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Eclario Barone e Jacopo Ravenna in Lettera ad Amerigo

La doppia mostra alla Galleria Arte e Pensieri in memoria dell’artista Amerigo Schiavo

E’ stata inaugurata in questi giorni la doppia mostra degli artisti Jacopo Ravenna ed Eclario Barone, fortemente voluta in ricordo dell’amico Amerigo Schiavo. Artista e sculture salernitano classe 1963 che, spinto da Guttuso a perseguire questo percorso artistico, vi dedicò tutta la vita, diventando mentore per le nuove generazioni di artisti locali.

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A colloquio con Mavina Graziani e Vittorio Hamarz Vasfi su 3 attori in affitto

L’ARTE E LA PARTE DI DUE PUNTIGLIOSI SEGUACI DELL’INGEGNO MALINCOMICO

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Il carattere d’ingegno creativo non si trova a buon mercato. Non abbocca all’amo delle furbizie levantine. Non smacchia i leopardi. Né gioca a basket coi puffi. Il carattere d’ingegno creativo trascende l’impasse della bellezza dell’asino e il tallone d’Achille delle inquadrature lusinghiere che spesso gli interpreti con poco talento, ma molti santi in paradiso, impongono ai registi provvisti d’estro. Ma a corto di personalità. Con buona pace della scrittura per immagini che veicola, nel buio della sala, una volta portato a termine il lavoro, ad hoc, l’inarrestabile combinazione di associazioni di pensiero ed emozioni profondissime. Mavina Graziani e il suo regista nonché attore Vittorio Hamarz Vasfi  (nella foto col sottoscritto) sul palcoscenico del teatro, come nella vita di tutti i giorni, si capiscono al volo. Senza pagare dazio ad alcun tipo d’incomprensione. 

Il rapporto tra immagine e immaginazione in 3 attori in affitto, che domenica torna a Velletri al Teatro Tognazzi per rinverdire la virtù della commedia dell’arte di far ridere amaramente e di far riflettere ironicamente, passa attraverso l’affiatamento. Ringrazio Mavina per avermi presentato Hamarz. 

Non ho ancora visto niente. Il Covid ha rotto le uova nel paniere a chi svolge la professione dell’interprete e del regista sulle tavole del palcoscenico. Tuttavia l’attitudine a stemperare nell’ironia le scorie dello stress per gli appuntamenti covati palmo a palmo e rimandati alle calende greche costituisce l’antidoto migliore contro l’ansia da prestazione. Hamarz questo tipo d’ansia non sa cos’è. Je rimbarza, come si dice nell’Urbe. Quello che gli preme è sottolineare gli sforzi compiuti da chi vuole guadagnare da vivere recitando senza mettere l’arte da parte. 

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IL TIRO AL PICCIONE DEI FRATELLI D’INNOCENZO

I CORSI E I RICORSI STORICI DEL TIRO AL PICCIONE: I FRATELLI D’INNOCENZO E IL CRITICO DA COMPRARE

Tiro al piccione è un libro bellissimo ma negletto. Scritto da Giose Rimanelli. Ed è divenuto un film altrettanto bello e altrettanto negletto. Diretto da Giuliano Montaldo. Il più bel film sulla Repubblica Sociale Italiana. Insieme alla miniserie televisiva Notti e nebbie. Diretta da Marco Tullio Giordana. Ma al di là dell’eccezione che conferma la regola sia sul piccolo sia sul grande schermo (certi argomenti in Italia sono tabù), i corsi e ricorsi storici del classico tiro al piccione confermano che chi «se la sente calla», come si dice a Roma, maramaldeggia con chi conta poco e niente o con chi in quel momento, per un motivo o per l’altro, non si difende o non può difendersi. Sarà mia premura approfondire l’argomento per la Consul Press

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C’era una volta… Er Brasiliano a Roma Nord

L’UNIVERSITÀ DELLA STRADA DI UN RAGAZZO VENUTO DAL BRASILE

E niente: di dormire non se ne parla. Troppi pensieri in capoccia. Oltre a una borsite alla spalla che di notte bussa più che di giorno. La mia dolce metà invece ronfa. Beata lei. Mo ce provo anch’io. Ma prima di cadere tra le braccia di Morfeo, mica l’ex giocatore dell’Atalanta, la mente e il cuore vanno all’ennesimo amico fraterno che ha coniugato la vita all’imperfetto. Un tipo originale. Come Italo Balbo. Aho, non l’ex centravanti della Magica Roma! Sergio Ceglia detto Er Brasiliano era un fiume in piena. Col gusto dell’iperbole. Io al confronto sembravo uno che aveva fatto il voto del silenzio. Un film muto di Charlie Chaplin. Ma lui stava in fissa col cinema. E anche con me.

