martedì, 24 Settembre 2019
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Tag: Libia

GUERRA di LIBIA. l’Esercito Italiano visto da Jean Carrère, un amico della “Nuova Italia”

 Jean Carrère fu ferito a Tripoli ,
giunto a Napoli, venne acclamato dalla folla in attesa

Raffaele Panico

Così Jean Carrère scrisse durante il governo Giolitti: “l’esercito italiano, fino alla vigilia della guerra di Libia, era per tutti, forse per gli stessi italiani, sconosciuto”. Brillante penna Carrère, partecipe ad un tempo ad una visione dannunziano della vita ed anche all’attivismo dei futuristi italiani È infatti ancora lui a scrivere: “La guerra è un filtro potente sulle anime, che trasforma ogni vizio in virtù!”.

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La Guerra Civile in Libia, la posizione dell’Italia
…ed i maleodoranti interessi petroliferi francesi

E CONVEGNO sulla GUERRA IN LIBIA, 
con il conseguente rischio di
una RIPRESA degli SBARCHI

“La guerra civile in Libia, il blocco navale e la difesa dei confini di fronte al pericolo di una ripresa degli sbarchi”. E’ questo il titolo del convegno organizzato da Lettera22 per mercoledì 12 giugno alle ore 10.30 nella Sala Santa Maria in Aquiro, piazza Capranica 72.

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AMSI: la situazione in Libia

Libia, Foad Aodi (Amsi): 190 morti di cui 60 minorenni, 850 feriti, piu’ di 22 mila sfollati.

Con questi dati il fondatore dell’Associazione Medici di origine Straniera in Italia (Amsi) e Consigliere dell’ Ordine dei Medici di Roma, Foad Aodi, in contatto con i medici libici, aggiorna il bilancio del conflitto in Libia. Proseguono gli scontri feroci nelle zone sud di Tripoli e nel quartiere Abo Salim, con morti per le strade e dentro le case, con tante vittime tirate fuori da sotto le macerie da giorni, e non identificate .

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Libia e Italia: è tempo di essere franchi, fare chiarezza anche sul colonialismo italiano

Durante gli anni del governo Berlusconi, in occasione delle visite del Colonnello Gheddafi a Roma, si è detto delle atrocità compiute in Libia, a partire dal settembre 1911, quando gli italiani sbarcarono per liberare i libici (osservazione geopolitica vista da italiani, del Regno d’Italia, e degli anni dei governi giolittiani). Libia, allora, infatti divisa in Tripolitania e Cirenaica, ancora sotto il giogo dei turchi ottomani.

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Italiani ed il primato del lavoro in Libia

A proposito dell’emigrazione, degli italiani e la Libia: modernità e rispetto della natura e del lavoro da parte del Regno d’Italia 

 

