Uno stralcio: il rapporto dei carabinieri al Prefetto di Latina sui “nuovi Italiani in Patria”

Dai documenti della Prefettura presso l’Archivio di Stato di Latina il capitano comandante della Compagnia di Latina, Ettore Bucciarelli, redige una pagina molto toccante dal punto di vista umano: il caso delle signore Nerina G. e Anna S.

Raffaele Panico

Il rapporto dei carabinieri redatto il 16 aprile 1947 al Prefetto di Latina[1 e 2] è molto toccante: “Le condizioni economiche e finanziarie delle sottonotate profughe, sono povere. Le medesime non dispongono di risorse e provvedono direttamente alle spese di vitto e alloggio con il ricavato della vendita delle masserizie, effettuate prima del loro esodo da Pola. A Cori non esplicano alcuna attività lavorativa. Sono in possesso del certificato di esodo da Pola” – seguono i dati anagrafici dell’intera famiglia.   Nerina era vedova di Ghianda “grande invalido di guerra e da recente le è stata assegnata una pensione di £ 500 mensili, ma non ancora corrisposta. Ha a carico la figliola, Ghianda Giuliana, di anni 4. Il marito della Smerchar Anna, catturato dalla polizia di Tito, il 5/5/1945 e deportato in Jugoslavia, non ha dato più notizie di sé”.

Infine, dalle carte, è interessante notare che, i territori perduti col Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947 annessi alla Jugoslavia, e il Territorio Libero di Trieste – la zona B – posti sotto l’amministrazione jugoslava in base al Memorandum d’intesa di Londra del 5 ottobre 1954 erano segnalati ancora nell’anno 1968 senza tener conto della mutata situazione. In alcuni casi enti italiani si rivolgevano ad enti ed uffici situati nei territori ceduti alla Repubblica federale popolare di Jugoslavia con indicazioni non aggiornate, ad esempio, si richiedevano notizie di Casellario al sindaco di Fiume, o recavano formule e procedure in uso tra uffici italiani come ad esempio “alla Procura della Repubblica di Pola, o anche al comune di “Postumia, provincia di Trieste”. Pertanto il prefetto di Latina, Pignataro, il 18 febbraio 1968, scrive al presidente della Giunta provinciale di Latina e ai sindaci e ai commissari di comuni, “al fine di ovviare a tali inconvenienti, si richiama l’attenzione delle SS LL sulla necessità di richiedere o di trasmettere, esclusivamente tramite il Ministero degli Affari Esteri – Servizio Affari Privati, atti o documenti diretti alle autorità jugoslave”[3]. Indicazione da seguire – precisa il dispaccio, per gli atti e documenti da richiedere o trasmettere tanto agli uffici o enti situati nei territori ceduti alla RFPJ dal 10 febbraio 1947, quanto a quelli situati nel territorio posto sotto l’amministrazione jugoslava col Memorandum d’intesa di Londra del 5 ottobre 1954.        

Immigrazione interna e formazione. Dai bonificatori ai profughi: i documenti della Prefettura presso l’Archivio di Stato di Latina 

R. PANICO

           

