Alain Locatelli, due giorni a settimana senza i suoi croissant

articolo di Anna Prandoni via Linkiesta.it

 

Milano, il pasticcere Alain Locatelli segue le orme del colosso giapponese Panasonic chiudendo il suo laboratorio due giorni a settimana. Essere più operativo nei giorni di apertura, recuperare le energie, ma soprattutto, godersi di più la vita e preservare la salute fisica e mentale dei propri collaboratori. 

Il nodo cruciale del lavoro è sempre in primo piano: e se il colosso giapponese Panasonic decide di dare ai suoi dipendenti più tempo libero per studiare, fare volontariato e dedicarsi ai propri hobby, introducendo una settimana lavorativa di quattro giorni, il dibattito sul tema resta centrale anche qui da noi. Se per una multinazionale un discorso di redistribuzione del lavoro può essere comprensibile e attuabile, lo è anche per attività diverse, più piccole o addirittura familiari?

Il dibattito è aperto e la carta più alta questa settimana la mette sul tavolo Alain Locatelli, pasticcere-personaggio, bravissimo e dannato, che ha deciso di aprire in pandemia un nuovo locale a Milano, e oggi sceglie di chiudere due giorni a settimana, scatenando una serie di commenti negativi e non da parte degli affezionati ai suoi croissant. La decisione di condividere il suo pensiero su Instagram, lo strumento che gli è più affine, ci fa capire quanto il dibattito si possa esprimere ovunque e non sia per forza da relegare ai tavoli istituzionali: perché per attività familiari, o individuali come quella di Alain le decisioni da prendere sono personalissime, magari scomode, ma sicuramente possono tracciare una strada anche per altri.

«Questo post, non è sulle colazioni. E nemmeno sui dolci». – scrive il pasticcere «Serve per far comprendere agli addetti della ristorazione e non solo, che il doppio day off di riposo è da prendere in considerazione seriamente, se si vuole bene ai propri collaboratori o facenti parte del proprio team, per lavorare in completa serenità». La visione della salute mentale da preservare è sicuramente un nuovo ingresso nel dibattito sul mercato del lavoro, soprattutto in questo settore. E va avanti, Locatelli, nel suo post Instagram: «Lavorare più di 12 ore al giorno, senza nemmeno fare pausa, ritmi forsennati e prediche senza senso, perché non si “rende” mai abbastanza, è controproducente e tossico allo stesso punto. Figurarsi dare solo un giorno di riposo. Esso non porta a recuperare le energie, ma a far venire lo schifo per il proprio mestiere e la propria passione. Bisogna invece cercare di lavorare il giusto, così che uno possa organizzarsi anche nella propria vita e godersela appieno. Si vive una volta sola. Non ho mai incontrato nessuno che mi dimostri il contrario». 

Da qui la decisione di chiudere due giorni, e di essere ancora più operativo e disponibile negli altri giorni di apertura. Con la consapevolezza che confrontarsi e lottare contro i grandi colossi non è il compito dei piccoli negozi artigianali: «Viviamo in tempi con un sistema frenetico e logorante, che ci costringe a ragionare come se fossimo dei piccoli “Amazon” per essere sempre aperti e disponibili alla clientela, a discapito delle stesse persone che vi lavorano dentro. Siamo artigiani, non multinazionali». Il post accorato si chiude con una grande domanda che spesso in questo ambiente è sottovalutata, o mai posta: «Alcuni diranno che basta avere doppio personale di squadra o avere più stagisti per colmare il gap, ma siate sinceri: in quanti in effetti lo fanno, con quei costi sul lavoro assurdi?! Ma soprattutto..tutto questo, fa la vera felicità?». 

Le risposte sono varie, e vanno dalla completa condivisione alle riflessioni: perché se è vero che due giorni senza croissant non sono una tragedia, è altrettanto vero che è problematico ripensare completamente l’economia per come è strutturata oggi. 

Alcuni colleghi sottolineano come per il solo coraggio di iniziare un percorso simile in un negozio Locatelli sia da premiare, pagando di più per permettere di sostenere questa scelta, che appare migliore di molti altri che rimangono aperti solo grazie a stagisti non pagati o turni di lavoro imposti perché “si è sempre fatto così”. La mentalità da scardinare è quella dell’imprenditorialità portata all’ennesima potenza, del guadagno fine a sé stesso, che non tiene conto delle reali esigenze umane, spesso anche dei proprietari. 

Se non si promuove questa mentalità non si cambierà mai il sistema. D’altro canto, è anche vero che bisogna potersi permettere di pagare di più: e se lavoriamo meno, forse anche il nostro potere di spesa scenderà, impedendoci di sostenere queste scelte imprenditoriali coraggiose. Il livello sempre più basso degli stipendi italiani non aiuta, ma ci sono ormai esempi di Paesi, soprattutto nel Nord Europa, che hanno provato e dimostrato che può diventare sostenibile se c’è davvero un cambio di cultura. Forse, in Italia non siamo strutturalmente predisposti, forse il peso fiscale che grava sulle aziende è davvero troppo elevato, e il costo del lavoro troppo alto. Forse, semplicemente, non siamo ancora pronti, non siamo abbastanza maturi per queste scelte così radicali.  Ma il solo fatto che se ne parli è il segno tangibile che la strada è tracciata, che il futuro è vicino, e che – forse proprio grazie all’accelerata di riflessione data dal Covid – anche questo settore cambierà volto a stretto giro, più rapidamente di quanto ci saremmo aspettati.