Nel 1924 c’era stato un censimento degli italiani all’estero. È riportato in uno studio del 1996 di Liauzu Claude edito a Bruxelles sulla storia delle emigrazioni nel Mediterraneo occidentale. Questi i dati sugli italiani: Tunisia 91.000 presenze; in Marocco 12.000; in Egitto 45.000, e in Algeria 37.000 residenti. Non sono riportati gli italiani in Libia, dal 1911 era territorio del Regno d’Italia e dove risiedevano, insieme all’elemento arabo ed ebreo dai tempi di Leptis Magna, divenuta seconda città dell’Impero romano e metropoli per tanti decenni della storia antica, città imperiale dove si parlava un latino con accenti tipici della Libia di allora… invece la presenza italiana in Tunisia è testimoniata anche ai tempi di Giuseppe Garibaldi e da alcuni recenti scritti di un altro importante esule politico: Bettino Craxi. L’incremento della presenza italiana avviene però a partire dal 1881 quando la Francia occupa la Tunisia, dove ancora partivano sbarchi e rapimenti fin sulle coste laziali come confermato in una tesi di laurea della fine anni ottanta, ricerca fatta presso l’Archivio di Stato di Roma sotto la voce “rapimenti a Nettuno a opera di pirati nordafricani”. Ma non è questo il punto. La cosa interessante è rileggere una storia dimenticata attraverso la serie di pubblicistica, giornali, riviste, libri, sull’applicazione del lavoro degli italiani in quelle terre. Tra questi citiamo Benedetti Achille “Tenaci rurali italiani vittoriosi in Tunisia” (Corriere della Sera del 24/071938); Pendola Marinette, “La riva lontana” (Sellerio, Palermo 2000); Vito Magliocco, “La nostra colonia di Tunisi” (Edizioni La Prora, Milano 1933); De Martino Giacomo, “Cirene e Cartagine, Note e impressioni della carovana De Martino Badari – giugno-luglio 1907” (Zanichelli, Bologna 1908); Poggi Tito, “Dalla vigna alla cantina. Lettera ai contadini – Il Viticoltore tunisino” (edizione del 10/11/1938). Insomma da questa breve e scarna raccolta di produzione intellettuale in lingua italiana può vedersi l’approccio pre-consumistico, prima cioè del fallimento generale della seconda guerra mondiale e dei successivi anni di cosiddetto boom economico, di miracolo eccetera, che forse a ben vedere ne scontiamo oggi il caro prezzo di tanta economia Americanizzata prima che modernizzata e meccanizzata a modo del buon lavoratore italiano che sapeva dare un approccio umanistico al lavoro ben eseguito, e nel rispetto di parametri ecologici e antropologici insiti in popolazioni da sempre insistenti e coesistenti nel bacino del Mediterraneo. Scrive Magliocco: “Fate il conto di quanto costa mettere al mondo, allevare, educare curare un bambino, che poi sarà un ragazzo, che poi sarà un giovane, che poi sarà un uomo, che poi sarà un emigrante: ossia uno che all’economia italiana sarà costato decine di milioni e, poi, andrà a produrre ricchezza in un altro paese”. Scrive queste parole Vito Magliocco nel 1957, quando edita il volume “Dall’Italia alle rive della Sirte” (Milano, 1957 Nuove ed. d’Italia, di pagine 92), ritrovato nella Biblioteca di Anzio (Roma) “Fondo Misiti”. Nato in una città dell’Africa mediterranea, Magliocco frequenta le scuole italiane all’estero, poi le francesi e il Politecnico in Francia, dove aveva anche lavorato. Poi emigrato negli USA, fece lavoro da operaio nelle officine Ford di Detroit. Pubblica varie opere e, prima del secondo conflitto mondiale, viene premiato dalla Reale Accademia d’Italia. Di alcuni suoi successi, i tedeschi negli anni ’50 comprano i diritti letterari. Nel 1957 Magliocco da Pisa parte in aereo per un viaggio in Libia, in piena estate, stagione meno propizia, per ritrovare a 10 anni dal Trattato di Parigi le terre dissodate dal sudore e dal sangue degli italiani. Per 21 giorni documenta la realtà con coscienza di uomo civile, e scrive: “La terra di Cirenaica è bruna, buona come quella che conosco: «Cirenaica verde». Ma non ci sono più gli italiani e nessuno coltiva la terra: è abbandonata. Dall’aeroplano hai la visione delle tappe della riconquista del deserto che avanza nuovamente verso la fascia costiera: e dalle zone che continuano a resistere; perché certi uomini (italiani) resistono ancora. E quando questi Italiani «molleranno», dopo aver resistito alla guerra, dopo aver resistito alla pace peggiore della guerra, il deserto compirà la sua opera”. E subito dopo: “Tobruk è base navale inglese. È in affitto. Nella Marmarica gli inglesi cercano il petrolio. La Mellaha, presso Tripoli, è base strategica americana. È in affitto. Gli americani cercano il petrolio nel Fezzan (i francesi, dopo di noi, volevano tenerselo [il Fezzan. Ndr ] : hanno dovuto sgomberarlo pochi anni addietro per fare largo agli altri). A Tripoli gli alberghi sono zeppi di coloro di cui già vi dissi. A Bengasi idem (i cercatori di petrolio e loro cortigiane. Ndr). Villette qua e là sulla costa sono sorte per il riposo e le distrazioni di questi signori, signore e relativa prole. L’opera dell’Italia è spezzata. E tutto è rimasto fermo. Si attende il petrolio? Si attende che la terza guerra mondiale chiarisca le posizioni? si attende. Gli italiani da 150.000 (il programma era di due milioni) si sono ridotti a 35.000: nuovi arrivi non ne vogliono, nuove partenze, sì. A poco a poco, si ridurranno ancora: la stessa politica che in Egitto. Un paese non si tiene con le «basi», qualunque sia la loro potenza. Si tiene popolandolo, amministrandolo, incivilendolo, possedendolo. «Fortuna che non siamo più in Libia», dicono certuni in Italia davanti alle difficoltà della Francia nel Nord Africa. Se non ci avessero tolto la Libia, con quel Trattato di pace accettato da un Governo che sembrava avere il sadico piacere di «bere l’amaro calice» dell’espiazione fino in fondo, di colpe non sue, le cose nel Nord Africa sarebbero andate diversamente. L’Europa cominciò a perdere l’Africa il giorno in cui fu firmato il nostro Trattato di pace. (…) Gli uomini passano, i problemi restano, si complicano, e altri problemi sorgono.”  

