La rinascita del drive-in

 

Le opere proiettate erano spesso film horror o di fantascienza, prodotti da piccole società come la Allied Artists o la American International Pictures (Aip), grazie alle quali hanno mosso i loro primi passi attori come Jack Nicholson o il regista Francis Ford Coppola. I drive-in avevano preso piede anche in Canada e in Australia, paesi dal vasto territorio e dalla bassa densità abitativa, ma molto meno in Europa, e in particolare in Francia, dove i rari tentativi sono falliti. Poi, negli anni ’80, con l’irruzione delle videocassette e lo sviluppo della tv via cavo, gli spettatori statunitensi hanno disertato l’abitacolo delle loro auto, preferendo i loro salotti.

Ma ora che i cinema sono chiusi a causa della pandemia, i drive-in stanno facendo il loro inatteso ritorno, anche in zone dove non avevano mai prosperato.

Dal 12 marzo, quando in Germania sono state imposte le prime misure di isolamento, l’Autokino di Essen, uno dei due drive-in attivi nel paese, registra il tutto esaurito ogni sera (le proiezioni all’aria aperta possono svolgersi solo con il buio). Qui viene proiettato il film Manta Manta, il cui protagonista, oltre alla coppia di attori principali, è un’Opel Manta. Questa commedia per adolescenti era stata un grandissimo successo al botteghino tedesco nel 1991, ma non era mai stata distribuita all’estero. Sicuramente a causa della sua estrema mediocrità.

In un’intervista con la rivista statunitense The Hollywood Reporter, il gestore dell’Autokino di Essen ha spiegato che “l’opera proiettata non ha alcuna importanza. Le persone vogliono uscire e vedere un film. Registriamo il tutto esaurito con varie settimane d’anticipo”.

Anche l’altro “autokino”, a Colonia, registra un alto numero di prenotazioni. Sulla sua pagina Facebook è scritto ironicamente “metadone per i drogati di cinema”. Ma questa droga palliativa si mostra rispettosa delle norme sanitarie, perché l’ingresso è consentito solo a 350 auto su una capacità di mille veicoli, al fine di rispettare le norme sul distanziamento. Sempre in Germania, nella città di Marl, è stato aperto un drive-in “selvaggio” su un terreno dietro un bar per motociclisti.

Lo stesso entusiasmo si può osservare in Corea del Sud da febbraio, quando i cinema sono stati chiusi. A Daegu, sede dei campionati mondiali d’atletica del 2011, la frequentazione del drive-in locale è aumentata dal venti per cento dall’inizio della crisi sanitaria. Nel distretto di Nowon, a est di Seul, le autorità locali incoraggiano l’apertura di queste strutture per aiutare la popolazione a lottare contro lo stress.

Negli Stati Uniti, la situazione di questo settore in declino è oggi più rosea, soprattutto a causa della chiusura delle sale cinematografiche da marzo. Eppure, sui 320 drive-in in attività, solo una ventina è rimasta aperta. Il loro principale limite è la mancanza di film da proiettare, perché le poche novità vengono trasmesse dalle piattaforme di video on demand.

Un drive-in a Hockley, in Texas, ha visto i suoi incassi prima aumentare del quaranta per cento, a metà marzo, e poi raddoppiare una settimana dopo, quando ha proposto in alternanza due opere di finzione: Onward, il nuovo film d’animazione della Pixar, e L’uomo invisibile. Sicuramente non sarà sufficiente per reggere fino all’inizio di luglio, quando le sale statunitensi dovrebbero – molto ipoteticamente – riaprire i battenti. Ma se la chiusura dovesse prolungarsi oltre l’estate, i drive-in rappresenterebbero uno sbocco che gli studios hollywoodiani non mancherebbero di sfruttare.

 

di Federico Ferrone

 

 

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ENPAP APPROVA IL BILANCIO 2019

Comunicato Stampa, Roma, 11 maggio 2020 

Sempre più adesioni all’Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza per gli Psicologi: oltre 64.000 gli Iscritti attivi (+5,7% rispetto al 2018).
L’utile dell’esercizio 2019 è di 37,7 milioni di euro, il patrimonio immobiliare investito è di 1,6 miliardi di euro (+21,5% dal 2018), con un risultato finanziario pari a 163,9 milioni di euro.

