Omicron, la variante dilaga: operatori sanitari allo stremo

L’obbligo vaccinale per gli over 50 sarà sufficiente a dar loro respiro?

Operatori sanitari al collasso. Tra i professionisti della salute gli infermieri hanno affrontato forse le ore più lunghe, tanto nelle strutture di ricovero che al domicilio.

I numeri

I casi totali di cittadini italiani positivi al Covid-19 registrati ieri toccano il record negativo: 219.441 persone.

Del totale dei contagi tra le professioni sanitarie – +210% in un mese – l’82% sono infermieri, la cui carenza crea seria preoccupazione.

L’Istituto superiore di sanità dirama dati allarmanti: 4.142 operatori sanitari positivi il 2 dicembre 2021 e 12.870 il 2 gennaio 2022.

+8.728 in totale, 7.160 gli infermieri. Tra questi ultimi sono 135.000 i contagiati da inizio pandemia.

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Malattie sessualmente trasmesse: HIV e AIDS mietono ancora vittime

Adottare comportamenti adeguati diminuisce il rischio di contrarle

Trasmissioneinfezionevirusmalattia: non stiamo parlando di Covid-19, ma di HIV/AIDS.

Patologie dimenticate dalle nostre cronache, sono invece – con grande sorpresa dell’autore, il britannico Russell TDavies – al centro dell’attenzione mediatica del Regno Unito, dove la miniserie It’s a Sin è al primo posto tra le 50 trasmissioni più viste nel 2021.

Virtuosa la ricaduta: aumento della consapevolezza sull’HIV e sulla necessità di fare test, il cui incremento parla chiaro. Se il tema viene raccontato e affrontato in modo esplicito, pur ricorrendo a una narrazione ambientata negli anni ’80, il pubblico risponde.

Dati allarmanti

L’Oms afferma che l’HIV continua a essere un grave problema di salute pubblica globale, avendo causato finora 36,3 milioni di vittime dal 1988. I dati dell’UNAIDS sull’epidemia di HIV e AIDS, stimano che nel 2020 – a fronte di 37,7 milioni di persone che vivono con il virus, di cui 36 milioni sono adulti e 1,7 milioni bambini con meno di 15 anni, vi siano state 1,5 milioni di nuove diagnosi.

Sono però solo 27,5 milioni le persone con HIV che hanno avuto accesso alle terapie antiretrovirali. Il Covid-19, secondo l’Oms, sta esacerbando le disuguaglianze e le interruzioni dei servizi, rendendo più difficile la vita di quanti convivono con l’infezione da HIV.

Nel Mondo molti positivi tra i più giovani

Il numero delle nuove diagnosi è dimezzato dal 1997 (3 milioni di nuove infezioni) al dicembre dello scorso anno. Ogni settimana vengono diagnosticate circa 5.000 nuove infezioni da HIV tra giovani donne (15-24 anni).

Tra gli adolescenti dei Paesi dell’Africa Sub-Sahariana 6 nuove diagnosi su 7 riguardano ragazze (15-19 anni). Il numero di decessi per anno continua a diminuire, principalmente per effetto delle terapie antiretrovirali combinate, e tuttavia i dati del 2020 lasciano di stucco: 680.000 decessi.

L’Europa

Secondo il rapporto “HIV/AIDS surveillance in Europe 2021”, pubblicato a novembre 2021 dall’ECDC e dall’Ufficio europeo dell’Oms, nel 2020, 46 dei 53 Paesi dell’Oms Europa hanno segnalato 104.765 nuove diagnosi di HIV e 43 Paesi hanno notificato 7.721 nuovi casi di AIDS.

La situazione in Italia

L’Istituto superiore di sanità – Iss, premette che “i dati relativi al 2020 hanno risentito dell’emergenza Covid19 in modi e misure che potranno essere valutati correttamente solo verificando i dati dei prossimi anni”. Lettura: restrizioni nella circolazione e minori opportunità di incontro e aggregazione potrebbero aver determinato la riduzione di contatto/contagio.

Ecco la fotografia del 2020 nel nostro Paese: 1.303 nuove diagnosi di infezione da HIV, pari a un’incidenza di 2,2 nuovi casi per 100.000 residenti, numero in continua diminuzione dal 2012. Le Regioni con più casi sono Valle d’AostaLiguriaProvincia Autonoma di Trento e Lazio.

È aumentata la proporzione delle persone con nuova diagnosi di AIDS che ignorava la propria sieropositività e ha scoperto di essere HIV positiva nel semestre precedente la diagnosi, passando dal 70,9% nel 2019 all’80,4% nel 2020.

Oltre un terzo delle persone con nuova diagnosi ha eseguito il test per sospetta patologia o presenza di sintomi HIV correlati (37,1%). Oppure a seguito di rapporti sessuali non protetti (17,2%), comportamento a rischio generico (10%), accertamenti per altra patologia (3,5%), screening/campagne informative (6,5%).

Azioni congiunte

Sorge spontanea una domanda: lo sforzo per arrestare l’ondata pandemia da Sars-Cov-19 non dovrebbe includere anche l’aumento delle azioni di prevenzione dell’HIV?

Si muovono in tal senso le valutazioni di diversi ricercatori, concordi nell’affermare che la variante Omicron sia “strana. Sembra non discendere da varianti di preoccupazione quali Alpha, Beta o Delta e si ipotizza che sia sorta in una persona con il sistema immunitario indebolito.

La scienza si interroga

L’identikit è di un individuo fragile la cui condizione o malattia, secondo The Guardian, potrebbe essere un tumore, un trapianto d’organo, HIV incontrollato. Il virus attacca infatti  il sistema immunitario, rendendolo debole e quindi più esposto a una serie di agenti patogeni. Il livello di allerta si alza se pensiamo che l‘Africa subsahariana ospita i due terzi della popolazione mondiale affetta da HIV: 8 milioni di persone attualmente non sottoposte a una terapia efficace.

Il claim della recente giornata mondiale contro la malattia va proprio in questa direzione: “Stop alle diseguaglianze. Stop all’AIDS”.

Il quotidiano si chiede infine se vi sia il rischio che l’HIV non controllato porti all’emergere di varianti di Coronavirus. Ne parla con il dottor Richard Lessells, infettivologo dell’Università di KwaZulu-Natal a Durban, parte del primo team che segnalò Omicron.

Il quale afferma che le questioni importanti sono due. «Prima c’è la scienza, che ha bisogno di andare avanti per capire meglio cosa sta accadendo».

«Ma […] non abbiamo bisogno di aspettare la scienza. […] mentre affrontiamo la sfida immediata del Covid-19, dobbiamo anche intensificare gli sforzi per porre fine all’HIV come problema» – appunto, aggiungiamo noi – «di salute pubblica».

Cosa possiamo fare: il nastro rosso non basta

Il primo obiettivo è educare le nuove generazioni attraverso il confronto: non solo i giovanissimi, ma anche quella fetta di popolazione sfuggita alle campagne di sensibilizzazione impresse nella memoria dei nati alla fine degli anni ’60 e negli anni ’70 e ’80.

Drammaticamente indimenticabile è la campagna del 1989: “Aids: se lo conosci lo eviti, se lo conosci non ti uccide», diceva Fondazione Pubblicità Progresso.

Un bar, una festa, una sagoma che diventa improvvisamente bordata di un alone viola.

Un incubo per i ragazzi e le ragazze di quell’epoca, diventati poi uomini e donne assuefatti alla notizia, distratti e con una gran voglia di vivere una sessualità libera. Il problema? La quasi totale mancanza di consapevolezza, lo scollamento tra il “so che potrei farmi del male” e l’unica azione valida a proteggersi vicendevolmente: l’uso del profilattico.

Allora c’erano molti testimonial, diversi politici, il mondo della moda con l’iniziativa Convivio, le band musicali. E ora? Un silenzio quasi assordante!

La scuola ha un ruolo cruciale

Le campagne di prevenzione guardano all’abuso di sostanze alcoliche piuttosto che all’educazione alla salute anche in ambito di sessualità. I pochi incontri organizzati nelle scuole secondarie di secondo grado, finalizzati alla sensibilizzazione sui rischi di trasmissione dei virus e sulla protezione consapevole, parlano ancora troppo spesso un linguaggio ingessato, poco vicino ai giovani.

Obbligatoria in Gran Bretagnal’educazione sessuale non è materia cara alla scuola italiana, che improvvisa. Le serie dedicate all’argomento non sono infatti sufficienti a promuovere l’adozione di comportamenti all’insegna della sicurezza.

Occorrerebbe invece stilare programmi strutturati di educazione affettiva e sessuale – quale docente ha ore sufficienti da dedicare alla materia? – da svolgere a partire dalla prepubertà. Un assaggio alle scuole medie con la definizione di salute, la sua importanza, come mantenerla con una corretta routine quotidiana.

Giusta quantità e qualità di cibo e acqua, attività fisica, sonno, eccetera. Poi la pubertà, caratterizzata da profondi cambiamenti fisici, emotivi e sociali. Quindi un focus su genere, percezione di sé, identità, orientamento sessuale. Infine le relazioni e le emozioni, il desiderio – argomenti fondamentali per giungere a parlare di sessualità, di infezioni e malattie sessualmente trasmissibili e di quali comportamenti adottare

Uno strumento importante

È ancora l’Istituto superiore di Sanità a proporre contenuti di alto interesse: la monografia “Le infezioni sessualmente trasmesse. Come riconoscerle e prevenirle”,  curata da Barbara Suligoi e Maria Cristina Salfa (Iss) per la collana di libri “I Ragazzi di Pasteur”, è rivolta agli studenti delle scuole secondarie. Frutto della cooperazione tra Ibsa Foundation e Istituto Pasteur Italia è ora disponibile anche in lingua inglese.

La monografia, che adotta un linguaggio semplice e non tecnico, inizia illustrando le “Regole del sesso sicuro” e spiegando ai giovani come riconoscere le infezioni sessualmente trasmesse, i potenziali rischi a esse connesse e a chi rivolgersi per avere delucidazioni a riguardo. Nella seconda parte trova invece spazio un fumetto sul tema a cura della scuola romana dei Fumetti, con la sceneggiatura elaborata dagli studenti del Liceo scientifico Galileo Galilei di Trento.

Il silenzio degli adulti porta al rischio disinformazione

Se gli adulti sono imbarazzati e manchevoli, i ragazzi si rivolgono allora a quel che ritengono essere il miglior medico sul mercato, Dr Google. Purtroppo non accurato e sovente tardivo nel dare risposte realmente utili e accessibili. Le stesse domande poste sui motori di ricerca evidenziano difatti una preoccupante disinformazione di base.

I nuovi dati dell’Iss, che da oltre trent’anni risponde alle domande e ai dubbi su HIV e AIDS attraverso il numero verde 800 861061, sottolineano l’urgenza di intervenire contro il ritardo di diagnosi. 6 nuove diagnosi su 10 avvengono tardivamente.

il tempo è prezioso: quello della prevenzione primaria, come quello della prevenzione secondaria, le nuove terapie, se iniziate precocemente, possono difatti salvare la vita e salvaguardarne la qualità.