Parole profetiche dell’ingegnere Magliocco, oggi dalla Libia verso l’Europa solo barconi di disperati, senza speranza da quella che era una area ben governata e amministrata come per la Somalia lasciata dopo l’Amministrazione italiana, voluta dall’ONU dal 1947 fino al 1960, un giardino ben organizzato con infrastrutture civili, ospedali strade ecc. Per concludere, dalle pagine “attuali” ricavate da Vito Magliocco si aggiunge: “dare lavoro a una popolazione che non ha sufficienti risorse nel suo paese, che non ne avrà mai, con o senza la Cassa del Mezzogiorno, con o senza redenzione delle zone depresse, con o senza valorizzazione del turismo”. Sugli Stati Uniti aggiunge non senza ironia: “conseguirono la più grande vittoria di tutti i secoli e i governanti di uno dei popoli più dinamici credettero di poter fermare il tempo e congelare gli altri popoli in stati di fatto al momento T (Trattati di pace. Ndr) in cui furono firmati i trattati, i quali non risolvevano nulla”. L’Europa divisa in due anglo-americani e sovietici: “In nome di chi abbiamo deciso di ucciderci con le nostre mani? A quale limite è arrivata la stoltezza dell’Europa! Se questo è il risultato del veleno russo che immobilizza il cervello dei nostri uomini politici, dove sono i politici, coloro il cui mestiere dovrebbe essere di sapere sintetizzare i problemi? Qualunque promessa non servirà a nulla”.

Parole profetiche meno che su alcuni cambiamenti strutturali che l’ingegner Magliocco non poteva prevedere (la vita si allunga, presto parti bioniche, trapianti e così via migliorano enormemente e diventa ludica la longevità presto anche dopo gli ottanta anni, per gli europei e loro popolo amici e assimilati, ci sono le comunicazioni che uniscono il Globo e preparano l’Unità del Mondo. La terza guerra mondiale è stata sì combattuta, ma non con armi convenzionali e meno che mai con l’uso dell’atomo, ma tra le pieghe e diplomazie vere e di circostanza degli Stati. L’opzione atomica, l’olocausto, è stata solo un deterrente che, unito alla propaganda sovietica – ma non solo dei sovietici – che alimentava come fiume sotterraneo i partiti eurocomunisti, soprattutto in Francia ed in Italia, ha fatto una guerra psicologica, in cui si versava di tutto sulle piazze, caso emblematico la Berlino Ovest tarlata dal consumismo, vizi slogan vogliamo tutto e subito (ma che cosa?) e fiumi di stupefacenti vari (si vedano i film, “I ragazzi dello zoo di Berlino, e “Cristiana Effe”) che hanno inondato e così spezzato generazioni di giovani tra la fine degli anni ’60, ’70, e ancora prosegue oggi, con l’arrivo di nuove leve che portano le stesse sostanze dalle vie del mare con mezzi di fortuna coadiuvati da chi dall’antico business di fine Novecento con gli allora Centri di Accoglienza e disintossicazione dei tossicodipendenti, oggi ha eretto il suo muro psicologico sado-masochista e perseguita nel male assoluto. Questi pro-nipoti nullatenenti, respinti dalle propaggini di fine Ottocento e inizi Novecento se leggessero la loro situazione psichica così sintetizzata dalle parole pronunciate da Lenin pochi lustri prima del secondo conflitto mondiale, in termini così efficaci: “Fra cinquant’anni le armi avranno ben poco senso. Avremo ‘imputridito’ abbastanza i nostri nemici prima dello scoppio delle ostilità, perché l’apparato militare possa venire utilizzato nell’ora del bisogno…” Morto nel 1924, Lenin passa il testimonio del conflitto prossimo venturo del suo Paese, l’Unione sovietica, che in 10 anni doveva veder l’ascesa della Germania nazionalsocialista, quindi con questa allearsi e spartirsi la Polonia nel 1939 a seguito del Patto Molotov-Ribbentrop, voluto dal suo successore Stalin e da Hitler. A voler vedere oltre nel tempo di 50 anni, come giusto Lenin pre-disse, era quanto doveva poi avvenire nel tempo della Guerra fredda, nel mondo diviso in due blocchi. Tanto è vero che 10 anni dopo il secondo conflitto mondiale, nel 1955 Khrusciov dichiarava lungo la stessa linea: “La vittoria del socialismo (sovietico. Ndr)? Non è più necessario andare in guerra per ottenerla. Basta la competizione pacifica”.