L’analisi dei flussi migratori costituisce materia variegata e molto complessa, di cui è opportuno accennare agli ambiti multidisciplinari. Riguardano fondamentalmente due dimensioni: geopolitica e il fattore tempo, in quanto lo spostamento di popolazioni inerisce anche alla coscienza sociale, etica, politica, civile e religiosa spesso assai diversificata rispetto a quella delle comunità originarie. Si tratta, pertanto, alla base, di prendere in considerazione il problema di una solida democrazia dell’integrazione quale esercizio quotidiano di identificazione e partecipazione: “un processo continuo di formazione”[4] di cittadini ‘interi’, consapevoli dei diritti e dei doveri e non quasi sorta di “sudditi dell’età digitale”. Nella seconda metà dell’Ottocento, milioni di connazionali presero le strade dell’emigrazione all’estero[5]. Nel territorio a sud del Lazio, chiamato nel 1934 a costituire la nuova Provincia di Littoria-Latina, si registra invece il fenomeno inverso: l’arrivo di immigrati da tutta Italia, protrattosi sino all’inizio degli scorsi anni Settanta. La migrazione verso le cinque città fondate negli anni Trenta (Littoria-Latina, Aprilia, Pomezia, Pontinia, Sabaudia) assunse, poi, caratteri peculiari. Accanto alle popolazioni locali, originarie dei comuni pedemontani e della Ciociaria, si insediarono gruppi veneti, friulani ed emiliani, presto affiancati da etnie italiane provenienti dall’area balcanica, nonché, successivamente, dall’ex effimero Impero fascista. Nella Provincia di Latina, molti pervennero inoltre da comunità venete, ma non erano italiani, bensì ex sudditi asburgici trasferiti in Bosnia: titolari di passaporto del Regno Serbo-croato-sloveno, essi divennero dapprima italiani e quindi, a guerra finita, cittadini della Repubblica. Col Dopoguerra, giunsero membri delle comunità istriane e dalmate dalla Jugoslavia di Tito. Altre famiglie affluirono dal Dodecaneso, dalla Libia, dalla Tunisia, dall’Africa Orientale. Dal nostro Mezzogiorno e dalle Isole, l’insediamento in terra pontina è proseguito, come detto, ben oltre gli anni Cinquanta.

Altri ancora rimpatriarono dall’emigrazione temporanea in Europa, mentre nuclei familiari di dirigenti al seguito delle industrie del Nord s’insediarono dopo l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno.

La Provincia di Latina si è caratterizzata, quindi, per “spiccata originalità” nel contesto della storia nazionale. Basti pensare, ad esempio, che nell’amministrazione della Provincia e nella vita istituzionale delle città di recente fondazione, forse nessuno dei partiti politici e delle associazioni rappresentative poteva dirsi, ab origine, complessivamente e direttamente legato alla propria terra.

Il fenomeno delle migrazioni interne al Regno d’Italia assunse rilevanza significativa negli anni Trenta, quando le grandi bonifiche di zone paludose e malariche crearono superfici idonee al popolamento per ampie zone dello Stato, come avvenne nell’area a sud di Roma, fino alle falde del monte Circeo. Nel territorio pontino, opere di bonifica furono avviate, con scarsa fortuna, sin dal Settecento, ma solo nel corso del Novecento, e nel volgere di pochi decenni, si realizza una metamorfosi senza precedenti. Il paesaggio e l’ambiente ne vengono profondamente trasformati e la regione pontina risulta mutata da inospitale terra palustre a nuova provincia del Lazio.

La terra era stata in precedenza interessata da un’economia marginale di semplice sfruttamento stagionale da parte delle comunità circostanti che scendevano a valle nei momenti dell’anno sicuri dalla malaria. In tutto, poche centinaia di persone riuscivano ad abitarvi saltuariamente. Talvolta si trattava di briganti, o di fuggiaschi: assai spesso, erano persone dall’organismo debilitato dalla malaria, come testimoniano le opere di Giulio Aristide Sartorio, di Duilio Cambellotti o di altri artisti e scrittori. Solo un intervento fortemente incisivo, attuato mediante l’utilizzazione della moderna tecnologia e grazie all’energia industriale, agì con velocità e profondità senza precedenti. 

L’insediamento umano ha presentato tuttavia caratteri di grande complessità. Esemplificativo è il caso di Aprilia: a pochi anni dalla fondazione della città, datata 25 aprile 1936 (ricorrenza di San Marco, patrono di Venezia e quindi prescelto in omaggio ai coloni fondatori provenienti dal Veneto), giunse la distruzione recata dai bombardamenti anglo-americani. Nella circostanza, la “terra bruciata” prodotta dalla guerra indusse addirittura a meditare sulla ricostruzione.

La stampa locale del Lazio prefigurò, in effetti, allora, la creazione di una sesta città (battezzata Giuliana) per dare sistemazione ai profughi giuliani e dalmati.