Che sia un Capodanno all’insegna della sicurezza!

 

Chiara Francesca Caraffa

Foto © Eurocomunicazione (copertina), Wall Street International Magazine, Press View, Best Movie

www.eurocomunicazione.com/2021/11/29/omicron-e-la-nuova-variante-di-preoccupazione-del-covid-19/

www.epicentro.iss.it/ist/pdf/vol.10_le-infezioni-sessualmente-trasmesse_suligoi-salfa.pdf

MALATTIE RARE TRA LE PRIORITÀ DELLE NAZIONI UNITE/AGENDA 2030

Mattie rare. Italia tra i 54 Paesi protagonisti del cambiamento

Le Nazioni Unite adottano la prima risoluzione sui diritti dei pazienti affetti da malattie rare, declinata in 5 obiettivi strategici. “Addressing the Challenges of Persons Living with a Rare Disease and their Families” riconosce i diritti degli oltre 300 milioni di persone che in tutto il mondo vivono con una malattia rara e pone basi sicure per la loro inclusione.

Promossa da Rare Diseases International in partnership con Eurordis-Rare e NGO Committee for Rare Diseases e adottata dalle Nazioni Unite nel corso della settantaseiesima sessione dell’Assemblea Generale, la risoluzione ha raccolto il consenso dei 193 Stati membri.

Un traguardo che rappresenta anche l’inizio di un nuovo cammino.

Essa costituisce difatti uno strumento importante di promozione e incoraggiamento nella ricerca di strategie e collaborazioni internazionali in tema di malattie rare.

Obiettivi

Gli obiettivi della risoluzione, raggiunta grazie a un instancabile lavoro di advocacy, non si allontanano dal claim della Giornata Mondiale delle Malattie Rare della prossima edizione, in programma il 28 febbraio 2022: aumentare la consapevolezza e generare cambiamento per i 300 milioni di persone in tutto il mondo che vivono con una malattia rara, le loro famiglie e i loro caregiver.

Ecco le sfide da vincere entro il 2030:

  • favorire inclusione e partecipazione nella società delle persone con malattia rara e delle loro famiglie;
  • assicurare un accesso equo e universale a servizi sanitari di qualità;
  • promuovere azioni e strategie nazionali;
  • integrare le malattie rare tra i programmi e le priorità delle Agenzie dell’ONU;
  • pubblicare rapporti periodici per monitorare i progressi nell’attuazione della Risoluzione stessa.

Il network

Raggiungere gli obiettivi sarebbe un passo fondamentale verso un futuro migliore per le persone che vivono con una malattia rara. I partner della società civile, tra cui il Comitato delle ONG per le malattie rare, Rare Diseases International (RDI), EURORDIS – Rare Diseases Europe e gruppi nazionali di malattie rare di oltre 100 Paesi, si affiancheranno l’un l’altro nel cammino.

Anders Olauson, presidente del comitato delle ONG, sottolinea il grande potere della comunità globale. Suo un pensiero, oggi divenuto realtà: “Individualmente, le malattie rare sono rare, ma insieme le persone che vivono con una malattia rara costituiscono una comunità significativa che merita il sostegno e il riconoscimento delle Nazioni Unite. Insieme, siamo una voce potente e ispiratrice”.

Si mira anche – con iniziative dedicate – all’empowerment di pazienti e familiari, che uniti in comunità nella solidarietà e nell’azione, possono mostrare al mondo la forza della loro – e della nostra – voce globale.

Nasce da questo concetto il motto “Raro è molti. Raro è forte. Raro è orgoglioso!”.

Ogni giorno dell’anno

Questa risoluzione storica è un altro passo avanti verso l’eliminazione delle barriere per le persone che convivono con una malattia rara e il raggiungimento dell’equità nella salute, nell’assistenza sociale, nell’istruzione e nel lavoro.

Ogni giorno, così come vorrebbero gli organizzatori della Giornata Mondiale delle Malattie Rare, straordinaria campagna internazionale di sensibilizzazione circa le malattie rare lanciata da EURORDIS-Rare Diseases Europe e il Consiglio delle Alleanze Nazionali nel 2008.

Insieme, scelsero una data simbolo, una data rara: il 29 febbraio. Nel 2022, così come negli anni non bisestili, la Giornata è anticipata al ventottesimo giorno del mese più breve dell’anno.

La Giornata Mondiale delle Malattie Rare

L’obiettivo principale della campagna è aumentare tra la popolazione “laica” e tra i decisori la consapevolezza di cosa significa essere rari. L’impatto della malattia rara sulla vita dei pazienti e sulle famiglie e i caregiver, nonché sulla comunità, deve restare al centro dell’attenzione collettiva.

È proprio il lavoro coeso di un’intera comunità formata da medici, ricercatori, istituti di ricerca e associazioni di pazienti sparsi in tutto il mondo, che permette di far vedere questo obiettivo un po’ più vicino a chi è affetto da una malattia rara.

Infatti, vi sono oltre 300 milioni di persone nel mondo che convivono con una di loro, il cui numero è altissimo. Insieme, lavorano oltre ogni confine. Le oltre 6.000 Malattie Rare li spingono verso la ricerca di soluzioni tangibili, quali un accesso più equo a diagnosi, trattamenti, cure e opportunità sociali.

L’unione fa la forza

La moltitudine del claim della Giornata celebrata quest’anno rispecchia bene anche la quantità di enti che fanno parte del network globale legato alle malattie rare. Tra le realtà presenti annualmente, impossibili da elencare tutte, troviamo per prima UNIAMO, Federazione delle Associazioni di Persone con Malattie Rare d’Italia.

Con la missione di migliorare la qualità di vita dei pazienti e delle loro famiglie conduce attività di advocacy per la tutela e promozione dei diritti negli ambiti di ricerca, bioetica, politiche sanitarie e socio-assistenziali. Questa attività è svolta anche a livello europeo in qualità di Alleanza nazionale di EURORDIS–Rare Diseases Europe, voce di 30 milioni di persone colpite da malattie rare in tutta Europa.

Tale alleanza non governativa è guidata da persone malate afferenti a 956 organizzazioni di 73 Paesi.

Troviamo poi l’Alleanza Malattie Rare – AMR, tavolo tecnico permanente nato il 4 luglio 2017 con la firma alla Camera dei Deputati di un Memorandum d’Intesa voluto dalla senatrice Paola Binetti, presidente dell’Intergruppo parlamentare per le malattie rare.

Ne fanno parte:

  • Osservatorio Farmaci Orfani – OSSFOR: primo Centro Studi e think-tank interamente dedicato allo sviluppo di policy innovative per la governance e la sostenibilità del settore delle cure per malattie rare.
  • Osservatorio Malattie Rare – OMAR: unica testata giornalistica, in Italia e in Europa, ad accesso interamente gratuito ed esclusivamente focalizzata sulla tematica delle malattie rare e dei farmaci orfani.
  • R.E.A. Sanità: Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità (C.R.E.A. Sanità), è nato nel 2013 come Consorzio promosso dall’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” e dalla Federazione Italiana Medici di Medicina Generale – FIMMG.

Telethon

Non possiamo infine dimenticare Telethon. Impresa collettiva nata per rispondere all’appello di chi lotta contro una malattia genetica rara attraverso il finanziamento della migliore ricerca scientifica italiana su queste patologie.

Oggi non esistono cure per molte patologie rare, ma sono stati fatti straordinari passi avanti verso la messa a punto di nuovi interventi terapeutici. Molti si sono dimostrati efficaci in modelli cellulari e animali. Sono aumentati i trial clinici sui pazienti, in alcuni casi con risultati davvero incoraggianti.

Il percorso per giungere a terapie efficaci per tutte le malattie rare è ancora lungo. Solo mantenendo alta la guardia e viva la consapevolezza collettiva si può garantire una migliore qualità della vita dei pazienti, dei loro familiari e dei caregiver.

 

Chiara Francesca Caraffa

 

 

 

Milano: arrivano i cani anti-covid
in grado di individuare i positivi  

Riportiamo un articolo di Giorgia Piccolella pubblicato su La Freccia Web e riguardante l’addestramento dei cani anticovid. Un innovativo progetto nato dalla collaborazione tra il servizio veterinario del comando dei carabinieri Pastrengo a Milano con la professoressa Maria Rita Gismondo, Direttore Responsabile del reparto Microbiologia clinica, Virologia e Diagnostica Bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano.

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AL MIULLI ASSEGNATI DUE BOLLINI ROSA dall’Osservatorio Nazionale sulla tutela della Donna

Il Miulli si conferma fra gli ospedali italiani al fianco delle donne e anche per il biennio 2021-2022 riceve dalla Fondazione Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, 2 Bollini Rosa
Questo prestigioso riconoscimento viene assegnato dalla Fondazione agli ospedali attenti alla salute femminile e che si distinguono per l’offerta di servizi dedicati alla prevenzione, diagnosi e cura delle principali patologie che riguardano l’universo femminile ma anche quelle che riguardano trasversalmente uomini e donne in ottica di genere.

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Omicron è la nuova “variante di preoccupazione” del Covid-19

Pandemica e ubiquitaria, minaccia la solidarietà globale

Omicron è il nome della nuova, ultima variante del Sars-CoV-2 che sta allarmando il Mondo e la sua stabilità. Solo adesso i 194 Stati membri dell’Organizzazione mondiale della Sanità hanno concordato di avviare i negoziati del Trattato internazionale sulle pandemie.

Solidarietà e leadership globali

Per tre giorni i membri discuteranno su come istituire un organismo intergovernativo per rafforzare la cooperazione internazionale nella preparazione, prevenzione e risposta alla prossima pandemia. L’obiettivo è ridurre le devastanti conseguenze economiche e le catastrofiche perdite di vite umane testimoniate durante la pandemia di Covid-19.

Lunedì 29 novembre si riuniranno anche i ministri della Salute del G7. Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito – che attualmente detiene la presidenza – e Stati Uniti terranno un incontro urgente per discutere della variante Omicron.

Abbiamo imparato la lezione?

Situazione preoccupante

Di tutte le varianti conosciute sino ad oggi, la B.1.1.529 è la più allarmante. E con buona ragione. Omicron, denominata così – saltando le lettere greche Nu e Xi – il 26 novembre dall’Organizzazione mondiale della Sanità, ha un numero impressionante di mutazioni, molte delle quali potrebbero aiutarla a schivare l’immunità o renderla più infettiva. Dalla Delta a lei vi sono state altre otto varianti, di cui noi cittadini non abbiamo neppure sentito parlare: erano varianti di interesse, e non di preoccupazione.

La variante è stata avvistata per la prima volta in Botswana l’11 novembre e ora sono stati trovati casi in molti Paesi. Tra questi Israele, Germania, Danimarca, Italia, Sudafrica, Belgio, Paesi Bassi, Hong Kong, Regno Unito.

