Il Colle del Quirinale e la “Diplomazia Italo – Francese”

IL “TRATTATO del QUIRINALE  tra ITALIA e FRANCIA 

di TORUATO CARDILLI 

Per i romani il “Quirinale”, non è solo uno dei sette colli di Roma, ma è il “Colle” per antonomasia, su cui sorge il più prestigioso palazzo d’Italia, opera degli architetti Bernini, Mascherino, Maderno, Fontana. Per tre secoli palazzo apostolico, sede del potere del Papa, poi per settanta anni reggia sabauda e negli ultimi settanta anni residenza repubblicana. 
Da un po’ di tempo si parla del Colle in ufficio, al bar, all’edicola, in taxi e nei talk show popolari per sondare l’umore degli italiani sulla scelta del suo prossimo inquilino, mentre i grandi elettori restano abbottonati o fanno melina con intento di depistaggio.

Negli ultimi giorni, invece, l’informazione pubblica e la stampa hanno menzionato più volte il Colle con termini eccessivamente magniloquenti, per decantare l’avvenuta firma del trattato del Quirinale tra Italia e Francia. 
Tutto fatto in pompa magna, con gran lavoro del Cerimoniale, con fanfare e corazzieri, inni nazionali, saluti militari, esibizione delle frecce tricolori dei due paesi, pranzo di gala, dichiarazioni ufficiali affogate in un mare di retorica del tipo evento storico, rafforzamento della sovranità, migliore integrazione e coordinamento, scelte comuni in tutti i settori politici, economici, militari, diplomatici, di sicurezza, spinta epocale per l’Unione Europea, cemento dell’amicizia tra i due popoli e via di questo passo.

Di primo acchito si è rimasti impressionati per la magnitudine e la profondità degli impegni che hanno incantato solo per poco il popolo alle prese coi problemi sanitari sociali ed economici. Terminati, in breve tempo, i fuochi di artificio sono rimasti la cenere e i bossoli vuoti. 
Il trattato è stato coperto come uno dei segreti di Fatima. Non è stato il frutto di una disamina pubblica della strategia e delle esigenze di politica estera, o di una riunione delle commissioni parlamentari, ma il prodotto del lavorio di pochi sherpa addetti a soddisfare l’ambizione dei firmatari finali.

Certo, come prescrive la Costituzione, perché il trattato sia valido, dovrà essere sottoposto allo scambio delle ratifiche parlamentari dei due paesi, senza emendamenti o correzioni neppure di una virgola, e sottratto a qualsiasi ipotesi di referendum confermativo o abrogativo. 
Ma, come accaduto in passato, potrà restare nel cassetto per anni. Un esempio? Il trattato di Caen, concordato da Gentiloni nel 2015 e firmato da Renzi all’Eliseo nel 2016, che cedeva una bella porzione di mar Ligure alla Francia, ratificato a tamburo battente dall’assemblea nazionale francese è stato lasciato a raccogliere la polvere nei nostri cassetti parlamentari per l’opposizione ferma del partito FdI, nonché del capo di Stato Maggiore della marina De Giorgi che aveva addossato al Governo l’accusa di piegarsi alla volontà della Francia.

Questo nuovo trattato del Quirinale, circondato da una spessa cortina fumogena di retorica europeista, di cooperazione rafforzata, di miglior coordinamento di difesa, di partecipazione di un ministro italiano al Consiglio dei Ministri francese e viceversa, sembra ritagliato come un vestito di sartoria alle esigenze politico-economiche della Francia e a quelle d’immagine di Macron che dovrà affrontare tra pochi mesi la sfida per la rielezione all’Eliseo. La Francia, dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa, vuole giocare il ruolo di vertice del triangolo che comprende da una parte la Germania, indebolita dal tramonto della Merkel con cui è stato firmato l’analogo trattato di Aquisgrana, e dall’altro con l’Italia che porta addosso le tare di decenni di malgoverno, di sperperi da cicala e d’instabilità.

La supposta creazione di un consiglio di difesa italo-francese è chiaramente una pomposa intenzione che non potrà avere un effetto pratico per lo squilibrio tra i contraenti: uno è membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, organismo che decreta le sanzioni e gli interventi militari nel mondo, e che per giunta dispone dell’armamento nucleare e di un arsenale aereo e marittimo di gran lunga superiore e l’altro che sul piano militare deve limitarsi a svolgere un ruolo ancillare di portatore d’acqua, meglio di sangue, partecipando senza vantaggi politici a molte spedizioni all’estero.

Nel trattato si fa un vago accenno al Mediterraneo, ma non si parla delle questioni più cocenti e d’interesse per l’Italia come la Libia, disarticolata dalla furia distruttrice francese a tutto nostro danno, né delle trivellazioni, né delle relazioni industriali bilaterali, pur essendo la Francia, il maggiore investitore straniero in Italia. 
Definirei velleitario il decantato rafforzamento dell’Europa attraverso intese bilaterali di questo tipo che sono in netta contraddizione con le critiche agli accordi settoriali dei paesi frugali e del blocco di Visegrad. 
Sul piano fiscale, sociale e giuridico le carenze sono evidenti. Non c’è un riferimento all’omologazione del sistema impositivo, non c’è l’impegno ad estirpare dall’Europa la mala pianta dei paradisi fiscali, non è menzionata la necessità del salario minimo, già approvato dal parlamento europeo ma fortemente osteggiato dalla nostra Confindustria ancorata al rigetto del “sussidistan” per i poveri, ma non per gli industriali – con una guerra ideologica al RdC nonostante i pareri d’illustri sociologi come De Masi o la Saraceno – ed infine sul piano giuridico è assente l’impegno ad operare per il miglioramento delle forme di effettiva cooperazione tra i due sistemi giudiziari e per la velocizzazione delle procedure di  estradizione.

Parlare invece di cooperazione politica rafforzata con l’impegno, oltre alle consultazioni preventive prima dei vertici comunitari, allo scambio dei ministri per partecipare alle riunioni di governo dell’altro paese è una sconcertante prova d’ingenuità o di malafede sottaciuta. C’è da immaginare che quando toccherà al ministro italiano assistere a Parigi alla seduta del governo francese, presieduta da Macron, all’ordine del giorno ci saranno provvedimenti come la direttiva sulla lunghezza delle zucchine o la misura delle cozze o il tipo di vernice per disegnare i passaggi pedonali.

Infine pur facendo cenno a una cooperazione transfrontaliera, argomento che ci ha visto umiliati di fronte ai soprusi della polizia francese, non è comprensibile come possa essere affrontato e risolto il problema delle migrazioni illegali e dei trafficanti di esseri umani che ha fatto soffrire l’Italia senza un efficace aiuto dalla Francia e che ora ha creato un’incrinatura alle relazioni tra la Francia stessa e la Gran Bretagna.

 

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