Con buona pace di chi vuole mangiare il croissant di Alain tutti i giorni della settimana.

alain locatelli, settimana corta

Musica, il settore discografico tra i più colpiti dalla pandemia

Musica dal vivo, il ruolo centrale delle esibizioni per la sopravvivenza degli artisti

Impossibile immaginare un Mondo senza la musica. Quando la pandemia ha colpito il nostro Paese la musica sembrava una valvola di sfogo collettiva che ci faceva sentire tutti un pò più vicini.

Dagli artisti alla gente comune, i tetti, le strade, erano tutte diventate il nostro palcoscenico regalandoci momenti emozionanti.

Eppure nonostante anche in questo caso la musica si sia rivelata una panacea, un metodo per esorcizzare questa situazione difficile, il settore discografico è stato ed è tutt’ora una delle vittime più colpite dal Covid-19.

Tutte le manifestazioni musicali, dai concerti ai festival hanno subito una battuta d’arresto improvvisa in tutto il mondo.

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Bengalesi, bengalini e…altri uccelli migratori

BANGLADESH A ROMA

Il Bengala è una vasta regione geografica del subcontinente indiano; il territorio, prevalentemente pianeggiante, è attraversato da due grandi fiumi: il Gange e il Bramaputra. Il clima è quello monsonico, portatore di alluvioni e piogge abbondanti che mettono a dura prova la popolazione.

Le attività principali cui la popolazione è dedita sono quelle legate principalmente all’agricoltura che però non è sufficiente per far decollare il paese, le cui condizioni socioeconomiche sono ancora in via di sviluppo.

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Eclario Barone e Jacopo Ravenna in Lettera ad Amerigo

La doppia mostra alla Galleria Arte e Pensieri in memoria dell’artista Amerigo Schiavo

E’ stata inaugurata in questi giorni la doppia mostra degli artisti Jacopo Ravenna ed Eclario Barone, fortemente voluta in ricordo dell’amico Amerigo Schiavo. Artista e sculture salernitano classe 1963 che, spinto da Guttuso a perseguire questo percorso artistico, vi dedicò tutta la vita, diventando mentore per le nuove generazioni di artisti locali.

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Panizzeri.Quando lo street food diventa una filosofia del mangiar bene

Il sogno di due giovani imprenditori nato dall’amore per la cucina e i prodotti di qualità

Seduti a un tavolo, avvolti dal profumo del pane da poco sfornato, abbiamo chiesto di raccontarci come da due giovani ragazzi sia nata questa attività riuscita a diventare col tempo un franchising.

Daniele Scalzo, questo è il nome di uno dei due giovani, sorride e ci inizia a raccontare che tutto nacque da una semplice domanda che lui e il suo amico Emanuele si sono sempre posti: Cosa c’è di più buono del pane se non la pizza? 

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Il desiderio mai realizzato di Ben Gurion

Albert Einstein presidente dello Stato di Israele.

Quando pensiamo ad Einstein la prima immagine che ci viene in mente è quella del più grande scienziato del XX secolo.

Padre della teoria della relatività e fondatore della meccanica quantistica. Un genio che sin dalla più tenera età rimase affascinato dallo studio dei fenomeni naturali.

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Il Senatore Gasparri ad Anzio insieme ai fratelli Capolei

Forza Italia, Gasparri ad Anzio insieme ai Capolei:
“A breve in tour nella Città Metropolitana di Roma Capitale”

ANZIO, 15 gennaio 2022 Allo stabilimento Galapagos di Anzio, ieri sera, Vincenzo e Fabio Capolei hanno riunito a cena un nutrito gruppo di rappresentanti territoriali di numerosi comuni della Città Metropolitana di Roma Capitale.
La serata, che si è svolta nel pieno rispetto delle norme anti-covid, è iniziata con una conferenza stampa alla quale, accanto ai due rappresentanti di Forza Italia, ha partecipato Maurizio Gasparri, commissario romano del partito, nonché senatore.

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“Si Vax” contro “No Vax”:
così “Il Sistema” ha diviso gli Italiani

IL VACCINO E’ IL PARAVENTO DELLA NUOVA NORMALITA’ !
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BISOGNA GUARDARE ALL’ ESSENZIALE, NON A QUESTIONI SECONDARIE (vaccini e green pass),
PER INIZIARE A DIFENDERCI DALLA NUOVA NORMALITÀ  ANTICRISTIANA E ANTI-IDENTITARIA

SI RIPORTA SULLA “CONSUL PRESS”, PER GENTILE AUTORIZZAZIONE DELL’AUTORE, UN EDITORIALE DI MATTEO CASTAGNA (*1) GIA’ PUBBLICATO SU “INFORMAZIONE CATTOLICA” IN DATA 10 GENNAIO 

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KFC in Kenya – lo strano caso delle patatine fritte introvabili

Ecco come una patatina fritta può spiegare i paradossi del commercio globale.

