venerdì, 18 Ottobre 2019

Storia militare ed Etica immortale – Intervista a Marco Lucchetti

LA PASSIONE PER LA STORIA MILITARE DI MARCO LUCCHETTI:
UN ESPERTO DEL MESTIERE DELLE ARMI CHE AMA ROMA E LA ROMA

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Consulente scientifico della rivista «FocusWars», Marco Lucchetti ama Roma, la città dove è venuto al mondo, e la sua Storia. Ufficiale della riserva e Benemerito dell’ordine dei Cavalieri di Vittorio Veneto, per lui il passaggio dalla teoria alla prassi non costituisce alcun tipo d’impasse. Anzi. Parla con cognizione di causa. Sulla scorta di un’autentica passione per i metodi critici applicati per scandagliare gli eventi epocali. E anche quelli meno noti lungi tuttavia dal fare contorno. In quanto legati ad aneddoti concernenti antefatti di episodi decisivi. Avvenuti sui campi di battaglia, quando i nemici si studiavano a distanza per individuare il punto debole l’uno dell’altro. Il nervo scoperto, come si suol dire, dove sferrare l’attacco risolutore.

I fatti della pentola li sa il coperchio. Eppure questo noto adagio, che gli abitanti dell’Urbe ripetono a ogni piè sospinto, ogni qual volta i curiosi mettono bocca nelle cose private, viene a cadere dinanzi alla sana sete di sapere.

Da critico cinematografico ritengo fondamentali per la Settima Arte sia i peplum, tipo Cabiria di Giovanni Pastrone che diede inizio alla virtù di rendere evidente l’intelaiatura degli angoli di ripresa, sia i kolossal storici. Con Birth of a Nation, dell’epigono statunitense David Wark Griffith, sugli scudi. I saggi sostengono, infatti, che ignorare ciò che è successo prima di nascere, equivale a restare bambini in eterno. Lucchetti ne è perfettamente consapevole. Laureato in Giurisprudenza ed esperto degli avvenimenti militari, al tasso di puerilità, ad appannaggio degli eterni Peter Pan alieni agli opposti estremismi, rappresentati dal bisogno dialettico e dai metodi aprioristici, antepone con ferma decisione la forza della tradizione. Ritiene però irrinunciabile apporre dei ‘distinguo’ per non dare adito ad aridi fraintendimenti e scandagliare con limpidezza d’animo i segreti del mestiere delle armi. Oltre a condividere la stessa fede calcistica, anche in tempi poco propizi, perché se un appassionato non sapesse sognare, non dovrebbe nemmeno tifare, proviamo entrambi ammirazione per il quadrumviro del ventennio Italo Balbo.

Un gerarca dal piglio moschettiere e controcorrente che quando gli davano del voi, domandandogli: «Come state?», era solito rispondere: «Io bene, gli altri non lo so».

Marco, con la sua poliedrica vena di scultore e pittore di soldatini da collezione, nutre stima per la franchigia critica di un capo-ciurma avvezzo alle trincee, agli assalti alla baionetta, all’aviazione e all’ironica spudoratezza, da vero angelo del cielo, che lo spinse ad apostrofare la morte in volo come «una cosa stupida, ma comunque sempre meglio della noia».

Con lui, fine conoscitore dell’uniformologia, l’incognita del tedio non si prospetta mai. Nei suoi libri, da “Le armi che hanno cambiato la storia di Roma antica” a “I generali di Hitler“, Lucchetti ha unito il sapore della scoperta alla capacità di presa immediata dello stile di scrittura per mostrare appieno gli aspetti pure di una branca della ricerca volta ad analizzare il progresso e la metamorfosi di abbigliamenti ed equipaggiamenti bellici. È la chiave per capire sin nei minimi particolari, finanche quelli ritenuti lì per lì di poco conto, lo spirito pugnace di condottieri onesti nell’animo, ma indomiti nella lotta, e il dissesto di rese operative mandate all’aria da argute contromosse. Avremmo parlato anche più a lungo di film di guerra, da “Quando volano le cicogne” di Mikhail Kalatazov ad “Ali” (“Wings“) di William Wellman, incentrato sui combattimenti aerei durante la Grande Guerra, ma pure dei territori del privato di uomini d’armi dalla battuta caustica, di parti rovesciate con sorprendente velocità, del culto delle gerarchie e dello spirito dello sport ‘di contatto’, alla stregua del rugby, rispetto ad altri tipi di attività agonistiche e collettive. 
Ci sarà tempo per una ‘seconda puntata’ all’insegna dell’approfondimento. Senza bisogno di scorciatoie. La storia è un’avventura da vivere fino in fondo.