Ne Il nuovo Giornale d’Italia[6], del 6 febbraio 1947, sotto il titolo Solidarietà Italiana, si legge in prima pagina: “Latina favorevole alla città giuliana.  La notizia che la città dei giuliani verrebbe fatta sorgere nell’Agro Pontino ha suscitato i più favorevoli commenti in questo capoluogo. (…) Gli sviluppi dell’intero comprensorio bonificato non si sono chiaramente delineati ma già si possono intuire attraverso un programma in attuazione che dall’irrigazione delle terre per incrementare le colture, al potenziamento del patrimonio zootecnico, dall’impianto di industrie connesse all’agricoltura, all’apertura del traffico della grande arteria via Latina, logica variante dell’Appia che faciliterebbe molto le comunicazioni fra il nord e il sud. (…) La proposta di trasferire all’agro pontino la città giuliana incontra il più vivo spirito di solidarietà dei nostri abitanti i quali vorrebbero far molto di più per questi nostri fratelli strappati dalle loro case in seguito di una pace ingiusta”.

Un altro quotidiano, Il Momento-giornale del popolo[7], propone la medesima notizia: “Per i profughi della Venezia Giulia – Una <città giuliana> nell’Agro Pontino”.

Anche qui si sottolinea la rilevanza di veder ricostituiti i focolari familiari e l’importanza dell’insediamento per la pianura pontina, ancora in fase di trasformazione, che “molto potrà giovarsi dell’apporto di nuove attività e nuove industrie, specie di quelle legate alla agricoltura. Il Governo potrà” così “risolvere nel contempo due problemi: quello di dare sistemazione degna alle famiglie giuliane e di incrementare la nascente economia dell’Agro, la quale con i suoi centomila ettari di terreno messi a coltura è suscettibile di vasti e favorevoli sviluppi”.

Presso il Fondo Prefettura dell’Archivio di Stato di Latina[8] sono conservati documenti che consentono di esaminare l’opera del Governo italiano nei confronti dei profughi giuliano dalmati in arrivo.

Le note sono particolareggiate per ciò che concerne l’assistenza ai connazionali i quali, rimasti fuori dai nuovi confini imposti dal Trattato di Parigi del 10 febbraio 1947, optarono per la Madrepatria.

La documentazione evidenzia inoltre, ad esempio, un’attenzione “di basso profilo” da parte della gerarchia ecclesiastica nei confronti della cerimonia di accoglienza ai profughi, sia per quel che riguarda la Diocesi di Gaeta[9], sia per ciò che concerne la Curia di Velletri e la Diocesi di Terracina[10].

Alcuni dati sono, poi, alquanto contrastanti. Mentre, da un lato, una nota sottolinea l’esiguo numero di famiglie arrivate nell’Agro pontino, d’altro canto si manifesta la necessità di fondare, come detto, una sesta città, cui attribuire il nome di Giuliana alla stregua del percorso evocativo già utilizzato con i toponimi dei borghi fondati negli anni Trenta (Borgo Grappa, Sabotino, Podgora, Bainsizza, ecc.). 

Gaetano Orrù, prefetto di Latina dal I giugno 1945 al 19 maggio 1947, comunica al Ministro dell’Interno, il 26 marzo 1947[11], in riferimento all’oggetto “Comitato Nazionale Rifugiati Politici Italiani”: “in relazione alla ministeriale cui si risponde si assicura che questa Prefettura darà ogni appoggio all’azione del Comitato Nazionale Rifugiati Politici Italiani. Per assicurare una completa ed immediata assistenza ai profughi istriani fin dal 13 febbraio scorso in una riunione dei sindaci, dei rappresentanti di pubblici uffici, di partiti, della Camera del Lavoro nonché delle autorità ecclesiastiche della provincia, tenuta in Prefettura, venne stabilito di costituire in ogni comune una speciale commissione assistenza. Nel capoluogo è stata, altresì, costituita una commissione provinciale con il compito di coordinare e di porgere una prima assistenza ai profughi giuliani, che dovranno raggiungere i vari comuni. Dette commissioni hanno, però, svolta limitata attività, dato l’esiguo numero di profughi giuliani, che si sono stabiliti in questa provincia e che hanno goduto di ogni possibile assistenza, in conformità alle disposizioni impartite dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri”.