Africa

Il Botswana condivide un confine di 1.223 miglia con il Sudafrica, dove Omicron è stato sequenziato per la prima volta. Ora registra 19 casi; i primi pazienti positivi, secondo fonti governative, provenivano da quattro cittadini stranieri arrivati ​​il ​​7 novembre in missione diplomatica. «Siamo preoccupati che ci siano stati tentativi di stigmatizzare il Paese in cui è stata rilevata la nuova variante», ha detto il ministro della salute Dikoloti.

Criticando i rapporti sprezzanti di una cosiddetta “variante del Botswana”.

Il presidente sudafricano Cyril Ramaphos ha affermato che la nuova variante è un “allarme” per la disuguaglianza globale dei vaccini e ha criticato i divieti di viaggio per le loro ricadute economiche. In Africa solo il 10% della popolazione ha ricevuto almeno una dose di vaccinorispetto al 62% degli europei e al 64% dei residenti in Nord America.

In Sudafrica la variante si sta diffondendo nella provincia di Gauteng. I tassi di positività a Tshwane, parte del Gauteng, sono aumentati massicciamente nelle ultime tre settimane, da meno dell’1% a oltre il 30%. I dati di sequenza hanno mostrato che la maggior parte dei campioni nell’area sono ora Omicron.

Il professor Tulio de Oliveira, direttore del Centro per la risposta alle epidemie e l’innovazione in Sudafrica, ha dichiarato: «questa nuova variante, B.1.1.529, sembra diffondersi molto rapidamente. In meno di due settimaneora domina tutte le infezioni a seguito di una devastante onda Delta in Sud Africa».

Cattive notizie

Pessima notizia: si tratta del 90% dei casi nel Gauteng, almeno 1.000 al giorno. Unico elemento leggermente positivo è che questa variante può essere facilmente rilevata attraverso il tampone molecolare, rendendone più agile il monitoraggio.

Ora è importante valutarne la trasmissibilità. Sharon Peacock, direttrice del Genomics UK Covid-19 Consortium, ricorda l’esperienza vissuta nel 2020. «Questa situazione ricorda l’epidemiologia dell’Alfa nel Kent. C’è stato un aumento dei casi, ma non era chiaro se ciò fosse dovuto a uno o più eventi di super-diffusore o fosse associato a un virus più trasmissibile».

«La differenza genetica di B.1.1.529 ha portato all’ipotesi che questo potrebbe essersi evoluto in qualcuno che è stato infettato ma non è stato in grado di eliminare il virus», dice. «Dando al virus la possibilità di evolversi geneticamente, l’equivalente di una palestra evolutiva».

Ci vorranno ancora diverse settimane o mesi prima di sapere se è anche più mortale.

Chiudere i confini

Incisive le parole del direttore regionale della Organizzazione mondiale della Sanità per l’Africa, che su Twitter ha ammonito circa il pericolo della chiusura dei confini del suo continente.

«Poiché i Paesi impongono divieti di volo alle nazioni dell’Africa meridionale a causa delle preoccupazioni sulla nuova #OmicronVariant, l’OMS li esorta a seguire le normative scientifiche e sanitarie». Come dire: non possiamo pagare sempre il prezzo più caro. Secondo quanto riferito dall’AFPMatshidiso Moet ha aggiunto poi che «con la variante Omicron ora rilevata in diverse Regioni del Mondo, l’adozione di divieti di viaggio che prendono di mira l’Africa attacca la solidarietà globale».

Cyril Ramaphosa, presidente del Sudafrica, ha invitato le Nazioni a revocare “urgentemente” i divieti di volo “scientificamente ingiustificati“. Questi potrebbero infatti danneggiare ulteriormente le economie degli Stati colpiti e minare la loro capacità di rispondere e riprendersi dalla pandemia. L’esortazione è quella di vaccinarsi il più in fretta possibile.

Marocco

Il ministero degli Esteri locale annuncia che il Marocco sospenderà i viaggi aerei in arrivo da tutto il Mondo per due settimane a causa della rapida diffusione della nuova variante.

Si legge in un tweet che la decisione ha l’obiettivo di “preservare i risultati raggiunti dal Marocco nella lotta alla pandemia e per proteggere la salute dei cittadini”. Lo scorso anno, temendo che il suo sistema sanitario non avrebbe retto le ondate di pazienti osservate in Europa, chiuse a lungo i confini. Il Nord Africa, che ha avuto uno dei più alti tassi di infezioni confermate in Africa, è in prima linea nello sforzo di vaccinazione del continente, con il 66% della sua popolazione che ha ricevuto almeno una dose.

L’Europa: guadagnare tempo

La presidente della Commissione europea mette in guardia: la nostra è una corsa contro il tempo a livello planetario. Molti, nelle ultime ore, i positivi alla variante Omicron nel Regno Unito, in Germania e in Italia, con il ministro della salute francese che ritiene altamente probabile che il ceppo circoli anche in Francia. «Non è ancora stato identificato alcun soggetto positivo, ma è questione di ore», sostiene Olivier Veran.

Ursula Von der Leyen sottolinea che occorre comprendere Omicron per combatterla. Nel frattempo, i cittadini devono agire responsabilmente: è necessario essere prudenti ora, indossando la mascherina e mantenendo il distanziamento sociale, in modo che gli scienziati abbiano il tempo di tracciare il percorso verso un futuro il più sicuro possibile. Questi «hanno bisogno di due o tre settimane per avere un quadro completo della qualità delle mutazioni di questa variante di Omicron», ha affermato. BioNTech ha intatto sapere che, se necessario, potrebbe modificare il suo vaccino contro il Covid realizzato con Pfizer in 100 giorni. Lo stesso ha commentato Moderna.

Ma cos’è esattamente la variante Omicron?

L’OMS e altri ricercatori stanno ancora valutando la virulenza e la gravità del ceppo. Prioritario comprendere se la variante potrebbe eludere i vaccini esistenti.

Il New York Times prova a spiegare ai suoi lettori la “portata” di Omicron.

Ogni coronavirus contiene quasi 30.000 lettere di RNA. Queste informazioni genetiche consentono al virus di infettare le cellule e di dirottarle per creare nuovi virus. Omicron porta circa 50 mutazioni prima d’ora mai viste in combinazioneincluse più di 30 mutazioni sulla proteina spike che il coronavirus usa per attaccarsi alle cellule.

La proteina spike ha diverse mutazioni trovate in altre varianti di interesse, tra cui D614G, N501Y, K417N ed E484A, che si trova nella stessa posizione di E484K, la mutazione “Eek”.

Sono necessarie ulteriori ricerche per determinare se la raccolta di mutazioni di Omicron darà alla variante un vantaggio rispetto a varianti ampiamente circolanti come Delta o se causerà effetti più gravi.

Misurare il pericolo

Il professor Devi Sridhar, cattedra di salute pubblica globale presso l’Università di Edimburgo, indica i tre dati necessari su cui concentrarsi per quantificare il pericolo della variante Omicron.

  • Infettività: può superare la variante Delta per affermarsi come ceppo dominante?
  • Gravità della malattia: qual è l’impatto su ricoveri e decessi, cosa significa questo per la capacità ospedaliera e quindi come si programmano i lockdown?
  • Interruzione del vaccino: i vaccini esistentisono meno efficaci contro questo ceppo e devono essere modificati? 

E quindi, quali sono i comportamenti da osservare? Domanda retorica.

Il Regno Unito

Il Regno Unito ha riportato nel week-end tre casi di infezione con variante Omicron su 37.681 nuovi casi di Covid e 51 decessi registrati nelle ultime 24 ore. I numeri, in calo rispetto alla media degli ultimi sette giorni, potrebbero essere sottostimati in quanto – anche in Uk – durante il fine settimana si fanno meno tamponi.

Jenny Harries, amministratore delegato di UKHSA, fa una previsione. «È molto probabile che troveremo più casi nei prossimi giorni, come stiamo vedendo in altri Paesi a livello globale e poiché aumenteremo il rilevamento dei casi attraverso la tracciabilità dei contatti mirata». «Le nostre capacità di sequenziamento avanzate ci consentono di trovare varianti e agire rapidamente per limitare la diffusione», sostiene.

In pieno accordo con lui l’editore politico del SunHarry Cole. Il quale twitta che «una grande operazione di tracciamento dei contatti è in corso a Westminster», luogo visitato dal primo individuo risultato positivo alla variante. Proveniente dall’Africa meridionale.

Vaccinazioni

Il segretario alla Salute del Regno Unito ipotizza che la variante Omicron possa rendere gli attuali vaccini “meno efficaci”. Gli under 40 nel Regno Unito si preparino: riceveranno il booster (la terza dose) di vaccino prima di quanto ipotizzato in precedenza. Il vicepresidente del Comitato congiunto per la vaccinazione e l’immunizzazione (JCVI) sostiene difatti che sia indispensabile aumentare l’immunità nell’intera comunità.

Il ministro degli Esteri ombra del Regno Unito ha affermato che i laburisti supportano le misure sull’uso delle mascherine, ma che il suo partito vuole “disperatamente” che il Governo “intensifichi” le restrizioni di viaggio. Chiunque voglia entrare ora nel Paese deve fare un test molecolare entro il secondo giorno dall’arrivo e autoisolarsi sino all’esito negativo.

Saranno inoltre reintrodotte misure temporanee quali l’uso obbligatorio della mascherina sui trasporti pubblici e nei negozi. Ulteriori restrizioni sarebbero adottate immediatamente qualora la variante si diffondesse, come temuto, molto rapidamente.

Il professor Neil Ferguson, membro dello Scientific Advisory Group for Emergencies (Sage), ha affermato di ritenere proporzionate le misure annunciate dal Governo. E di aspettarsi “numeri sostanzialmente maggiori” della variante Omicron nei prossimi giorni nel Regno Unito.

Paesi Bassi

La ragione? Ferguson ha dichiarato al programma “The World This Weekend di BBC Radio 4 che il Regno Unito e i Paesi Bassi sono i due Paesi del continente europeo con il maggior numero di voli passeggeri da e per il Sudafrica. E che quindi è probabile che siano anche quelli che rileveranno molti nuovi casi nei prossimi giorni.

AP riferisce che le autorità olandesi confermano che sono 13 le persone arrivate venerdì 26 novembre con voli dal Sud Africa risultate positive alla nuova variante Omicron. 61 è il numero totale di persone positive al Covid-19, ora in isolamento, entrate nel Paese a bordo degli ultimi due voli per l’aeroporto Schiphol di Amsterdam prima che fosse messo in atto il divieto di volo.

L’istituto di sanità pubblica comunica in una nota che è stato fatto il sequenziamento dei campioni. «La variante Omicron è stata finora identificata in 13 dei test positivi. L’indagine non è ancora stata completata. La nuova variante potrebbe essere trovata in più campioni di test», si legge nella nota.

La Germania

La Germania ha dichiarato domenica di aver rilevato un totale di tre casi della nuova variante del coronavirus Omicron dopo che è stata confermata una sospetta infezione nello stato occidentale dell’Assia.

