Strage di Piazza Fontana, il cinquantatreesimo anniversario dell’attentato che sconvolse Milano

Considerata “la madre di tutte le stragi” o il più grave atto terroristico dal dopoguerra”, è ritenuto da molti come l’inizio del periodo che verrà ricordato come “anni di piombo” e che darà vita alla strategia della tensione che durerà dagli anni 70 fino agli anni ’80 con la Strage di Bologna.

Tutto ebbe inizio il 12 dicembre del 1969 a Milano,quando nella banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana, deflagrò un ordigno composto da circa 7 chili di tritolo che uccise 17 persone, 13 delle quali sul colpo e ne ferì 87, lasciando un cratere dopo l’esplosione. Erano le 16 e 37.

L’ipotesi che non fosse un fatto isolato fu chiaro quando venne rinvenuta una borsa contenente una seconda bomba che fortunatamente non esplose, nella sede milanese della Banca Commerciale italiana, mentre altre esplosero nella Capitale, davanti all’Altare della Patria e al Museo centrale del Risorgimento ed inoltre vicino la Banca Nazionale del Lavoro, causando in tutto 16  feriti. 

Da questo momento partì una caccia ai responsabili per cercare di capirne i moventi. Gli inquirenti non avevano la situazione chiara e le bombe esplose non fornivano particolari indizi che potessero ricondurre a qualche organizzazione specifica.

Si decise così di iniziare dai gruppi estremisti: vennero fermate circa 80 persone appartenenti a gruppi anarchici come Gruppo anarchico 22 marzo, Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa ed anche alcuni appartenenti a movimenti di estrema destra.

Il timore di qualche manifestazione violenta o ritorsione da parte di una o l’altra parte, era molto alto, in quei giorni si temevano azioni che potessero arrecare problemi di ordine pubblico.

Le indagini furono estremamente complesse e piene di casi controversi come il depistaggio attuato dall’Ufficio Affari Riservati che avrebbero di fatto indirizzato le indagini sui gruppi anarchici, fatto arrivare all’allora presidente del Consiglio Mariano Rumor dal prefetto Libero Mazza. 

Scalpore fece la morte in circostante non del tutto chiare dell’anarchico Giuseppe Pinelli, arrestato il giorno stesso della strage e deceduto dopo diversi giorni di interrogatori, cadendo dalla finestra della sua cella. La vicenda si concluse con decesso per malore, Pinelli sarebbe infatti caduto accidentalmente, dopo essersi sporto troppo dalla ringhiera del balcone della sua stanza. Altre teorie, supportate anche dall’assenza dell’autopsia, mai pubblicata, che l’imputato si tolse la vita perché il suo alibi non aveva retto.

Per questo episodio il commissario Luigi Calabresi che era incaricato delle indagini, nonostante non fosse presente nella stanza con Pinelli, sarà vittima di numerose minacce di morte da parte di gruppi di sinistra estrema. La campagna di stampa contro Calabresi fu così pesante che venne assassinato da militanti di Lotta Continua nel maggio del 1972, nonostante lui ritenesse che i colpevoli della strage fossero “menti di destra, manovali di sinistra”.

Dopo l’incidente di Pinelli, il responsabile della strage fu individuato nella persona di Pietro Valpreda, altro anarchico, indicato come probabile attentatore dal tassista Cornelio Rolandi il quale dichiarò di averlo lasciato in Piazza Fontana con una valigia piuttosto grande. Questa informazione bastò per fa pensare di aver preso effettivamente il “mostro”, come lo appellavano i giornali. 

Anche l’allora presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, spese parole di gratitudine e plauso verso il questore di Milano Marcello Guidi, per la cattura del responsabile della più grande strage che scosse il nostro Paese dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

I dubbi e i misteri non finiscono qui, infatti alcune dichiarazioni del tassista hanno fatto pensare che forse non si trattasse dell’accusato: Valpreda zoppicava e non avrebbe potuto percorrere quei 100 metri circa dal luogo in cui si era fatto lasciare dal taxi senza correre il rischio di essere riconosciuto per questo particolare. Si è addirittura arrivati ad ipotizzare che in realtà si trattasse di un sosia, ma questa teoria fu abbandonata immediatamente.

Nell’ambito delle indagini infatti tra i vari indagati legati agli ambienti dell’estremismo di destra e sinistra spicca Antonio Sottosanti, noto come Nino il fascista. Sarebbe stato lui il sosia di Valfreda, utilizzato da servizi deviati o gruppi di destra per portare la valigia contenente la bomba sul taxi, per far cadere le accuse e i sospetti, sugli anarchici.

Questa ipotesi però fu sempre smentita dallo stesso Sottosanti, il quale dimostrò di avere un alibi che lo collegava a Pinelli e querelò alcuni organi di stampa che lo giudicarono implicato nella vicenda. Nello specifico il giorno dell’attentato Sottosanti si trovava in compagnia di Pinelli per riscuotere un assegno della croce Nera Anarchica per essere andato a Milano a testimoniare per confermare l’alibi di un imputato per un altro caso. Si pensa che Pinelli fu trattenuto più del tempo dovuto perché non voleva confermare questa dichiarazione, dando l’impressione che si trattava di una falsità.

In merito alla strage e ai responsabili la politica e i partiti cercarono di dare un volto al colpevole, il Partito Comunista italiano stesso riteneva che l’attentato fosse attribuibile all’ambiente anarchico, come affermato da Bettino Craxi il quale ricordava che il tassista Rolandi fosse un tesserato del PCI. 