Per venire incontro alle necessità dell’infanzia giuliana che si trovava a vivere in sistemazioni di fortuna “nelle peggiori condizioni morali e materiali”, il Comitato Nazionale Rifugiati Italiani e il Comitato Venezia Giulia e Zara partecipano l’iniziativa di organizzare in tutta Italia la “Giornata della solidarietà con il bambino profugo giuliano”, fissata per la domenica, 7 dicembre 1947.

Il  20 ottobre 1947, il Segretario generale del Comitato Nazionale Rifugiati Italiani scrive al Presidente del Consiglio, al Ministro dell’Interno, alle Prefetture, ai rispettivi Comitati provinciali e al Comitato Venezia Giulia e Zara[12]: “nelle città sedi di Comitati Esecutivi per i Rifugiati Italiani (e precisamente a Firenze, Genova, Mantova, Milano, Udine, Torino, Trento, Venezia e Bologna) l’organizzazione sarà curata dai predetti Comitati con la collaborazione di quegli Enti che si rendessero utili nello svolgimento del programma per la raccolta dei fondi. (…) I Comitati provinciali organizzatori della Giornata cercheranno di estenderla possibilmente ai centri minori”.

Nel documento si ricorda che il Comitato d’Onore del Comitato Rifugiati, promotore della manifestazione, era presieduto dal Presidente del Consiglio De Gasperi e composto dagli Onorevoli Orlando, Nitti, Bonomi e Parri. E’ ben posta in evidenza, inoltre, la circostanza che nel Consiglio Generale risultavano rappresentati i Comitati Venezia Giulia e Zara, la CRI, la Camera del Lavoro, l’Aiuto Cristiano ed altre associazioni a carattere assistenziale.

L’attenzione della stampa viene auspicata per sensibilizzare al grave problema dell’infanzia giuliana nei campi profughi; manifesti murali di propaganda della Giornata da affiggere nei pubblici esercizi e nei luoghi di ritrovo e cartoline raffiguranti le città dell’Istria avrebbero dovuto invece essere richiesti alla sede centrale del Comitato entro il 5 novembre 1947.

Nel 1949 la “III Giornata nazionale del bambino profugo giuliano e dalmata” viene anticipata al 4 novembre a seguito di apposita direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri.[13]

Appare evidente, nella circostanza, la premura che la Presidenza del Consiglio dei Ministri esercitava sulla manifestazione organizzata dall’Opera per l’Assistenza ai profughi giuliani e dalmati sotto la sua vigilanza, nonché il tentativo di accelerare l’iniziativa visto che l’autorizzazione del Ministero dell’Interno era in corso di emanazione. Dopo aver sottolineato il “profondo significato patriottico e di fraterna solidarietà di tutti gli italiani verso i bimbi, che tanto hanno sopportato le tristi conseguenze della guerra, si fa” infatti “vivo appello affinché” venga dato “ogni possibile appoggio per la migliore riuscita dell’iniziativa”. Una migliore riuscita dell’iniziativa “Giornata della solidarietà con il bambino profugo giuliano” però non ha seguito negli anni a venire, non troviamo infatti altre analoghe manifestazioni a sostegno dei bambini giuliano-dalmati. Notiamo invece altri documenti inerenti all’integrazione nella Provincia di Latina. Anzitutto, un viaggio della memoria, organizzato dall’Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi di Guerra. Nei giorni 23, 24 e 25 maggio del 1957 l’organizzazione dei reduci indice, infatti, il “Pellegrinaggio nazionale a Trieste ed ai campi di battaglia”, per la riuscita della manifestazione con la più ampia partecipazione si dispone: “Tenuto conto del carattere che la predetta manifestazione riveste, si consente che gli invalidi ed i mutilati di guerra in servizio presso le amministrazioni dello Stato ed enti dipendenti o vigilati, i quali intendessero partecipare al pellegrinaggio, siano autorizzati, compatibilmente con le esigenze di servizio, ad assentarsi, per la durata del pellegrinaggio stesso e del viaggio di andata e ritorno”. [14]