Il cui ministro degli Affari sociali, Kai Klose, ha twittato: «il sequenziamento ha confermato il risultato: il caso sospetto reso pubblico ieri mattina ha la variante Omicron». Il volo su cui viaggiava il passeggero, in arrivo dal Sudafrica, è atterrato all’aeroporto di Francoforte, uno degli hub più trafficati d’Europa.

Reuters riporta che sabato i funzionari sanitari della Baviera hanno rilevato due casi della variante Omicron. Le restrizioni ai viaggi aerei dal Sudafrica sono entrate in vigore domenica dopo che il Paese è stato classificato come area di variazione del virus. Ciò significa che le compagnie aeree possono far volare dal Sudafrica verso la Germania solo cittadini tedeschiAnche coloro che sono vaccinati devono trascorrere 14 giorni in quarantena.

La Svizzera

La Svizzera, Paese che da lunedì 29 vedrà impegnate le Isituzioni mondiali nella ricerca di una strategia comune contro la pandemia, ha visto la vittoria dei pro Green Pass al recente referendum. L’approvazione del 62% dei cittadini sigla l’obbligatorietà del certificato Covid. Gli 8.033 nuovi casi, in aumento rispetto ai 3.297 del 25 ottobre, e 15 nuovi decessi nonostante restrizioni in vigore da settembre, hanno certamente fatto pendere l’ago della bilancia.

 

Chiara Francesca Caraffa

Foto © Eurocomunicazione (copertina), Pascal Meier, Seth Doyle, Viki Mohamad

www.eurocomunicazione.eu/omicron-fa-paura-tamponi-e-screening-negli-aeroporti/

www.eurocomunicazione.com/2021/05/15/covax-la-piattaforma-per-garantire-a-tutti-gli-stessi-vaccini/

 

Dare è il gioco educativo che racconta le malattie inguaribili

Quando il malato è un minore, il bisogno di una relazione efficace tra pari aumenta

Dare un segno di cambiamento lavorando sulle narrazioni, anche quando il tema è la malattia. Le Cure Palliative pediatriche non sono un gioco, ma è proprio grazie alla gamification che queste guadagneranno l’attenzione dei giovani italiani.

Educare a scuola come alla consolle

Fondazione Maruzza Lefebvre d’Ovidio Onlus, medaglia d’Oro al merito della Sanità pubblica, ha lanciato una doppia sfida al recente congresso della società italiana di Cure Palliative. Due le iniziative che, insieme, vogliono accorciare le distanze con la generazione in età scolare.

Con Dare – termine che in inglese significa osaresfidare appunto – la Fondazione usa il gioco in quanto strumento capace di veicolare messaggi educativi e inclusivi potenti, lavorare sulle narrazioni e far riflettere sull’esperienza.

Con il progetto Come Partire Pari – vi è ancora un gioco di parole, le iniziali sono infatti le stesse di Cure palliative pediatriche/CPP – avvia simultaneamente un percorso educativo per diffondere la conoscenza di queste cure nelle scuole secondarie di secondo grado.

Sensibilizzando i docenti e i discenti, i quali porteranno consapevolezza nelle loro case, nei luoghi di incontro e di scambio. Generando così azioni di cittadinanza attiva.

Cittadini di domani

destinatari del progetto sono quindi i giovanissimi di oggi – cittadini di domani – cui si intendono fornire strumenti cognitivi e relazionali per poter parlare serenamente della malattia nei minori equipaggiandoli con le risorse indispensabili per potersi attivare in favore dei loro coetanei ammalati, anche solo attraverso semplici gesti di gentilezza, empatia e inclusione.

Sono queste, infatti, le determinanti per avviare un processo di inclusione che sia in grado di generare un cambiamento sistemico nell’approccio alla malattia inguaribile.

Lo stigma

La malattia dei minori è forse il tema maggiormente difficile da accogliere, tanto da generare spesso una sindrome da evitamento, che lascia soli i ragazzi malati e le loro famiglie.

Il numero

Sono 35.000 i minori con bisogni di Cpp, cure attive e globali complesse che prevedono l’assistenza precoce alla inguaribilità, che inizia al momento della diagnosi. Per accompagnare nel tempo nella terapia curativa concomitante e continua durante tutto il decorso della malattia, non solo oncologica, ma anche rara, metabolica, respiratoria o di origine neurologica.

Isolamento

Il nucleo familiare subisce ricadute di tipo socialeeconomicopsicologico e relazionale, è stremato e messo al bando.

La società, infatti, fatica a parlare di dolore e di sofferenza, ciò soprattutto quando vi è la paura di esserne “contagiati”, o di entrare a far parte di una dimensione intima che spaventa.

Il potere del gioco

Giocando ci si concentra invece su punti da accumulare e obiettivi da raggiungere.

Le difese si abbassano e i contenuti hanno modo di trovare, almeno a livello inconscio, un pertugio. L’assunto da cui parte l’ambizioso progetto è che – a livello sociale – gli adolescenti apprendono i processi democratici e sviluppano un senso morale attraverso la loro partecipazione interattiva.

Il service learning

Un esempio tra tutti è il service learning, proposta pedagogica che unisce cittadinanza, azioni solidali e volontariato per la comunità con l’acquisizione di competenze professionali, metodologiche, sociali e didattiche.

L’elemento innovativo di questa proposta sta nel collegare strettamente il servizio all’apprendimento in una sola attività educativa articolata e coerente.

Il gioco: aiuterai Violetta?

Il videogame Dare – uno dei tool a disposizione del progetto – si basa sul modello del “viaggio dell’eroe” e si sviluppa su due piani separati: la vita reale e l’universo fantastico. I due protagonisti sono Violetta e Zeno – nomi non casuali, entrambi in ospedale.

Lui per una sola notte con un braccio ingessato e lei chissà per quanto, affetta da una malattia che ha determinato la necessità di una tracheostomia.

In Dare il cattivo è chiamato mostro, o indifferenza o pregiudizio: quello che fa assumere atteggiamenti ingiusti, confinando l’altro nella solitudine. L’intruso è l’ignoranza.

Emozioni

Le cinque emozioni che guidano lo sviluppo della trama e caratterizzano ciascun livello (1 livello = 1 emozione) rispecchiano quelle che più comunemente sperimenta un adolescente quando entra in contatto con una persona affetta da malattia inguaribile o da grave disabilità.

Le emozioni sono indifferenza/disorientamentocuriositàimbarazzo/disgustopaura e, infine, sconfitta del pregiudizio.

Nella prima parte di Dare non si potrà muovere il personaggio, ma occorrerà compiere una scelta al termine dei dialoghi. Scelta che influenzerà il comportamento del protagonista e la prosecuzione della storia.

Sfide

Successivamente Violetta e Zeno diventeranno personaggi di un mondo fantastico da esplorare, dove affronteranno situazioni che rappresentano/rievocano le emozioni provate nella vita reale.

Ora il giocatore controllerà i movimenti di Zeno. La sua coscienza farà la cosa giusta, saprà dare a Violetta il supporto di cui ha bisogno?

L’intervista

All’indomani della Giornata per i Diritti dell’Infanzia abbiamo incontrato Silvia Lefebvre d’Ovidio, presidente di Fondazione Maruzza. I bambini e gli adolescenti sono al centro della sua opera solidaristica, la cui concretezza si percepisce dal primo attimo di conversazione.

  • Qual è il valore aggiunto di questo progetto educativo?

«Parla un linguaggio familiare ai più giovani, e ciò è indispensabile affinché possano imparare a instaurare una relazione sana NON con un compagno malato, ma con un compagno» racconta.

«Non facendosi quindi intimorire dalla malattia, che non deve mai prevalere sulla persona nella sua interezza».

«Abbiamo visto nel tempo che l’atteggiamento inverso ha l’effetto di far sentire il “portatore di malattia” diverso e solo; ciò influisce peraltro anche sulla risposta clinica, diminuendone l’efficacia».

  • Qual è il primo obiettivo che vorreste raggiungere con DareCPP?

Alcuna esitazione: «abbiamo diversi obiettivi principali, di cui il primo è rendere i ragazzi dei cittadini attivi. Vorremmo che divenissero mezzi di cambiamento capaci di creare una vera società inclusiva che sia in grado di accogliere l’altro con i suoi sogni».

«Il percorso prevede per questo un programma di peer education: gli stessi studenti diventeranno il traino dei loro compagni più giovani in questo viaggio di conoscenza delle Cure Palliative Pediatriche».

I ragazzi impareranno insieme, anche attraverso attività didattiche diverse – quale ad esempio la testimonianza video in cui una giovane affetta da fibrosi cistica racconta la sua vita quotidiana – a conoscere difficoltàbisogni e desideri di chi vive una malattia inguaribile. Scoprendo che, per larga parte, sono difficoltà, bisogni e desideri condivisi.

I contenuti educativi

  • Quale messaggio volete dare?

«Proponiamo quindi una nuova narrazione delle CPP che sia in grado di sfatare i miti e le credenze errate e ne faccia invece comprendere l’importanza e le potenzialità nella tutela della qualità di vita e dei diritti del cittadino».

Chiaramente «senza alcuna distinzione di etàpatologiaetniacultura».

  • Ci racconti quali sono invece gli obiettivi specifici del progetto.

«Mi fa piacere riportare un passaggio di Patrizia Garista – pedagogista con PhD in Health Education e ricercatrice Indire – che mi ha particolarmente colpito e che è in grado di spiegare il senso profondo del nostro progetto».

giovani «devono imparare a non accettare le circostanze come “date”, bensì a considerare come possono agire e influenzare se stessi, o le condizioni nel loro contesto, per migliorare le loro possibilità di vivere la vita che vogliono condurre».

Obiettivi specifici:

  • Sensibilizzare le comunità scolastiche sul tema della diversità e della malattia inguaribile attraverso lo sviluppo di un percorso dedicatoa studenti della fascia 14/18 anni
  • Favorire la costruzione di contesti scolastici accoglienti, in grado di affrontare il tema dell’inguaribilità del minore
  • Aumentare la diffusione di informazioni correttesulle CPP e contrastare il tabù ad esse associate
  • Quando partirà il progetto pilota, quali saranno gli attori coinvolti?

«Entro la fine dell’anno faremo una prova generale con una decina di studenti maggiorenni per testare il manuale. Una volta concluso questo passaggio formale saremo in grado di avviare ufficialmente il progetto pilota in alcune scuole rappresentative del territorio nazionale». In questa prima fase saranno coinvolti:

  • 20 studenti del quarto e quinto anno delle scuole secondarie superiori(peer)
  • 200 studentidel secondo e terzo anno delle scuole superiori
  • 20 docentidelle scuole secondarie superiori
  • 10 dirigenti scolasticidi istituti secondari superiori

Insieme a loro vi saranno destinatari indiretti degli interventi. In primis la community di giocatori online nella fascia d’età +12, insieme ai genitori degli alunni coinvolti nel progetto, al tessuto locale, e naturalmente ai minori con patologie inguaribili e alle loro famiglie.

Conclusioni

  • Come possono i Media sostenere la massima diffusione di questa iniziativa formativa?

