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Accademia del David di Donatello:
con l’Acmf le premiazioni del 20 aprile

L’ACMF, IN SINERGIA CON L’ACCADEMIA DEL “DAVID DI DONATELLO”,
POLEMIZZA CON LA POSIZIONE DELL’ACADEMY AWARDS   

L’ACMF – Associazione Compositori Musica per Film, con sede in Roma, ha recentemente preso posizione per maggiormente sostenere le dichiarazioni di disappunto rilasciate dal proprio Presidente Roberto Pischiutta, musicista e compositore, in arte Pivio, in polemica con l’Academy Awards
Infatti, i Compositori di Musica Applicata alle Immagini hanno coralmente e vivacemente protestato contro le decisioni prese dallAcademy Awards di escludere dalla premiazione ufficiale 2022 alcune fondamentali categorie, tra cui quella relativa alle Colonne Sonore dei Film.

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A colloquio con Pia Lanciotti sull’armonia recitativa ed esistenziale

FORMA ED ELEGANZA D’UNA ATTRICE RICCA DI CONTENUTI

Una conversazione con Massimiliano Serriello

La mia miglior amica Mariapia una volta ha detto: i fatti della pentola li sa il coperchio. Viviamo un momento storico a dir poco drammatico per la comunicazione. Specie quella che va dritta al punto. I problemi del benessere, già deprecabili in tempo di pace, sono divenuti un lusso. Ed ergo il peggior dispendio di energia catartica possibile e immaginabile. Ingenerare aspettative salvifiche in un simile scenario, in cui sotto i furgoni della morte ci vanno le creature ucraine e a fargli coniugare la vita all’imperfetto sono degli imberbi leoncini per agnelli tonici, che per uno scopo a parer loro superiore si qualificano in modo definitivamente inferiore, non merita né parole né parolacce. Pure il famoso «Quanno ce vo, ce vo» bisogna meritarselo. Al pari delle sane tirate d’orecchie. L’eleganza resta però una benedizione. Ben inteso l’eleganza che non paga dazio alla ricerca delle lusinghe incastrate in pose vanitose. Pia Lanciotti è un’attrice elegante. Aliena alle tristemente note pose adulatorie. Va per le spicce per un verso e dedica sempre un istante in più – rispetto al tabellino di marcia stabilito sulla scorta del diktat dei tempi stretti – ad accogliere, come un cadeau, il frutto fragrante della saggezza di stampo popolaresco. Sulle tavole palcoscenico non c’è spazio per l’egemonia di stampo materialista: la forma resta pur sempre la forma; il contenuto, piegato a mera scusante piuttosto nauseante, non può e non deve regnare sovrano. 

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A colloquio con Yassmin Pucci
sulla fragranza della sincerità al cinema

UN’ATTRICE IRONICA E AUTOIRONICA CHE CONIUGA ENTUSIAMSMO ED ELEGANZA

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Per chi fa comunicazione con il tornado di fuoco e sangue che attanaglia l’ordine naturale delle cose, con buona pace dei motivi politici per cui è scoppiato un conflitto tra cugini o presunti tali dalle conseguenze devastanti sotto il profilo umano ed economico, discorrere di cinema è a dir poco difficile. Se non fuori luogo.
La caccia alle pose lusinghiere degli attori e delle attrici che nella vita reale sono allegramente all’oscuro dell’aumento dei prezzi determinato dall’altalena degli stati d’animo dei potenti della terra, almeno finché qualche giornalista provvisto di qualche discreto neurone non mette nero su bianco come stanno messe le cose brutte una volta stabilito che l’ordine naturale di quelle belle ha dato per il momento forfait, non merita ulteriori commenti.
I commenti che gli attori e le attrici in cerca di premi fanno sulla guerra in corso appaiano formali nove volte su cento. Talora finti. In alcuni casi fuori luogo. Manca la fragranza della sincerità. Un olfatto che circola nell’aria. Ed è impossibile non riconoscerlo. L’attrice romana e iraniana  Yassmin Pucci possiede la fragranza della sincerità.

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La resa dei conti alla Garbatella

Non stiamo parlando di un evento cruento ma di una selezione alla finalissima dello ”Showdown”  da cui “Ne resterà soltanto Uno

Insomma stiamo parlando di Freestyle Rap, per chi non lo conoscesse, una forma di canto basata sul linguaggio di strada su basi fortemente ritmate, per esprimere idee ed emozioni.