Al viaggio della memoria partecipano invalidi e reduci di guerra, non notiamo – a quanto sembra dalle carte, civili che si portano sui luoghi dell’esodo, pagina dolorosissima. Dalla documentazione dei fascicoli personali dei profughi[15], cittadini provenienti da tutto l’ex Impero italiano, non solo dall’Africa orientale, ma da Rodi e dalle isole dell’Egeo cedute alla Grecia, dai comuni di Briga e Tenda ceduti alla Francia, da Zara in Dalmazia e dalla Venezia Giulia cedute alla Jugoslavia (complessivamente i fiumani sono la maggioranza), notiamo da parte delle istituzioni una sensibilità particolare verso ogni singolo o capo famiglia. Tentare di reintegrare i profughi nelle funzioni della pubblica amministrazione, ad esempio, ed anche vigilanza verso chi era in sospetto di mantenere legami con le autorità della polizia di Tito che tanto terrore avevano seminato in quelle genti fuggite nella Madrepatria. Tanto si evince dai fascicoli personali redatti dalle autorità giudiziarie. Come proporre in questo stato di cose un viaggio a chi in fretta ha abbandonato le proprie terre e case soprattutto dopo che sull’Europa era calata la “Cortina di ferro”? Particolarmente significativo dal punto di vista umano è il caso delle signore Nerina Grassi e Anna Smerchar. Il rapporto dei carabinieri redatto il 16 aprile 1947 al Prefetto di Latina[16] è molto toccante: “Le condizioni economiche e finanziarie delle sottonotate profughe, sono povere. Le medesime non dispongono di risorse e provvedono direttamente alle spese di vitto e alloggio con il ricavato della vendita delle masserizie, effettuate prima del loro esodo da Pola. A Cori non esplicano alcuna attività lavorativa. Sono in possesso del certificato di esodo da Pola” – seguono i dati anagrafici dell’intera famiglia.   Nerina era vedova di Ghianda “grande invalido di guerra e da recente le è stata assegnata una pensione di £ 500 mensili, ma non ancora corrisposta. Ha a carico la figliola, Ghianda Giuliana, di anni 4. Il marito della Smerchar Anna, catturato dalla polizia di Tito, il 5/5/1945 e deportato in Jugoslavia, non ha dato più notizie di sé”.

Infine, dalle carte, è interessante notare che, i territori perduti col Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947 annessi alla Jugoslavia, e il Territorio Libero di Trieste – la zona B – posti sotto l’amministrazione jugoslava in base al Memorandum d’intesa di Londra del 5 ottobre 1954 erano segnalati ancora nell’anno 1968 senza tener conto della mutata situazione. In alcuni casi enti italiani si rivolgevano ad enti ed uffici situati nei territori ceduti alla Repubblica federale popolare di Jugoslavia con indicazioni non aggiornate, ad esempio, si richiedevano notizie di Casellario al sindaco di Fiume, o recavano formule e procedure in uso tra uffici italiani come ad esempio “alla Procura della Repubblica di Pola, o anche al comune di “Postumia, provincia di Trieste”. Pertanto il prefetto di Latina, Pignataro, il 18 febbraio 1968, scrive al presidente della Giunta provinciale di Latina e ai sindaci e ai commissari di comuni, “al fine di ovviare a tali inconvenienti, si richiama l’attenzione delle SS LL sulla necessità di richiedere o di trasmettere, esclusivamente tramite il Ministero degli Affari Esteri – Servizio Affari Privati, atti o documenti diretti alle autorità jugoslave”[17]. Indicazione da seguire – precisa il dispaccio, per gli atti e documenti da richiedere o trasmettere tanto agli uffici o enti situati  nei territori ceduti alla RFPJ dal 10 febbraio 1947, quanto a quelli situati nel territorio posto sotto l’amministrazione jugoslava col Memorandum d’intesa di Londra del 5 ottobre 1954.        