Oggi il mondo non è più dualistico?… si obietterà! Alcuni speravano nella multipolarità…Peggio ancora dunque. La coesistenza a due blocchi era relativamente gestibile. Coesistenza che già allora significava nel senso proprio, conquista del potere con ogni mezzo, tranne che con lo scontro armato diretto. Nel campo della Guerra fredda la sovversione era una lotta condotta senza che vi fosse il bisogno di ostilità fra le forze armate regolari delle potenze appartenenti agli opposti blocchi. Finita la Guerra fredda la sovversione non è finita, anzi è penetrata nella cosiddetta globalizzazione che, a ben vedere, ha azzerato 100 anni di lotte sociali e socialiste in Europa occidentale. La globalizzazione dei mercati ha anticipato lo stravolgimento. Rovesciare leggi e regole ben note: diritto al lavoro e allo studio, alla tracciabilità igienico-sanitaria dei prodotti alimentari, alla sicurezza, allo Stato sociale ecc. Barriere ad un mercato globale, nel quale si devono abbattere i concorrenti con ogni mezzo: lavoro minorile, delle donne e violenza sulla dignità, giornate di 12 e più ore di lavoro, uso indiscriminato di prodotti chimici tossici… in agricoltura, in fabbrica sui prodotti commerciali e per i giochi dei bambini…ecc. Peccato che negli anni Settanta si gridava “Lavorare meno, lavorare tutti” e gli operai aspettavano il lavoro liberato, anche creativo, grazie alle tecnologie, la sicurezza sul lavoro, insomma il tempo dell’uomo libero e del lavoro liberato. Viva la fantasia al potere! Viva il salario garantito! Ah! Ecco, la melassa succitata è sinergicamente aggravata da chi predica il primato delle religiosi sulla sovranità degli Stati sovrani e popoli, che l’altro profeta Marx sintetizzò in Oppio dei Popoli.  

 

 

 

 

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Francia versus Italia: addio Libia?

Martedì 5 nella Sala Nilde Jotti della Camera dei Deputati, un convegno ha fatto il punto della situazione dei rapporti internazionali in corso da parte dell’Italia: Francia versus Italia: addio Libia?, che in particolare osservano lo svolgimento, da una diecina di anni, delle azioni intraprese fra la Nazione e la Francia per la questione spinosa del Nordafrica, con il focus sulla Libia.

E’ stato innanzitutto evidenziato che i rapporti internazionali anche al di là del continente europeo sono tesi talvolta e perfino ai ferri corti, con spostamenti di corpi militari e minacce di interventi che allarmano il resto del mondo e conducono gli Stati collegati a quelli sotto pressione a regolarsi anche loro con una disamina degli armamenti relativi.

Il convegno, Francia versus Italia: addio Libia? è stato condotto da Adolfo Urso, Presidente di Farefuturo e del Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica, che ha presentato un ampio quadro d’insieme della politica degli Stati del Mediterraneo.

Giorgia Meloni, Segretario di Fratelli d’Italia, ha aperto l’evento dal punto di partenza del contenzioso interno della Libia e della politica ostile verso l’Italia. Si tratta, ha detto, di un’operazione di quella politica estera che mai si dovrebbe notare, quella aggressiva. In effetti l’inizio della decadenza libica è iniziata con l’inasprirsi e poi lo spezzarsi dell’equilibrio fra i due Stati per i fatti del 21 luglio del 1970, che hanno visto depredare e poi cacciare i nostri connazionali dal territorio libico. Nel turbine seguito, la Francia, possibile sobillatrice di quel danno, ha letteralmente portato altri Stati a rovesciare il governo ed uccidere Gheddafi, che, con l’intervento diplomatico permesso da Silvio Berlusconi, si era mostrato favorevole al dialogo civile fra i due Stati. L’intervento del 2011, ha continuato Giorgia Meloni, è avvenuto per inglobare le monete africane nel Franco “Coloniale” privo di sovranità, di possesso francese, che ha determinato disordini, migrazioni e miseria nel continente dirimpettaio.