Di diverso avviso Indro Montanelli il quale dichiarò: «Io ho escluso immediatamente la responsabilità degli anarchici per varie ragioni: prima di tutto, forse, per una specie di istinto, di intuizione, ma poi perché conosco gli anarchici. Gli anarchici non sono alieni dalla violenza, ma la usano in un altro modo: non sparano mai nel mucchio, non sparano mai nascondendo la mano. L’anarchico spara al bersaglio, in genere al bersaglio simbolico del potere, e di fronte. Assume sempre la responsabilità del suo gesto. Quindi, quell’infame attentato, evidentemente, non era di marca anarchica o anche se era di marca anarchica veniva da qualcuno che usurpava la qualifica di anarchico, ma non apparteneva certamente alla vera categoria, che io ho conosciuto ben diversa e che credo sia ancora ben diversa». Fu il primo a ritenere improbabile la matrice anarchica.

Tante furono le parti che presero parte al processo iniziato nella Capitale nel febbraio 1972 e che da Milano fu spostato a Catanzaro per questioni di ordine pubblico e sicurezza. La Corte d’Assise condannò all’ergastolo Franco Freda, Giovanni Ventura e Guido Giannettini, per essere stati gli organizzatori della strage. Mentre Pietro Valpreda e Mario Merlino furono assolti per insufficienza di prove, ma vennero condannato per associazione a delinquere rispettivamente a 4 e 6 anni di reclusione.

In Corte d’Appello gli imputati vennero tutti assolti dall’accusa principale; la Cassazione confermò l’assoluzione per Giannettini e ordinò un nuovo processo per gli altri quattro imputati. Il nuovo dibattimento cominciò il 13 dicembre 1984 presso la Corte d’appello di Bari e si concluse il 1º agosto 1985 con l’assoluzione di tutti gli imputati per insufficienza di prove: il 27 gennaio 1987 la Cassazione rese definitive le assoluzioni per strage, condannando il capitano Antonio Labruna e il generale Gianadelio Maletti, dei servizi segreti italiani, per aver depistato le indagini. 

Il coinvolgimento di Guido Giannettini porterà ancora più ombre sulla vicenda in quanto collaboratore del SID (Servizio Informazione della Difesa), come confermato nel 1974 dal ministro della Difesa Giulio Andreotti: questi entrò  nella vicenda quando i parenti di Ventura trovano in una cassetta di sicurezza alcuni documenti che ricordano le veline dei servizi segreti e che lui stesso dichiara di aver ricevuto da Giannettini nel corso di un incontro a tre con un altro agente. Nel corso di una perquisizione gli agenti troveranno nell’abitazione dell’agente Zeta alcune veline molto simili a quelle del Ventura.

Il giudice D’Ambrosio, in merito a dei chiarimenti sulla vicenda, non ebbe mai risposte ufficiali dal SID, fino al luglio del 1973 quando per voce del generale Vito Miceli dichiarò che erano notizie da ritenersi segreto militare e non potevano essere rese note.

Nell’istruttoria di Catanzaro, vennero portati a processi Stefano Delle Chiaie e Massimiliano Fachini, neofascisti accusati di essere l’organizzatore e l’esecutore materiale della strage: nel 1989 furono assolti per non aver commesso il fatto. 

Dopo anni di inchieste venne stabilito che la strage di Piazza Fontana fu compiuta da terroristi di estrema destra con complici e legami a livelli internazionale. La Corte di Cassazione nel 2005 stabilì che l’attentato fu orchestrato da un gruppo padovano appartenente ad Ordine Nuovo, guidato da Giovanni Ventura e Franco Freda, ma su chi fu effettivamente l’autore materiale, che consegnò la valigia contenete la bomba, non è mai stato identificato. 

Negli anni ’90 il giudice Guido Salvini avanzò addirittura l’ipotesi, mai effettivamente confermata, che collegava quanto accaduto a Piazza Fontana con il fallito tentativo del Golpe Borghese (un infruttuoso colpo di Stato accaduto nel dicembre 1970 ad opera di Junio Valerio Borghese, fondatore di Avanguardia Nazionale).

Come ogni anno, in ricordo di quella strage la città di Milano si stringe nella commemorazione delle vittime: alle 16:37, orario dell’esplosione della bomba, un corteo partito dal Comune, arriva in Piazza Fontana dove viene deposta una corona di fiori. In occasione del cinquantatreesimo anniversario partecipano alla celebrazione il sindaco Giuseppe Sala, il segretario di Uil Milano e Lombardia Enrico Vizza, e, tra tutti, Federico Sinicato, presidente dell’Associazione familiari di Piazza Fontana.

«La democrazia ha saputo difendersi con i valori e gli strumenti che le sono propri» queste le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che commenta l’attentato come «una delle terribili prove da cui la Repubblica seppe uscire rafforzata nei suoi valori costituzionali e nell’unità del suo popolo. L’eccidio segnò, con il suo disumano bilancio, l’avvio di un tempo tormentato, nel quale le istituzioni della libertà furono poste sotto attacco. La matrice di quella strage tardò a emergere a causa di complicità e colpevoli inadeguatezze ma, nonostante i tentativi di deviazioni, il contesto di aggressione al popolo e alla democrazia è stato chiarito grazie al senso del dovere di donne e uomini, servitori delle istituzioni e alla passione civile degli italiani. La democrazia ha saputo difendersi con i valori e gli strumenti che le sono propri. Gli eversori sono stati sconfitti senza che riuscissero nel loro intento di dividere la società. È stato un dovere anche verso le giovani generazioni. Il bene comune, costruito sui valori, sulle difficoltà, sul dolore, sui sacrifici è il patrimonio che ne è derivato. Lezione per ogni avversità. In questa giornata rinnovo la più intensa solidarietà ai familiari delle vittime».

                                                                                                              © Gianfranco Cannarozzo

 

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