Come concludere la lettura di una storia non facile, anzi difficile. Rivedere il percorso dalla seconda metà del Settecento, quando iniziano le prime intraprese riforme e bonifiche negli stati italiani, una spinta verso la modernizzazione dell’Italia? Allora, molti regimi si sono succeduti, e le avventure repubblicane dei francesi e la fase imperiale – napoleonica. Una maggiore partecipazione alla vita politica nazionale, quand’anche allo stato embrionale con lo slogan “fare gli italiani”, inizia con la Stato unitario, nel Lazio nel 1870 e, nei territori ceduti, dal 1861 a Briga e a Tenda, nel 1911 a Rodi e in Libia, dal 1918 nella Venezia Giulia e Dalmazia. Una conclusione, da valutare ancora con sereno e ampio respiro, sia, anzitutto, rispettosa del dato storico antropologico di tanta popolazione dell’Italia unitaria che ha visto una limitata partecipazione prima liberale e poi democratica alla vita politica per cerchi concentrici sempre più ampi – il diritto al voto solo a minoranze notabili poi il suffragio universale, passando anche per il periodo della partecipazione massificata del fascismo deleteria per un popolo di grande dinamismo partecipativo. Deleterio è stato il regime fascista per aver frenato le scelte comuni e fondamentali che culminano in una scelta fatale e non sentita, come quella dell’entrata in guerra il 10 giugno 1940. Non sentita la guerra nemmeno dalle gerarchie militari e dal regime. Unica tra le grandi potenze revisioniste di Versailles, l’Italia, la vediamo sfiduciare il Duce il 25 luglio del ’43, diversamente dai tedeschi e dai giapponesi, e stipulare una pace l’8 settembre dello stesso anno. 

Nel riproporre una lettura alla luce della riflessione archivistica scaturita, negli anni immediatamente dopo la guerra, abbiamo osservato meditare una ricostruzione dopo la “terra bruciata” portata dalla sciagurata trasformazione del territorio italiano in  prima linea di un fronte contro gli Alleati. Proprio le date del 25 luglio e dell’8 settembre 1943 scandiscono la fine dell’epoca dello Stato unitario, la monarchica, e la gestazione di una nuova età, la repubblicana. La continuità riferita all’Unità del sentimento italiano è più che millenaria, come nazione etnico-linguistica, e più profonda ancora è l’Unità del popolo nel non potersi non dire cristiano e cattolico. Unità nel cattolicesimo anche nella laicità, soprattutto nella fase di gestazione della futura repubblica quando l’unica istituzione certa di riferimento rimasta su tutto il territorio (dal Nord al Sud, dalle Alpi alle isole) della Madrepatria era la Chiesa di Roma, crisalide nella nuova formazione statuale post bellica, proprio e a maggior ragione per l’erigersi del confine della “Cortina di ferro”. Gli accenni visti in queste carte di dare memoria e virtù collettiva alla ricostruzione delle città distrutte, e il caso di Giuliana che riprendeva i percorsi evocativi dei toponimi dati ai borghi dei primi insediamenti di coloni del Triveneto nella neo costituita Provincia di Littoria, poi Latina, hanno subito due, forse, o più, mutazioni nel corso di pochi anni post bellici.

 Una notevole onda di propaganda politica e ideologica che montava proprio in quegli anni – Churchill  nel 1946 disse una “Cortina di ferro” cala sull’Europa.  Questa nuova linea di confine si portava a cerniera sull’Europa passando proprio per due nazioni, l’italiana e la tedesca, e, in questo secondo caso, con la costituzione di un nuovo Stato antagonista – di fatto, politico militare ed ideologico. Una sfida tutta interna all’Europa, propaganda e contro propaganda ideologica e politica.