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The New Look, la serie firmata Apple Tv che racconta la rivalità tra Chanel e Dior

 
A metà tra thriller e romanzo storico, la serie, basata su fatti realmente accaduti, è ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale, quando Parigi venne occupata dai nazisti. Anche se il clima non era dei più facili, la capitale francese ferveva dal punto vista stilistico, essendo considerata già il centro della moda in Europa. Erano infatti molti i personaggi che si stavano affacciando in questo colorato e sfavillante mondo e la serie racconta una delle rivalità più famose al tempo.
I due protagonisti, e rivali al tempo stesso, sono Coco Chanel e Christian Dior. Pragmatica, rigorosa, essenziale la prima, elegante, sofisticato e sinuoso il secondo. Diversi ma entrambi rivoluzionari ed una cosa li avrebbe accomunati: il cambiamento nel modo di vestire della donna.

La Storia

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Claudio Simonetti celebra i suoi 70 anni

Il celebre compositore e musicista festeggia il 19 Febbraio un importante traguardo, facendosi guidare al solito dall’ ironia, dalla passione e dai tanti progetti realizzati ed ancora da realizzare.

Circondato dalle sue immancabili tastiere che hanno fatto la storia del Progressive Rock e di tante colonne sonore del Cinema Internazionale.

«La musica può rendere gli uomini liberi.» Citando Bob Marley, i primi 70 anni di Claudio Simonetti sono stati esattamente vissuti così: all’insegna delle sette note e della Libertà.

Libertà nella musica, libertà nelle scelte. Nato a San Paolo, in Brasile, il 19 febbraio 1952, all’età di 11 anni si trasferisce in Italia con la sua famiglia, per poi iscriversi al Conservatorio Santa Cecilia di Roma con il fine di studiare composizione e pianoforte.

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A colloquio con Piero Tarticchio e Claudio Bronzin sul Giorno del Ricordo

DUE TESTIMONIANZE CHE ONORANO I LEGAMI DI SANGUE E DI SUOLO CEMENTANDO IL SENSO DEL RICORDO

Una conversazione con Massimiliano Serriello

La Memoria è fondamentale. Soprattutto quella Storica. Affinché i corsi e ricorsi storici non riguardino mai i reati commessi contro L’Umanità. Nel concetto di Umanità rientra il valore della Civiltà, della Patria, della Famiglia e della Fede. Il Ricordo è imprescindibile. Per non dimenticare. Non esistono guerre tra martiri della Champions League e martiri dell’Interregionale. I conti dei caduti portano fuori strada. Al pari delle distinzioni di comodo e delle discipline di fazione. La coscienza, cementata dall’onestà intellettuale, aliena alla palla al piede delle prese di posizione, permette di ascoltare il cuore. Al di là della sensibilità che veleggia sulla superficie. Per andare in profondità bisogna trascendere l’impressionismo soggettivo. Il numero dei caduti dello Shoa è un conto; quello delle vittime dei partigiani comunisti riguarda una parentesi isolata? Giustificabile? Chi usa le scorciatoie del cervello e sente il cuore solo quando gli tornano i conti delle impuntature ideologiche certe castronerie le andasse a dire guardandoli negli occhi, che non mentono mai a differenza dei seguaci delle banalità scintillanti della propaganda, a chi serba il Ricordo delle azioni d’infoibamento ai danni dei propri cari. Dei trasferimenti coatti. Dell’Esodo Giuliano Dalmata. Della condizione di esule indesiderato nel suo stesso Paese. Perché gli Istriani sono Italiani. Hanno scelto di esserlo sulla scorta dei veri legami di sangue e di suolo. Sarebbe interessante a quel punto ascoltare la campana degli alfieri dell’ipocrita e menzognero livellamento ugualitario, avvezzo sottobanco a portare l’acqua al mulino dell’appartenenza alla tessera di partito, in merito all’accoglienza nei confronti degli emigranti. Che affrontano viaggi impervi per venire nel Bel Paese. È stato un Bel Paese l’Italia per gli Istriani che si portavano dietro lutti, traumi e ricordi di un’efferatezza pianificata ed empia oltre ogni possibile immaginazione. Oggi è il Giorno del Ricordo. Un Giorno che volge al termine. Cosa ne resterà da qui a domani e nei giorni a venire?