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In ricordo di un caratterista con poche pose e tanta umanità: Mario Brega

MARIO BREGA: L’ATTORE TACCIATO D’INSOLENZA NELL’ACCENTO MA AFFEZIONATO AI SEMITONI

Ho voluto intervistare Giulio Base per due ragioni. In primo luogo perché ha girato Poliziotti. Un film bellissimo. Che avrebbe girato Pier Paolo Pasolini se all’Idroscalo di Ostia la scarica rabbiosa della sorte non si fosse messa di mezzo. 
Il poliziotto ipersensibile che si suicida perché il vagabondo tenuto in custodia lo circuisce, il poliziotto duro nella lotta ma leale nell’animo impersonato da Claudio Amendola (nella foto), la città di Torino, dove è nato il cinema, la strada, il suo codice, la musica da discoteca, la canzone Malafemmena di Totò, la reazione all’ingiustizia, lungi dal fare il verso a Il giustiziere della notte, non pagavano dazio alle banalità scintillanti della retorica di maniera. Era un apologo sui reazionari. Che catturò la fantasia e la sensibilità di un intellettuale progressista come Pasolini. 

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Fineco incontra l’arte: “Le stanze dell’inconscio”,
in una mostra dell’artista Mario Tarroni

A Piazza Farnese, presso il celebre ristorante “Camponeschi”, nel cuore del centro storico di Roma, è stata inaugurata con successo la mostra “Fineco incontra l’arte”, con le opere dell’artista e direttore artistico ferrarese Mario Tarroni. 

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A colloquio con Loris Loddi sul doppiaggio, la recitazione e le gerarchie del cuore

UN ATTORE-DOPPIATORE CHE DICE LE COSE COME STANNO

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Quando Brad Pitt alias Achille (nella foto) in Troy di Wolfgang Petersen in una sala del Cinema Andromeda, a via Mattia Battistini, vicino Prima Valle, gridò il nome di Ettore molti spettatori capitolini, assai poco coinvolti dallo spettacolo allestito dal classico colosso dai piedi d’argilla, invitarono l’eroe della mitologia greca, soprannominato piè veloce, a usare il citofono. Per tagliare corto. E rispettare, nella finzione di celluloide, la consegna. Insieme al nomen omen

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“Ezra in gabbia”: …… alla Sala Umberto in Roma,
un grande Mariano Rigillo è il poeta Ezra Pound

MARIANO RIGILLO IN SIMBIOSI CON EZRA POUND 

di FABRIZIO FEDERICI

Sul palco della storica “Sala Umberto” nel centro di Roma, Mariano Rigillo, attore “di lungo corso” in teatro, cinema e fiction tv, dal 2016 direttore della scuola di recitazione del Teatro stabile di Napoli, nella pièce “Ezra in gabbia” (scritta e diretta da Leonardo Petrillo, prodotta dal Teatro stabile del Veneto, nell’ambito del progetto “VenEzra”), si è calato anima e corpo nel personaggio di Ezra Pound. Il poeta, saggista, giornalista e traduttore statunitense (1885-1972), che troppo a lungo è stato sbrigativamente etichettato come icona della destra neofascista: e che oggi, invece, per la critica piu’ aperta e consapevole, appare sempre più  come esempio di uomo intellettualmente libero, disposto a pagare anche duramente per le sue idee, senza mai rinunciare a un “bisogno assoluto” (diremmo con Silone) di battersi per loro. 

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MOSTRA “DA MATERA A POMPEI”: UN VIAGGIO NELLA BELLEZZA

Un viaggio nella bellezza tra Pompei e la Basilicata, per raccontare il ruolo della donna nel mondo antico, attraverso ornamenti e gioielli, espressione del gusto estetico di epoche e contesti differenti, ma anche simbolo di uno status sociale.