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1). D / I film agli albori del secolo breve erano ritenuti dei romanzi per analfabeti. Credi che il Cinema possa comunque aiutare gli spettatori a digiuno di Storia a sopperire ad alcune gravi lacune?
R /
I film e le serie TV erano e sono fondamentali per la diffusione e la conoscenza della storia, soprattutto di quella militare che, in particolar modo in Italia, è sempre rimasta fuori non solo dai salotti letterari, ma anche da scuole e università. Quasi sempre la storia insegnata nel metodo classico ha sempre considerato la parte militare come accessoria, non tanto per quanto riguarda gli accadimenti e la strategia, ma per le uniformi, le armi, la tattica, l’addestramento, il morale e la disciplina dei soldati. Tante, troppe volte mi è capitato di interfacciarmi con grandi professori di storia, nonché scrittori di successo, che non avevano la minima idea di come erano vestiti ed equipaggiati gli uomini di cui raccontano le imprese, come se un tipo di armamento o di corazza non siano essenziali per l’andamento di un combattimento. Questa netta divisione non esiste nel mondo accademico britannico ed ecco perché negli ultimi anni, Alessandro Barbero in testa, noi storici militari abbiamo cominciato a far capire che la storia deve essere appresa, e insegnata, a 360° gradi (ma ahimè cominciamo ad avere 60 anni).

Lo stesso problema si riscontra al cinema o in Televisione, con la necessità di rendere la storia una sequenza di scoop e di scene spettacolari e-acrobatiche, dove l’uso del computer e l’ignoranza nel campo delle uniformi e degli armamenti la fanno da padroni. Produttori e registi devono vendere il prodotto e quindi devono raccontare trame, storiche, o pseudo-storiche, attualizzandole come dialoghi, costumi, modi di pensare e fisicità dei protagonisti. Insomma spesso non fanno un bel servizio alla Storia, ma è meglio di niente e quindi, ben vengano.

Ci sono per fortuna le eccezioni, come Steven Spielberg, dove storia e ricostruzione sono perfette (esempi clamorosi sono Salvate il sodato Ryan, Lincoln e le serie HBO Band of Brothers e The Pacific) e i recenti l’Ora più buia e Dunkirk, dove Nolan ci restituisce aerei originali e ci permette di vederli volare alla giusta velocità (non se ne può più di vedere biplani della prima guerra mondiale rifatti al computer che volano e compiono acrobazie più velocemente dei jet a reazione!).

2). D /La serie televisiva Roma prodotta da HBO e creata da John Milius, il regista di Conan il barbaro, pone in risalto la figura di due centurioni della XI legione di Cesare citati anche nei Commentarii de bello Gallico. Fu però la X, la legione Equestris, quella più cara a Gaius Iulius Caesar. Che fece meglio delle altre nelle Gallie, attaccare per primi anche quando erano in inferiorità numerica?
R  /
John Milius è anche il regista di Un mercoledì da leoni, Addio al re, Alba rossa, Il vento e il leone e della serie TV RoughRiders, capolavori in cui storia, ricostruzione storica (intesa come costumi e ambientazioni) e avventura vengono coniugati perfettamente. Le due stagioni di Roma, sono probabilmente quanto di meglio è stato girato su Roma Antica (a parte Giulio Cesare con il capello lungo e la frangiona) e devo dire che le ho molto apprezzate, anche se elmi e corazze dei legionari erano un po’ approssimativi. Le ricostruzioni urbane, i caratteri dei protagonisti, le vicende… mi sono sembrati tutti molto credibili e le trame “extrastoriche” non solo avvincenti, ma utili a dare un’idea di come dovesse essere la vita di quei tempi.