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L’universo di Tolkien, uno specchio per comprendere il presente

J.R.R. Tolkien, uno dei più grandi autori del genere fantasy, scrisse in una delle sue lettere che  Ci vuole un grande amore per la realtà per usare la fantasia”. Scrittore, filologo, glottoteta, accademico e linguista inglese fu tra i fondatori di un gruppo di scrittori, The Inklings. Questi erano professori dell’Università di Oxford, che promuovevano la narrativa Fantasy; tra di loro anche C.S. Lewis, autore de Le Cronache di Narnia. Il suo capolavoro è senza dubbio “Il Signore degli Anelli“, preceduto da “Lo Hobbit“. Ma non possiamo tralasciare “Il Silmarillion“, pubblicato postumo dal figlio, in cui descrive la mitologia del mondo da lui creato, “La terra di Mezzo”.

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AUTOIRONIA E PSICOTECNICA DI 3 ATTORI IN AFFITTO

NON CALA IL SIPARIO PER I REGISTI E GLI INTERPRETI “DE CORE”

«Maledetto er core e chi ce l’ha» sosteneva Pasquino interpretato da Nino Manfredi in Nell’anno del signore di Luigi Magni. Per chi all’epoca della Roma papalina e baciapile si mascherava da “pecione” che ripara le scarpe ai signori e ignora l’alfabeto, per poi poter affiggere sui muri dell’Urbe il verbo del malcontento popolare col favore delle tenebre, l’etichetta di popolo “de core”, ossia buono, intento ad anteporre i sentimenti ai ragionamenti strategici, ed ergo all’arte della guerra sottobanco per svegliare le coscienze e unire l’Italia sotto il tricolore, non era un valore. Bensì un disvalore. Ci sarebbe da discutere. Tuttavia l’impasse delle prese di posizione pro e contro non trova nessun appiglio quando si tratta d’amore allo stato puro. Ed è quello che i registi, gli attori, le attrici d’oggi giorno, mica dell’Ottocento, sentono per le tavole del palcoscenico. Anche se è un retaggio dell’Ottocento, di Scarpetta, quest’amore per il teatro. La regìa e il cast di 3 attori in affitto raccolgono quel tipo d’eredità, tramandata di bottega in bottega? Cadono nell’accidia delle idee prese in prestito? Pagano dazio ai plagi camuffati da omaggi? Ci mettono del loro?

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Eclario Barone e Jacopo Ravenna in Lettera ad Amerigo

La doppia mostra alla Galleria Arte e Pensieri in memoria dell’artista Amerigo Schiavo

E’ stata inaugurata in questi giorni la doppia mostra degli artisti Jacopo Ravenna ed Eclario Barone, fortemente voluta in ricordo dell’amico Amerigo Schiavo. Artista e sculture salernitano classe 1963 che, spinto da Guttuso a perseguire questo percorso artistico, vi dedicò tutta la vita, diventando mentore per le nuove generazioni di artisti locali.

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A colloquio con Mavina Graziani e Vittorio Hamarz Vasfi su 3 attori in affitto

L’ARTE E LA PARTE DI DUE PUNTIGLIOSI SEGUACI DELL’INGEGNO MALINCOMICO

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Il carattere d’ingegno creativo non si trova a buon mercato. Non abbocca all’amo delle furbizie levantine. Non smacchia i leopardi. Né gioca a basket coi puffi. Il carattere d’ingegno creativo trascende l’impasse della bellezza dell’asino e il tallone d’Achille delle inquadrature lusinghiere che spesso gli interpreti con poco talento, ma molti santi in paradiso, impongono ai registi provvisti d’estro. Ma a corto di personalità. Con buona pace della scrittura per immagini che veicola, nel buio della sala, una volta portato a termine il lavoro, ad hoc, l’inarrestabile combinazione di associazioni di pensiero ed emozioni profondissime. Mavina Graziani e il suo regista nonché attore Vittorio Hamarz Vasfi  (nella foto col sottoscritto) sul palcoscenico del teatro, come nella vita di tutti i giorni, si capiscono al volo. Senza pagare dazio ad alcun tipo d’incomprensione. 

Il rapporto tra immagine e immaginazione in 3 attori in affitto, che domenica torna a Velletri al Teatro Tognazzi per rinverdire la virtù della commedia dell’arte di far ridere amaramente e di far riflettere ironicamente, passa attraverso l’affiatamento. Ringrazio Mavina per avermi presentato Hamarz. 

Non ho ancora visto niente. Il Covid ha rotto le uova nel paniere a chi svolge la professione dell’interprete e del regista sulle tavole del palcoscenico. Tuttavia l’attitudine a stemperare nell’ironia le scorie dello stress per gli appuntamenti covati palmo a palmo e rimandati alle calende greche costituisce l’antidoto migliore contro l’ansia da prestazione. Hamarz questo tipo d’ansia non sa cos’è. Je rimbarza, come si dice nell’Urbe. Quello che gli preme è sottolineare gli sforzi compiuti da chi vuole guadagnare da vivere recitando senza mettere l’arte da parte. 

