Nel febbraio 1887 scrisse uno “Scherzo per orchestra“, la sua prima composizione esistente, basata sullo “Scherzo di Mendelssohn”, tratto da “Sogno di una notte di mezza estate”. Nel corso dell’anno successivo scrisse i suoi primi brani per pianoforte e fece dei bozzetti per l’opera “Esmeralda”, soggetto tratto dal “Gobbo di Notre Dame” di Victor Hugo.
Nell’autunno del 1889 posò lo sguardo sulla composizione. La domenica pomeriggio, alla presenza di Čajkovskij, sentiva tintinnare una sorta di stimolo all’ambizione che andava rivolgendosi verso la composizione di musica. Čajkovskij e Rachmaninov erano entrambi nati in famiglie allargate, amorevoli, ma solo Sergej ebbe un matrimonio di successo e visse in un clima di pace la propria vita privata. Come professionisti, i due uomini erano eccezionalmente disciplinati e si distinguevano per la comune costanza nell’ambire a raggiungere la vetta della perfezione.

Al volgere del secolo il compositore aveva già una discreta fama: iniziarono i viaggi di piacere – l’Italia fu omaggiata della sua presenza in Toscana – che si alternavano con i tour ora a Londra, poi a Dresda e Lipsia, Varsavia, New York. E qualche anno più tardi ancora in Germania – questa volta a Berlino. Quindi in Svizzera e nella Città eterna dove compose Le campane, una tra le sue composizioni favorite.
Dopo lo scoppio del primo conflitto mondiale nulla fu più eguale. Quando, nel 1917, le insurrezioni portarono alla caduta del potere della dinastia dei Romanov e alla Rivoluzione d’ottobre l’atmosfera generale si fece tetra e pericolosa.

Addio amata Russia!

Rachmaninov allora decise di lasciare la Russia con la moglie le figlie.

Terminò la stagione concertistica primaverile in varie Città russe, donando parte dei suoi guadagni ai soldati del “mio Paese ora liberato”. Ad aprile si recò nella sua tenuta a Ivanovka per supervisionare la semina primaverile: vi trovò il caos. Membri del Partito Social Rivoluzionario di un distretto vicino avevano esortato gli abitanti del villaggio a impossessarsi della tenuta. Edifici, bestiame, veicoli e attrezzature vennero rivendicate come di loro comune proprietà. Il compositore avrebbe voluto dare tutto al suo popolo, ma non poteva a causa degli ingenti debiti insoluti.

Il 5 settembre a Yalta tenne, inconsapevole del futuro, la sua ultima esibizione in Patria. Alla fine di novembre, di punto in bianco e “per grazia di Dio”, gli arrivò difatti il telegramma da un direttore d’orchestra svedese: gli offriva l’agognato invito a esibirsi fuori dalla Russia. Era la sua prima proposta di lavoro all’estero dall’inizio della guerra, la soluzione al suo problema.

Secondo i biografi, tuttavia, “la sua accettazione creò problemi molto più seri che rimasero con lui fino al giorno della sua morte come emigrato”. Scrisse: «Più invecchiamo e più perdiamo quel senso di fiducia divina che è patrimonio della gioventù, e gli attimi in cui crediamo di aver preso la decisione giusta sono sempre più rari. […] quasi mai ho l’impressione che il mio operato abbia successo: porto il peso del rimpianto. Ma c’è un altro peso, ancor più gravoso, che mi era sconosciuto in gioventù: il peso di non avere una patria».

Lasciata la Russia, non scrisse più canzoni: avevano, per lui, bisogno del pubblico russo per essere comprese. Imparò un nuovo repertorio e una lunga, soddisfacente carriera – 70 i concerti nel 1919! – tornò a comporre. Nel 1934 scrisse la celebre “Rapsodia su un tema di Paganini”. Dopo il suo ultimo recital a Knoxville il 17 febbraio 1943, non si sentì bene e tornò in California. Vi morì poche settimane dopo, poco prima del suo settantesimo compleanno.

A noi restano, come patrimonio collettivo, le sue musiche indimenticabili.

                                       ©Chiara Francesca Caraffa

Rachmaninov, Russia


Chiara Francesca Caraffa

Impegnata da sempre nel sociale, è Manager del Terzo Settore in Italia, ove ricopre ruoli istituzionali in differenti Organizzazioni Non Profit. Collabora con ETS in Europa e negli Stati Uniti, dove promuove iniziative per la diffusione della consapevolezza dei diritti della persona, con particolare attenzione all'ambito socio-sanitario. Insegna all'International School of Europe (Milan), dove cura il modulo di Educazione alla salute. Cultrice di Storia della Medicina e della Croce Rossa Internazionale ed esperta di antiquariato, ha pubblicato diversi volumi per Silvana Editoriale e per FrancoAngeli.

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