Inoltre, la stessa ha dichiarato che 20 anni fa la Francia aveva fondato la Scuola di Guerra Economica, con possibili interventi di aggressione anche armata in favore della economia e supremazia francese.

Adolfo Urso ha sottolineato la crescente ingerenza cinese da quell’instabilità perniciosa dell’Africa, dalla tecnologia alla politica, che nessuno soppesa con dovuta lucidità.

Giulio Terzi di Sant’Agata, Ambasciatore e già Ministro per gli Affari Esteri, – allontanatosi allora volontariamente per contrasto alla fragile e colposa politica di sinistra – , ha ribadito che i rapporti diplomatici italiani verso gli altri Paesi non sono mai stati seriamente sviluppati, preferendo un sonnacchioso acquietarsi sullo stato di cose ed una rinuncia addirittura, in nome di una curiosa “pace” che sa di buonismo, di una reazione doverosa ed a pugno fermo. Ha detto che l’impegno economico italiano nei confronti degli Stati intorno allo Stivale è maggiore per le Nazioni africane rispetto a quelle Balcaniche o Mediorientali . Ha più volte dichiarato che la politica estera attuale internazionale è fatta di slogan e rabbia, cosa che destruttura le relazioni internazionali ed irrita con il suo atteggiamento declaratorio , mentre si dovrebbe operare a chiarimenti e soluzioni comuni per i problemi. Per questo, rivela che l’atteggiamento ultimo di Macron per l’Italia a proposito della TAV nei giorni scorsi è stato dettato dalla volontà di risolvere opportunamente gli screzi, in base al fatto che i due Stati hanno in comune una quantità notevole di rapporti e di cooperazioni industriali che non vanno negati. – L’Italia – continua l’Ambasciatore – dovrebbe affrontare gli ostacoli guardando nell’insieme gli Stati Nordafricani, sapendo che la protagonista della gestione politica è la Francia.

Ha fatto ricordare ancora che la malagrazia diplomatica, con minacce, insulti e violenze verbali è ormai comune nel mondo, e che spesso è seguita dall’uso della forza e dall’impiego di militari: ciò è da limitare, ma si deve rispondere con energia e facendo presenti possibili reazioni militari: “se non ci si fa sentire, – ha sostenuto  il diplomatico, a contrasto con l’anguillesco e tremante pacifismo della sinistra – ci si isola: l’Italia si sta isolando per l’eccessiva remissività in politica estera.”

Il Generale dell’Associazione Paracadutisti, Marco Bertolino ha fatto presente che la Francia è da ammirare per il Nazionalismo, la politica estera adeguata a questo, e la Pubblica Amministrazione ineccepibile. Inoltre ha detto che la politica militare comune in questa Nazione prescinde dalla politica interna, ed ha auspicato infine una piattaforma comune, con l’Italia, atta a superare le discrepanze.

L’evento è stato concluso da Del Mastro, di Fratelli d’Italia, che stigmatizza, riferendosi all’incontro di Palermo, la mancata esecuzione di quanto in esso si era proposto: si era d’accordo, vista l’evidente debolezza di Al Serraj, di intervenire. Lodata la politica dell’ENI, ha  sostenuto che l’intervento in Libia sarebbe doveroso per i vuoti di potere che spesso sconnettono un andamento commerciale e dunque, economico, che andrebbe salvaguardato. Ha rimproverato il governo di non aver mai intrapreso una politica corretta ed a favore degli interessi nazionali, preferendo misure non efficaci come l’individuazione dei covi degli scafisti e loro distruzione. Si sarebbe dovuto, invece, operare manu militari in quanto la sicurezza e la politica estera vanno su operazioni e trattati militari.

SI FA PRESENTE CHE IL 26 Marzo, NELLA STESSA SALA DEL PARLAMENTO, AVRA’ LUOGO UN MEETING SULLA CINA, DI PROFONDO INTERESSE PER LA POLITICA ESTERA ITALIANA.

Marilù Giannone

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Mediterraneo: dall’unione alla disgregazione

….. Un “ex” – MARE NOSTRUM

Un fatto è fuori discussione: stiamo passivamente assistendo alla dissoluzione del Mediterraneo: si è dissolta quella costruzione sociale, politica ed umana che il tempo aveva edificato attorno al nostro mare.