«I Media sono preziosissimi: non è facile parlare di malattia, e tantomeno di malattia infantile e giovanile. Se ci starete a fianco avvierete un processo di “contaminazione” virtuosa che renderà il tema più accessibile», dice.

«Facendo diminuire il timore di contattare la sofferenza dei minori e dei loro familiari, e aiutando le agenzie scolastiche a vincere l’incertezza nella scelta di tematiche purtroppo vissute, ancora troppo spesso, di confine».

  • Un’ultima domanda. Lei ha già provato Dare?

«Purtroppo no, sono negata nei giochi online! Tuttavia l’ho naturalmente visto nascere e ne ho seguito l’evoluzione: mi ha affascinato il modo in cui i grafici sono riusciti a cogliere i nostri suggerimenti circa cosa avremmo voluto trasmettere».

«Non avevo idea che dietro alla creazione di un applied game vi fosse tanta professionalità e conoscenza rispetto all’effetto che colori, trasparenze e tratti possono dare alla sfera emozionale».

«Invito tutti a provarlo e a fare in modo che sia tradotto in inglese e sviluppato anche per IOS», conclude.

Insomma, mettersi nei panni dell’altro non è un esercizio di stile. Bensì un modo per trovare anche il nostro posto.

 

Chiara Francesca Caraffa

Immagini © Fondazione Maruzza Onlus

www.eurocomunicazione.com/2020/12/04/il-volontariatowww. -in-cure-palliative-in-italia-al-tempo-del-covid-19/

MALATTIE CARDIOVASCOLARI: LA PREVENZIONE CONTA

MALATTIE CARDIOVASCOLARI: LA PREVENZIONE CONTA

Le malattie cardiovascolari rappresentano la prima causa di morte nel mondo. E sono in aumento.

Sono circa 17 milioni i decessi annui. In Italia queste patologie sono responsabili del 35.8% di tutti i decessi (32.5% negli uomini e 38.8% nelle donne), superando i 230mila casi annuali.

Dati che fanno riflettere e di cui parliamo con il professor Giovambattista Desideri, direttore della cattedra di Geriatria dell’Università degli Studi L’Aquila e consigliere della Società Italiana Prevenzione Cardiovascolare – Siprec, società scientifica multidisciplinare. Essa si avvale infatti della presenza tra i suoi membri di molteplici esperti: cardiologi, diabetologi, medici internisti, medici di medicina generale, pediatri, medici dello sport, nutrizionisti e farmacisti.

Nata con l’obiettivo di diffondere la cultura della prevenzione cardiovascolare, Siprec parla con la prima persona plurale, come si evidenzia dalla pubblicazione del documento “Prevenzione Italia 2021”, prezioso strumento aggiornato da integrare nella pratica clinica cui hanno contribuito 21 società scientifiche e 55 autori.

Giornata italiana per la Prevenzione Cardiovascolare

Il documento è stato presentato il 13 maggio scorso in occasione della prima Giornata italiana per la Prevenzione Cardiovascolare, iniziativa incentrata sul tema della prevenzione cardiovascolare a 360°, cui il presidente della Repubblica italiana ha destinato – quale premio di rappresentanza – apposita medaglia. La Giornata mira ad accrescere la consapevolezza dell’importanza e dell’incidenza delle malattie cardiovascolari nelle vite dei singoli e nell’intera comunità e soprattutto di sensibilizzare tutti gli stakeholders sul ruolo centrale degli interventi di prevenzione basati sia sugli stili di vita che con l’impiego dei farmaci.

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NOVEMBRE, MESE DELLA SENSIBILIZZAZIONE SULLE MALATTIE MASCHILI

NOVEMBRE, MESE DELLA SENSIBILIZZAZIONE SULLE MALATTIE MASCHILI

 

37.000 all’anno le nuove diagnosi di tumore alla prostata in Italia

 

Informazione, prevenzione e cultura sono gli strumenti da utilizzare per combattere lo stigma della malattia maschile. E spingere gli uomini con sintomatologia a fare una visita di controllo; secondo i dati attuali quasi sempre accompagnati dal partner, il cui ascolto empatico è spesso la prima forma di assistenza sanitaria.

 

E se le donne hanno dimostrato una leadership nella lotta alle malattie di genere, gli uomini hanno semplicemente scotomizzato l’informazione. 

 

L’abolizione del servizio militare di leva, avvenuta nel gennaio del 2005, ha interrotto purtroppo una catena virtuosa: ciascun giovane di sesso maschile sino a quell’anno ha avuto l’occasione – o meglio l’obbligo – di sottoporsi a una visita medica andrologica accurata.

Da quel momento in poi vi è stato nella popolazione un lento allontanamento dalla problematica, che riemerge drammaticamente in quanti sono colpiti dalla malattia.

I dati emersi dall’indagine “La consapevolezza sul tumore alla prostata” condotta da Elma Research e Fondazione Onda – Osservatorio nazionale sulla salute della donna, recentemente pubblicati, indicano che nel nostro Paese sono circa 564.000 gli uomini con pregressa diagnosi di tumore della prostata, pari al 33% per cento dei casi di tumore nei maschi.

La cui percezione è, per un terzo, quella di non sentirsi sufficientemente informati sul tema. Il 66% ritiene la malattia curabile e non drasticamente impattante sulla qualità di vita, mentre diversa è la percezione di chi è affetto dalla patologia.

Il desiderio di essere più informato e assistito dal proprio medico di famiglia accomuna invece la maggioranza dei 273 uomini oggetto della survey.

 

Rispetto alla quale Francesca Merzagora, Presidente di Fondazione Onda – costituita nel 2005 con lo scopo, tra l’altro, di raggiungere l’equità in tema di salute identificando le differenze di genere – osserva che “la maggior parte degli uomini intervistati, che appartengono a una fascia della popolazione particolarmente istruita, ha eseguito le visite di controllo necessarie lo scorso anno, soprattutto grazie all’importante ruolo svolto dalle proprie partner”.

 

“Infatti, risulta che l’uomo di fronte a problemi genito-urinari reagisce con comportamenti di chiusura, minimizzando il problema” afferma. “La donna continua Merzagora – ricopre un ruolo fondamentale nel motivare l’uomo alla diagnosi precoce e a sottoporsi a visite di controllo. Per questo motivo è molto utile che anche la popolazione femminile sia informata sulle tematiche di salute che riguardano i componenti maschili della famiglia”.

 

Dal 2007 Onda attribuisce il Bollino Rosa agli ospedali italiani “vicini alle donne” che offrono percorsi diagnostico-terapeutici e servizi dedicati alle patologie femminili mettendo al centro la persona malata.

 

Ed ora dopo l’esperienza positiva di quasi quindici anni del Bollino Rosa, la fondazione e i suoi partner hanno inteso estendere – con il Bollino Azzurro – la loro attenzione alla salute di genere maschile per promuovere in modo ancora più profondo e capillare la consapevolezza del tumore alla prostata sia nell’uomo che nella donna.

 

Incentivare la cultura della prevenzione diventa quindi un obiettivo primario, raggiungibile anche attraverso l’impegno degli Enti del Terzo Settore. 

 

Fondazione Onda ha avviato quindi, in questo mese di novembre denso di iniziative, il progetto Bollino Azzurro con l’obiettivo di identificare a livello nazionale i Centri che garantiscono un approccio multi-professionale e interdisciplinare nell’ambito dei percorsi diagnostici e terapeutici dedicati ai pazienti con tumore della prostata. Per poi premiarli.

 

La strategia è chiara, e soprattutto vincente: coinvolgere le 355 strutture ospedaliere che hanno già il Bollino Rosa e aprire la candidatura con termine il 14 gennaio 2022 a quante non sono ancora parte del network.

 

L’iniziativa, realizzata con il contributo incondizionato di Bayer, gode del patrocinio di AIRO (Associazione Italiana di Radioterapia ed Oncologia Clinica), CIPOMO (Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri), Fondazione AIOM, ROPI (Rete Oncologica Pazienti Italia) e SIUrO (Società Italiana di Uro-Oncologia).

 

Il fine più rilevante del progetto collettivo, esteso a livello nazionale, è quello di promuovere una maggiore consapevolezza sul tumore alla prostata, sull’importanza della diagnosi precoce e della necessità di rivolgersi ai centri che assicurano trattamenti personalizzati e innovativi.

 

Ne elogia il lavoro – prezioso per le sue molteplici ricadute – il Sottosegretario di Stato alla salute, Professor Pierpaolo Sileri, che ritiene l’operato di ONDA cruciale in questo particolare momento e indispensabile “sia nella promozione dell’informazione corretta presso la popolazione su temi centrali come la prevenzione primaria, la diagnosi precoce e l’aderenza terapeutica; sia per favorire il dialogo con le istituzioni centrali e regionali, coinvolgendo società scientifiche, associazioni di pazienti e media”.

Il Senatore nella missiva di ringraziamento riporta alcuni dati allarmanti riferiti ai danni causati nel settore oncologico dalla pandemia da Covid-19: – 11% di nuove diagnosi, – 13% di trattamenti farmacologici, – 18% di interventi chirurgici.

Occorre promuovere la collaborazione tra i diversi specialisti attivi nella gestione di queste malattie, quali urologo e radioterapista, oncologo, patologo, medico nucleare, radiologo, e dare informazioni corrette, accessibili, senza dimenticare di dire agli uomini che vi sono varie opzioni terapeutiche, anche poco invasive.

 

Molte le iniziative e campagne sul territorio, altrettante le organizzazioni impegnate sul tema, tra cui non si può non menzionare Movember – crasi di moustache (baffi) e november, mese tradizionalmente dedicato alla prevenzione e cura delle patologie urogenitali maschili.

Tumore alla prostata e tumore del testicolo in primis.

 

Movember, fondata da 2 amici australiani nel 2003 e presente con sedi nazionali in numerosi Paesi, è “alleanza nella motivazione”.

Umberto Pellizzari, campione mondiale di apnea, è anche quest’anno il testimonial della campagna nazionale di sensibilizzazione “Metti un baffo a novembre”, promossa da Janssen Oncology con il patrocinio di Europa Uomo, Fondazione Pro e Salute Uomo, nata nel 2016 come costola di Salute Donna.

 

Il messaggio che mandano vede alcuni concetti chiave: adozione di uno stile di vita salutare, prevenzione primaria e sorveglianza attiva, implementazione della rete di supporto.

 

Chiara Francesca Caraffa

 

 

 

 

 

 

 

 

IN OCCASIONE DELLA GIORNATA MONDIALE DEL TUMORE AL PANCREAS, IL MIULLI SI ILLUMINA DI VIOLA E ORGANIZZA UN CONVEGNO MULTIDISCIPLINARE

Si rinnova anche per il 2021 l’impegno dell’Ospedale Miulli nella prevenzione e cura del tumore al pancreas. In occasione della Giornata Mondiale che si celebra ogni anno a novembre, l’Ente di Acquaviva delle Fonti si illuminerà di viola per sensibilizzare l’utenza sulla necessità di un approccio multidisciplinare alla patologia.