Per quanto riguarda la scelta della legione, perché no. La X, che alcuni chiamano Equestris,e che poi convergerà nel periodo imperiale nella X Gemina, è passata alla storia come la migliore e la preferita da Cesare, ma non combatteva da sola e anche legioni come l’XI, la XII e la XIII si coprirono di gloria. Tanto per fare un esempio, Giulio Cesare superò il Rubicone accompagnato da una sola legione, la XIII. Le tattiche e le tecniche di combattimento delle unità romane erano quelle che conosciamo bene: la variante era la capacità strategica e tattica del comandante di turno di tutto l’esercito, soprattutto da quando, con la riforma di Mario, il legionario era diventato un soldato professionista a tempo pieno, pagato ed equipaggiato da Roma, ma che dipendeva per la propria ricchezza personale (saccheggio, premi, terre) proprio da suo comandante. In pratica, le singole legioni erano più fedeli a Giulio Cesare, a Pompeo, a Ottaviano o a Marco Antonio invece che a Roma.

3). D / Riguardo alla battaglia di Farsalo del 9 agosto del 48 a.C. tra Cesare e Pompeo Magno, Catone e il suo codazzo erano ansiosi di lanciare l’attacco culminante. I 45.000 fanti e 7mila cavalieri sprecarono invece la superiorità numerica. Dal punto di vista del Senato sarebbe stato meglio tenere il conquistatore delle Gallie bloccato per un mese, in attesa che le sue truppe si sciogliessero, o non si poteva prevederne una contromossa così devastante?
R /
Bella domanda: molto spesso noi storici militari ci soffermiamo sui ma e sui se di una battaglia o di una guerra. Molto spesso si disegnano nuovi scenari in funzione di come quell’episodio sarebbe potuto andare a finire se il tale avesse fatto una mossa diversa. Penso spesso a Waterloo, al fango che impedì la solita efficacia alle palle di cannone di Napoleone e al maresciallo Grouchy che non arrivò sul campo di battaglia. Poi concludo che, anche se Napoleone avesse vinto a Waterloo, quanto sarebbe comunque durato? Probabilmente britannici e prussiani sarebbero stati raggiunti da russi e austriaci, la popolazione francese non ne poteva più della guerra e… In questi casi ricordo sempre le parole di Manfredi nel film di Luigi Magni, In nome del Papa re: «Qui non finisce perché arrivano gli italiani. Qui arrivano gli italiani perché è finita!».

Tutto questo per dire che, a mio parere, Giulio Cesare possedeva in quel momento una tale potenza morale, coniugata a un eccezionale momento di capacità militare e di fortuna, da renderlo invincibile. Nella vita e nello sport capitano questi momenti, in cui tutto va per un verso e qualunque cosa gli altri facciano risulta inutile. Sembra semplicistico spiegarla così, ma la conoscenza della storia mi porta a credere che spesso le vicende vadano come devono andare e che certe scelte, di fronte alla convinzione, motivazione, addestramento e coraggio, nel caso di un’unità militari, riesca a fare la differenza anche di fronte a nemici schierati meglio, più numerosi e meglio armati (tra i tantissimi esempi cito la battaglia di Calatafimi, 1860, RorkeDrift, 1879, la carica del 21° Lancieri a Ondurman, 1898, e la battaglia di Assaye, 1803).

D’altro canto Pompeo, e altri come lui quando si trovarono nelle stesse condizioni, sicuramente accelerò i tempi dell’attacco, convinto della sicura vittoria che gli avrebbe dato nuovo lustro (rinverdendo trionfi militari ormai lontani nel tempo e che gli avevano dato il titolo di Magno) e nuova credibilità di fronte al Senato e al popolo romano.