 L’altra mutazione era invece di portata storica e antropologica. Occorreva ricostituire i valori della memoria da un ambiente naturale tipico del  mondo contadino con cicli naturali, pensiamo solo alla transumanza e alla citata economia palustre, ad una società post bellica in via di industrializzazione a cui occorreva una borghesia creatrice come ceto medio di un motore trainante gli sviluppi sociali ed economici nei lustri a venire verso una democrazia sempre più partecipata. Un superamento anche di mentalità dei paradigmi tipici delle famiglie patriarcali attaccate alla propria verghiana “roba”, il superamento da un lato, di un’aristocrazia nobile memore del latifondo e produttrice, in sostanza, di propaggini egoistiche. Dall’altra occorreva anche l’infrangersi, nel suo superamento temporale, di un’aristocrazia contadina povera, avvolta nell’atavica miseria ma, “bella”, nella sua dignitosa osservanza di valori legati al ciclo naturale produttivo della terra. Un’aristocrazia contadina povera ma “bella” e ricca di leggende, miti e chiusa in sé, senza fiducia nello Stato visto spesso come un altro antagonista giunto negli ultimi lustri dell’800. Aristocrazia contadina povera che, a ben vedere, nei suoi individui, si potevano osservare quasi dei dannati, dagli sguardi si potevano cogliere i loro pensieri avversi e chiusi in sé, quasi potessero pensare senza esprimersi con la parola. Come, in questo contesto, laboratorio “Italia Una” (dizione del Tommaseo, repubblicano, già esule in Patria nell’800), ricostruire le virtù della memoria. Stiamo certi che da un’approfondita analisi delle carte dell’Archivio di Stato di Latina, troviamo, in questo laboratorio in Patria, tanto le risposte al perché del fallimento, quanto la forza della speranza caratteristica di una nazione che nei suoi X secoli di storia etnico-linguistica divisa in stati regionali, municipi e repubbliche marinare, storia italiana e d’Italia, sempre capace di ricucire i tentativi, che solo nei suoi ultimi 150 anni circa di storia, ha visto fin troppi regimi succedersi dal 1870 ad oggi nel percorso verso la cosiddetta democrazia partecipata.         

[1] Fondo cit, busta 20. Il rapporto è a firma del capitano comandante della Compagnia di Latina, Ettore Bucciarelli.

[2] cit, busta 20, il rapporto del capitano comandante della Compagnia di Latina, Ettore Bucciarelli.

[3] Fondo cit, busta 737. Il prefetto di Latina, Pignataro, il 18 febbraio 1968, scrive al presidente della Giunta provinciale di Latina e ai sindaci e ai commissari di comuni, dopo aver ricevuto il 27 gennaio la Circolare n° 12, inviata il 19 gennaio dal Ministero dell’Interno a firma, pel Ministro/ Spasiano. 

[4] M. Caligiuri, Comunicazione pubblica, formazione e democrazia-Percorsi per l’educazione del cittadino nella società dell’informazione, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2003, p.7 e ss. Più in generale, sulla crescita e la “maturazione di una democrazia sempre più partecipata da cittadini consapevoli”, si veda, tra gli altri, G. Manfredi, L’informazione istituzionale: rivoluzione possibile nella pubblica amministrazione, in Comunicando-Osservatorio sull’informazione nel Sud, 1, 2001, p.112.

[5] Per un’analisi d’approccio all’emigrazione italiana nell’America del Nord, cfr, F. Durante, Italoamericana–Storia e letteratura degli italiani negli Stati Uniti 1776-1880, Arnoldo Mondatori, Milano 2001, vol. I; A. F. Rolle, Gli emigrati Vittoriosi – Gli italiani che nell’800 fecero fortuna nel West americano, Rizzoli, Milano 2003. 

[6] Il nuovo Giornale d’Italia del giovedì, 6 febbraio 1947 (a. XLVI, n.31), edito a Roma – Palazzo Sciarra.

[7] Il Momento– giornale del popolo, del venerdì, 7 febbraio 1947 (a. III, n.7), edito a Roma, via del Tritone.

[8] Archivio di Stato di Latina, Fondo Prefettura Latina – Archivio Gabinetto Prefetto 1935-85, busta 20, classifica 1-12.

[9] Fondo cit., 13 febbraio 1947. Il segretario di Mons. Dionigio Casaroli, Arcivescovo di Gaeta, su un biglietto da visita dello stesso prelato, comunica al prefetto di Latina, Orrù: “non potendo per la sua condizione di salute presenziare personalmente alla riunione, ha delegato, in sua vece, il prof Andrea De Bonis preside del seminario”.  