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Terapie avanzate, l’Osservatorio lancia Reshape

Un nuovo strumento per raggiungere la popolazione e fare cultura sul tema. Un viaggio nella medicina del futuro

Dalle terapie avanzate alle terapie digitali: Reshape offre una panoramica sulle innovazioni terapeutiche che stanno rivoluzionando la storia della medicina.

A iniziare dal 14 ottobre 2021, con la prima puntata, già online, l’Osservatorio Terapie avanzate – OTA avvia un viaggio in 8 puntate, a cadenza quindicinale.

Il mezzo di comunicazione scelto è il podcast. Ciò conferma che il trend in corso trova proprio nella voce – si pensi alla sempre maggiore affermazione della radio – la forma più apprezzata di divulgazione. Anche di contenuti scientifici. La cui diffusione “laica”, rivolta quindi ai pazienti e alle famiglie, è il fiore all’occhiello dell’Osservatorio Malattie Rare – O.Ma.R., di cui OTA è uno dei tanti – preziosissimi – progetti.

O.Ma.R., prima e unica agenzia giornalistica, in Italia e in Europa, dedicata alle malattie rare e ai tumori rari, è riconosciuto come una delle maggiori e più affidabili fonti di informazione per le tematiche inerenti le malattie rare, i tumori rari e i farmaci orfani.

Storie rare

La testata giornalistica risponde tanto all’esigenza dei media generalisti che al bisogno dei cittadini/pazienti di poter identificare fonti e contenuti realmente affidabili. Ma al tempo stesso fruibili.

La mole di materiale che esplora la tematica medica e sanitaria oggi disponibile su Internet, infatti, non è sempre certificata e di qualità. L’accessibilità ai contenuti scientifici, inoltre, resta preclusa a un alto numero di persone, così da rendere complessa la comprensione spesso proprio a chi necessita di approfondimenti.

Podcast

L’idea del podcast diventa così una strada alternativa, accattivante e accessibile, che strizza l’occhio ai giovani, e ai giovanissimi. Sono pensate – soprattutto – per questi ultimi le storie illustrate che accompagneranno ciascuna puntata. La prima, ad esempio, racconta come – partendo dai farmaci più classici – si è arrivati a ideare terapie innovative in cui il principio attivo sono geni, cellule o addirittura software.

Tutte le puntate, realizzate con il contributo di uno o più esperti italiani e internazionali del settore, saranno disponibili gratuitamente sulle maggiori piattaforme. Spotify e Google Podcasts, Apple Podcasts, Spreaker e altre ancora.

Esperti del settore, appassionati o, più semplicemente, ascoltatori curiosi saranno accompagnati lungo il racconto della storia di queste terapie e dei pazienti per cui sono state ideate. Non mancherà la narrazione dei successi, dei traguardi raggiunti, dei tanti fallimenti.

I contenuti

Protagoniste delle puntate sono la nascita, l’evoluzione e le prospettive future delle terapie avanzate. Sono terapie o farmaci innovativi che si differenziano dai farmaci più classici perché non si basano su molecole prodotte per sintesi chimica bensì su DNA o RNA, cellule e tessuti.

Le terapie avanzate sono un settore emergente della biomedicina, frutto degli enormi progressi fatti negli ultimi venti anni nel campo delle biotecnologie. Offrono nuove opportunità per la diagnosi, la prevenzione o il trattamento di gravi patologie che hanno opzioni terapeutiche limitate o assenti, quali malattie genetiche, malattie croniche e tumori.

Si parlerà anche di terapie digitali, l’ultima frontiera dell’innovazione terapeutica.

Attenzione sarà data anche al tema delle fake news, fenomeno già noto prima della pandemia, ma che – con essa – ha raggiunto livelli di preoccupazione da non sottostimare.

Evoluzione

Alla fine dell’Ottocento, con la sintesi del precursore dell’odierno paracetamolo, nasce la farmacologia moderna. Nel 1928 la scoperta del batteriologo Alexander Fleming del primo antibiotico, la penicillina, rappresenta la rivoluzione nel mondo della medicina.

Scienza in continua evoluzione, affamata di conquiste volte al miglioramento della salute e della qualità di vita. Nascono nuove branche specialistiche, e la componente tecnologica riveste anno dopo anno maggiore rilievo. E la presenza di un nutrito numero di donne nel novero di medicichimicifisici impegnati nella ricerca e nello studio, corrisponde al raggiungimento di altrettanti traguardi.

Ereditarietà delle informazioni genetiche

Ne è un esempio Rosalind Franklin, chimica e cristallografa a raggi X che nel 1953 appuntò sul suo taccuino: “il DNA è composto da due catene distinte”.

Due settimane dopo Francis Crick e James Watson costruirono il loro celebre modello della struttura del DNA nel laboratorio di Cavendish a Cambridge. E nel 1962 furono insigniti del Premio Nobel.

DNA, molecola della vita

La descrizione della doppia elica ha ricoperto un’importanza ben più ampia della sola spiegazione della struttura e della funzionalità della molecola di DNA. Essa, difatti, è stata l’innesco per una serie di nuove conoscenze e tecnologie, tra cui la tecnologia del DNA ricombinante, che negli anni ’70 ha permesso la nascita dell’ingegneria genetica.

Un passaggio fondamentale, grazie al quale è stata poi sviluppata la terapia genica, la più nota tra le terapie avanzate.

Non solo chimica

Come è stato per il passaggio dalla cultura analogica a quella digitale, quella dai farmaci più classici, basati sulla chimica, a quelli avanzati a base di cellule e geni è un cambiamento epocale nel modo di pensare la medicina stessa.

Le terapie avanzate – termine che comprende terapia genica, terapia cellulare e ingegneria tessutale – vengono ancora oggi definite medicina del futuro. Sono invece parte del nostro presente: hanno già diverse applicazioni mediche e hanno permesso di raggiungere risultati clinici prima inimmaginabili.

Software e tecnologia

Il passo successivo è rappresentato dalle terapie digitali, che integrano tecnologia e terapie tradizionali. Segnano un’ulteriore evoluzione del concetto di terapia, in grado di trasformare un software in principio attivo.

Sì, esatto. Software al posto del principio attivo di un farmaco e tecnologie che aiutano nei processi di diagnosigestione e prevenzione. Le terapie digitali – menzionate spesso in inglese come digital therapeutics – DTx, racchiudono le soluzioni tecnologiche validate e approvate in grado di implementare gli strumenti a disposizione per il trattamento di alcune patologie.

Digitale

La medicina digitale ha lo scopo di rivoluzionare l’assistenza sanitaria e il benessere.

Cosa c’é al cuore di questa rivoluzione? Lo sviluppo di soluzioni tecnologiche per monitorareelaborare e integrare vaste quantità di dati a livello del singolo e della popolazione. Obiettivo, aiutare ad affrontare problemi e sfide nell’ambito della salute.

Protagonisti i pazienti, i medici e gli stessi sistemi sanitari.

Un altro potenziale della medicina digitale, tutto da esprimere, è la democratizzazione dell’accesso alle cure. Raggiungibile dalla collettività solo se la compliance della singola persona malata sarà al centro del patto terapeutico. Impegno personale, prevenzione primaria e secondaria al centro, in quanto elementi imprescindibili da tenere sempre nella più alta considerazione.

Insomma, tecnologia e medicina si uniscono in un legame ancora più stretto, in grado di rivoluzionare – di nuovo – la scienza medica. E con Reshape – il podcast che rimodella il concetto di cura – linguaggio semplice e rigore scientifico non saranno più un ossimoro!

 

Chiara Francesca Caraffa

Foto © Home School Hub (copertina), Nytimes, Notizie, Raccoon

www.eurocomunicazione.com/2021/02/28/malattie-rare-la-giornata-mondiale-riguarda-tutti/

www.osservatorioterapieavanzate.it/innovazioni-tecnologiche/terapie-digitali

www.spreaker.com/user/15396052/ep-1-la-medicina-del-terzo-millennio?utm_medium=widget&utm_source=user%3A15396052&utm_term=episode_title

 

Agopuntura – congresso nazionale AIA 2021
a Roma il 22/23/24 ottobre

22, 23 e 24 ottobre

Esperienze Cliniche in Agopuntura e Medicina Cinese

Centro Congressi Auditorium Aurelia 
via Aurelia, 796 – Roma

COME GIA’ AVVENUTO NEI PRECEDENTI ANNI DURANTE IL MESE DI OTTOBRE, 
NEI PROSSIMI GIORNI  AVRA’ INIZIO IL CONGRESSO INTERNAZIONALE ORGANIZZATO
DALL’ A.I.A. – ASSOCIAZIONE ITALIANA AGOPUNTURA

Qui di seguito vengono fornite gran parte delle informazioni sul suo svolgimento, con le tematiche da esaminare, i nominativi dei relatori, ecc.  La CONSUL PRESS, già nel 2019 e nel 2020, ha dedicato la dovuta attenzione a tale evento e riteniamo interessante rammentare quanto accaduto nel 2020.  Infatti il Congresso – già da più tempo  programmato con accesso in presenza per i relatori, i convegnisti e gli ospiti nell’auditorium, pur con l’osservanza di tutte le  norme cautelative vigenti – veniva bloccato con solo alcuni giorni di preavviso precedenti alla sua inaugurazione, in base ad uno degli ennesimi DPCM abitudinariamente emanati, nel corso dell’anno, dall’Ex Premier Giuseppe Conte, con gravi e pesanti problemi per l’A.I.A., organizzatrice del suddetto Convegno scientifico internazionale. (*1)

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ROBERTO MARCHESINI, L’ETOLOGO CHE SA CURARE CON LA PET THERAPY

ROBERTO MARCHESINI, L’ETOLOGO CHE SA CURARE CON LA PET THERAPY

Attività sinergiche e sussidiarie che rafforzano il buon esito degli interventi sanitari

Molto più che pet therapy! Incontriamo Roberto Marchesini a Bologna, dove scrive e lavora nel continuo perfezionamento della sua idea del mondo, non solo quello animale.

Filosofo, etologo e saggista italiano trova nello smascheramento di quell’errore prospettico che pone l’uomo al centro e a misura dei suoi predicati il cardine della propria proposta filosofica. Riconducibile, seppur con caratteristiche proprie, alla più ampia corrente del Post-human.

Le radici del desiderio. Alla ricerca delle motivazioni umane è la sua ultima, recentissima, opera pubblicata dalla casa editrice felsinea Apeiron.

Parliamo con lui di interventi assistiti dagli animali – IAA, cui ci si riferisce sovente con il nome generico di pet therapy, riconosciuti nel nostro Paese come cura ufficiale dal Decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 28 febbraio 2003.

L’intervista

  • Professor Marchesini, come nasce questa terapia complementare a quelle tradizionali, e quali evidenze scientifiche può vantare?

«Gli interventi assistiti dagli animali hanno una lunga tradizione di evidenze scientifiche, essendo le prime ricerche strutturate databili nei primi anni ’60 a opera dello psichiatra infantile Boris Levinson che già nel 1953 aveva messo in evidenza come il prendersi cura di un animale aiuta ad abbassare situazioni di ansia e di stress».