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La “Battaglia Fantasma” a Bir Hakeim

I Libri di Testo Scolastici che narrano la Storia secondo le regole del “Regime” imposto da Yalta 

 Il giorno 15 giugno 2017, alle ore 17,30 nella Sala Conference della Chiesa dell’Ordine Teutonico,  “SS. Nome di Maria” al Foro Traiano, verrà svolta un’ ampia documentazione e relazione, da parte del Prof. Roberto Polini,  della cosiddetta “battaglia fantasma”, la Battaglia, cioè di Bir Hakeim, nel deserto libico, del 26 maggio 1942, durata fino all’11 giugno dello stesso tragico anno. 

1942, Bir Hakeim, Libia

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Tunisia: “Una Speranza per il Mediterraneo”

La Tunisia, quella piccola porzione d’Africa sottocasa, unico paese della costa nordafricana che ha potuto raggiungere, nella breve stagione della “Primavera araba”, un risultato di stabilità democratica, rappresenta, oggi, un esempio per tutto il sud del Mediterraneo.

Il Convegno Internazionale, promosso il 4 ultimo scorso, dalla Fondazione Craxi presso la sede della Rappresentanza della Commissione Europea a Roma, ha messo a fuoco i valori, tanti, e le altrettante problematiche che la Tunisia esprime ed affronta con determinazione. Gli interventi degli ambasciatori di Tunisi e di Roma, del Presidente della Camera di Commercio Tuniso-Italiana e di numerosi docenti di ambedue i Paesi, hanno, nelle loro relazioni, sottolineato, oltre alle differenze, la medesima appartenenza culturale e lo scambio di lavoro e di commercio da sempre attivo fra Italia e Tunisia.

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Informazione & Potere

Bufale pubbliche e privilegi di stato

L’informazione è stata per secoli uno strumento interamente e saldamente controllato dal potere politico attraverso i mezzi classici di diffusione (editti, bolle, ordinanze, carta stampata sovvenzionata, radio e televisione pubbliche ma di fatto strumento di dominio della politica, radio e televisioni private che rispondevano unicamente agli interessi dell’editore). Veniva diffuso ciò che il potere voleva fosse conosciuto dal popolo, a prescindere sulla sua verità sostanziale e veniva invece nascosto ciò che il popolo non doveva sapere.

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Libia: una riserva di sicurezza per tutta l’Europa

Riflessioni a margine del Convegno dell’Istituto Affari Internazionali

Ancora una volta, qualora ce ne fosse il bisogno, dobbiamo rilevare come la capacità d’analisi geopolitica dell’Istituto Affari Internazionali abbia centrato l’obbiettivo: la dimensione internazionale di quanto è accaduto e di quanto accade in Libia.

Innegabile la ripercussione ad onde concentriche delle crisi nordafricane, prima fra tutte quella libica, che colpisce nell’immediato l’Europa ed in particolare l’Italia ed è foriera, nel futuro di tutti i paesi del Mediterraneo e non solo, di sviluppi di grande impatto negativo, qualora non si riesca a raggiungere la necessaria stabilizzazione di quell’area.

Presso la Residenza di Ripetta, per l’iniziativa dell’I.A.I., martedì 14 giugno si è svolto il convegno “crisi Libia, una mappa per uscirne”, nel corso del quale, con l’intervento preciso e dettagliato del Ministro degli Affari Esteri, Paolo Gentiloni, si è messo a fuoco quell’insieme di contrasti interni che, a tutt’oggi, hanno in grande parte , impedito la normalizzazione del Paese. Il Governo Serraj, salvo alcuni progressi, meglio piccoli passi verso l’affermazione di una propria autorità non ha ottenuto quel consenso sperato quando nel Dicembre 2015, si giunse agli accordi di Skhirat, in cui, la diplomazia italiana si fece parte dirigente nella complessa mediazione.

Ma a rendere la partita ancor più ostica di quanto si fosse presentata sono le diverse posizioni degli attori esterni: oltre all’appoggio a quella o quell’altra delle fazioni libiche di alcuni Stati della regione, non manca il contrasto fra le potenze esterne al Nordafrica; Europa Stati Uniti e Russia, sebbene abbiano fornito l’appoggio necessario alla soluzione ONU per l’insediamento del Governo Serraj. Ciascuna delle parti, a giudicare dalla lentezza con la quale si procede al superamento delle controversie, mira alla più favorevole, per loro, sistemazione, rendendo il teatro politico e militare quantomai frammentato.