Da qualche giorno in Kenya sta succedendo un fatto strano, nei punti della catena americana KFC sono sparite le french fries. Le patatine fritte non si trovano più e sono state momentaneamente sostituite da specialità locali come il mais o l’ugali. Il motivo? La crisi che da vari mesi sta subendo la catena globale di approvvigionamento delle merci. Le difficoltà della logistica hanno portato oltre ad aumenti vertiginosi dei prezzi in Cina anche a situazioni buffe, come le verdure di cartone a sostituire la mancanza delle vere nei supermercati del Regno Unito. Le patate mancano anche In Giappone e Mc Donald’s, pur di non sospenderne la vendita, ha ridotto la quantità nelle porzioni.

Ma cosa c’è di strano? Il Kenya è un grande produttore di patate ed il loro consumo è elevatissimo. Perché allora non si possono usare le patate locali? La storia è stata raccontata, con tanto di spiegazioni e approfondimento, dal giornalista radiofonico keniota Waihiga Mwaura alla BBC. Le patate che vengono fritte nei KFC del Kenya vengono importate dall’Egitto, e arrivano già pre affettate e questo perché, quelle locali, non soddisfano gli standard qualitativi volti ad assicurare la produzione di un cibo “sicuro per il consumo da parte dei nostri clienti”, come ha detto allo Standard newspaper Jacques Theunissen, chief executive in Africa orientale di KFC. In compenso, ma più che latro per metterci una pezza, il manager ha aggiunto che la farina dei panini e gli ingredienti dei gelati vengono dal Kenya, e l’azienda si è impegnata a testare altri prodotti locali.

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Donatella Finocchiaro, i suoi vent’anni da attrice

Donatella Finocchiaro, nel 1996, dopo il debutto al Teatro dell’Orologio a Roma si rende conto che l’avvocatura non l’attrae per niente. La sua carriera di attrice iniziava proprio mentre frequentava la facoltà di Giurisprudenza a Catania. Ma porta comunque a compimento gli studi e mentre prepara la tesi partecipa ai provini per la scuola di recitazione del Teatro Stabile di Catania, dove viene ammessa poco dopo.

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UOMINI, QUALE RUOLO NEL PREVENIRE ATTI DI VIOLENZA CONTRO LE DONNE

UOMINI, QUALE RUOLO NEL PREVENIRE ATTI DI VIOLENZA CONTRO LE DONNE

Numeri da brivido, il cambiamento parta dalla famiglia

Violenza contro, violenza sulle donne.

Generazioni di donne spendono una parte sensibile del proprio tempo a mettere in atto comportamenti sicuri. Quando prendono un mezzo pubblico, parcheggiano l’auto, rientrano a casa: anche di giorno, anche quando sono con i loro bambini al parco. Accanto, troviamo spesso uomini inconsapevoli del ruolo che potrebbero avere per proteggerle, non solo in maniera diretta.

Libertà minata

La recente pubblicazione dei dati 2021, a cura del ministero dell’Interno, non lascia spazio a interpretazioni. Il documento porta il nome Omicidi volontari.

Ecco i dati: relativamente al periodo 1 gennaio – 26 dicembre 2021 sono stati registrati 289 omicidi, con 116 vittime donne di cui 100 uccise in ambito familiare/affettivo; di queste, 68 hanno trovato la morte per mano del partner/ex partner.

 

Analizzando gli omicidi del periodo sopra indicato rispetto a quello analogo dello scorso anno si nota un lieve incremento (+1%) nell’andamento generale degli eventi (da 285 a 289), mentre resta stazionario il numero delle vittime di genere femminile (116).

Si evidenzia, invece, una leggera diminuzione (-2%) sia per i delitti commessi in ambito familiare/affettivo, che passano da 147 a 144, sia per le relative vittime di genere femminile che, da 101 nel periodo 1° gennaio – 26 dicembre 2020, scendono a 100 nell’analogo periodo dell’anno in corso. Invariato, invece, il numero delle donne vittime del partner o ex partner (66).

 

I numeri, le cronache, le storie acuiscono nel mondo femminile la sensazione di insicurezza. Non essere sicure significa una serie di NON. Se il tunnel della metropolitana o un sottopassaggio ferroviario potrebbero allarmare chiunque, pensiamo allora a una banalità. Un qualcosa che si fa così, senza pensarci: uscire con il cane da sola. Di sera tardi, con il buio, con il lockdown: troppe poche persone per strada, uguale meno possibilità di essere protette in caso di aggressione. Oppure con il sole e una blusa svolazzante, una gonna, un paio di scarpe con il tacco. Con il sorriso sulle labbra e gli occhi luccicanti o con l’aria corrucciata e tanti pensieri nella testa.

Banalità?

NON per molte donne. E neppure un numero sempre più grande di uomini, ora consapevoli del loro ruolo. Uomini che, peraltro, rischiano altrimenti di continuare a rimanere schiacciati dagli stereotipi, quelli vecchi e quelli più recenti.  I fatti dicono – senza possibilità di smentita – che gli uomini sono i principali responsabili della violenza contro donne e ragazze, bambine.

E bambini. Chi uccide una donna spesso colpisce anche i suoi figli, i propri figli.

Tutti gli uomini, compresi quelli che NON perpetrano violenze o abusi, hanno un pezzo di responsabilità, oggi, nell’immediato: possono infatti avere un ruolo nell’aiutare a porvi fine, cambiando nella quotidianità quelle norme sociali e di genere.