«Nel tempo i riscontri si sono susseguiti e oggi abbiamo a disposizione una gran mole di ricerche, di esperienze e di dati che ci permettono di formulare un quadro più articolato su queste attività e, di conseguenza, un approccio molto più orientato agli effettivi bisogni della persona. È infatti evidente che i bisogni di un ragazzo con problemi di riabilitazione motoria siano diversi da un bambino autistico, un adolescente con disturbi della condotta alimentare o un anziano affetto da Alzheimer».

«Le esperienze di questi ultimi quarant’anni ci consentono di operare con estrema specificità sulle effettive esigenze della persona malata, facendo altresì attenzione alle vulnerabilità altrettanto peculiari che la contraddistinguono».

  • Come possiamo definire questo intervento e come possiamo inquadrarlo nel percorso sanitario?

«Volendo fare subito chiarezza al riguardo, occorre sottolineare che la pet therapy non è propriamente una terapia e soprattutto non si pone come intervento alternativo alle terapie tradizionali, quanto piuttosto come serie di interventi di facilitazione terapeutica, vale a dire attività sinergiche e sussidiarie capaci di rafforzare il buon esito degli interventi sanitari vigenti. Parliamo pertanto di co-terapia, in una visione dove ogni intervento assistito dagli animali si confronta sempre con le terapie in essere, con le figure sanitarie di riferimento di quell’individuo e, direi in modo più globale, con tutto il vissuto assistenziale e socio-sanitario che lo riguarda».

«Un intervento di pet therapy è sempre complementare e va strutturato in totale coerenza con tutto ciò che la persona sta ricevendo nel suo percorso di sostegno o riabilitazione. Questo, perché non avrebbe senso costruire un progetto di facilitazione terapeutica senza il pieno confronto e la partecipazione di chi si sta occupando della persona malata da un punto di vista sanitario. Anche gli obiettivi del progetto vengono concordati con il medico o lo psicologo che ha in cura il paziente, per cui non si deve mai pensare a queste attività come a interventi sostitutivi o avulsi dal percorso in essere».

  • Ci descriva i benefici prodotti dalla relazione uomo/animale.

«Diciamo che il rapporto con gli animali ha un forte potere di coinvolgimento. Richiama l’attenzione, crea un clima di buonumore, abbassa il senso d’inadeguatezza, facilita le relazioni sociali, attiva condizioni di gioco e di partecipazione, ha un forte potere motivante, diminuisce le tensioni».

«Lo vediamo in modo particolare nei bambini, che sono letteralmente catturati dagli animali: non è un caso se i personaggi dei fumetti e i giocattoli hanno in genere forma animale. Ma anche gli anziani mostrano una predilezione per gli animali e direi, più in generale, che sono proprio le persone che vivono un momento di difficoltà quelle che trovano nella relazione con gli animali un maggior beneficio».

«Si tratta di un effetto di alleggerimento dal problema, qualcosa tuttavia in più della semplice distrazione, perché non si limita ad abbassare il peso del problema o di spostarne l’attenzione, bensì di creare nuove condizioni relazionali per il paziente e di attivare delle leve di motivazione che sono estremamente utili per incentivare gli interventi terapeutici in essere. Evidentemente il rapporto con gli animali tocca corde molto profonde dell’essere umano, le stesse che hanno consentito la domesticazione, e questo rinnovare sentimenti di base ha un riscontro immediato nella persona, soprattutto quando è necessario riaccendere la speranza».

  • In che modo, allora, l’intervento (IAA) è tarato sul paziente?

«Come ho detto esiste un effetto di coinvolgimento o di beneficio generico che è di facile riscontro e che ha messo le basi di questa attività nei vent’anni dopo le ricerche di Levinson. Successivamente – possiamo dire a partire dagli anni ’90 – abbiamo cominciato ad affiancare contributi più mirati alle effettive necessità della persona malata. Se l’incontro con l’animale aveva l’effetto di favorire la relazionalità della persona e parimenti agiva come motivatore, diventava importante implementare delle attività che andassero a intervenire sui bisogni, offrendo contributi in linea con gli obiettivi prefissati. Nasceva così una pet therapy orientata al paziente, la quale ha visto il nostro Paese come capofila nella ricerca internazionale, ragione per cui possiamo vantare un gran numero di esperienze condotte su tutto il territorio nazionale».

  • Quali sono le peculiarità più rilevanti di questo approccio alla malattia?

«La pet therapy orientata alla persona malata è molto più efficace nel suo ruolo di facilitazione perché, oltre ai benefici generici suindicati, si vanno ad assommare contributi specifici per aiutare il soggetto a raggiungere gli obiettivi di progetto. Per esempio, se si vuole migliorare l’autostima del paziente si fanno attività di collaborazione, come aiutare l’animale in un particolare compito, mentre se si vuole rafforzare il decentramento e la prosocialità si fanno attività di cura».

«Nella pet therapy orientata al paziente si vanno perciò a individuare un insieme di attività di relazione con l’animale molto specifiche e differenziate tra loro, quali ad esempio le attività di cura, le attività ludiche, le attività esplorative: ciascuna di queste è capace di dare specifiche plusvalenze co-terapeutiche alla persona malata ossia di aiutarla in modo preciso, indirizzandola nel percorso riabilitativo».

  • Quali sono in pratica i vantaggi di questo approccio, quale la sua esperienza?

«Innanzitutto si definiscono degli obiettivi chiari e condivisi con la figura sanitaria di riferimento del paziente, cercando altresì di mettere in luce le fragilità specifiche della persona e parimenti le attività terapeutiche e di supporto vigenti. Una volta definiti gli obiettivi si procede alla fase prescrittiva andando a individuare quali attività inserire nel progetto perché utili per la persona e quali da evitare perché potrebbero accrescere il problema o mettere a repentaglio le sue fragilità».

«In tal modo si lavora proprio sulle risorse della persona rendendola pienamente protagonista del proprio percorso riabilitativo. Negli ultimi vent’anni abbiamo messo a punto progetti per persone anziane affette da malattia di Alzheimer in diverse province italiane e lavorato per tre anni all’OPG di Reggio Emilia con pazienti affetti da schizofrenia paranoide. Abbiamo inoltre realizzato molti progetti sulla riabilitazione motoria e sull’handicap sensoriale, così come sui disturbi cognitivi e sull’autismo. Abbiamo lavorato sui disturbi della condotta alimentare presso l’Ospedale San Raffaele Turro e realizzato alcuni progetti sul fine vita in diverse città, ottenendo ottimi risultati. La pet therapy orientata al paziente si è dimostrata un valido supporto non solo per migliorare le condizioni generali del malato, ma altresì per raggiungere gli obiettivi specifici della persona».

  • In cosa consiste la formazione degli animali impegnati a fianco della persona malata?

«Alcune precisazioni sono d’obbligo. I progetti vedono coinvolti solo animali domestici, educati fin dall’età evolutiva a stare in mezzo alle persone e a gradire l’interazione con estranei, addestrati a fare attività specifiche e quindi formati per quei particolari compiti, monitorati in modo accurato da un punto di vista medico veterinario».

«Inoltre l’animale non opera da solo, ma sempre in coppia con il suo partner, dove è la coppia ad essere certificata anche sulla base del livello d’intesa raggiunto. Inoltre ogni progetto vede la presenza, oltre che delle coppie coinvolte e delle figure sanitarie referenti, di un team di progetto composto da un medico veterinario, uno psicologo, un educatore professionale e un etologo, ciò al fine di pianificare tutte le fasi del percorso nonché le modalità di testaggio utili per verificare l’andamento riabilitativo. La formazione degli operatori sia della fase progettuale che di quella operativa segue la direttiva di apposite Linee guida. Possiamo dire pertanto che queste attività hanno finalmente trovato una formalizzazione istituzionale capace di offrire tutte quelle garanzie che la delicatezza del compito richiede».

  • Per concludere, come possiamo vedere queste attività?

«A mio parere si tratta di attività che rimettono al centro la persona e il suo bisogno di vivere in modo attivo e da protagonista la relazione con il Mondo. Gli animali giocano il ruolo di motivatori, abbassando quel senso di emarginazione, di paura del giudizio, di stress da competizione e infine di logica di omologazione che purtroppo la società di oggi rischia di porre come limite insuperabile soprattutto nei momenti di difficoltà della persona. Queste attività puntano sulla partecipazione piena del soggetto, su quella coordinata della vita attiva, per riprendere Hannah Arendt, che è indispensabile per dare speranza e soddisfazione all’individuo».

«La relazione e il principio della cura, quell’amore che è prima di tutto far dono di sé e accogliere l’altro, rappresentano i fondamentali esistenziali dell’essere umano e la relazione con la natura rappresenta la migliore palestra per poter ritrovare una presenza partecipativa all’interno della cosmopolis umana. Non si tratta pertanto di rinchiudere la persona nell’esclusiva relazione con gli animali, quasi fossero dei surrogati di un umano che manca, ma di fortificare le doti relazionali della persona proprio per accrescerne disponibilità e competenze all’incontro agapico con il prossimo».

Nel ringraziare il professor Marchesini per questo tempo prezioso e ricco di suggestioni, torna in mente Kant: “puoi conoscere il cuore di un uomo già dal modo in cui egli tratta gli animali“.

 

Chiara Francesca Caraffa

www.marchesinietologia.it/2021/05/12/le-radici-del-desiderio/

 

Intervista alla dott.ssa Marina Cannavò, candidata al Comune di Roma con F.d’I.

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E’ iniziata lunedì 20 settembre la VII edizione de “Gli Incontri di Neurologia“, un evento che vede la luce in una fase delicata per il nostro Paese e per il mondo globale. Tutti i medici e gli infermieri negli ultimi 18 mesi hanno dato prova di grande professionalità e umanità nell’affrontare una prova inusitata quale la gestione di una nuova malattia.

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DONARE IL SANGUE SIGNIFICA SALVARE VITE

DONARE IL SANGUE SIGNIFICA SALVARE VITE

La sensibilizzazione e il reclutamento dei giovani è fondamentale

L’importanza dei donatori e del loro contributo è grande anche in anni come questi: la pandemia, difatti, non ha certo ridotto il bisogno di sangue ed emoderivati, indispensabili alla vita. Durante l’estate e durante le festività – invero potremmo dire in ogni momento dell’anno – questo dono risulta particolarmente prezioso.

È una sola la voce delle organizzazioni impegnate nella raccolta, unanime il loro appello: il numero di donatori disposti a donare sangue sicuro regolarmente, apportando così un beneficio alla salute di tutti, deve aumentare!

I dati mondiali della donazione

Ogni anno nel Mondo si contano in media 118,5 milioni di donazioni di sangue, il 40% delle quali raccolte nei Paesi ad alto reddito, dove risiede solo il 16% della popolazione. Sono 79 le Nazioni che raccolgono il sangue prevalentemente tramite donazioni volontarie e non remunerate, garanzia di maggiore sicurezza sia del prodotto sangue che delle scelte etiche che sono alla base della donazione.