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IL TIRO AL PICCIONE DEI FRATELLI D’INNOCENZO

I CORSI E I RICORSI STORICI DEL TIRO AL PICCIONE: I FRATELLI D’INNOCENZO E IL CRITICO DA COMPRARE

Tiro al piccione è un libro bellissimo ma negletto. Scritto da Giose Rimanelli. Ed è divenuto un film altrettanto bello e altrettanto negletto. Diretto da Giuliano Montaldo. Il più bel film sulla Repubblica Sociale Italiana. Insieme alla miniserie televisiva Notti e nebbie. Diretta da Marco Tullio Giordana. Ma al di là dell’eccezione che conferma la regola sia sul piccolo sia sul grande schermo (certi argomenti in Italia sono tabù), i corsi e ricorsi storici del classico tiro al piccione confermano che chi «se la sente calla», come si dice a Roma, maramaldeggia con chi conta poco e niente o con chi in quel momento, per un motivo o per l’altro, non si difende o non può difendersi. Sarà mia premura approfondire l’argomento per la Consul Press

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C’era una volta… Er Brasiliano a Roma Nord

L’UNIVERSITÀ DELLA STRADA DI UN RAGAZZO VENUTO DAL BRASILE

E niente: di dormire non se ne parla. Troppi pensieri in capoccia. Oltre a una borsite alla spalla che di notte bussa più che di giorno. La mia dolce metà invece ronfa. Beata lei. Mo ce provo anch’io. Ma prima di cadere tra le braccia di Morfeo, mica l’ex giocatore dell’Atalanta, la mente e il cuore vanno all’ennesimo amico fraterno che ha coniugato la vita all’imperfetto. Un tipo originale. Come Italo Balbo. Aho, non l’ex centravanti della Magica Roma! Sergio Ceglia detto Er Brasiliano era un fiume in piena. Col gusto dell’iperbole. Io al confronto sembravo uno che aveva fatto il voto del silenzio. Un film muto di Charlie Chaplin. Ma lui stava in fissa col cinema. E anche con me.

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In ricordo di un caratterista con poche pose e tanta umanità: Mario Brega

MARIO BREGA: L’ATTORE TACCIATO D’INSOLENZA NELL’ACCENTO MA AFFEZIONATO AI SEMITONI

Ho voluto intervistare Giulio Base per due ragioni. In primo luogo perché ha girato Poliziotti. Un film bellissimo. Che avrebbe girato Pier Paolo Pasolini se all’Idroscalo di Ostia la scarica rabbiosa della sorte non si fosse messa di mezzo. 
Il poliziotto ipersensibile che si suicida perché il vagabondo tenuto in custodia lo circuisce, il poliziotto duro nella lotta ma leale nell’animo impersonato da Claudio Amendola (nella foto), la città di Torino, dove è nato il cinema, la strada, il suo codice, la musica da discoteca, la canzone Malafemmena di Totò, la reazione all’ingiustizia, lungi dal fare il verso a Il giustiziere della notte, non pagavano dazio alle banalità scintillanti della retorica di maniera. Era un apologo sui reazionari. Che catturò la fantasia e la sensibilità di un intellettuale progressista come Pasolini. 

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Fineco incontra l’arte: “Le stanze dell’inconscio”,
in una mostra dell’artista Mario Tarroni

A Piazza Farnese, presso il celebre ristorante “Camponeschi”, nel cuore del centro storico di Roma, è stata inaugurata con successo la mostra “Fineco incontra l’arte”, con le opere dell’artista e direttore artistico ferrarese Mario Tarroni. 

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A colloquio con Loris Loddi sul doppiaggio, la recitazione e le gerarchie del cuore

UN ATTORE-DOPPIATORE CHE DICE LE COSE COME STANNO

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Quando Brad Pitt alias Achille (nella foto) in Troy di Wolfgang Petersen in una sala del Cinema Andromeda, a via Mattia Battistini, vicino Prima Valle, gridò il nome di Ettore molti spettatori capitolini, assai poco coinvolti dallo spettacolo allestito dal classico colosso dai piedi d’argilla, invitarono l’eroe della mitologia greca, soprannominato piè veloce, a usare il citofono. Per tagliare corto. E rispettare, nella finzione di celluloide, la consegna. Insieme al nomen omen

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