Felice Damiano Torricelli, Presidente ENPAP: «Anche quest’anno il risultato della Gestione è più che soddisfacente. Come sempre, abbiamo perseguito l’obiettivo della massima tutela della contribuzione degli Psicologi, nell’ottica della trasparenza e della creazione di maggior valore per il loro futuro pensionistico. L’Ente si è già attivato per fronteggiare non solo i rischi finanziari legati alla diffusione del Covid-19, ma anche per individuare linee precise di intervento a sostegno dei suoi Iscritti che dovessero restare scoperte dalle garanzie dello Stato, per coloro che hanno subito le ricadute economiche delle norme emergenziali per la pandemia».

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David di Donatello 2020, un’edizione speciale

LXV EDIZIONE – PREMIO DAVID DI DONATELLO

Ieri sera, su RAI, Carlo Conti ha condotto la 65esima edizione del premio David di Donatello, organizzata dall’Accademia del Cinema Italiano. Quest’anno, la premiazione non è si è svolta in una sala, bensì in uno studio vuoto con collegamenti via Skype con i vari attori, scenografi e sceneggiatori.
La prima edizione del 1956 si svolse al cinema Fiamma ed il primo attore a ricevere il David di Donatello fu Vittorio de Sica per “Pane, amore e…”, mentre la prima attrice ad esser premiata fu Gina Lollobrigida per il film “La donna più bella del mondo”.

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La legge di Murphy: Italia, burocrazia e Coronavirus

GERARCHIE, INCOMPETENZE E MERITOCRAZIA 

Prima o poi, per la legge di Murphy, la peggiore combinazione possibile di circostanze è destinata a prodursi perché l’incompetenza è direttamente proporzionale al posto occupato nella gerarchia. 
Avete presente come Berlusconi abbia distribuito in venti anni di controllo della politica italiana, posti di deputato, di senatore, di vertice nella Rai, nelle varie Authority e nelle società partecipate, a chi lo ha servito, a chi gli ha arrecato piacere o lo ha difeso da gravi accuse?

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Il Cinque Maggio nella Storia d’Italia

QUANDO IL MITO INCONTRA LA REALTA’
NAPOLEONE GARIBALDI D’ANNUNZIO MUSSOLINI

Il 5 Maggio ricorrono una serie di eventi, che hanno cambiato profondamente la Storia d’Italia, e non solo. Dalla morte di Napoleone all’Impresa dei Mille di Garibaldi, dal Discorso del Vate d’Annunzio, preannuncio dell’Impresa Fiumana, alla  fondazione dell’Impero con Mussolini, il Duce del Fascismo.

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LA CASA STA STRETTA AD AUTISTICI E AD ALTRI DISABILI GRAVI

IL MONDO DELLA DISABILITÀ NELL’ERA DEL CORONAVIRUS: TRA FRAGRANZA DI VITA ED EMPITI DI EMOZIONI

La casa sta stretta agli autistici. Si sapeva anche prima che scoppiasse una guerra inopinata e memorabile, come ogni conflitto, con l’atroce nemico che gira nell’aria, come mai è accaduto prima, mietendo vittime con un’empietà capace di ridurre al silenzio, almeno lì per lì, gli eserciti implacabili, irregolari di ridicoli “saputoni”. Lo ignorano ancor oggi solo ed esclusivamente le persone che badano – sotto sotto – al proprio orticello e basta, fingendo – male – interesse per le tribolazioni altrui. Chi, tradendo lo spirito dell’arguto Enzo Jannaci, sostiene che preferisce vivere sano e morire malato anziché vivere malato e morire sano.
Chi, pur ostentando quarti di nobiltà e una vasta conoscenza delle cose, offende, oltre alla propria intelligenza, ammesso che ce ne sia una davvero fulgida e prodiga di ragionamenti proficui, soprattutto l’ordine naturale delle cose. A cosa serve disquisire di arte ed economia, di politica e filosofia, dei massimi sistemi, dietro cui si cela la paura di conseguire i minimi risultati, se viene prosciugata l’umanità insieme al valore dell’umorismo? Oltre agli autistici, ci sono altri disabili gravi nelle stesse condizioni. L’avvenire di queste meravigliose creature, in quanto tali esse sono tutte, belle e brutte, lontano anni luce dalle azzardate ed empie banalità scintillanti della propaganda, è, a dir poco, molto incerto.