Così la mostra “Da Matera a Pompei. Viaggio nella bellezza” allestita presso il Museo archeologico Domenico Ridola dal 18 novembre 2021 al 30 giugno 2022,  a cura di Annamaria Mauro, Massimo Osanna, Gabriel Zuchtriegel.

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A colloquio con Giuliano Giacomelli sul fascino del genere horror e gli stimoli del cinema d’autore

L’AMPIA GAMMA D’INPUT CREATIVI ED EMOTIVI D’UN REGISTA UNDERGROUND A TUTTO TONDO

Una conversazione con Massimiliano Serriello

È davvero un regista underground a tutto tondo Giuliano Giacomelli (nella foto): nell’età verde, quando la passione per la fabbrica dei sogni divampava sotto la cenere dell’avventizia sete di sapere ed emozioni forti, ha scoperto dapprincipio l’amato genere horror – con Il mostro della laguna nera (Creature from the Black Lagoon) di Jack Arnold nelle vesti dell’archetipo per antonomasia dei motivi d’inquietudine legati alla fantascienza frammisti ai canonici scenari da brivido – per poi imparare ad apprezzare a trecento sessanta gradi la Settima Arte. Ivi compresi gli Autori con la “A” maiuscola votati all’aura contemplativa. Comunque il primo amore, come si dice, non si scorda mai. 

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OPERA DI ROMA: IL JULIUS CAESAR DI BATTISTELLI APRE LA NUOVA STAGIONE

Prende il via, sabato 20, la nuova stagione del Teatro dell’Opera di Roma e, per la prima volta in tempi recenti, sarà la prima rappresentazione assoluta di un’opera contemporanea ad aver l’onore dell’apertura: Julius Caesar, commissionata dal Lirico romano a uno dei principali compositori di oggi, Giorgio Battistelli.

Per trovare il precedente di un’inaugurazione del Teatro Costanzi affidata ad un’opera del proprio tempo, dobbiamo tornare al 1901 con l’apertura affidata a ‘Le maschere’ di Mascagni.

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È STATA “LA MANO DI DIO”, TRA SOGNI ED ECHI

IL FILM SCELTO PER RAPPRESENTARE L’ITALIA AGLI OSCAR UNISCE I PROSELITI E DIVIDE I CINEFILI

Il cinema unisce dove la politica divide. Questa almeno è l’opinione dei cinefili intenti ad anteporre l’autonomia di giudizio e la sete di cultura – ed ergo di nuove visioni in grado di riflettere il rapporto tra immagine e immaginazione lontano dall’accidia delle idee prese in prestito – alle opinioni di schieramento. Alle discipline di fazione. Agli elogi rivolti al regista eletto ad autore. E quindi a una sorta di demiurgo alternativo in terra agli occhi degli atei. Che non credono nel Dio dei cieli («hai visto mai: se poi esiste?» amava ripetere Alberto Sordi al dotto ma miscredente Vittorio Gassman) ma sono ligi alle ragioni di partito (che non esistono). E aprioristicamente agli autori-registi che la pensano come loro. 

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A colloquio con Giulio Base su Pessoa, Pasolini e Poliziotti

I MODELLI DELL’ATTORE-REGISTA LEGATO ALL’UNICITÀ DEGLI ECHI CHE CEMENTANO ESTRO ED EMOZIONI

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Letteralmente stregato all’epoca dell’età verde dalla lettura di Un grande avvenire dietro le spalle redatto dal compianto Vittorio Gassman sulla scorta della proverbiale arguzia, estranea alle banalità scintillanti dell’insulsa propaganda dei biopic tutto fumo e niente arrosto, Giulio Base (nella foto) parte dalla natìa Torino in direzione Firenze. 

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EFFETTI SPECIALI ED ECHI CORDIALI E PARADOSSALI DI FREAKS OUT

I REIETTI CON I SUPERPOTERI DI MAINETTI

Freaks Out di Gabriele Mainetti (nella foto) è il film italiano che va, come si dice, per la maggiore. In virtù dei coefficienti spettacolari, lontani dal tedioso standard del cinema d’impegno civile. Che condanna lo Stivale al ruolo di comprimario nel panorama internazionale della fabbrica dei sogni. A dispetto della decisione dell’ANICA (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive Digitali), che ha scelto  È stata la mano di Dio dell’involuto Paolo Sorrentino per rappresentare il Bel Paese agli Oscar, preferendo alla capacità di corrispondere all’immaginazione delle masse l’amarcord dell’età verde sedotta dai numeri di magia del Pibe de oro e segnata dal lutto, l’imminente campione d’incassi mantiene buona parte delle promesse fatte nell’esordio con Lo chiamavano Jeeg Robot.