Il potere degli stereotipi

La letteratura evidenzia che le norme sociali e di genere cambiano nel tempo, attraverso le culture e all’interno di gruppi particolari. Mentre atteggiamenti e valori risiedono negli individui, le norme sono “incorporate” nelle organizzazioni, istituzioni, strutture, processi e sistemi più ampi e riflettono regole, leggi, costumi e ideologie di società diverse.

Il cambiamento delle norme di genere non riguarda quindi solo il cambiamento della mentalità individuale, anche se questo può rappresentare un obiettivo già di per sé importante. Una recente revisione della letteratura esistente in materia, svolta nel Regno Unito, ha dimostrato che le norme sociali di genere continuano a plasmare in modo significativo le vite di uomini e ragazzi. Sebbene siano avvenuti cambiamenti importanti, questi spesso riguardano ciò che significa essere un uomo piuttosto che una riduzione del bisogno di conformarsi a certi ideali di mascolinità più in generale.

Inoltre, i cambiamenti nelle percezioni normative non equivalgono necessariamente a modifiche comportamentali. L’esempio, mostrato nella ricerca della Durham University, suggerisce infatti proprio questo: sono ancora le donne a svolgere la maggior parte delle mansioni di cura dei bambini e dei lavori domestici. Benché svolgano anche un ruolo significativo nel mercato del lavoro. Cose che sappiamo bene, tutti.

Il vento del cambiamento

Perché alcuni uomini, osiamo dire invece, assumono un ruolo empatico, attivo? Spesso è stato l’impatto dell’ascolto – anch’esso attivo – di donne che fanno parte della loro vita. Il processo di risveglio inizia talvolta da una conversazione su bisogni e paure, oppure dopo aver visto – e quindi sperimentato indirettamente – la violenza di altri uomini su una donna. Magari vicina per rapporto di relazione, per età, per contesto di riferimento.

Il forte impatto della morte di Sarah Everard, avvenuta nella primavera di quest’anno per mano di un uomo di legge, ha acceso un dibattito, aperto una conversazione. Ha rappresentato una opportunità per molti uomini: diventare alleati. Uomini che amano le donne, come si autodefinirono quei gruppi spontanei di uomini di ogni età che organizzarono un flashmob l’8 marzo. Semplice ed efficace: sedie rosse – il colore della violenza, oltre che della passione – con il nome delle vittime di quelle prime settimane del 2021. Il cui numero è cresciuto senza sosta, sino a raggiungere le 116 unità.

Non si dimentichi che ragazzi e uomini, nel loro ruolo di amici, figli, genitori, compagni di scuola, partner attuali o passati possono denunciare. Devono farlo, se sanno.

Se vogliamo fermare la violenza contro donne e ragazze, dobbiamo saper raggiungere e ingaggiare un maggior numero di uomini. Vanno coinvolti, iniziando con un esame onesto degli atteggiamenti, comportamenti e attaccamenti degli stessi uomini alle aspettative maschili. Le idee sessiste e le norme di genere dannose sono così profondamente radicate nelle istituzioni e nel discorso pubblico che nessuno ne è immune. Non si tratta di incolpare i singoli uomini, ma di riconoscere che, affinché il cambiamento avvenga, ogni uomo deve mettersi in gioco. Insomma, avere un ruolo.

Intercettare le richieste di aiuto – Canadian Women’s Foundation

Ancora, la morte di Sarah ha fatto esclamare a migliaia di uomini e donne la parola COLPEVOLE! Attraverso i social media la comunità britannica ha deciso il verdetto di colpevolezza del poliziotto accusato del suo omicidio. Il mondo del giornalismo è stato invece cauto, consapevole dei rischi che si corrono a puntare il dito contro un sospettato. E sono di nuovo le mani, capaci di gesti e narrazioni complesse, a girare alla velocità del web.

Pollice della mano piegato, quattro dita in alto e poi chiuse a pugno: un gesto che significa richiesta urgente di aiuto.

Si chiama Signal for Help, va conosciuto e riconosciuto quando una donna – mentre chiacchiera con un sorriso solo accennato e gli occhi sgranati – lo fa una volta sola, o ripetutamente. Anche saperlo replicare è importante, sappiamo bene che la violenza è drammaticamente diffusa, e talvolta inaspettata. A novembre ha salvato la vita a una sedicenne statunitense che, in auto con il suo rapitore, si è salvata grazie al Signal for Help notato da un automobilista.

Alfabetizzazione relazionale

Parliamo per un attimo di maschi, perché il seme va annaffiato da subito. E chi abbevera e dà nutrimento alla pianta che cresce è perlopiù la donna, la madre.

Il cambiamento di paradigma, dunque, deve compiersi anche nelle figure femminili di riferimento. Nella madre deve iniziare subito, senza aspettare che i maschi si sentano inadatti alle aspettative dominanti di mascolinità – il famoso sii forte, mantieni il controllo, non piangere. Permettersi di farlo è, ancor oggi, un lusso di pochi.

Riponiamo grande fiducia nella generazione Z

Interessante l’abbecedario realizzato a corollario del toolkit e del report dello studio promosso dalla Durham University. Incredibilmente, quando si vogliono contrastare gli stereotipi, le problematiche – pur non essendo del tutto sovrapponibili – si spiegano con le stesse parole.