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Striscia la Notizia e Giovanna Botteri

Striscia la Notizia, programma di Antonio Ricci, oramai è arrivato alla frutta. Non sapendo più cosa mandare in onda, si limita a proporre servizi del tutto scadenti, salvo rari casi, limitandosi ad insultare persone, soprattutto sull’aspetto fisico. Il servizio andato del 28 aprile, ha preso di mira la corrispondente da Pechino, Giovanna Botteri, che ha dedicato la vita al servizio pubblico e alla sana e chiara informazione.

Facciamo un passo indietro. La giornalista era stata presa di mira sui social a causa della sua scarsa fantasia nello scegliere l’outfit. Ad ogni servizio, in giorni diversi, ha sfoggiato la stessa maglia nera e una capigliatura poco curata.
Sulla scia, Striscia la Notizia ha voluto dedicarle un servizio di cattivo gusto, mostrando Giovanna Botteri, con video montaggio di pessima qualità, in una vasca. Il servizio inizia sulle note della canzone Shampoo di Giorgio Gaber e l’ironia spicciola di Michelle Hunziker: “Si è presentata agli spettatori del TG1 più bella e più superba che prìa. Ecco ad un tratto la sua chioma curata e vaporosa, in risposta a tante frecciate velenose, di cui evidentemente ne aveva fin sopra i capelli.”

Decisamente alla Hunziker sta a cuore l’aspetto fisico ed apparire al meglio in televisione. Ricordiamo che nel lontano ’95, ancora minorenne, esordì come testimonial dell’intimo femminile Roberta. In quegli anni, in ogni città imperava la foto del suo di dietro, ma il volto era ignoto.
Rita Levi Montalcini in un’intervisrta disse: “il corpo faccia quello che vuole, io sono la mente”.

Giovanna Botteri, nel mondo dell’informazione contemporanea, è una delle firme più importanti. Dire che è una giornalista è riduttivo, è colei che scardina il rapporto tra la televisione e la bella presenza, intesa non nell’aspetto fisico, ma nel modo di apparire davanti alla telecamera e in mondo TV.
Tornando al servizio di Striscia la Notizia, Gerry Scotti, sempre con ironia conclude dicendo: “Brava Giovanna vai avanti così nel tuo importante lavoro e non badar a chi sta a guardare il capello.”

Giovanna Botteri in un comunicato risponde così: “Mi piacerebbe che l’intera vicenda, prescindendo completamente da me, potesse essere un momento di discussione vera, permettetemi, anche aggressiva, sul rapporto con l’immagine che le giornaliste, quelle televisive soprattutto, hanno o dovrebbero avere secondo non si sa bene chi. Qui a Pechino sono sintonizzata sulla BBC, considerata una delle migliori e più affidabili televisioni del mondo. Le sue giornaliste sono giovani e vecchie, bianche, marroni, gialle e nere. Belle e brutte, magre o ciccione. Con le rughe, culi, nasi orecchie grossi. Ce n’è una che fa le previsioni senza una parte del braccio. E nessuno fiata, nessuno dice niente, a casa ascoltano semplicemente quello che dicono”.

Striscia la Notizia, in risposta, ha diramato un comunicato stampa per difendere il proprio servizio: “Dopo il servizio andato in onda nella puntata di Striscia il 28 aprile scorso, dove si dava conto della fresca messa in piega dell’ottima Giovanna Botteri, siamo stati accusati di aver fatto volgare ironia sul suo aspetto fisico. In realtà è da tempo che su alcuni media e nei social Giovanna Botteri viene presa di mira per il suo look, a detta di molti non particolarmente curato. E il servizio di Striscia, partiva proprio da questo per mostrare come Giovanna nell’ultimo collegamento da Pechino avesse sfoggiato una nuova pettinatura, quasi a smentire le critiche malevole piovutele addosso. Insomma, parliamo di cose serie e certamente il bodyshaming lo è e va combattuto con ogni mezzo, ma non confondiamolo con una messa in piega”.

Il programma di Antonio Ricci, anzichè fare un passo indietro e chiedere scusa alla giornalista, ha continuato a difendere il proprio servizio. Se i social hanno preso duramente di mira l’inviata della RAI, Striscia la Notizia non fa altro che continuare a girare il coltello nella piaga.
Infine Michelle Hunziker, in una delle sue stories instagram, ha invitato direttamente Giovanni Botteri a fare swipe-up per vedere il servizio di Striscia.