In 56 Paesi, invece, più del 50% del totale della raccolta avviene tramite donazioni familiari o remunerate.

Una buona notizia: le donazioni volontarie e non remunerate sono tuttavia aumentate di 7,8 milioni nel quinquennio 2013 – 2018.

L’intervista

Per comprendere quale sia la situazione sangue in Italia abbiamo incontrato Massimo Ferrarini, presidente di Avis – Comunale Milano.

Dopo molti anni da donatore, ora governa la sede che ha visto i natali dell’Associazione italiana volontari del sangue.

  • Come si è avvicinato a questa istituzione, fondata proprio a Milano il 27 maggio 1927?

«Sono donatore da oltre 20 anni, mi sono avvicinato ad Avis Milano dopo aver conosciuto l’attuale direttore generale, Sergio Casartelli. Con la mia azienda forniamo le colazioni dei donatori a prezzi calmierati, annualmente doniamo strumentazione medica richiesta e accogliamo l’unita mobile 2/3 volte l’anno in azienda, coinvolgendo donatori anche delle aziende a noi vicine».

«Nella nostra comunità di oltre 5.000 clienti contribuiamo a diffondere la cultura del dono. Tutti i nostri collaboratori e dipendenti vestono una divisa che, oltre al logo aziendale, mette in mostra il logo “Avis Milano” presente in tutta la nostra comunicazione».

  • Qual è stato il messaggio principale dell’edizione 2021 della Giornata mondiale del donatore di sangue?

Lo slogan scelto dall’Oms per le celebrazioni di quest’anno era “Give blood and keep the world beating”. Un modo per celebrare il ruolo dei donatori che, con la loro scelta etica, volontaria e non remunerata, periodicamente contribuiscono a salvare vite umane e ad assicurare terapie salvavita per tanti pazienti.

Donare durante la pandemia

Recentemente il direttore del centro nazionale Sangue, Vincenzo De Angelis, ha ricordato che: «Il risultato degli sforzi che abbiamo messo in campo insieme alle strutture regionali di coordinamento e alle Associazioni e Federazioni del Civis – di cui fanno parte Avis, Cri, Fidas e Fratres – è che la donazione rimane una procedura assolutamente sicura». Concludendo che «non si hanno notizie di focolai tra i donatori o gli operatori dei centri di raccolta. I donatori non rappresentano quindi una categoria più a rischio di contrarre il virus».

  • Presiedere Avis – comunale di Milano oggi significa(anche) affrontare il difficile percorso di ripresa dopo la pandemia. Quali sono state, e sono ancora, le maggiori criticità cui fare fronte?

«L’Associazione deve fare i conti con la penuria di medici e infermieri precettati per la vaccinazione di massa. Questo è un serio problema che rischia di prolungarsi per una possibile terza dose di vaccino anti Covid-19. È paradossale il fatto che le unità mobili di raccolta – UdR non riescano a recarsi presso le aziende, i cui dipendenti e collaboratori si sono resi disponibili alla donazione, per mancanza di personale medico e infermieristico».

  • Vi sono altre criticità?

«Sì. Pur trovandoci in una situazione di autosufficienza di sangue, dobbiamo inoltre fare i conti con la compatibilità del gruppo sanguigno. Spesso ci troviamo con scorte purtroppo non utilizzabili, mentre mancano quelle necessarie per mancanza di compatibilità. Dobbiamo e possiamo fare di più, In Italia ci sono circa 60 milioni di abitanti, 30 milioni potrebbero essere donatori. Oggi purtroppo i donatori sono meno di tre milioni: dobbiamo diffondere una maggiore cultura sociale».

Ringraziare i donatori e motivarli

In una pubblicazione sull’impegno dell’Associazione durante la guerra e la resistenza di diversi anni fa, troviamo queste righe:

“Questa è una storia raccontata da coloro che l’hanno vissuta, uomini e donne che, in tempi drammatici per il nostro Paese, hanno trovato il coraggio e la generosità di pensare anche agli altri”.

  • Presidente, potrebbero essere le sue parole di ringraziamento e attestazione di stima da indirizzare ai volontari in occasione della Giornata mondiale del donatore?

«Sicuramente l’anno che ci lasciamo alle spalle è stato un anno drammatico, da molti punti di vista. Il lockdown, la paura, l’incertezza, le aziende e le scuole chiuse hanno colpito duramente il mondo delle donazioni di sangue. Il volontario, donatore di sangue, è mosso da un grande senso di solidarietà e condivisione. Lo dice bene lo slogan di quest’anno dona sangue e permetti al Mondo di continuare a battere. Oggi più che mai i volontari dimostrano di essere persone coraggiose, degne di tutta la nostra stima e che dovrebbero essere ringraziate quotidianamente per quello che fanno».

I valori sottesi alla donazione di sangue

  • Donare il sangue è molto più di un gesto: per farlo con costanza occorre seguire regole comportamentali ben delineate. Potremmo definire il dono del sangue come uno stile di vita?

«È vero che donando si fa anche del bene a sé stessi. Il sistema sanitario ha però la necessità di ricevere un prodotto, un’unità di sangue con i parametri corretti e che si possa trasfondere. Il donatore quindi viene sottoposto ai primi controlli per ottenere l’idoneità a donare.

Questo è il minimo sindacale. Il donatore ben controllato dona una sacca di sangue utilizzabile per la trasfusione. Avis ha il dovere di preoccuparsi della sua salute e di accompagnarlo nel corso della sua vita, tutelando e monitorando il suo stato di salute per quanto nelle nostre possibilità».

Avis – Comunale Milano si impegna a prendersi carico della salute del donatore e del suo stile di vita.

  • Questiagisce con gratuità, il suo dono è anonimo e non retribuito. È così in ogni parte del Mondo?

«Nel Mondo ci sono tre modalità di raccolta del sangue: donazioni volontarie, la famiglia del malato, un pagamento. Puntare ad avere un sistema volontario e non retribuito, come in Italia, è uno degli obiettivi dell’Oms, perché in questo modo il volontario si reca per spirito solidaristico e lo fa con regolarità, dando seguito a un’analisi della salute periodica e garantendo così standard di sicurezza elevatissimi».

Positività emotiva per il benessere della collettività

  • Quali sono i valori che entrano in gioco nel donatore di sangue?

«Donando sangue si salvano vite, va tutelato il sistema trasfusionale italiano e i pazienti che necessitano di terapie trasfusionali. Donare è un gesto semplice, che ti fa stare bene, ti fa stare dalla parte giusta, ti gratifica, perché non farlo? Spesso si incontrano persone affrante, perché non idonee alla donazione. È confortante vedere come queste, probabilmente afflitte da un senso di colpa per la loro innocente inidoneità, si prodighino nel cercare persone loro vicine, spingendole a diventare donatori.

Diamoci da fare, coinvolgiamo amici, parenti, conoscenti a compiere un atto che costa poco, ma vale tanto e in più ti educa ad uno stile di vita sano e perennemente sotto controllo medico in forma gratuita».

Bene prezioso, non riproducibile artificialmente

Il dono del sangue e degli emoderivati è un gesto semplice e generoso che getta le basi di un diritto che a molti esseri umani è ancora negato. Avere a disposizione sangue sicuro in caso di bisogno. Il sangue umano è un prodotto naturale, non riproducibile artificialmente e indispensabile alla vita. Il sangue e suoi componenti sono raccolti e stoccati secondo rigidi protocolli e norme di qualità e di sicurezza applicate nella loro raccolta, controllo, lavorazione, conservazione e distribuzione.

Essi sono essenziali nei servizi di primo soccorso, in chirurgia, in ostetricia. Così come nella cura di diverse malattie, tra le quali quelle oncologiche, quelle ereditarie del sangue, e nei trapianti. Ogni donazione può aiutare fino a 3 persone.

  • Quali sono gli scenari in cui la disponibilità di sangue può– letteralmente – salvare la vita?

«Pensiamo al comune cittadino che vive con un familiare, diciamo un figlio, affetto da talassemia. Il cui fabbisogno è di due, tre sacche di sangue ogni 15 giorni. Il fatto di averle a disposizione per la trasfusione fa la differenza tra restare in vita oppure no».

La possibilità della cura, però, nasce dalla disponibilità del sangue e degli organi, che dipende a sua volta da scelte personali del singolo individuo. Scelte che passano dall’esempio – le famiglie i cui membri sono tutti donatori sono tutt’altro che rare – e dalla sensibilizzazione della collettività.

I giovani sono il presente, ma a loro spetta anche il compito di disegnare il futuro

  • Vuole fare un appello alle nuove generazioni?

«La circolarità è un concetto di moda. Ecco, applichiamolo anche alla donazione di sangue. Oggi devo donare, perché qualcuno ha bisogno del mio sangue, domani potrei essere io, o i miei familiari, a trovarmi nella stessa situazione. Senza questo bene prezioso, la sanità non potrebbe esistere così com’è. Dinanzi a un intervento chirurgico complesso, un’urgenza, un trapianto di organi, una certa tipologia di malattia cronica, non potrebbe esserci cura, senza le sacche di sangue».

  • Come auspica che proceda questo 2021?

«Veniamo tutti da un periodo di sofferenza, figlio della pandemia ancora in corso. Compiere una, o più buone azioni, aiuta a creare uno stato di positività emotiva nel periodo successivo all’azione. Facciamolo durare di più questo gesto, rendiamo contagioso il nostro benessere emotivo: gli altri e soprattutto i centri trasfusionali ci ringrazieranno».

Ringraziamo il presidente Ferrarini certi che la donazione, almeno in Italia, è e sarà sempre anonima, volontaria, periodica e non remunerata. Oltre che consapevole. Garanzia per la salute di chi riceve e di chi dona.

 Chiara Francesca Caraffa

 

L’Ospedale Miulli attiva un ambulatorio a sostegno dell’allattamento materno

Il reparto di Neonatologia dell’Ospedale Miulli ha attivato un ambulatorio a sostegno dell’allattamento, fruibile da tutte le donne che allattano e che vogliono un supporto o un semplice consiglio.

L’insorgere dell’emergenza dovuta a COVID-19 ha portato l’Italia ad affrontare un’emergenza sanitaria che costretto all’applicazione di regole molto restrittive, creando barriere nella comunicazione e isolando sempre più la mamma e il suo bambino sin dal momento del parto.

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Obiettivo “PKU” delle Sei Associazioni Pazienti medici e famiglie coinvolti dalla Fenilchetonuria

È il primo evento nazionale, PKU&Noi, che si terrà online, visibile per tutti, gratuitamente, preregistrandosi sul sito pkuenoi.it. L’obiettivo dell’incontro è dare voce ai tanti volti della Fenilchetonuria, con testimonianze di genitori e figli, conoscere le novità terapeutiche e soddisfare curiosità sospese che attengono al vissuto quotidiano, cosa fare se si vuole fare sport, o come organizzarsi con le terapie mentre si è in viaggio, per esempio. La testimonianza di Nicolò Cardoselli (foto in copertina) ci racconta una storia da cui tutti abbiamo da “ascoltare” e dobbiamo imparare!

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