Sulla pelle delle donne
dal racconto di Zarifa Ghafari alle altre

Aspetto che i talebani mi uccidano, non ho più paura di morire” ha dichiarato Zarifa Ghafari al New York Times.

Zarifa è una politica afghana e sindaco di Maidanshahr dal 2019. È una tra le pochissime donne afgane ad essere state nominate sindaco ed è sempre stata in prima line per l’emancipazione ed i diritti delle donne nel suo paese, cosa che l’ha portata ad essere citata tra le 100 donne stimolanti e influenti di tutto il mondo per il 2019 dalla BBCGhafari ha ricevuto anche il premio International Woman of Courage nel 2020 dal Segretario di Stato Mike Pompeo.

I talebani “verranno per le persone come me e mi uccideranno. Sono seduta qui in attesa che arrivino. Non c’è nessuno che aiuti me o la mia famiglia. Sono con mio marito, non posso lasciare la famiglia e comunque dove andrei?”, è il racconto drammatico che il New York Times ha fatto emergere evidenziando le contraddizioni dell’Occidente e le conseguenze del ritiro che gravano su coloro che hanno guadagnato un ruolo in Afghanistan.

Ghafari era stata nominata sindaco nell’estate del 2018 da Ashraf Ghani. Ora il presidente “straniero”, che non è riuscito a trasformare il suo Paese, è fuggito in Uzbekistan e così lei a capo di una città conservatrice, è una delle poche donne ad aver mai ricoperto un incarico governativo. “Sono distrutta. Non so su chi fare affidamento. Ma non mi fermerò ora, anche se verranno di nuovo a cercarmi. Non ho più paura di morire”.  Una testimonianza di quello che sta accadendo in Afghanistan, dove i talebani appaiono dialoganti nei messaggi inviati al mondo e meno nei racconti di chi è fuggito.

A nessuno importa di noi, scompariremo”. Un altro appello. Questo di una ragazza sconosciuta che sembrerebbe avere meno di 20 anni e quindi nata dopo il 2001, quando il regime islamico era già caduto grazie all’intervento militare americano, dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre, con l’accusa di dare rifugio ai terroristi di al Qaida. Ora l’Afghanistan, così come era stato tra il 1996 e il 2001, è tornato a essere governato dai talebani, facendo un enorme passo indietro.  

L’emirato islamico non vuole che le donne siano vittime, potranno uscire di casa e studiare, potranno anche governare ma nel rispetto della sharia” ha assicurato il portavoce Suhail Shaheen parlando alla Bbc dopo la presa di Kabul. Una rassicurazione che non convince, non basta a fermare le lacrime sul volto di quella ragazza, che teme per il suo futuro, alla luce di ciò che è stato.

Un’affermazione che sembra voler indicare una svolta moderata, considerando nel passato le lapidazioni di donne, mutilazioni ed esecuzioni in piazza. Una sorta di rassicurazione che però non convince, non basta a fermare le lacrime sul volto di quella ragazza, che teme per il suo futuro, alla luce di ciò che è stato.

Durante il regime talebano, in Afghanistan alle donne non veniva permesso di uscire di casa, se non accompagnate da un uomo Il burqa era obbligatorio, non potevano truccarsi, usare smalto, indossare gioielli. Non potevano lavorare, frequentare la scuola. Non potevano ridere. Il contatto con gli uomini veniva filtrato in ogni modo. Non solo gli abiti coprivano ogni parte del corpo anche lo sguardo non doveva incrociare quello di un maschio e la mano non poteva stringere quella di sesso opposto. Invisibili, impercettibili, cancellate al punto da dover limitare il rumore prodotto mentre si muovevano, così come quello dei tacchi che venne vietato nel luglio del 1997. Le limitazioni si accompagnavano a punizioni esemplari in caso di trasgressione, con amputazioni e pene di morte eseguite in pubblico. Tantissime in quegli anni si sono tolte la vita. 

Con la caduta del 2001, le donne hanno ottenuto alcune lente e progressive concessioni. Hanno potuto nuovamente rendersi visibili, dopo anni trascorsi dietro un burqa, non più obbligatorio. I loro passi hanno ricominciato a fare rumore nelle scuole, nei posti di lavoro, nelle televisioni. È stato riconcesso loro il diritto di voto. La riconquista dell’emancipazione è stata una lotta che però continua a mietere vittime: nel 2012 ci sono stati 240 casi di delitti d’onore.

E adesso? Anche se il portavoce Suhail Shaheen rassicura, dall’Afghanistan arrivano già le prime testimonianze che raccontano una realtà diversa.

Sentiamo tantissime storie orribili, di ragazze portate via con la forza, costrette a sposarsi con uomini che non hanno mai visto. E allora pensiamo che l’unica cosa che possiamo fare è fuggire da qui, dalla nostra casa” raccontano al Corriere della sera Nahal e Mahvash, due sorelle, che non hanno mai indossato il burqa e stanno pensando di abbandonare la loro casa, per non rinunciare ai propri diritti. Nei villaggi viene chiesto un elenco delle donne non sposate tra i 12 e i 45 anni, affinché possano essere date in sposa ai soldati. “Siamo spaventate” racconta un’altra. E ancora: “Abbiamo deciso di scappare”. 

Da maggio, quasi 250mila persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case. L′80% di loro sono donne e bambini, secondo quanto affermato da Shabia Mantoo, portavoce dell’Unhcr.

Un popolo nuovamente distrutto da una fazione che crede nella stessa religione ma che ne professa la frangia più “scura”. Le donne le principale vittime, le donne nuovamente cancellate. Bambine private della loro vita. E le immagini parlano, dure e forti come quelle di chi non ha altro da rischiare se non l’ultima speranza di aggrapparsi ad un aereo per salvarsi.

zarifa gahafari, afghanistan

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