La pandemia ci ha fatto scoprire la fatica digitale

 

 

 

Il distanziamento sociale imposto dal nuovo coronavirus ha avuto un impatto evidente sulle nostre vite digitali. Non è chiaro se quest effetto sarà duraturo, né quando (e se) le nostre vite torneranno “normali”. Non sappiamo nemmeno se quelle stesse vite digitali usciranno fortificate o irrimediabilmente corrose da tutto questo.

Nel frattempo, un po’ alla volta, stiamo scoprendo la fatica digitale. Si tratta di una condizione difficile da riconoscere, che si manifesta talvolta in forme collaterali, ma ugualmente diffusa e in qualche maniera evidente. La vita digitale imposta dagli avvenimenti è faticosa e meno affascinante di quanto avremmo immaginato.

Lo dicono gli insegnanti, alle prese con la tecnologia che li connette ai loro studenti, se ne accorgono i lavoratori in smart working dal soggiorno di casa, lo segnalano gli studiosi che spiegano, per la verità non da ieri, come piccoli ostacoli tecnologici apparentemente innocui – per esempio il ritardo di ricezione del segnale audio/video nelle chat – siano fenomeni che, mentre la semplificano e la rendono possibile, complicano e rendono più stressante la nostra vita di relazione. Quello della nuova era digitale è un processo caotico, in cui euforia e difficoltà si manifestano allo stesso tempo.

La fatica digitale è una delle molte imperfezioni delle nostre esperienze online. Nuove frontiere che abbiamo idealizzato e descritto per molto tempo con benevola attenzione e che ora, mentre la storia improvvisamente le impone, mostrano anchei propri limiti.

L’elefante nella stanza
La tecnologia è da diversi decenni un tema inevitabile: lo era anche prima dall’emergenza coronavirus, ma è stata a lungo un elemento di completamento della nostra vita che molti sceglievano di ignorare. Nel tempo la tecnologia si è fatta ingombrante perché attraverso di essa, dopo l’esplosione di internet, si sono andate applicando nuove forme del dominio politico ed economico. Tuttavia la sua raggiunta centralità non ne ha cancellato i limiti, così come non ne ha potuto disinnescare le ulteriori aspirazioni di potenza. La discussione e le polemiche di questi giorni in Italia intorno alla app per tracciare i contatti dell’epidemia di coronavirus ne sono un buon esempio.

Se il dilemma centrale dei prossimi anni continuerà a oscillare tra il saper controllare la tecnologia e l’esserne invece controllati, forse una simile elaborazione potrà arricchirsi di una nuova consapevolezza. Saranno i momenti di stress come questo del lockdown mondiale ad aiutarci a ridisegnare i confini della nostra infatuazione (o della nostra avversione) verso gli ambienti digitali.

L’elefante nella stanza resta in ogni caso il fatto che la mancanza di presenza fisica, tipica dei contesti digitali, è lontanissima dall’essere risolta. Ed è una forma di riduzione che per ora non siamo in grado di accettare. La fatica digitale ne è solo un aspetto. È nel momento del confronto con il “prima” che la ricchezza della nostra vita di relazione precedente alla quarantena si mostra in tutta la sua evidenza.

Mentre nei prossimi mesi ci attendono nuove forme di fatica analogica, che è il sentimento che ci assale quando osserviamo le ipotesi di vita sociale dopo il coronavirus e il distanziamento sociale (per esempio le immagini dei ristoranti, o delle cabine degli aerei, o delle spiagge attrezzate con nuovi angoscianti diaframmi di sicurezza), sappiamo già che la fatica digitale è destinata a restare. Se la barriera di plexiglass che divide gli amanti in un ristorante di Wuhan o Milano è un presidio forse necessario ma temporaneo, il senso di straniamento e distanza delle interfacce digitali appartiene in maniera nativa a quelle tecnologie.

Non è chiaro se il successo delle piattaforme digitali potrà confermarsi quando altre tecnologie di relazione torneranno disponibili

I sistemi di videoconferenza che dominano le nostre vite familiari e lavorative durante la quarantena (Zoom, una delle piattaforme più utilizzate, nel mese di gennaio era stata scaricata ogni giorno da una media di circa 56mila persone, mentre nella sola giornata del 23 marzo, nonostante le molte polemiche che l’hanno riguardata, ha toccato 2,13 milioni di download) rispondono egregiamente alla logica del “good enough”, l’approccio sociale alle tecnologie che domina in questi tempi di bassa risoluzione digitale.