Ragazzi e uomini possono fare davvero la differenza nelle loro interazioni quotidiane con familiari, amici, compagni e colleghi. Possono sfidare il sessismo e la misoginia quando le incontrano. Impostare relazioni paritarie e rispettose con donne e ragazze. A casa, ciò potrebbe significare garantire che compiti come i lavori domestici e la cura dei bambini siano equamente condivisi. Anche la sessualità ha un posto, d’onore: non con l’accezione di privilegio, bensì di dignità.

Questo significa avere, ad esempio, sempre e solo, rapporti sessuali consensuali.

Gli spazi aperti

Al di fuori delle mura domestiche, la consapevolezza maschile deve includere la comprensione di come la libertà delle donne negli spazi pubblici possa essere limitata. Esperienza che gli uomini raramente provano.

Questo implica la necessità di provare a mettersi al posto della donna, comprendere con gli occhi e il passo e il respiro accelerato di lei, che se sente dei passi alle spalle teme che le si voglia fare del male. Chiedersi cosa determinate situazioni significano per ragazze e donne può essere un buon inizio.

Il potere delle parole

Anche l’idioma può avere un ruolo – del tutto inconsapevolmente per chi lo parla – nella distinzione di genere. La lingua inglese specifica il genere della persona solo quando ne parla in terza persona, l’italiano lo fa da subito. E da qui nasce la diatriba su il presidente e la presidente, l’avvocato e l’avvocata, il direttore o la direttora: devi scegliere. Occorre prendere posizione, come fanno i creatori di Parole O_Stili. Progetto sociale di sensibilizzazione contro la violenza delle parole.

Mettere in discussione commenti o stereotipi sessisti, di cui le donne – o chi non si adatta al ruolo sociale attribuito – sono vittima privilegiata, sarebbe un ottimo inizio.

L’uguaglianza di genere e l’inclusività si costruiscono con l’impegno individuale, che poi si trasmette alla propria famiglia, alla comunità, alla collettività.

Chiara Francesca Caraffa

www.eurocomunicazione.com/2020/11/25/25-novembre-no-alla-violenza-sulle-donne/

www.eurocomunicazione.eu/donne-e-sicurezza-il-contributo-dellorganismo-paritetico-nazionale/

 

Si riapre il “Caso Emanuela Orlandi” :
‘LecceCronaca.it’ intervista Antonio Parisi

EMANUELA ORLANDI E’ IN PARADISO,
MA QUI SULLA TERRA RIMANGONO TROPPI MISTERI !  

IL GIORNO DOPO LA RIAPERTURA DEL CASO DA PARTE DELLA MAGISTRATURA, IN ESCLUSIVA PER “LECCE-CRONACA.it” IL GIORNALISTA E SCRITTORE ANTONIO PARISI RICOSTRUISCE MOTIVI E PERSONAGGI DEL RAPIMENTO.
SI RIPORTA QUI DI SEGUITO L’INTERVISTA RILASCIATA DAL DIRETTORE DELLA “CONSUL-PRESS” A FLORA FINA, REDATTRICE DEL QUOTIDIANO LECCESE, IVI PUBBLICATA MARTEDI’ 21 DICEMBRE.

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IL TE DEUM, SOLENNE INNO LITURGICO DI RINGRAZIAMENTO

Mancano pochi giorni alla conclusione dell’anno e la Chiesa, come da tradizione ormai consolidata, si riunirà tutta nella proclamazione del Te Deum.

L’Inno liturgico di ringraziamento, che da secoli accompagna i fedeli cristiani nella loro lode riconoscente, viene solennemente proclamato il 31 dicembre per ringraziare la Trinità dell’ anno trascorso.

Il testo del Te Deum ha origini antichissime.

Alcune parti si attribuiscono a San Cipriano di Cartagine (III secolo); secondo altri studiosi sarebbe opera di San Niceta vescovo di Remesiana in Dacia (IV secolo). Le influenze sono comunque orientali.

Una leggenda invece lo attribuisce ai Santi Ambrogio e Agostino che lo avrebbero intonato insieme in occasione del battesimo di Sant’Agostino: al primo versetto intonato da Sant’Ambrogio, Sant’Agostino avrebbe risposto col secondo… Questo è il motivo per cui è anche noto come Inno Ambrosiano.

Il nome dell’Inno, in prosa ritmica latina,  si deve alle due parole latine con cui comincia: Te Deum laudamus –  Noi ti lodiamo Dio –   e la liturgia lo prevede nell’ufficio mattutino delle feste e delle domeniche.

Ma si è diffusa fin dall’antichità l’usanza di cantarlo in occasioni di solenne ringraziamento come per la fine dell’anno, per una incoronazione o per la fine di una guerra o di una calamità.

Nell’immagine si può leggere il testo in latino e la traduzione in italiano che però non rende l’efficacia del testo originario.

 

 

Il Te Deum passa dai toni della glorificazione alla narrazione contemplativa fino alla supplica.

Nelle antiche celebrazioni le modulazioni erano quelle del canto gregoriano poi si passò a componimenti musicali più elaborati che esaltano i singoli passaggi di questo Inno composto fondamentalmente di tre parti.

La prima è rivolta a Dio Padre, confessato Signore dell’universo. Tutte le creature terrestri e angeliche ne proclamano la gloria ma è soprattutto nella testimonianza degli Apostoli, nella voce dei Profeti e nelle schiere dei Martiri che risuona la fede della Chiesa.