Effettivamente un governo come quello di Serraj, monco di sovranità in quanto legittimato dalle decisioni delle Nazioni Unite, senza un animus riscontrabile all’interno della Libia. Lo stesso Trattato Italo-Libico di amicizia e cooperazione stipulato nell’ormai lontano 2008, sembra non trovare più sostegno utile per la sua permanenza in vigore. Dobbiamo, dunque, come Italia, procedere ad una verifica su tutti gli accordi diplomatico-commerciali sottoscritti bilateralmente nel tempo ? Pensiamo sia necessario senza omettere la priorità della salvaguardia del Paese nordafricano.

Nell’attuale “ balance of power”, la Libia corre il pericolo della divisione: forze esterne, alcune europee, mirano alla frammentazione che potrebbe concretizzarsi nella costituzione di tre stati indipendenti, corrispondenti alle regioni della Tripolitania, della Cirenaica e del Fezzan favorendo alternativamente, gli interessi di potenze esterne in particolare nel campo economico-commerciale.

Questo porterebbe ad una insanabile contrapposizione ed ad una impossibile concertazione diplomatica, dando campo libero allo scontro delle molteplici radicate e potenti tribù locali. Attenzione, la Libia, nel momento più difficile per questa Europa in bilico per direttive germanico centriche e pressioni separatistiche, è un caposaldo di sicurezza, una irrinunciabile fonte di mantenimento dell’economia continentale, visto come la storia europea non transita più dal Nord, ma dal Sud verso il Nord, ponendo il bacino mediterraneo al centro di ogni problematica, dal terrorismo all’emigrazione, dall’alternativa bellica alla pace.

Alessandro P. Benini

iai4

 

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La inettitudine dei “Nostri (?) Governanti”

PUBBLICHIAMO UNA ANALISI SPIETATA E FORSE CRUDELE, MA PURTROPPO VERITIERIA, TRASMESSACI DA TORQUATO CARDILLI – ESPERTO DEL PANORAMA MEDIO ORIENTALE, PER I NUMEROSI ANNI IN CUI HA RICOPERTO IL RUOLO DI AMBASCIATORE D’ITALIA ALL’ESTERO, attualmente opinionista su “L’Italiano” quotidiano pubblicato in Argentina – in lingua italiana. 

Terrorismo  & Dintorni 

Quattro mesi fa scrivevo che gli assassini dell’ISIS non potevano essere considerati alla stregua di rivoltosi rivoluzionari con l’ambizione di dare, dopo l’eliminazione dei Raìs arabi Saddam Hussein e Gheddafi e del principe nero Bin Laden, un nuovo leader e un nuovo futuro ai diseredati del Medio Oriente. Gli atti di terrorismo che avevano colpito Tunisi, Beirut, Cairo, Sharm el Sheikh, Nairobi, Parigi e Bamako avrebbero potuto ripetersi in modo spettacolare a Bruxelles, centro nevralgico delle istituzioni europee e della Nato[1].

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Dall’Atlantico agli Urali …..

Alla ricerca di una “IDENTITA’ PERDUTA”

La strage di venerdì sera del 13 novembre a Parigi è stata definita come “L’ XI SETTEMBRE Francese”. Allora, nel 2001, moltissime persone ritennero giusto definirsi “Siamo Tutti Americani”, così come oggi tante altre ritengono sia doveroso ripetere “siamo tutti Parigini” ……

A prescindere dalla spietata efferatezza dl questo nuovo barbaro massacro – e dalla necessità di dover obbligatoriamente “REAGIRE” – è opportuno, però, fare alcune considerazioni, trattandosi di situazioni notevolmente diverse.

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UN MARE DI…LACRIME

Pensare ad un intervento dell’UE solo dopo l’ennesima strage del mare lascia l’amaro in bocca e fa rodere di parecchio il…fegato. Salvini è quel che è, questo si sa come sappiamo chi sono anche gli altri, tutti complici; lo Stato, in quanto tale, non esiste più da tempo immemore, almeno da quando l’impero sovranazionale ha scolorito i confini rendendo inabile ogni autonomia e sovranità, se non in determinati e strategici momenti dove si è completamente “autonomi” ovvero lasciati a sè.

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