Mentre Sorrentino ha disperso strada facendo l’ingegno dell’opera prima L’uomo in più col passaggio dall’orgoglio del cantante confidenziale Antonio Pisapia, stretto parente dell’amorale Franco Califano, ai segni d’ammicco dei radical chic, avvezzi ad atterrire gli interlocutori avversari scimmiottando la foga delle nerborute icone degli action d’oltreoceano, Gabriele Mainetti è riuscito all’atto pratico a conciliare stilemi in teoria inconciliabili.

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Palazzo Altemps: mostra fotografica “STATUAE VIVAE” di Sergio Visciano

Dal 2 ottobre al 1° novembre presso il Museo Nazionale Romano nella sede di Palazzo Altemps è in corso di esposizione una mostra fotografica sulla statuaria classica che racconta mito, memoria e cultura attraverso uno sguardo contemporaneo.

I corpi nudi delle statue sembrano muoversi, tra chiaroscuri e luci psichedeliche, negli scatti di Sergio Visciano. In mostra ventidue immagini che interpretano alcuni capolavori dell’arte classica appartenenti alle collezioni del Museo Nazionale Romano, ma anche dei Musei Capitolini, del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, del Museo Archeologico dei Campi Flegrei nel Castello di Baia e di Palazzo Mattei di Giove a Roma.

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“Il Sistema” di Corruzione, radicato su: i Media, i Maramaldi e la Magistratura

IL LIBRO INCHIESTA “IL SISTEMA”, GRAZIE AD EDOARDO SYLOS LABINI, 
DIVIENE IN TEATRO QUASI UN TESTO SHAKESPERIANO

_________________di LIDIA D’ANGELO 

Nella Sala Umberto (*1), teatro situato nel cuore del centro storico di Roma, si è inaugurata la stagione con lo spettacolo “Il sistema”.
Sembrerebbe un’impresa ardua trasportare un libro-inchiesta sulla giustizia in un testo teatrale; ebbene ci è riuscito Edoardo Sylos Labini (*2) – persona di notevole poliedricità e i cui interessi spaziano in vari settori – e sempre a suo agio sul palcoscenico.

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La Consul Press intervista Pippo Franco sul valore dell’arte e dell’umorismo

IL PROFONDO SENSO D’APPARTENZA  E LA LEVITÀ IRONICA DI PIPPO FRANCO

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Quando gli capitano sotto gli occhi, ne resta sempre conquistato: l’immediatezza espressiva connessa al timbro stilistico delle vignette, il dono della sintesi, la forza significante ad appannaggio dell’allegra deformazione caricaturale, l’implicita contemplazione del reale avvertita senza concedere alcunché all’infeconda enfasi grafica, l’innesto degli spassosi giochi di parole, gli elementi segnaletici riscontrabili nell’alacre cura dei dettagli rientrano appieno nelle corde del duttile e intramontabile Pippo Franco (nella foto). Giunto da poco al considerevole traguardo delle ottantuno primavere col famoso sorriso sulle labbra. Insieme alla sana leggerezza che trae linfa dal valore terapeutico dell’umorismo, dall’equilibrio preservato dallo slancio dell’empatia, dalla capacità d’impreziosire l’opportuno livello di comprensione sulla scorta dell’imprescindibile autoironia. Lontano anni luce dall’accidia del corredo d’idee sottratto di nascosto all’altrui ingegno, dal deleterio nonché goffo delirio d’onnipotenza, innescato dalle ingannevoli sirene del successo, dagli illusori luoghi comuni e dai pesanti restringimenti.

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Gaber é morto 18 anni fa, faccio ancor finta di essere sano.

Personaggi come Gaber bisognerebbe conoscerli tutti, ma é difficile averlo apprezzato per davvero se non hai 50 o 60 anni, così Sandro Luporini, suo storico collaboratore dice parlando di Giorgio Gaber.