[10] Fondo cit., Ettore Moresi, Vicario generale della Curia di Velletri, così risponde al prefetto il 12 febbraio 1947: “Ringrazio distintamente dell’invito cortese fatto da V. Ecc. a questa Curia ad assistere all’arrivo dei profughi istriani. Purtroppo però precedenti ed improrogabili impegni mi impediscono di esser presente ad una commossa cerimonia, cui sarebbe stato mio vivo desiderio poter assistere. Da parte di S. Eminenza e mia saluto con entusiasmo gl’intrepidi e coraggiosi Istriani, in cui è così viva la dignità della Patria e l’affetto dell’Italia da affrontare ogni pericolo e disagio. Sarà mio dovere rendere loro il mio omaggio in una visita, che spero sarà tra breve. Perché ad ogni modo non manchi a cotesta solenne e doverosa manifestazione di fraternità italiana il rappresentante ufficiale della Curia delego espressamente mons. Ruggero Tredici, Cancelliere Vesc. della Diocesi di Velletri”. Anche il Vescovo di Terracina, Navarra, con telegramma al prefetto Orrù, il 12 febbraio, informa: “Impossibilitato intervenire aderisco riunione assistenza profughi prego comunicarmi decisioni per continuare opera incominciata favore istriani”.

[11] Fondo cit., nota del Prefetto Orrù, in risposta alla lettera prot.n.8578/206/E, del 14 marzo 1947, con oggetto  “Comitato Nazionale Rifugiati Politici Italiani”, a firma del Ministro dell’Interno, che così scrive ai prefetti della Repubblica: “Al fine di integrare l’assistenza disposta dallo Stato nei confronti degli esuli della Venezia Giulia e di quelli provenienti da oltremare in conseguenza del Trattato di Pace, è stato costituito il Comitato Nazionale Rifugiati Politici Italiani, di cui è Presidente d’onore l’On. Alcide De Gasperi e quattro ex Presidenti del Consiglio, nonché varie altre personalità. Dato lo scopo che il Comitato si prefigge, l’iniziativa appare meritevole di essere assecondata, per cui questo Ministero prega le SS. LL. di voler dare il loro pieno appoggio all’azione che verrà svolta nelle rispettive province dal Comitato medesimo. Si rappresenta, inoltre, l’opportunità che le SS. LL. convochino in Prefettura le maggiori personalità nonché i rappresentanti delle organizzazioni assistenziali religiose e laiche per costituire dei Comitati Provinciali aventi lo scopo di raccogliere somme di denaro e di svolgere ogni altra benefica opera in pro degli italiani provenienti dalle zone anzidette”.

[12] Fondo cit., nota ricevuta dalla Prefettura di Latina il 28 ottobre 1947 (Archivio Gabinetto prot. n.8058).

[13] Fondo cit., l’anticipo della data viene comunicato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri ai Prefetti della Repubblica e al Ministero dell’Interno con nota n. 57319.XXI del 18 ottobre 1949, a firma del Sottosegretario di Stato, Edoardo Martino.

[14] Fondo cit., busta 17, classifica 1-11, anni 1941-59. Dalle queste carte si evince che il testo citato, oggetto della circolare, è diramato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri (n. R.3870. XII.11.1) in data 26 aprile 1957 al Ministero dell’Interno e, a sua volta, l’8 maggio, girata dal Ministero a (x e y – Omissis) . Il testo oggetto della circolare viene ricevuto alla Prefettura di Latina l’11 maggio (prot. n° 2142) e, il 16 maggio, il prefetto, Di Napoli, lo invia ai sindaci e al presidente dell’amministrazione provinciale, ai campi profughi, agli uffici dipendenti e agli enti pubblici. 

 

[15] Fondo cit, busta 20 – anni 1946-52.

[16] Fondo cit, busta 20. Il rapporto è a firma del capitano comandante della Compagnia di Latina, Ettore Bucciarelli.

[17] Fondo cit, busta 737. Il prefetto di Latina, Pignataro, il 18 febbraio 1968, scrive al presidente della Giunta provinciale di Latina e ai sindaci e ai commissari di comuni, dopo aver ricevuto il 27 gennaio la Circolare n° 12, inviata il 19 gennaio dal Ministero dell’Interno a firma, pel Ministro/ Spasiano. 

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