La seconda parte è rivolta a Cristo, il Figlio Eterno del Padre. Nella traduzione italiana non si percepisce la forza con cui viene espresso il paradosso dell’Incarnazione: Tu per assumere l’uomo da liberare non hai aborrito l’utero della Vergine.

Ugualmente molto realistico è il mistero Pasquale, anche in questo caso non così evidente nel testo italiano come invece si presenta in quello latino: Tu, spezzato il pungiglione della morte, hai aperto ai credenti il regno dei cieli

La terza strofa come tutte le antiche preghiere di benedizione contiene una supplica.

Questa parte è ispirata ai salmi e invoca la salvezza eterna, una vita senza peccato, la misericordia finale.

Nell’ultima strofa la lode diventa implorazione ma la supplica è una delle tante forme della glorificazione Divina.

Rivolgere a Dio la propria implorazione significa riconoscerne l’Infinita Grandezza e Potenza.

 

Diversi autori hanno musicato lungo la storia questo inno: Pierluigi da Palestrina, Paisiello, de Victoria, Dvorak, Giuseppe Verdi, Mozart che compose il suo all’età di 13 anni, Händel, Mendelssoh, Charpentier.. A proposito di quest’ultimo, il suo preludio del Te deum viene utilizzato per l’inizio e la fine delle trasmissioni in Eurovisione.

Anche Puccini lo fa intonare al coro alla fine del primo atto della Tosca, come pure nel film della Disney il gobbo di Notre Dame, la musica del Te Deum fa da sfondo all’assalto alla cattedrale e all’esecuzione della zingara Esmeralda da parte del giudice Frollo.

Senza dimenticare quelli musicati da Ennio Moricone per il film  Allonsanfàn e soprattutto per Mission, dove il canto dell’Inno si intride di note dolorose a sottolineare l’imminente tragedia e l’innocenza degli indios.

 

Veronica Tulli

Velvet Media lancia il Metaverso per le PMI accordo con Anothereality

Velvet Media, agenzia di marketing e vendita on line, sta accelerando sui processi di digitalizzazione, offrendo ai propri clienti  la possibilità sia di comparire che di vendere nel mondo parallelo: quello del metaverso che sta costruendo anche Facebook. Il titolare, Bassel Bakdounes: “Metaverso, NFT e blockchain sono già il presente del marketing, il sistema Italia deve rimanere al passo”. Un’iniziativa finalizzata ad aiutare le piccole e medie imprese ad entrare in questo universo anche attraverso la blockchain.

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Livelli altissimi di smog nel Mondo e in Italia

Lo smog, o inquinamento atmosferico è una preoccupazione che ormai dilaga ovunque nel Mondo. Si dipana attraverso l’atmosfera quindi non c’è una città esonerata completamente, e viene compromessa la qualità dell’aria anche nelle zone limitrofe.

Il particolato, il biossido di azoto e l’ozono troposferico sono attualmente considerati i tre elementi che incidono in maniera più significativa sulla salute umana. Le conseguenze, quindi, alle esposizioni prolungate allo smog varia dall’indebolimento del sistema respiratorio fino alla morte prematura.

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I problemi delle “Minoranze Linguistiche”,
durante la 26^ 27^ Legislatura del Regno d’Italia

UNO STUDIO REDATTO dalla BIBLIOTECA della CAMERA dei DEPUTATI,
PRESENTATO A MONTECITORIO
SU INIZIATIVA DELL’ On. ETTORE ROSATO

Martedì 14 Dicembre, nella Sala Stampa di Montecitorio è stato presentato il volume “I Deputati delle minoranze linguistiche della XXVI e XXVII Legislatura del Regno d’Italia “, prestigiosa edizione della Biblioteca della Camera dei Deputati.

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Atreju può dare una svolta alla politica europea?

articolo di Terenzio d’Alena

Si è conclusa trionfalmente la kermesse politica di Atreju, organizzata quest’anno in maniera più celebrativa a Roma  in piazza Risorgimento, che qualcuno ha tentato di ribattezzare “piazza Miki Mantakas” in onore del giovane greco aderente al FUAN ucciso in circostanze ormai chiare nel 1975. Il numeroso e correttissimo pubblico ha apprezzato relatori ed intervistati capaci di parlare  fuori dei denti, una volta tenuto volontariamente lontano il politicaly correct. Passeggiando lungo la location non priva di stand di sapore natalizio, fra piste di pattinaggio e presepi viventi, alla fine tutti si sono rivelati ampiamente soddisfatti del successo di pubblico e degli stimoli culturali, con la ciliegina finale della relazione di Giorgia Meloni, come al solito capace di dare il meglio di sè quando gioca in casa. Dunque una organizzazione curata e fantasiosa, ma imperfetta se solo si pensa alle polemiche suscitate dai controllori dei green-pass, oberati di lavoro all’ingresso del megapadiglione assembleare (anch’esso disegnato e allestito con gusto), però pronti a favorire l’amico dichiarato o il sedicente senatore nonostante i precisi ordini di chiusura per fine capienza.

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Tra miti e leggende, viaggio alla scoperta di una delle più importanti opere del passato

Tempio della Fortuna Primigenia: Il più antico complesso architettonico dell’Italia antica

Nel Lazio, alle pendici del monte Preneste, dove oggi sorge Palestrina in epoche arcaiche vi era un oracolo molto importante. In questo luogo sorgeva un pozzo o almeno tale lo si riteneva, dove si diceva che li sotto viveva una sibilla che dava oracoli a chi però, sprezzante del pericolo, si calava lungo le pareti di questo misterioso manufatto e da tutti i luoghi, anche lontanissimi, venivano pellegrini per conoscere il loro destino.