Il primo gennaio é stato il ventennale della sua scomparsa, sul sito della sua fondazione e su youtube é andata in onda una maratona di tutti i suoi pezzi più famosi. La domanda che mi faccio é se si può separare la sua lunga divulgazione dividendo la musica dal teatro, un teatro impegnato da cui mancano di certo pezzi di teatro impegnato, comico e intelligente come il suo.

La vita di Giorgio Gaber é stata una grande sfida, ammalato di poliomelite da bambino ben due volte impara a suonare la chitarra dal fratello che già la suonava per riuscire a riutilizzare una mano che gli si era leggermente paralizzata con la malattia. Dopo due anni di musica e divertimento entra nei Rock boys di Adriano Celentano, particolare il fatto che impara a cantare per sostituire Celentano quando perdeva la voce o, secondo i più maligni, che arrivava sempre tardi alle prove, questo é il periodo in cui Enzo Iannacci suona il pianoforte e in cui conosce anche Luigi Tenco. Il suo primo lavoro frutterà a Gaber un’apparizione al musichiere di Mario Riva(1959).

Gaber, come Gino Paoli, Sergio Endrigo, Bruno Lauzi, Enzo Iannacci e Luigi Tenco è alla ricerca di un punto di equilibrio tra le influenze americane (rock e jazz) e la canzone francese. Tutti loro lo trovano nella canzone d’autore in italiano. I primi cantautori nostrani, con l’eccezione del precursore Domenico Modugno appaiono in questo periodo. In questo periodo Goganga La ballata del Cerutti Gino e Porta Romana fruttano a Gaber molte apparizioni televisive. Dopo un album in duetto con Mina comincia per lui un nuovo periodo di successi con “Torpedo Blu”, Come é bella la città e Riccardo.

                                  Il signor G. e il teatro

Comincia il teatro come forma distante dalla sua musica ma piano piano i due concetti si sommano. Dopo aver fatto una nuova incursione nel mondo del teatro con Mina(1970) Giorgio Gaber riprende con amore questo mezzo che non aveva mai dimenticato.

Nel 1973 e 1974 é a teatro con “Far finta di essere sani”, in cui incarnava un uomo forse troppo moderno che si chiede attraverso canzoni come “La presa del potere” che si pone un problema fondamentale: italiani fino a che punto si spingerà la scienza a scapito dell’umanità? Per quanto si può fare finta di essere indifferenti a queste prese di potere facwnso finta di essere rimasti intoccati da questi movimenti? A fianco di questi pensieri canzoni più leggere come Lo shampo e La marcia dei Colitici. Sopra tutti i testi la richiesta di parlare di una “Maria” rispetto a temi più seri come il Vietnam o la Cambogia, torna l’amore sopra i concetti più impegnati che non scaldano il cuore al contrario di Maria (La realtà).

L’esasperazione di Gaber verso una realtà troppo cambiata torna poi nel progetto Polli d’allevamento(1978), i polli d’allevamento allevati a musica e rivoluzione siamo noi, gli esseri umani, comunque allevati anche se ci crediamo liberi. In La moda é moda ci presenta i jeans non come segno di una ribellione ma come segno di un mondo che ti dà una moda da seguire, appunto i jeans, che alimenta industrie e niente d’altro. Quasi venti anni ci separano dalla morte di Gaber e ci rimangono soltanto i pantaloni come successori di questo eccelso idealista.

Gli ultimi anni e Destra-sinistra

Gaber a parte il suo parlare di “Rivoluzione” si é rivelato essere molto al di sopra di un’etichetta,  per cui sarebbe dovuto essere di destra o di sinistra. Certo il teatro per lui era impegno, quel suo Bertold Brecht, quasi sputato come parola straniera sul pubblico andato a vedere un suo lavoro teatrale o musicale, si sente.

In quanto intellettuale si identificò nella sinistra per molti anni ma poi cedette alla delusione di un partito che fagocitava e spargeva i resti dei suoi intellettuali( vedi il testo di … qualcuno era comunista).

Emblematico quando al crepuscolo della sua produzione esacerbando ulteriormente questo concetto  volle mettere un concetto nelle nostre menti che forse era sfuggito ai più: “Destra – Sinistra” vuole essere una critica della società indipendentemente dalla appartenenza di partito di un dato momento; essere di destra o di sinistra diventa uno strumento per esprimere le variazioni di un concetto e non una reale appartenenza politica.

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