Benché tali piattaforme non abbiano al momento alternative e mostrino il proprio fascino tecnologico a una platea di utenti fino a ieri inimmaginabile, non è chiaro se una simile successo potrà confermarsi quando altre tecnologie di relazione torneranno disponibili. Tecnologie secolari, come una panchina al parco, una partita a tennis, una sera d’estate in un cinema all’aperto.

Per queste ragioni non saprei rispondere alla domanda che è rimasta qui sospesa fino ad ora; una domanda che sento ripetere spesso in questi giorni, e che incuriosisce e affascina anche me: cioè se davvero la quarantena per il coronavirus sarà un fattore decisivo per ridurre le nostre diffidenze verso le tecnologie.

Non so se i milioni di persone che oggi si arrabattano su piattaforme di videoconferenza come Meet, Zoom o Skype, che ne stanno scoprendo trucchi e difetti, domani continueranno a usarle per un aperitivo con gli amici o per il lavoro, per una lezione online o per qualsiasi altra cosa, nel momento in cui le vecchie alternative torneranno disponibili.

Nei paesi come l’Italia, che mostrano da sempre un basso tasso di adozione delle nuove tecnologie (molte delle quali nel frattempo non sono più per nulla nuove) esiste una dominante culturale difficile da contrastare. Quando alla fine della prima decade degli anni duemila si osservò la più inattesa e convinta adozione di massa di una piattaforma digitale in Italia e gli utenti di Facebook passarono dal milione del settembre 2008 ai dieci milioni del 2009 ai venti milioni del 2011, molti analisti immaginarono che questo sarebbe stato il primo grande passo verso una nazione nuova. Si pensava che l’utilizzo del social network avrebbe fatto da apripista alla vita digitale dei cittadini i quali, nel frattempo, ne avrebbero potuto scoprire le molte opportunità.

Dieci anni dopo, il Digital economy and society index (Desi), un indice che misura i livelli complessivi di digitalizzazione dei paesi dell’Unione europea, mette l’Italia al 24º posto tra i 28 stati dell’Unione. L’innamoramento per Facebook, insomma, non ha modificato lo scenario e la dominante culturale dell’Italia allergica al digitale è rimasta sostanzialmente intatta.

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È quindi possibile che la conversione digitale obbligatoria che le nostre vite, quelle degli insegnanti e degli studenti, quelle dei lavoratori e dei pensionati, stanno subendo in queste settimane, non influirà in maniera sostanziale sul nostro futuro. È altrettanto possibile che il digitale, vissuto oggi come vera e propria àncora di salvezza, crei una sorta di imprinting positivo del quale osserveremo gli effetti.

In entrambi i casi, paradossalmente, i limiti culturali che oggi le tecnologie di relazione sociale mostrano con grande evidenza potranno essere considerati, parafrasando un vecchio detto del Jargon File caro agli informatici del secolo scorso, non un difetto ma un pregio (“It’s not a bug, it’s a feature”).

La fatica digitale sarà un pregio, a patto che un simile bug orienti il percorso della nostra vita di esseri connessi verso l’unica traiettoria ragionevole fra le poche possibili. Quella secondo cui vita analogica e vita digitale sappiano trasformarsi in un unicum inestricabile.

Una sola vita, insomma, in grado di contenere la nostra umanità e il nostro destino di esseri tecnologici. Un unico grande cervello che dovrà “rassegnarsi alla pace”, come scrisse profeticamente Franco Carlini tanti anni fa.

 
 
 

Oltre l’Italia, le lingue e i dialetti neolatini

Il Romancio o Ladino: lingua del Canton Grigioni e delle Provincie di Bolzano e Trento

Raffaele Panico

La lingua Romancia o Ladina è sopravvissuta per secoli nelle isolate valli tra l’Italia, la Svizzera, l’Austria e dal 1947 anche in Slovenia. Il romancio è un antico idioma dalle origini latine che stava diventando sempre più marginale. È la quarta lingua ufficiale elvetica ed è tutelato anche in Italia, sensibile alle minoranze etniche autoctone. Infatti, l’uso del tedesco ha portato ad una riduzione delle persone che lo parlano. La lingua Ladina o Romancia aveva massima estensione attorno l’anno mille. Geograficamente copriva un’estensione che va dalle Alpi centro-orientali, la Lombardia (Ducato di Milano fine Quattrocento) e la Svizzera (oggi il Canton Ticino e il Canton Grigioni); le Alpi orientali (le attuali Province italiane dell’Alto Adige e del Trentino, e nell’area nord dello spartiacque, il Tirolo, fino alle Alpi Giulie, il Friuli e l’attuale Slovenia occidentale, aree delle province dell’ex Regno d’Italia. Il ladino deriva dall’incontro e fusione delle popolazioni germaniche e celtiche dell’Impero Romano rifugiatesi nelle valli delle Alpi orientali a partire dal V secolo, quando trovavano rifugio dalle invasioni dei barbari, Rugi, Avari e Slavi.