Di questo abbiamo la testimonianza di Cicerone che riporta nel suo libro “De Divinazione” la storia del nobile Numerio Suffustio che trovò in fondo al pozzo un gran numero di pezzi di legno con su incise delle lettere a testimonianza della veracità del luogo come sacro.

Ma cosa ha reso così importante questo luogo, oggi appartenente al Ministero per i beni e le attività culturali (Mibact), dicastero che si occupa della tutela del patrimonio artistico e culturale e del paesaggio e della cultura?

La Τύχη (Tyche) come era chiamata dai greci o Fortuna per romani, era considerata da alcuni un’Oceanina nata dall’unione dei Titani Oceano e Teti, per altri era una Dea figlia di Zeus e Teti o ancora, di Hermes e Afrodite. Qualsiasi fosse la sua origine, viene considerata come la dea dispensatrice di fortuna e sorte sia del singolo che dello Stato. Per la tradizione greca, inizialmente distribuiva equamente gioia e dolore, successivamente si ritirò sul Monte Olimpo abbandonando l’uomo, scandalizzata dall’ingiustizia umana.

Questo duplice aspetto faceva si che a lei era dovuta la crescita delle piante, degli animali, la ricchezza delle città, era altresì considerata una guaritrice, ma anche il suo opposto.

Per questo potrebbe essere accostata alle figure dell’Agathos Daimon, demone della mitologia greca antica e soprattutto alla figura del Moros personificazione del destino mortale o meno che più le si avvicina per inevitabilità: l’uomo non può sottrarsi al volere della Dea. Come diceva Aristotele essa è una causa accidentale nelle cose che avvengono per scelta in vista di un fine.

Il suo culto si sviluppa soprattutto durante l’età ellenistica – periodo fatto iniziare per convenzione con la morte di Alessandro Magno nel 323 a.C. – a spiegazione probabilmente della diffusione della civiltà greca nel Mediterraneo, influenzando fino a diventare modello da seguire le altre culture del mondo antico.

Per simboleggiare la dualità che la caratterizza, veniva rappresentata, infatti, con la Cornucopia per simboleggiare la prosperità e la ricchezza o con pluto bambino in braccio (dio della ricchezza), con un timone a guida delle vicende umane (in un passo di Eschilo Tyche compare al timone della nave di Agamennone, miracolosamente salvata dall’intervento divino). Con una corona turrita come protezione della città, bendata, altrevolte per evidenziare l’ aspetto di dea che punisce e di morte con un elmo, con ali, con una sfera o una ruota.

Nonostante possa essere molto più antico, i romani attribuiscono la sua origine con l’ottavo re di Roma Servio Tullio, il quale per buona sorte, eresse numerosissimi templi in suo onore (se ne contano circa 26) tanto da far circolare delle curiose storie, tra cui la storia d’amore della Dea con Servio Tullio nonostante fosse un comune mortale.

Narrava Ovidio nei Fasti “Intanto, timidamente, la dea confessa i suoi furtivi amori / vergognandosi, lei creatura celeste, di essersi unita a un mortale /  – perché da un forte desiderio fu presa per il re, / per questo unico uomo lei non fu cieca – lei che di notte era solita entrare in casa sua per la finestra, / da cui prende nome la Porta della Finestrella”

In seguito anche Plutarco ne La Fortuna dei Romani “Egli si legò a Fortuna e da lei fece dipendere la stessa sovranità, tanto che dette a credere che Fortuna si congiungesse con lui, scendendo nella sua camera attraverso la piccola finestra che ora chiamiamo Porta della Finestrella”.

Questa leggenda narrata da Plutarco trova il suo fondamento nella storia quando Tanaquilla alla morte del marito Tarquinio Prisco, affacciatasi alla finestra annunciò al popolo che il prossimo re sarebbe stato il suo protetto Servio Tullio, facendo di questo la sua fortuna e con i suoi 44 anni di governo il regno più longevo.

Il più grande e importante complesso di architettura dell’Italia antica è il Santuario della Dea Fortuna Primigenia.

Fu edificato nel II secolo a.C. e seguendo probabilmente l’influenza ellenistica con la sua particolare edificazione a terrazze artificiali, ricoprirà l’intera area del colle s

ul quale è eretto, sono stati trovati infatti numerosi artefatti a testimonianza che in queste terrazze vi fossero botteghe che vendevano ex voto e amuleti.

L’origine del Santuario per alcuni studiosi potrebbe essere più antica tanto da datarla intorno al IV secolo a.C. edificato dai cittadini arricchitisi con la guerra contro Silla che lo vede vittorioso contro il rivale politico Caio Mario, per ingraziarsi e interrogare l’oracolo (è infatti l’unico tempio della Dea con questa caratteristica).

All’interno di un pozzo veniva calato un giovane che rappresentava Giove Bambino (venerato dalle madri)  il quale aveva il compito di consegnare all’oracolo al suo interno le offerte con le richieste dei fedeli.

