martedì, 23 Luglio 2019
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Taranto e l’Ilva: tanta “polvere” per nulla

Il “Mostro” continua a mietere vittime nel finto clamore di istituzioni, sindacati e gente comune. Il mostro in questione è l’Ilva di Taranto, una delle più grandi acciaierie d’Europa, e la più grande d’Italia. Fu costruita nel 1961 quando l’allora Italsider era un’azienda pubblica, situata a ridosso del quartiere Tamburi.

Nelle ultime ore fa notizia la decisione del Sindaco del capoluogo jonico che ha deciso di chiudere le scuole del quartiere Tamburi, nei giorni del cosiddetto “wind day” o giorno di vento di tramontana in cui le polveri del siderurgico soffiano più forti e l’aria diventa ancora più irrespirabile.

Una azione di protesta, di coraggio o un altro inutile tentativo che alla fine non poterà nessun risultato per la salute dei cittadini che continuano ad ammalarsi e morire nel silenzio assordante del nostro Bel Paese. Una città abbandonata da tutti, nei palazzi della politica continuano ad emanare decreti volti a tutelare il lavoro, così dicono, e quindi  a salvare l’economia, ma alla gente di Taranto chi ci pensa?  Facile parlare dalle poltrone, basterebbe farsi un giro nel reparto oncologico dell’ospedale di Taranto per assistere alla tragedia che si consuma da anni ormai. Bambini di ogni età, adulti e anziani paralizzati dalle malattie che il mostro produce. La città senza futuro la definiscono, dove anche respirare o andare a scuola  sono diventati diritti negati.

A nulla sono serviti i dodici decreti varati finora da Monti, Letta, Renzi e Gentiloni per salvare lo stabilimento e l’acciaio italiano. Essi prevedono l’insequestrabilità della fabbrica durante l’esecuzione delle prescrizioni dell’Aia, l’Autorizzazione Integrata Ambientale. Ma allo stesso tempo hanno gradualmente posticipato dal 2015 al 2023 la copertura, molto costosa, dei parchi minerali.

Sembrano inutili le proteste dei cittadini che si ribellano, le azioni delle associazioni di competenza come l’Arpa che con carte in mano dimostrano i dati sconcertanti relativi all’inquinamento. Allora ogni tanto fanno finta di abbassare la produzione e le canne fumarie sembrano non emettere più i loro fumi, ma basta affacciarsi di notte dal balcone di casa propria e vedere come tutto ciò non si ferma.

Inoltre bisogna tenere a mente che in Europa, normalmente, i parchi minerali sono chiusi, coperti, sigillati; a Taranto sono all’aperto, e tali resteranno almeno fino al 2023. Ogni anno 700 tonnellate di quel materiale  vola in aria, portando malattie e morti. La soluzione potrebbe essere la chiusura dello stabilimento, ma questo comporterebbe la perdita di lavoro per molte persone, ma nessuno dice che per smantellare l’Ilva ci vogliono molti e anni e gli operai potrebbero inizialmente essere impiegati per i lavori di bonifica o chiusura.

Senza dimenticare poi che nella città dei due mari non c’è solo l’Ilva, ma l’Eni, la Cementir che quanto a inquinare non sono immuni, ma nessuno ne parla.

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ambiente, Ilva, inquinamento, lavoro, politica, Taranto

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