4) D / Giovanni dalle Bande Nere, un po’ come gli Indiani d’America, è l’emblema di una vigoria armigera, leale nell’animo, che ha pagato dazio al nuovo che avanzava. Gli fu fatale l’invenzione del falconetto. Le scaramucce dei Capitani di Ventura, senza l’uso delle armi da fuoco, erano solo zuffe celeri di scarso conto, che al limite frenavano le avanzate nemiche, o c’era qualcosa di più?
R /
I capitani di ventura meriterebbero un’intervista a parte (consiglio la lettura di un classico “Signori e mercenari”, di Michael Mallett), perché, nella loro epoca, non furono semplici mercenari, ma probabilmente i migliori condottieri militari che si potevano trovare in circolazione. Guidavano unità miste addestratissime ed erano sempre aggiornati sulle ultime idee tattiche e sui nuovi armamenti. Anche il luogo comune legato alla loro poca fedeltà va sfatato: la credibilità di queste bande dipendeva proprio dal fatto che rispettavano l’accordo sottoscritto con il nobile/re di turno, spesso risultando le truppe più fedeli, anche fino all’estremo sacrificio. Giovanni dalle Bande Nere è uno degli ultimi condottieri “classici”, che vive un momento di transazione tra le tattiche di combattimento all’arma bianca e con la cavalleria ancora dominatrice dei campi di battaglia e l’introduzione sempre più massiccia delle armi da fuoco di piccolo (archibugi) e grosso calibro (colubrine e cannoni).

Le condotte non erano impiegate solo nel corso di incursioni o scaramucce. Prendevano anche parte, spesso con un ruolo decisivo, alle battaglie importanti. Che poi in quegli anni gli eserciti fossero più piccoli di quelli cui siamo abituati nell’antichità o nei secoli più moderni, non significa che gli scontri non fossero sanguinosissimi.

5). D /Passando a tempi assai meno nobili ed epici, anche se il verbo «badogliare» per gli inglesi è sinonimo di “tradire”, l’unica battaglia manovrata nella I Guerra Mondiale, quella del Sabotino, fu opera dell’artefice del mesto 8 settembre. Badoglio era, come sosteneva Indro Montanelli, un professionista delle armi o l’appoggio di Diaz mise a tacere delle colpe in grado di fungere da segni premonitori?
R /Figura complessa quella di Badoglio, personaggio contraddittorio che, personalmente non amo e non stimo. Fu sicuramente un militare preparato, ma deve sicuramente la sua incredibile carriera alle sue opportunistiche capacità politiche. Figlio della casta militare piemontese tipica del XIX secolo, testarda, culturalmente ignorante e convinta della propria superiorità ideologica militare e  politica, ha rappresentato lo stereotipo di quello che nel nostro paese sono quasi sempre stati i generali: troppi rispetto al quantitativo di soldati, mediamente poco coraggiosi (inteso non come coraggio personale ma come capacità di prendere valide iniziative), e sempre invischiati nel mondo della politica, da cui derivavano le loro promozioni più che dalle proprie capacità. Non fu sicuramente il colpevole di Caporetto, almeno non l’unico, e in seguito riuscì sempre a trovarsi al posto giusto, essendo anche uno dei pochi a disposizione. In Libia e in Etiopia si comportò tecnicamente bene, ma ci voleva poco per fare meglio di Graziani e De Bono. In quelle occasioni si trovò di fronte a nemici veri, agguerriti e che combattevano nei loro territori, ma aveva a disposizioni un esercito moderno e giustamente motivato. Nonostante ciò impiegò il terrore e mezzi di repressione feroci, che non fecero onore alle nostre forze armate.

Poi la seconda guerra mondiale e stendiamo un velo pietoso. Fu riciclato il 25 luglio 1943 come capo del governo, probabilmente perché avversario di Mussolini e piemontese con il re-soldato Emanuele. Il suo comportamento l’8 settembre non è commentabile. La notte precedente accolse il generale Taylor, vice-comandante della 82th Airborne, già in parte decollata dalla Sicilia per atterrare sugli aeroporti di Roma e appoggiare il regio Esercito contro i tedeschi, in vestaglia e pure scocciato per essere stato svegliato, cercando di fare posticipare la data dell’armistizio. Taylor fece interrompere l’operazione e, probabilmente, il destino di Roma fu segnato. E comunque la Capitale avrebbe potuto essere ugualmente difesa, con 80.000 soldati di ottimo livello contro neanche trentamila tedeschi, ma la fuga della famiglia reale (politicamente comprensibile) e di tutto lo stato maggiore (inqualificabile), abbandonò a se stessi i soldati e la popolazione che scrissero con coraggio le prime pagine della resistenza. Come politico, inoltre, non seppe neanche trovare credibilità tra gli Alleati, che arrivarono solo a classificarci come cobelligeranti, nonostante l’Esercito del Sud, o Esercito Italiano di Liberazione, ebbe quasi 60.000 caduti a cui vanno aggiunti i 600.000 soldati italiani deportati nei campi di concentramento in Germania, di cui 100.000 non fecero ritorno.