La particolare forma del Santuario era volta al fine di essere un viaggio di purificazione del fedele che compiva un’ascesa fino alla purificazione, con il raggiungimento della sommità del monte, sul quale si ergeva il Tempio con la statua della Dea Primigena; viene in mente la Divina Commedia con l’ascesa dantesca nel Paradiso.

A metà dell’XI secolo la famiglia Colonna edificò palazzo Colonna Barberini (che oggi ospita il museo archeologico prenestino), dal nome dell’ultima famiglia a cui appartenne dal XVII secolo, mantenendo inalterata la forma del sottostante santuario.

Al suo interno sono custoditi numerosi reperti risalenti all’età ellenistica e ritrovati in ciò che rimane del santuario, come la testa di marmo della Dea Primigena trovata all’interno del pozzo della Terrazza degli Emicicli e una statua raffigurante Iside-Fortuna accostamento derivante dalla capacità della dea egizia di influire sul Fato.

Di grande importanza vi è il famosissimo Mosaico del Nilo dalle sue misteriose sorgenti fino ad arrivare al mare attraverso paesi e città sempre più belli, che rappresenta un capolavoro dell’arte ellenistica, nonché uno dei più grandi mosaici di epoca romana.

Fu scoperto intorno alla fine del XVI secolo e fatto risalire circa al II secolo a.C., all’interno della cantina del vecchio Palazzo Vescovile dove adornava il pavimento. Nel corso dei secoli lo troviamo tra Roma, dove fu mandato per la prima volta dal Vescovo Cardinale Andrea Baroni Peretti Montalto che per primo capì il valore dell’opera, e il Palazzo Colonna Barberini, fortem

ente voluto dai Barberini.

In tempi più recenti, parliamo del 1954, lo vediamo nel docu-film “Nilo di Pietra” uno dei primi girati a colori. Gli studiosi hanno avanzato numerose ipotesi in merito al significato del mosaico, concordando esclusivamente con l’individuazione in esso dell’Egitto e del Nilo.

Il primo a riconoscere l’Egitto, fu il cardinale e arcivescovo francese Melchior de Polignac il quale riteneva rappresentasse il viaggio di Alessandro Magno verso il tempio di Giove Ammone. Nonostante venga unanimemente considerata dagli studiosi una vera e propria cartina geografica dell’Egitto, sono molte le ipotesi su cosa vi sia rappresentato. Per lo studioso francese Jean BaptisteDubos rappresentava la quotidianità del popolo egiziano, per il suo connazionale archeologo Jean Jacques Barthelemy, rappresentava il viaggio dell’Imperatore Adriano in Egitto.

Una delle più interessanti è quella dell’archeologo italiano Orazio Marucchi secondo cui il mosaico rappresenta un momento molto importante per gli egiziani: l’esondazione del Nilo, dal quale dipendeva la vita. Per loro infatti era un momento sacro da dedicare alla Dea Iside.

Costituirebbe altresì un collegamento con il Santuario della Fortuna Primigenia sia il fatto che per l’archeologo nostrano l’arte divinatoria praticata nel tempio era di derivazione egiziana, sia che Iside era considerata anch’essa come la Dea Madre (da cui nacque Horus) dispensatrice di fortuna e sventura, protettrice del regno e colei che secondo il mito aiutò a civilizzare il mondo (alcuni vedono infatti, forse anche per la costruzione verticale del mosaico, un vero e proprio viaggio iniziatico dell’anima da luoghi selvaggi fino alla, allora, civiltà).

Anche il mare e l’acqua sono elementi caratterizzante di queste divinità, proprio per le caratteristiche di mutevolezza e di instabilità. Da Iside Pelagia deriverebbe infatti l’iconografia della Fortuna Marina, (come sosteneva anche lo scrittore francese Philippe Bruneau) la cui immagine  è quella di una fanciulla nuda che si muove sulle acque reggendo una vela o un timone che tiene sotto i piedi un delfino o una conchiglia (come la famosissima Venere del Botticelli)

L’affinità tra le due Dee ricorda anche l’antica celebrazione romana del 24 giugno in onore della Fors Fortuna dea della casualità assoluta che si svolgeva sulla riva destra del Tevere lungo la Via Campana.

Il Palazzo Barberini non solo è importante per le opere d’arte che custodisce e per il Santuario su cui basa le fondamenta, ma anche per illustri personaggi che vi hanno soggiornato come il grandissimo Pierluigi da Palestrina. Compositore Rinascimentale di madrigali e corali fu uno dei più importanti rappresentanti della Scuola Romana al quale si deve il raggiungimento della perfezione polifonica partendo dalle influenze della scuola franco olandese (La scuola romana perseguiva questo scopo attraverso la musica religiosa, grazie anche ai contatti diretti con la Cappella Sistina e il Vaticano).

È stato un compositore molto prolifico del quale molte opere ancora oggi vengono utilizzate in particolari occasioni e su alcune aleggiano storie smentite da studiosi e da documentazioni ufficiali, come la Missa Papae Marcelli, voluta, cosa non vera, da alcuni per convincere il Concilio di Trento  che un divieto draconiano al trattamento polifonico non era necessario.

Il suo approccio alla musica, la sua visione di insieme del testo delle composizioni influenzerà le successive scuole e sarà ripreso da altri compositori come Bach, segnando anche l’evoluzione dalla musica medievale a come la conosciamo oggi.

Gianfranco Cannarozzo

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