Canton Ticino, Canton Grigioni, Graziadio Isaia Ascoli, Romancio, Ladino, lingua del Canton Grigioni e delle Provincie di Bolzano e Trento

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riconoscimento facciale

Riconoscimento facciale per uscire dalla pandemia?

Uscire dalla pandemia è una sfida complessa per i paesi europei. Un’applicazione di tracciamento del contagio sembra, ma solo apparentemente, la possibile via di un ritorno a una vita normale per la maggior parte dei paesi. Di questa app nessuno sa con certezza come funzionerà, se sarà efficace, quante persone dovranno scaricarla per risultare utile.

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Contesto Economico e Mercati Finanziari, post emergenza Covid-19

SCENARI ECONOMICI PROSSIMI VENTURI
…..USCENDO DAL TUNNEL DOPO LA PANDEMIA

una analisi di  LOREDANA  FERRARA *

Nell’ambito dell’emergenza che si sta fronteggiando a livello ormai globale, risulta difficile districarsi tra le innumerevoli notizie e le serie infinite di dati forniti ogni giorno da ogni parte, a maggior ragione per la rapidità con cui esse variano sia quantitativamente che qualitativamente.

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Inglesismi da esterofilia dilagante

“INGLESISMI”

 RICCARDO PEDRIZZI

In primis fu Luigi Di Maio, che destò meraviglia e qualche imbarazzo parlando del “vairus” che minacciava il mondo e anche l’Italia. Aveva osato trasformare perfino un termine latino come virus, veleno, in una parola pronunciata all’inglese, anzi all’americana. Ma dal suo punto di vista, come capo della Farnesina, aveva ragione lui: all’estero in tanti dicono “vairus”. E nella diplomazia internazionale, sempre più spesso si tende ad americanizzare perfino il latino. Come media, da molti pronunciato “midia”, anche dai giornalisti italiani.

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Tutela del Lavoro nel modo delle scuole
– Fisascat Cisl, Roma

COMUNICATO STAMPA SINDACALE 

Pulizia nelle scuole, Imperatori (Fisascat-Cisl Roma): “Oltre mille lavoratori nel Lazio esclusi da internalizzazione. Per alcuni di loro, oltre al danno, un’inaccettabile beffa. ….. Gioco subdolo e pericoloso: alcune società inviano lettere di trasferimento a oltre 50 Km di distanza, costringendo di fatto il personale alle dimissioni. Nessuno deve restare escluso”

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“Dopo il danno, un’inaccettabile ‘beffa’: 1024 lavoratrici e lavoratori sul territorio laziale, esclusi dal processo di internalizzazione degli appalti per la pulizia delle scuole di Stato, sono ‘in sospensione non retribuita’, ovvero senza alcun soldo in tasca, e ancora in attesa di ricevere l’assegno del Fondo di integrazione salariale (Fis): oltre a ciò, alcuni di loro stanno ricevendo in questi giorni lettere di messa a disposizione che prevedono il trasferimento in altre regioni, oltre i 50 Km di distanza e gli 88 minuti di percorrenza, essendo di fatto costretti a dimettersi per giusta causa perché impossibilitati a raggiungere il nuovo luogo di lavoro”.
E’quanto denuncia Sara Imperatori, della Fisascat-Cisl di Roma Capitale e Rieti, aggiungendo che “le loro dimissioni comporterebbero l’esclusione dal processo di internalizzazione. Si tratta di un gioco subdolo e pericoloso, che sta mettendo profondamente in difficoltà numerose famiglie, che hanno come unica prospettiva l’apertura del fondo di integrazione salariale aperto da tutte le società”.
“Come abbiamo sempre affermato, congiuntamente agli altri sindacati confederali – conclude -, adesso lo ribadiamo: nessuno deve restare escluso dalla ‘Fase 2 dell’internalizzazione, che riguarda 4mila lavoratori in Italia e 1024 a Roma e nel Lazio. Si deve agire presto e bene a tutela di migliaia di persone. Non serve propaganda, ma fatti concreti: faremo tutto il possibile per ottenerli”.