6). D /Un nome coperto invece di polvere è quello di Italo Balbo. Eroe di guerra, quadrumviro, trasvolatore, dava sui nervi ai gerarchi condiscendenti ed era fautore di una politica d’intesa coi libici. Ritieni giusto metterne in luce la personalità controcorrente?
R /Italo Balbo, eroe della Grande Guerra, quadrumviro, pilota, trasvolatore, fondatore della regia Aeronautica (L’Arma azzurra), alto, bello, con barba e capelli fluenti è sicuramente un personaggio intrigante, perfetto per scontrarsi alla fine con la figura del Duce a cui aveva cominciato a togliere quella fama di italiano “figo”. Balbo e Dino Grandi furono sicuramente i due migliori collaboratori su cui Mussolini avrebbe potuto contare, ma preferì allontanarli, uno in Libia e l’altro a Londra, e tenere intorno a sé personaggi di ben più bassa levatura. In Libia operò molto bene, sistemando i danni compiuti da Graziani e Badoglio, e iniziando la modernizzazione del Paese. Probabilmente un tipo come lui avrebbe marciato più speditamente verso Il Cairo e chissà… Non credo a un complotto per quanto riguarda la sua morte, ma a una sfortunata casualità che sicuramente fece la fortuna degli inglesi.

Sinceramente: sì, sarebbe bella una serie-tv su Balbo, potrebbe avere degli spunti interessanti. Scriviamo noi la sceneggiatura e cerchiamo il produttore (io controllo i costumi!)

7) D /È un’idea: ci penso. Il generale tedesco Guderian è stato, invece, più che altro il grande teorico del Panzer o i carri armati, citando Hasso von Manteuffel, portavano proprio la sua impronta?
R/Guderian fu un gran teorico e un grande applicatore del nuovo uso dei carri armati in una guerra moderna. Non fu un innovatore, perché si basava sulle teorie, inascoltate a casa loro, degli inglesi LiddellHart e Hobart, ma seppe convincere Hitler, sempre pronto ad ascoltare proposte coraggiose e nuove, che la Blitzkrieg sarebbe stata la tattica d’attacco vincente. La campagna primaverile del 1940 (Francia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo), fu il suo capolavoro e con Rommel scrisse pagine leggendarie, contribuendo a creare la fama dei panzer tedeschi.

Guderian era coraggioso, come tutti gli ufficiali tedeschi, e spesso si oppose a Hitler (non divenne infatti mai feldmaresciallo nonostante lo meritasse più di altri). Aveva i limiti propri dei generali tedeschi: pur essendo contrario alla guerra e, in seguito, all’invasione dell’Unione Sovietica, quando arrivò il momento, l’idea di menare le mani contro francesi e russi, non gli dispiacque e poi, in quegli anni, a Hitler riusciva tutto (torniamo a quanto detto su Cesare più sopra)…

La Blitzkrieg era una tattica vincente, ma non infallibile. La sorpresa era alla base di tutto, seguita dalla preparazione delle truppe e dalla coordinazione tra aviazione, carri armati, paracadutisti, fanteria e artiglieria motorizzata, fanteria di linea e artiglieria campale. Senza sorpresa e su un territorio troppo esteso, con il nemico pronto a reagire soprattutto sulle ali delle forze avanzanti, poteva benissimo essere fermata, con gravi danni per gli attaccanti.

8) D /Pensi che il rimpianto della tradizione costituisca un elemento tematico per cercare di capire meglio i corsi e ricorsi della Storia (“Verum et factum reciprocantur seu convertuntur“) oppure può essere davvero un antidoto all’atomismo sociale?
R /Innanzi tutto non bisogna confondere la conoscenza e lo studio della storia con la nostalgia per il passato. Ti faccio un esempio che spero non scateni le solite, stucchevoli discussioni: chi conosce la storia sociale, politica e militare del Terzo Reich, è uno storico che può interfacciarsi con tutto quello che è accaduto e accade anche ai nostri giorni; chi ha nostalgia di Hitler… definiscimelo tu.