Roma, 28 aprile 2020

Caterina Mangia
Ufficio Stampa

IL 25 Aprile 2020 ………..
in alcune interpretazione “fuori dal coro”

RASSEGNA STAMPA…. “FUORI DAL CORO 

Qui di seguito viene presentata una breve raccolta di interpretazioni, osservazioni e riflessioni sul XXV Aprile, quasi una piccola “Rassegna Stampa” dedicata ad una ricorrenza che non meriterebbe essere esaltata come una “Festa Nazionale”, bensi come una data su cui bisognerbbe meditare. Tale rassegna stampa, in particolare, è riservata a coloro che detengono, incarnano, rappresentano ed utilizzano il potere, con l’arroganza tipica delle loro caste o clan di appartenenza, tutte asservite al “Pensiero Unico Dominante”. 
E quando il “Potere” deriva da una investitura della Democrazia e non della Meritocrazia, Noi che apparteniamo – secondo la vulgata comune – alla così detta “parte sbagliata” dobbiamo sempre tenere a mente il celebre motto di Brenno, condottiero dei Barbari della Gallia, rivolto ai Romani: VAE VITCIS ! 
….E’ senz’altro un motto da ricordare, ma è anche una esortazione a non arrenderci

______________Giuliano Marchetti  

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Note sul “25 Aprile” da una visuale
…..di Monarchia-LiberalDemocratica

25 APRILE 1945 CONSIDERAZIONI IMPOLITICHE

in una analisi di DOMENICO  GIGLIO *
  con “note a margine” (*1) di Giuliano Marchetti

Il 25 aprile fu la data della insurrezioni di tutte le forze patriottiche e partigiane (*2) deciso dal CLNAI e dal comando militare dello stesso, avendo le forze alleate, delle quali facevano parte anche i Gruppi di Combattimento del Regio Esercito, sferrato l’offensiva definitiva contro le linee germaniche, sfondandole ed avanzando su tutto il fronte, dal Tirreno all’Adriatico, raggiungendo Bologna e puntando verso  la pianura  lombardo-veneta. In realtà le operazioni belliche terminarono alle ore 14 del 2 maggio, dopo  la resa delle truppe tedesche, firmata  il 29  aprile nelle  Reggia  di Caserta.

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Le carceri al tempo del Coronavirus
…..tra paure, problemi e tensioni

L’impatto del Covid 19 nel “Mondo Carcerario”
tra paure, preoccupazioni, problemi e tensioni  

Una analisi di Massimo Rossi *

Il carcere è un luogo alieno alla collettività, mentre invece dovrebbe essere una dimensione in cui la collettività si riconosce e riconosce se stessa in una fase particolare: quella della espiazione. 
Le carceri in letteratura sono sempre state descritte o come luoghi di penitenza massima con indicibili sofferenze per i condannati, o luoghi assoluti rispetto alla società civile, specchio di una perfezione quasi maniacale nell’infliggere la pena. 
Le carceri sono state anche luoghi in cui venivano rinchiusi i dissidenti e prigionieri di guerra. Luoghi comunque lontani al sentire della persona integrata.

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“Consiglio d’Europa” e consigli all’Europa, da due autori della Britannia o Regno Unito

A.J.TOYNBEE e H.TREVOR-ROPER

Raffaele Panico

Ha scritto Hugh Trevor-Roper, storico inglese specialista in Storia dell’età moderna e della Germania nazista, su Arnold Joseph Toynbee nel giugno 1957: “Toynbee […] non solo predica un vangelo di deliberato oscurantismo; egli sembra voler fiaccare la nostra volontà, voler dare il benvenuto alla nostra sconfitta; sembra guardare con crudele sarcasmo la fine della nostra civiltà, non perché sia favorevole alla forma di civiltà che ci vuole distruggere, ma perché è animato da ciò che potremmo soltanto chiamare un «desiderio masochistico di essere conquistati». […] Egli brama spiritualmente la nostra sconfitta.”
Arnold Joseph Toynbee era uno storico esperto di storia comparata e filosofo della storia che, durante la prima guerra mondiale aveva operato per conto dell’“Intelligence” inglese, e venne poi delegato alla Conferenza di Pace di Parigi nel 1919. Hitler nel 1936 lo volle ricevere e lui si portò nel suo quartier generale.

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