La conoscenza della storia, anche parziale, può aiutare a cercare di non ripetere gli stessi errori o a usare accadimenti passati come ispirazione per risolvere problemi odierni, potendo conoscere e studiare le conseguenze che, nel lungo o nel breve termine, quei provvedimenti hanno provocato. Gli errori immancabilmente si ripetono, perché l’uomo è sempre lo stesso e quasi mai impara dai propri fallimenti, ma almeno ci si può provare. Nei paesi anglosassoni, gli storici sono spesso consulenti politici o analisti per i servizi di intelligence: una ragione ci sarà!

9) D /In merito al tifo organizzato nel gioco del calcio, ritieni romantici i modelli ispirati all’eroismo tragico dei tempi antichi o la maggior distinzione dei sostenitori del rugby fa più onore allo sport e al sano richiamo col passato, senza cadere nella mitomania?
R /Che dire, parli con un tifosissimo della Roma (dieci anni da ragazzino in Curva Sud con il club della nostra scuola, i Wolves) appartenente a una famiglia di rugbisti (papà fu nazionale negli anni Cinquanta).Il tifo sopra le righe è vecchio come il mondo: l’esempio più eclatante erano le corse con le quadrighe nell’antica Roma, con il pubblico diviso a tifare le quattro squadre, verdi, blu, bianchi e rossi. Prima e dopo le gare botte da orbi, peggio che gli Ultras e il palio di Siena. All’epoca di Claudio a Pompei furono vietate per anni le gare proprio per l’intemperanza dei tifosi.

La goliardia giovanile, mai comunque trascesa in vandalismo e delinquenza, oggi che ho 60 anni è completamente svanita. Provo compassione per gente che trova la scusa del tifo per sfogare tutta la rabbia cha ha dentro: noi ci divertivamo. Amavamo il calcio perché lo giocavamo e comunque praticavamo anche altri sport e, soprattutto, amavamo la nostra squadra, senza dividerci in fazioni politiche o a favore di questo o quel giocatore e questo o quel dirigente. Erano veramente i tempi de “La Roma non si discute, si ama!”. 
L’onore troppo spesso viene tirato in ballo da chi deve giustificare comportamenti scellerati.

10). D / Da tifoso a tifoso, fuori dai denti, sono davvero arrivati i tanto paventati tempi cupi. Pensi che nella conferenza stampa d’addio di Totti abbiamo assistito al canto del cigno dell’ultima bandiera oppure, per dirla come il Capitano, quelle non passeranno mai?
R /Sono solito affermare di essere un appassionato di tutti gli sport, ma un tifoso di calcio. Cercare di capire il tifo calcistico per la propria squadra, soprattutto per chi tifa senza interesse come noi romanisti (non abbiamo scelto una squadra vincente, ci siamo presi quello che avevamo) con la testa, è un’impresa impossibile. È solo una questione di cuore!

Quanto è accaduto e sta accadendo alla Roma in questi ultimi anni, chiaramente non mi piace e trovo che tutti, ma proprio tutti, abbiano la loro grande parte di responsabilità, dalla società ai calciatori ai tifosi. Ho vissuto per 20 anni a Milano e, ti assicuro, l’ambiente romano è meraviglioso ma anche impossibile e incontrollabile. In questo siamo rimasti ai tempi dell’Antica Roma, una continua, dissanguante faida. L’intervista di Totti non mi è piaciuta, avrei preferito che si presentasse a Londra e quelle cose le avesse dette in faccia a chi di dovere.

Le bandiere nello sport e nella vita sono quel tocco di speranza che ti fa amare ciò in cui credi o in cui riponi aspettative. Le bandiere non so se passano, ma, ahimè, prima o poi si ammainano (l’ho visto con Di Bartolomei, Conti, Ancelotti e Giannini): l’importante è non dimenticarle.  Quando però una bandiera diventa più importante della squadra, o del paese che rappresenta, qualcosa non torna!

MASSIMILIANO SERRIELLO

CAIO GIULIO CESARE, DANIELE LUCCHETTI, GIOVANNI DALLE BANDE NERE, ITALO BALBO, TOTTI

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